La condizione folle e dolorosa dell’esilio e’ il tema centrale di molte delle sue opere. Ma lo sono anche la battaglia per la liberta’ e l’indipendenza: “non chiedo la carita’ alle vostre porte, ne’ mi umilio ai gradini della vostra camera”. Fu Darwish a redigere nel 1988 il testo della Dichiarazione di Indipendenza dello Stato palestinese.
Aggrappate alle sue pagine scorrono le sofferenze e le speranze di tutto un popolo: le sue immagini simboliche sono il rifugio di ogni palestinese, ma e’ proprio il suo simbolismo a farsi vita vera, reale, perche’ le immagini di Darwish oltre a farsi racconto, spiegano. Solo cosi il suo linguaggio di visioni personali ha funzionato in questi anni da forza aggregante per tutto il popolo palestinese. Nelle sue righe, non e’ racchiusa una sola vita, ma tante vite. Darwish voleva per il popolo palestinese, “un cuore buono che non sia pieno di fucili e un giorno intero di sole”. Nel suo messaggio umanista e universale, pur difendendo l’indipendenza e la liberta’ del suo popolo, pero’ non vi e’ traccia di nazionalismo.
Nel marzo del 2002 un ministro isrealiano, Yossi Sarid, propose di inserire due poemi nei programmi scolastici della scuola secondaria israeliana, proposta rifiutata da Ehud Barak: “Israele non e’ pronto” disse Barak. E quando lo sara’?
Quella di Darwish e’ stata una visione profetica, che non ha mai perso “la speranza, almeno per le generazioni future”, ma che ha intravisto “fantasmi venire da lontano”. A due anni dalla sua morte, mentre lunedi sera il video con il suo viso torvo veniva proiettato su una quasi deserta Al manara, la piazza centrale di Ramallah, la città della Cisgiordania dove e’ sepolto, quei fantasmi sono diventati la traccia visibile di una Palestina smarrita e frammentata. (Nena-News)
”Hanno diritto su questa terra alla vita:
il dubbio d’aprile, il profumo del pane all’alba, le idee di una donna sugli uomini,
le opere di Eschilo, il dischiudersi dell’amore, un’erba su una pietra,
madri in piedi sul filo del flauto, la paura di ricordare negli invasori. /
Hanno diritto su questa terra alla vita:
la fine di settembre, una signora quasi quarantenne in tutto il suo fulgore,
l’ora di sole in prigione, nuvole che imitano uno stormo di creature,
le acclamazioni di un popolo a coloro che sorridono alla morte,
la paura dei canti negli oppressori. / Su questa terra ha diritto alla vita,
su questa terra, signora alla terra, la madre dei princìpi, la madre delle fini.
Si chiamava Palestina si chiamava Palestina. Mia signora ho diritto,
che sei mia signora, ho diritto alla vita”.
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