HEBRON: TESTIMONIANZE


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LA TORTURA DELL'ASINO
Leggiamo su Haaretz cosa sia la "procedura dell’asino": un giorno Mahmoud Shawara, quarantatrè anni, padre di nove figli, abitante nel villaggio di Nuanam vicino a Betlemme, era uscito di casa col suo asino per andare al lavoro, ma era stato fermato dalla polizia di frontiera e, dopo che si era rifiutato di seguire i soldati senza il suo asino, era stato legato all'animale. L'asino, spaventato, era corso al galoppo verso il villaggio; Shawara ha riportato gravi ferite in tutto il corpo, e alla fine è morto tra gravi sofferenze nell'ospedale in cui era stato portato da testimoni oculari. Anche se il Dipartimento di Polizia Investigativa non ha trovato un rapporto tra il comportamento dei poliziotti di frontiera e la morte di Shawara, testimoni indicano che questa è una pratica molto nota ai Palestinesi. Ha anche un nome: la procedura dell'asino. Non potrai stare a guardare l’asino del tuo fratello o il suo toro che cadono per la strada e disinteressartene, ma dovrai rialzarli con lui (Deut. 22-4) Questa storia del mese scorso si aggiunge a una lunga serie di resoconti su tutti i media riguardanti coloni che abbattono alberi di ulivo di Palestinesi, cosa che va avanti da mesi. Nonostante che altri 100 olivi siano stati abbattuti in una settimana, scrive Haaretz, nonostante che 15 denunce siano state registrate alla polizia, e nonostante che, in totale, stiamo parlando di distruzioni di beni che ammontano a migliaia di alberi nel nord della Cisgiordania, le forze che devono far applicare la legge hanno fatto troppo poco per punire e prevenire i reati, troppo poco si è fatto per trovare i colpevoli e isolarli. Quando assedierai una città per molto tempo, combattendo contro di essa per occuparla, non distruggere i suoi alberi colpendoli con la scure, perchè solo i suoi frutti potrai mangiare. Ma l’albero non lo dovrai tagliare. Infatti è forse l’albero del campo come un uomo che può a causa tua rifugiarsi in luogo fortificato? (Deut. 20-19) Alle solite, ma c’è un di più. Per questi aspetti rurali, antichi della società palestinese, queste parole, asino, olivo, ci buttano immediatamente nelle immagini e nel linguaggio della Torah. È il di più di vedere proprio un colono, magari un solerte shomer mizvoth, trovarsi nell’ambiente giusto per poter ignorare e capovolgere le frasi ed il sapore addirittura della Torah scritta. È il di più di vedere quei ragazzotti vuoti e scalmanati che la scorsa estate difendevano Gaza sempre arrotolati ad ogni ora del giorno nei tefillin, quegli stessi tefillin che noi indossiamo ogni mattina. Quel di più di ferita che viene a noi perchè queste cose le fanno degli Ebrei.

La storia del pastore che non gridò "Al lupo!"
http://italy.peacelink.org/palestina/articles/art_18974.html
Questa non è una delle favole greche di Esopo che vengono ancora usate come strumento di insegnamento morale e materia di divertimento. E Mustafa non è affatto il pastorello annoiato che si divertiva a gridare "Al lupo! Al lupo!" per attirare l'attenzione dei compaesani, che sarebbero accorsi in suo aiuto solo per scoprire che aveva lanciato un falso allarme. Nella favola di Esopo, i compaesani alla fine si erano convinti che il ragazzo stesse mentendo per distrarsi dalla sua solitudine e che avrebbero solo perso tempo tutte le volte che avrebbero lasciato le loro abitazioni per soccorrerlo. Quando il pastorello si trovò realmente ad affrontare un lupo, i compaesani non credettero alle sue grida di aiuto e, perciò, del suo gregge non rimase nulla. L'espressione "gridare al lupo", che ha origine dalla favola in questione, si riferisce all'azione di dare continuamente un falso allarme per un pericolo inesistente, mettendo in dubbio la credibilità della persona che ha gridato al lupo che, in caso si verificasse una vera emergenza, non verrebbe presa sul serio.
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ALLEGATI
http://italy.peacelink.org/palestina/articles/art_18908.html
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