Franco Apicella,Le diverse interpretazioni del National Intelligence Estimate




Secondo la più recente valutazione del National intelligence council (organismo che si avvale del contributo di tutte le agenzie di intelligence Usa) l’Iran avrebbe interrotto i suoi programmi di sviluppo di armi nucleari nel 2003. Il documento è la ormai nota National intelligence estimate (Nie) pubblicata il 3 dicembre, proprio mentre in Russia si annunciava il trionfo del partito del presidente Putin alle elezioni parlamentari. I contenuti della Nie sembrano contraddire le posizioni sostenute dal presidente Bush che solo qualche settimana fa, il 17 ottobre, parlando del programma nucleare iraniano agitava lo spettro della terza guerra mondiale.

Il documento si presta a essere letto in tanti modi. Bush per esempio sostiene che l’Iran continua a rappresenta un pericolo e che occorre mantenere la pressione della comunità internazionale per evitare che acquisisca l’arma nucleare. Nella conferenza stampa tenuta all’indomani della pubblicazione della Nie un giornalista ha chiesto al presidente se il 17 ottobre nessuno dei suoi collaboratori gli avesse anticipato i contenuti del documento per evitargli di fare una dichiarazione così drastica. Bush si è tratto d’impaccio con una risposta tecnica, dicendo che la verifica dei dati acquisiti è continuata fino a una settimana prima della pubblicazione.

Più che l’accuratezza dei dati, contano le reazioni che ci sono state alla pubblicazione del documento. Il trionfalismo di Ahmadinejad, che ora può proclamare di essere dalla parte della ragione, era scontato; una certa prudenza si nota invece nella dichiarazione ufficiale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) secondo cui la Nie “dovrebbe indurre l’Iran a lavorare attivamente con l’Aiea per chiarire specifici aspetti del suo programma nucleare passato e presente”. La Russia, attraverso il suo ministro degli Esteri, ha sottolineato che bisognerà tenere conto di questo documento qualora si dovessero discutere all’Onu nuove sanzioni contro l’Iran.

La pressione sull’Iran sembra dunque essersi alleggerita ma rimane la cautela della comunità internazionale per un programma nucleare dichiarato pacifico e perseguito da un Paese che al momento non è certo in carenza di energia. Si può obiettare che altri Paesi della regione hanno già dichiarato di volere sviluppare programmi nucleari, ma non li hanno associati a intenzioni provocatorie nei confronti di Israele e dell’occidente. Disinnescare l’atomica iraniana alla fine fa comodo a tutti, visto che Ahmadinejad non sembra preoccuparsi di alcuna minaccia e che l’Iran non è poi così isolato nel panorama internazionale come Bush vorrebbe.

La Nie è il prodotto di un nuovo corso della amministrazione Bush, quello dell’era Gates, segretario alla Difesa che sembra dare più ascolto ai vertici militari. Esasperare il confronto con l’Iran avrebbe significato essere pronti a una opzione militare credibile, che obiettivamente non è al momento nelle disponibilità neppure della macchina bellica Usa. E’ pur vero che Bush anche dopo la pubblicazione del rapporto continua a dire che tutte le opzioni sono sul tavolo e quindi implicitamente anche quella militare. Ci vuole poco tuttavia a immaginare che si tratta di dichiarazioni di facciata, volte tra l’altro a rassicurare il governo israeliano indispettito dai contenuti della Nie.

Le forze armate Usa sono saturate dagli impegni in Afghanistan e in Iraq. In Afghanistan la Nato fa quello che può con i contributi dei vari Paesi, ormai stabilizzati sugli attuali livelli. Gli Usa e i pochi alleati più combattivi (per alcuni di questi potrebbero esserci dubbi sulla conferma dell’impegno) devono continuare nel contrasto armato ai Talebani se non si vuole che le condizioni del Paese regrediscano ulteriormente. In Iraq la strategia del generale Petreus dà buoni frutti ma esige perseveranza per tempi anche lunghi. Un’altra operazione militare su ampia scala sarebbe solo un’avventura; questo i vertici militari lo sanno bene e per una volta forse il presidente, comandante in capo, ha deciso di ascoltarli.

Poi ci sono le possibili valutazioni di politica interna, valutabili con il metro del “cui prodest?”. A meno di un anno dalla fine del suo mandato Bush non ha alcun interesse a creare una nuova situazione conflittuale che gli verrebbe rinfacciata per sempre e finirebbe per rovinare la sua immagine già incrinata. E’ molto più proficuo presentare i risultati di una politica ragionevole che faciliti al suo successore un possibile riavvicinamento a Teheran; alla fine potrebbe anche arrogarsene il merito. A questo servirebbe la Nie. Certo non si può pretendere che Bush ne dia oggi una interpretazione ottimistica; bisogna concedergli la possibilità di salvare la faccia dichiarandosi pronto a ogni opzione. Il resto dovrà farlo il suo successore.



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