Espusione dei giornalisti israeliani, risposta della FNSi e alcune riflessioni personali sul concetto di "non in nostro nome"


Anche sulla specifica vicenda e delicatissima dell’esclusione del sindacato israeliano, la posizione della Ifj puo’ essere certo contestata, ma merita almeno di essere conosciuta nella sua completezza. In anni recenti, provvedimenti di espulsione per il mancato pagamento delle quote hanno riguardato i sindacati di Cile, Macedonia, Moldavia, Serbia, Corea, Kenya e Thailandia. L’uscita di Israele, naturalmente, non puo’ essere ridotta a burocratica lettura dei libri contabili. Consapevole della rilevanza della questione, la Ifj ha mandato due missioni nel paese negli ultimi tre anni, ha invitato il sindacato dei giornalisti israeliani a unirsi alla sezione europea della Federazione Internazionale, si e’ offerta di trovare sostegni per la conferenza dei colleghi israeliani alla fine di quest’anno, e i sindacati tedesco e inglese hanno proposto di cooperare. Un’attenzione della quale da’ testimonianza anche un recente intervento pubblico, nel quale la Federazione Internazionale “riafferma il suo impegno a difendere gli interessi dei giornalisti in Palestina e in Israele” dopo che la Federazione Nazionale dei Giornalisti Israeliani aveva espresso le sue critiche alla missione a GazaQuesti elementi bastano per dichiarare chiusa la vicenda? No, certamente no. E infatti la Fnsi sta agendo, come gia’ sapete, perche il provvedimento di espulsione possa essere superato. Pero’ questi elementi danno almeno la garanzia, a mio avviso, che la Federazione Internazionale non sia quel concentrato dei pregiudizi piu’ ignobili che emerge da qualche articolo. C’e’ da continuare a parlarne, e per questo contiamo di avere in Italia a settembre il Segretario, Aidan White, o il Presidente, Jim Boumelha. Sara’ anche l’occasione per un confronto aperto coi colleghi italiani che hanno contestato la decisione della Ifj. Questo l’impegno che prendiamo. Articolo completo qui

Commento:
1 permane cmq il silenzio sulla vicenda da parte degli organi ufficiali dello Stato israeliano. Solo da noi è esplosa la questione con tanta virulenza, sconfinando nella 'usuale e logora accusa di antisemitismo(, vedremo se quanto accaduto verrà utilizzato in funzione Eurabica, termine in voga presso aree ben definite,per zittire o svilire eventuali articoli non graditi sul conflitto israeliano palestinese o per rispolverare una lista di buoni o cattivi giornalisti in base all'adesione o no all'appello da parte di certi blog ). Visti i precedenti l'attenzione è d'obbligo

2 I giornalisti israeliani non hanno pagato la quota pur sapendo i termini del contratto. Se ritenevano di essere discriminati potevano farlo presente ,senza aspettare l'espulsione

3 una riflessione in casa israeliana e italiana sulla situazione della Stampa e la libertà di informazione sarebbe molto più utile e interessante, visto il pericolo incombente. La definizione d traditori a giornalisti come Amira hass e Gideon Levy o l'attacco virulento ad haaretz non parte certo dalla stampa italiana o europea..parliamoci chiaro. Estendiamo quindi il concetto di "non in nostro nome" a tutti i casi di condizionamento della libertà informativa

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