A.B.Yehoshua : «La rivolta degli attori di Ariel»


Nella città di Ariel, eretta dagli israeliani nel cuore dei territori palestinesi, è stato costruito un nuovo centro culturale. I suoi dirigenti hanno invitato i maggiori teatri di Israele ad allestirvi le rappresentazioni di successo e questi hanno accettato, felici di ampliare il pubblico pagante.
Ma un piccolo gruppo di attori fra i più in vista del Paese ha firmato un comunicato in cui dichiara di non avere intenzione di varcare la linea verde che separa Israele dai territori destinati al futuro Stato palestinese per recitare in un insediamento illegittimo ai loro occhi, la cui esistenza causa sofferenza ai palestinesi privati dei diritti civili, costretti a subire limitazioni negli spostamenti, posti di blocco, un arbitrario sfruttamento delle risorse idriche e l'esproprio delle terre per costruire le case di Ariel.
Il rifiuto degli attori, espressione di una ferma posizione politica (ovverosia la delegittimazione degli insediamenti israeliani sorti oltre il confine antecedente la guerra del 1967) non è tuttavia rivolto contro i residenti della città di Ariel. Se infatti costoro si recassero in gruppo a Tel Aviv o in qualunque altro luogo entro i confini di Israele per assistere a una rappresentazione teatrale quegli stessi attori di certo si direbbero disponibili a recitare, malgrado le differenti opinioni politiche. Il rifiuto è dunque verso il luogo, illegittimo anche su un piano internazionale e ostacolo alla pace in base al principio, ormai accettato da Israele, di due Stati per due popoli.
La presa di posizione degli attori complica peraltro i loro rapporti con i teatri per i quali lavorano, in quanto potrebbe compromettere la messinscena delle opere in cartellone nel nuovo centro culturale. Ma i firmatari del comunicato, e i drammaturghi a loro solidali, hanno dichiarato di essere pronti a sostenere le conseguenze legali di tale scelta. Nel frattempo il maggiore teatro di Tel Aviv ha annunciato di essere disposto ad accettare il rifiuto dei propri attori di recitare ad Ariel e a trovare loro dei sostituti. Altri teatri hanno invece optato per la linea dura, proclamando che costringeranno i loro artisti a recitare sui palcoscenici di qualunque città scelgano di mettere in scena le proprie opere, in forza dei contratti da loro siglati
La vicenda ha suscitato molto clamore in Israele e gran parte dell’opinione pubblica ha protestato con veemenza contro il rifiuto degli attori di recitare al di là della linea verde. Qualche firmatario, spaventato dalla violenta reazione, ha ritirato la propria adesione. I più però sono rimasti fermi nel loro proposito. La reazione del ministro della cultura e del capo del governo israeliani è stata dura e singolare a un tempo. Essendo i teatri parzialmente sovvenzionati dallo Stato Netanyahu e Livnat (il ministro della cultura) considerano gli attori dei dipendenti pubblici e il loro rifiuto a recitare laddove il teatro decide è visto da loro come una violazione del contratto di lavoro che potrebbe implicare tagli alle sovvenzioni.
Questa reazione è naturalmente estremista e influenzata da chiare motivazioni politiche. È vero che lo stato sovvenziona numerose istituzioni culturali, accademiche e religiose, come è tenuto a fare, ma sarebbe impensabile considerare i lavoratori di tali istituzioni dei dipendenti statali, tenuti a uniformarsi alle tendenze politiche di questo o di quel governo.
Dinanzi alla rabbia del governo e di ampi settori dell’opinione pubblica israeliana un gruppo di intellettuali e accademici ha pubblicato una petizione a sostegno della legittimità della presa di posizione degli attori (i quali peraltro, va ricordato, corrono dei rischi in campo professionale). Ovviamente anche questa iniziativa ha sollevato un vespaio, e il clamore non si è ancora placato.
Io, che da più di quarant’anni sono coinvolto nella lotta contro gli insediamenti illegali e per il riconoscimento del diritto dei palestinesi a uno Stato, ho notato che negli ultimi tempi si è instaurato in molti miei connazionali un nuovo e insolito legame fra la tendenza al pacifismo intellettuale e quella all'estremismo emotivo. In altre parole molti israeliani, nonostante siano politicamente consapevoli che per arrivare a una normalizzazione della regione, instaurare rapporti di pace con molte nazioni arabe ed evitare che Israele diventi un’entità binazionale occorre accettare la creazione di uno Stato palestinese smilitarizzato nei territori conquistati nel 1967, hanno sviluppato un nuovo tipo di estremismo al limite dell’intolleranza e del nazionalismo, rivolto contro tutti coloro che condannano gli insediamenti e contro i palestinesi stessi, verso i quali si esprimono in termini inaccettabili (come ha fatto di recente il leader spirituale di un partito religioso membro della coalizione di governo).
In pratica quanto più i palestinesi danno prova di controllare il territorio, di migliorare la propria economia e di tenere a freno gli attentati terroristici, tanto più si accresce il rancore di molti israeliani nei loro confronti, come se, divenuti finalmente i palestinesi un partner serio per la pace, affiorassero in noi esitazioni e timori riguardo al prezzo che essa comporta, soprattutto quello inevitabile di smantellare gli insediamenti.

dalla Stampa dell'8 settembre:
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