Susan Nathan. Le vite degli altri

Ma cosa ha detto Susan Nathan a Poggibonsi? "Io sono un'ebrea nata nella diaspora, che ha creduto nel sionismo politico, che ha creduto che Israele fosse stato ideato, creato apposta per un popolo senza terra". Ma questa ideologia, continua Susan, non contribuisce a creare il futuro del paese. Anzi. "Quello che ho fatto è stato di restituire alla società israeliana quello che non va bene". E allora ecco cosa ha scoperto Susan, dopo sei anni trascorsi a Tamra, lei unica ebrea in mezzo agli arabi. E' quello che ha scritto nel libro, che riguarda, va specificato, i palestinesi che vivono nello stato di Israele (oltre un milione) e non la situazione in Cisgiordania."La parte della città in cui vivo è ancora come un campo profughi; nel senso che gran parte degli edifici sono costruzioni informali, con demolizioni di case ogni tanto. Adesso ci sono 30mila persone in 400 ettari, entro il 2020 saremo in 45mila, questo significa che la sovrappopolazione è simile a quella della striscia di Gaza. Non ci sono fogne, in alcune zone la raccolta rifiuti per le strade non viene effettuata. I cavi elettrici sono tesi in modo avventuroso, vi sono molti allacci illegali. Le strade non hanno nomi né numeri civici. Se volessimo confrontare la vita di Tamra con quella di un'altra cittadina israeliana, possiamo dire che viviamo su Marte".E poi il dramma del lavoro. "C'è il 30 % di disoccupazione. E si assiste ad una vera politica di discriminazione sul lavoro. E' vero che ci sono palestinesi che fanno il medico o l'insegnante, ma sono molto pochi. Inoltre, chi non è ebreo non può fare il soldato. E il servizio militare è una componente essenziale per la società israeliana, è al centro della società, una cosa indispensabile, anche per trovare più facilmente il lavoro. Un altro motivo della difficoltà di un lavoro è dato dalla sicurezza. Israele con questo questo pretesto giustifica qualsiasi cosa. Quindi la legge vieta agli arabi di lavorare in aziende di pubblica utilità (acqua, telefoni, elettricità), perché rappresenterebbero una minaccia".Ma come è stata accolta Susan nella comunità palestinese? "All'inizio certo non a braccia aperte. E' una reazione normale. Sono sei anni che vivo a Tamra, ma ne sono passati due prima di sentirmi a casa. La gente si doveva fidare di me. Del resto, è normale: quando uno è allevato in uno stato che lo considera sovversivo, mi sembra normale che si chiuda di fronte ad un esponente di quello stato". Poi, piano piano, grazie al lavoro che faceva (in una Ong palestinese), grazie alle interviste che rilasciava in cui senza peli sulla lingua Susan diceva quello che pensava, la gente ha cominciato a capire.Rimane il problema della reazione della società israeliana. Susan è decisa nel descrivere le situazioni di discriminazioni dentro Israele, anche all'interno dello stesso mondo ebraico, come per esempio nei confronti degli ebrei giunti dall'Etiopia che, dice, sono al fondo della piramide sociale di Israele. "Ma perché non avrei dovuto oppormi? - dice con passione - Sono stata educata con una certa idea di Israele, ragion per cui ho deciso di andarci a vivere. Io vengo da una famiglia sudafricana di cui alcuni membri hanno lottato contro l'apartheid. Se scopro che una situazione simile c'è in Israele perché non dirlo? E non avevo altra scelta che entrare dentro la società e descriverla dal di dentro".Dopo l'Italia, Susan Nathan, andrà negli Stati Uniti. "Se i sondaggi tra la popolazione israeliana oggi presentano un 63% favorevole alla trattativa diretta con Hamas, penso che lo dovremmo fare e spero che Stati Uniti ed Europa cambino idea".Susan Nathan: "Dico quello che non va in Israele" - Siena & Maremma
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