Israele:Olmert volle la guerra ma i suoi nemici anche di più

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La tormenta politica in Israele provocata dal rapporto della commissione Vinograd sembra poter portare alla caduta del primo ministro Olmert. La protesta pubblica ha iniziato a scuotere i banchi del parlamento favorevoli al premier, in caso il governo cada le forze della sua coalizione cercheranno di evitare le elezioni anticipate, il fantasma di una vittoria del Likud di Netanyahu è un elemento di coesione che potrebbe imporre un candidato di transizione.
La commissione Vinograd ha lanciato una grossa critica contro il governo israeliano e soprattutto contro il triunvirato formato dal primo ministro Olmert, il suo ministro della difesa Peretz e l'ex comandante in capo Halutz. Ma anche così, è rimasto in piedi il grande interrogativo: quella della guerra era l'unica logica possibile?
Il 12 luglio scorso Hezbollah sequestrò due soldati israeliani - non si sa se siano ancora vivi - e ne assassinò altri. Quella stessa notte il governo israeliano, in una riunione di emergenza, decise di approvare una vasta operazione militare che si basava soprattutto sull'aeronautica, l'arma del comandante in capo dell'esercito, il generale Dan Halutz. L'enorme distruzione seminata dagli attacchi aerei israeliani non riuscì a interrompere il lancio di missili da parte di Hezbollah e la popolazione civile israeliana visse i 34 giorni successivi nella paura, nella fame, senza servizi e rifugi adeguati. Negli ultimi due giorni di combattimenti - quando già si era arrivati a una formula adeguata per il cessate il fuoco in sede Onu - le operazioni di terra costarono la vita ad altri 34 soldati. Quella che sembrava una facile vittoria si era trasformata in un fiasco deprimente.
Le voci di tutti coloro che avevano appoggiato la guerra - compresi i patriottici mezzi di comunicazione israeliani - si trasformarono in voci di protesta. Solo la sinistra radicale aveva espresso fin dall'inizio la sua opposizione totale alla guerra, senza considerare i possibili errori ed orrori della medesima. ma i manifestanti di Tel Aviv e di altri città israeliane furono considerati traditori che servivano il nemico.
Quando la guerra giunse al termine senza una chiara vittoria le voci di protesta aumentarono. La coalizione di governo, allora più stabile che mai, giunse a un compromesso con la protesta pubblica e venne creata la Commissione d'inchiesta sulla guerra, con il giudice Vinograd a capo.
Il rapporto della Commissione descrive un governo che decide di andare in guerra con massima negligenza e velocità. Un governo menato per il naso da un comandante generale senza freni, orgoglioso, che ha zittito ogni altra voce. Un queste pagine Marco D'Eramo ha comparato la velocità della decisione di Olmert di andare in guerra con quella di operarsi alle palpebre. Marco sbagliava: la decisione di andare in guerra è stata più rapida e meno seria.
La Commissione d'inchiesta presenta in modo nudo e crudo un premier, un ministro della difesa e vari ministri incapaci di chiedere, incapaci di avere dubbi, che si accodano ciecamente al magico piffero del generale. La vittoria era così vicina, la gloria così prossima! Di nuovo il piccolo Davide avrebbe mostrato a tutti i Golia del mondo come si colpiscono assi del male e terroristi vari.
La Commissione Vinograd ha studiato i diversi problemi correlati all'uso della forza: la necessità di processi razionali, la programmazione strategica, un'adeguata analisi e altri elementi del processo di presa delle decisioni. Questa è la parte più vicina ai miei studi di amministrazione pubblica. E' ciò che cerco di insegnare ai miei alunni: che le decisioni vengono prese da persone simili a noi, piene di interessi, ambizioni, valori di questo tipo o di quell'altro, fascisti o progressisti, intelligenti o stupidi. La pretesa di razionalità non è che una tra le tante maniere di nascondere l'autentica indole delle decisioni prese da statisti, governi o leader di diverso rango.di ZviLa critica della Commissione Vinograd è importantissima per analizzare proprio ciò che la Commissione stessa cerca di non analizzare. Il quadro presentato dalla Commissione potrebbe portare alla conclusione, molto fondata, che la democrazia di Israele è stata facile preda dei suoi generali, in un quadro molto sudamericano in cui i politici si arrendono ai graduati senza combattere e non riescono ad esibire dubbi di un qualche peso. Non è stato necessario un golpe militare: le decisioni le hanno prese i generali, e il comandante in capo ha zittito le voci nell'esercito che non coincidevano con la sua.
Ma la commissione si astiene dal considerare due punti che sono punti-chiave. Negli ultimi quarant'anni l'esercito israeliano è diventato praticamente un esercito di occupazione e non pochi tra i suoi generali si sono assicurati il grado correndo dietro ai bambini nelle stradine dei paesi palestinesi occupati. Si sono specializzati nell'arte dell'oppressione, diversa dalla pur nebulosa arte della guerra. Se non bastasse, i lunghi anni dell'occupazione e del fondamentalismo nazionalista hanno portato generali, colonnelli e civili semplici a una cecità politica che impedisce loro di vedere veramente che cosa fa il nemico. Certi della propria superiorità morale, non sono arrivati a capire la differenza tra la lotta di un popolo motivato e un esercito eccessivamente soddisfatto di se stesso. E non hanno saputo bene cosa fare contro un nemico che trasportava i missili a dorso di mulo.
Ma tutto ciò è secondario davanti alla questione cardinale, del tutto scomparsa dalle discussioni israeliane: la logica della guerra era l'unica? E' proprio impossibile immaginare una reazione diversa da quella militare quando il nemico attacca?
La maggior parte degli israeliani «indignati» di oggi non sono altro che collaboratori della guerra. Potranno vincere se riusciranno a manipolare l'ira della popolazionedi fronte al fallimento di una guerra la cui logica non hanno mai negato. La critica di oggi si basa sulla premessa che Netanyahu e i suoi simili avrebbero avuto l'esperienza necessaria per massacrare debitamente il nemico. Aiutati dalla retorica dei gruppi più deliranti del fondamentalismo islamico, ripetono il lamento sul pericolo imminente che minaccia l'esistenza dello stato di Israele. Per questo, dicono, dobbiamo sbarazzarci degli attuali leader e richiedere i servigi di messia che sperano nella chiamata per difenderci o portarci a una nuova guerra, stavolta vittoriosa.Nel partito di governo Kadima tornano alla carica le voci di chi chiede di defenestrare Olmert per salvare il partito. Si fa il nome della carismatica ministra degli esteri Tzipi Livni, la cui voce carezzevole non si è mai sentita granché in opposizione alla guerra. E si fa il nome del giovane statista Shimon Peres, salvatore della coalizione a 84 anni suonati. Quando queste righe saranno pubblicate, gli organizzatori della manifestazione anti-Olmert di Tel Aviv staranno raddoppiando gli sforzi per attirare le masse all'evento che potrebbe determinare la caduta del governo. E' gente cinica e opportunista che non ha espresso alcuna opposizione alla guerra e ora chiede la fine del governo Olmert.
Chi come noi crede che la logica della guerra sia un pericolo non solo per la regione ma anche per il futuro di Israele, guarderà con molta attenzione a chi chiede di far cadere il governo Olmert. Un governo bellicoso, reazionario e servitore degli spuri interessi di Bush, ma un po' meno peggio della possibilità che Netanyahu e l'ultradestra arrivino al potere. Schuldiner Il Manifesto, 3 maggio 2007

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