AMIRA HASS - FATAH SULL’ORLO DELLA SCISSIONE IN VISTA DELLE ELEZIONI PALESTINESI CHE POTREBBERO ANCORA ESSERE ANNULLATE




Nasser al-Kidwa, un critico di vecchia data della direzione di Abbas, ha rivelato il segreto di una lista alternativa in preparazione e ha invitato il carcerato Marwan Barghouti a unirsi a lui

Di Amira Hass - 21 febbraio 2021
Il 31 marzo è l'ultima data utile per presentare le liste in corsa per l'elezione al Consiglio Legislativo Palestinese prevista per il 22 maggio. Presumibilmente in quel periodo il prestigiatore, il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, e i suoi fedeli collaboratori faranno di tutto per impedire ciò che nelle ultime settimane sembrava inevitabile: una scissione all’interno di Fatah in due se non tre parti che si sfideranno tra loro contro una lista unita di Hamas.
Nasser al-Kidwa, un politico di alto livello il cui nome è stato associato a rapporti con una fazione che contestava la dirigenza di Abbas, ha rivelato il segreto, in un simposio on-line al quale ha partecipato, organizzato dall'Università Bir Zeit. Kidwa, un membro del Comitato Centrale di Fatah, negli ultimi anni è stato un critico interno del controllo autoritario di Abbas su Fatah e l'Autorità Palestinese. La scorsa settimana era assente alla riunione del Comitato Centrale, cosa che è stata vista come un preludio della conferma ufficiale del suo coinvolgimento in un'iniziativa per formare un'altra lista.
E infatti lo ha confermato per la prima volta, pubblicamente, giovedì. Ha anche chiesto direttamente a Marwan Barghouti, che è detenuto in una prigione israeliana, per sostenere la lista in competizione e non per "fuggire dalla responsabilità", accontentandosi solo della sua intenzione di candidarsi alla presidenza. Amici intimi di Barghouti e altri attivisti di Fatah, appartenenti della generazione della Prima Intifada, sono stati in trattative per l'istituzione di questa lista. Sebbene abbiano affermato che una lista dovrebbe essere formata solo dopo aver sviluppato una piattaforma politica e un programma, la ricerca dei candidati è già iniziata.
Le osservazioni di Kidwa hanno spinto Abbas a invitarlo per un incontro urgente venerdì sera. Secondo Al-Araby Al-Jadeed, Kidwa ha detto ad Abbas che non avrebbe fatto marcia indietro, poiché si è stancato di qualsiasi tentativo di riformare Fatah.
Le persone coinvolte nella preparazione della lista speravano inizialmente che Barghouti l'avrebbe guidata. Kidwa, nipote di Yasser Arafat ed ex rappresentante dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina alle Nazioni Unite, è una figura importante a Fatah, ma è meno noto al grande pubblico. Pertanto, il sostegno di Barghouti alla nuova lista attualmente in fase di formazione è considerato essenziale per attrarre più candidati, persuadere gli indecisi ed entusiasmare gli elettori. Kidwa ha detto al simposio che la lista non è solo per i fuggitivi di Fatah, ma anche per attivisti indipendenti, membri di ex partiti di sinistra, uomini d'affari patriottici e membri della società civile (ONG). Non è necessaria una riforma del governo palestinese, ha detto, ma un cambiamento.
L'appello pubblico di Kidwa a Barghouti a non sfuggire alle responsabilità suggerisce delusione per il ritardo di Barghouti nell'annunciare le sue intenzioni e il timore che possa cedere alle pressioni. Circa 10 giorni fa Barghouti è stato visitato in prigione da Hussein al-Sheikh, Ministro per gli Affari Civili dell'Autorità Palestinese, che è anche membro del Comitato Centrale di Fatah e molto vicino ad Abbas. Figure di alto livello nella Fatah ufficiale hanno insinuato che Barghouti ha accettato di sostenere una lista di Fatah unita. Gli stretti collaboratori di Barghouti hanno detto ad Haaretz che nulla è cambiato nella sua posizione dopo la visita e che non si è mosso dalla sua intenzione di candidarsi alla presidenza, che non è ufficiale ma è stata dichiarata prima della visita dello sceicco.
Collaboratori di Barghouti credono che Fatah ufficiale riciclerà il suo messaggio paternalistico, comprensibilmente perché il suo prigioniero più famoso cercherà qualsiasi mezzo per uscire di prigione, cioè, che le sue motivazioni sono personali. Barghouti e i suoi collaboratori non si fanno illusioni riguardo al potere di una presidenza di liberarlo.
Eppure, la possibile contesa tra Abbas e chiunque decida di correre contro di lui rende le elezioni presidenziali, che si terranno il 31 luglio, particolarmente interessanti. L'elezione di un prigioniero di sicurezza a presidente potrebbe cambiare le regole del gioco e promuovere una dinamica sconosciuta negli equilibri di potere con Israele. Potrebbe trattarsi di una mossa creativa e sovversiva, del tipo estraneo all’immobile dirigenza di Fatah, ma solo se fatta allo stesso tempo come parte di un cambiamento di base voluto dai creatori della nuova lista. Perché il problema non è solo in Abbas e nell’autocrazia interna che ha promosso, ma anche nei problemi strutturali di Fatah e dell’Autorità Palestinese come prodotto degli accordi di Oslo, che hanno reso possibile questa autocrazia.
La creazione della lista non è una questione personale derivante dal risentimento per i candidati non nominati al Consiglio Legislativo Palestinese (come era nel 1996 e 2006), ma piuttosto una manifestazione di fondamentali differenze di opinione. "Hanno dirottato il movimento da noi", hanno dichiarato alcuni sostenitori della nuova lista ad Haaretz. La lista, hanno detto, ha lo scopo di offrire strategie di ritorno alla lotta per la libertà e l'indipendenza invece dell'illusione del governo e del radicamento nello status quo che fornisce stipendi ai funzionari governativi e amministra l'enclave sotto l'occupazione israeliana. Alcuni sostenitori hanno inoltre affermato che la lista deve garantire la fine della corruzione associata a Fatah come movimento dirigente e riportare lo spirito di pluralismo e devozione patriottica "che conoscevano" in Fatah. Ma dalle osservazioni di Kidwa al simposio si può concludere che la lista alternativa non è un fatto compiuto; le sfide, in poche parole, sono ancora molto grandi.
Il motto dei rappresentanti di Abbas è: "una lista di Fatah unita". Cioè, una lista la cui composizione, ora decisa da un comitato, sarà accettata da tutti. A tal fine, la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e la Striscia di Gaza sono state divise in cinque distretti e alcuni membri del Comitato Centrale di ogni distretto selezionano i nomi e decidono chi sono i candidati. Barghouti e i suoi amici a Fatah affermano che "il processo democratico deve essere assicurato" nel comporre la lista e che, se i loro desideri saranno soddisfatti, sosterranno una lista unita. Propongono che un forum più ampio di centinaia di membri del movimento che sono stati eletti nelle sue istituzioni e consigli in vari organi civili (come il consiglio studentesco, l'associazione degli avvocati, i consigli locali, le ONG, ecc.) si riuniscano ed eleggano i candidati ufficiali o la maggior parte di loro. La preoccupazione fondata è che il comitato che organizza la lista operi secondo le istruzioni di Abbas, e che avrà l'ultima parola.
Nella riunione del Consiglio Rivoluzionario di Fatah circa tre settimane fa, Abbas ha minacciato chiunque avesse intenzione di istituire una lista separata. "Sparategli, uccideteli", ha detto, secondo i membri di Fatah. Indubbiamente lo intendeva metaforicamente, ma ha certamente reso chiaro il suo atteggiamento nei confronti dei potenziali "separatisti". Dicono che abbia anche minacciato direttamente Kidwa. In quella stessa riunione, Abbas dichiarò di proibire ai membri delle massime istituzioni di Fatah (il Comitato Centrale e il Consiglio Rivoluzionario) di presentare la loro candidatura per la lista. Anche i suoi sostenitori sono rimasti sorpresi perché l'attività parlamentare richiede esperienza politica e professionale e perché il movimento ha impedito a lungo l'avanzamento e una maggiore importanza agli attivisti più giovani e popolari.
Nel frattempo è stato riferito che questo ordine è in fase di rivalutazione e potrebbero esserci alcune "eccezioni". I cinici dicono di essere certi che le eccezioni saranno tra i lealisti del presidente. Un nuovo emendamento da gennaio di quest'anno alla legge elettorale (in realtà, un ordine presidenziale del 2007) sta destando preoccupazione anche tra gli avversari di Abbas: come l'ordine iniziale, chiunque si iscrive come candidato in una qualsiasi lista deve dimettersi dal proprio impiego. Ora, secondo l'emendamento, coloro che diventano candidati devono ricevere il consenso dalle loro sedi per dimettersi. Le condizioni delle dimissioni di per sé potrebbero scoraggiare le persone in posizioni di ricerca, insegnamento e dirigenza in istituzioni accademiche, ONG e aziende. Il capo del comitato elettorale generale, la dottoressa Hanna Nasser ha già espresso le sue riserve al riguardo. Alcuni in Fatah temono che la necessità di ottenere il permesso dalla sede di impiego di un potenziale candidato consentirà di esercitare pressioni per rifiutare le dimissioni di persone che Abbas non vuole candidare.
Secondo un rapporto di Al Jazeera, in un incontro tra i capi dei servizi segreti giordani ed egiziani con Abbas circa un mese fa, hanno cercato di persuaderlo a fare la pace con Mohammed Dahlan, che Abbas ha allontanato da Fatah nel 2011, in modo che una lista unificata di Fatah sarebbe corsa contro Hamas. Abbas ha rifiutato. Alcune persone coinvolte nella creazione della lista per competere contro Fatah hanno dichiarato ad Haaretz che Abbas non si rende conto che la lista identificata con lui perderà le elezioni. Anche le figure di alto livello intorno a lui hanno l'illusione che una vittoria di Fatah sia assicurata. I sostenitori di Dahlan (l'ex capo della Forza di Sicurezza Preventiva di Gaza) speravano che lui e la sua gente si sarebbero uniti a una lista guidata da Kidwa e dai collaboratori di Barghouti, ma ciò che era stato detto in precedenza in conversazioni a porte chiuse, Kidwa ha detto ad alta voce al simposio: Non c'è posto per lo stesso Dahlan nella lista. Ci sono già notizie da Gaza sull'organizzazione di un gruppo di sostenitori di Dahlan del Blocco per le riforme democratiche, che egli guida, per stabilire la propria lista.
Sebbene il 93% degli elettori iscritti si sia già registrato al comitato elettorale come richiesto (2,6 milioni su 2,8 milioni di persone), che dimostra il grande desiderio di prendere parte al processo democratico, si parla ancora di annullare le elezioni. Un alto dirigente di Fatah ha detto ad Haaretz che il servizio segreto civile di Fatah si oppone alle elezioni perché ritiene che i risultati saranno negativi per Fatah. E infatti Kidwa ha detto al simposio che non è affatto certo che le elezioni si svolgeranno, anche se ha preferito non entrare nei dettagli circa le ragioni di questa preoccupazione. Forse questa sarà "la soluzione" all'inevitabile scissione.
Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i territori occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità di corrispondente per i territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro "Bere il mare di Gaza". Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolte dei suoi articoli.
Traduzione: Beniamino Rocchetto
March 31 is the last date to submit the lists running for the election to the Palestine Legislative Council scheduled for May 22. Presumably in that time the magician, Palestinian Authority President Mahmoud Abbas, and his loyal associates will do everything to prevent what has seemed inevitable for the past weeks: a split in Fatah into two if not three parts that will compete with each other against a united Hamas slate. Nasser al-Kidwa – a senior politician whose name has been associated with reports of a faction contesting Abbas’ leadership – revealed the open secret, in an on-line symposium in which he took part, organized by Bir Zeit University. Kidwa, a member of the Fatah Central Committee, has in recent years been an internal critic of Abbas’ authoritarian control of Fatah and the PA. Last week he was absent from the Central Committee meeting, which was viewed as a forerunner to official confirmation that he is involved in an initiative to form another slate. Why Israeli-Russian politicians are flirting with the anti-vax vote. LISTEN And indeed, he did confirm this for the first time, publicly, on Thursday. He also called directly on Marwan Barghouti, who is held in an Israeli prison, to support the competing slate and not to “flee from responsibility,” in making do only with his intention to run for president. Close friends of Barghouti and other Fatah activists identified with the generation of the first intifada have been in talks toward the establishment of this slate. Although they said that a slate should be formed only after developing a platform and working plan, the search for candidates has already begun. Kidwa’s remarks drove Abbas to invite him for an urgent meeting on Friday night. According to Al-Araby Al-Jadeed, Kidwa told Abbas that he wouldn’t backtrack, as he has grown tired of any attempts to reform Fatah. Open gallery view Nasser al-Kidwa speaking at the UN in 2003 Nasser al-Kidwa speaking at the UN in 2003Credit: REUTERS Those involved in preparing the slate hoped at first that Barghouti would head it. Kidwa – Yasser Arafat’s nephew and formerly the Palestinian Liberation Organization’s representative to the United Nations – is an important figure in Fatah, but he is less well known to the general public. Therefore, Barghouti’s support for the roster now being formed is considered essential to attract more candidates, to persuade the fence-sitters and to galvanize voters. Kidwa said in the symposium that the slate is not only for Fatah breakaways, but also for independent activists, members of former leftist parties, patriotic businessmen. and members of civil society (non-governmental organizations). It is not a reform of the Palestinian regime that is needed, he said, but change. Kidwa’s public appeal to Barghouti not to flee responsibility suggests disappointment in Barghouti’s delay in announcing his intentions and fear that he may succumb to pressure. About 10 days ago Barghouti was visited in prison by Hussein al-Sheikh, the PA minister for civil affairs, who is also a member of the Fatah Central Committee and very close to Abbas. Senior figures in the official Fatah implied that Barghouti agreed to support a united Fatah slate. Barghouti’s close associates told Haaretz that nothing had changed in his position following the visit, and that he has not budged from his intention to run for president, which is not official but was declared before Sheikh’s visit. Barghouti’s circles believe that official Fatah will recycle its paternalistic message that it is understandable why its most famous prisoner will seek any means to get out of prison – that is, that his motives are personal. Barghouti and his associates do not have illusions regarding the power of a presidency to release him. Abbas tightens his control over the Palestinian court system Palestinian elections closer to reality as factions reach understandings Senior PA official visits jailed Palestinian leader Barghouti with elections planned And yet, the possible contest between Abbas and anyone who decides to run against him makes the presidential election, which is to take place on July 31, especially fascinating. The election of a security prisoner as president could change the rules of the game and promote an unfamiliar dynamic in the balance of power with Israel. This could be a creative and subversive move, of the type foreign to the calcified Fatah leadership – but only if it is made at the same time as part of a basic change intended by the creators of the new slate. Because the problem is not only in Abbas and the internal dictatorship he has fostered, but also in the structural problems of Fatah and the PA as a product of the Oslo Accords, which made this dictatorship possible. The planned roster is not a personal matter stemming from anger over candidates not appointed to the Palestinian legislative council (as it was in 1996 and 2006) but rather a manifestation of basic differences of opinion. “They hijacked the movement from us,” a number of supporters of the new slate. told Haaretz. The slate, they said, is meant to offer strategies of a return to the struggle for freedom and independence instead of the illusion of government and entrenchment in the status quo that provides salaries for government officials, and administers the enclave under Israeli occupation. A number of supporters also mentioned that the roster must ensure the end of the corruption associated with Fatah as a ruling movement and bring back the spirit of pluralism and patriotic devotion in Fatah “that they knew.” But from Kidwa’s remarks at the symposium it may be concluded that the alternative slate is not a fait accompli; the challenges, simply put, are still very great. Open gallery view Registration for Palestinian elections in Hebron, this month Registration for Palestinian elections in Hebron, this monthCredit: HAZEM BADER - AFP The mantra of Abbas’ representatives is “a united Fatah slate.” That is – one whose makeup, now being decided by a committee, will be accepted by everyone. To this end, the West Bank (including East Jerusalem) and the Gaza Strip have been divided into five districts and a few members of the Central Committee from each district sort through names and decide who the candidates are. Barghouti and his friends in Fatah say that “the democratic process must be ensured” in making up the slate, and that if their wishes are met, they will support a united list. They propose that a wider forum of hundreds of members of the movement that have been elected to its institutions and councils in various civil bodies (such as the student council, the bar association, the local councils, NGOs, etc.) meet and elect the official candidates or most of them. The well-founded concern is that the committee arranging the slate will operate according to Abbas’ instructions, and that he will have the last word.In the meeting of the Fatah Revolutionary Council about three weeks ago, Abbas threatened anyone who intends to establish a separate slate. “Shoot them, kill them,” he said, according to Fatah members. He undoubtedly meant this metaphorically, but he certainly made his attitude clear toward potential “separatists.” They say he also directly threatened Kidwa. In that same meeting, Abbas declared that he forbade members of the supreme Fatah institutions (the Central Committee and the Revolutionary Council) to submit their candidacy for the roster. Even his supporters were surprised because parliamentary activity requires political and professional experience and because the movement has long been preventing advancement of and greater prominence to younger and popular activists.
Meanwhile it was reported that this order is being re-evaluated and there might be some “exceptions.” The cynics say that they are certain that the exceptions will be from among the president’s loyalists. A new amendment from January of this year to the election law (in fact, a presidential order from 2007) is also raising concerns among Abbas’ adversaries: like the original order, anyone who signs on as a candidate on any slate must resign from their place of employment. Now, according to the amendment, those who become candidates must receive the consent of their workplace to resign. The conditions of the resignation in and of itself could deter people in research, teaching and leadership positions in academic institutions, NGOs and companies. The head of the general election committee, Dr. Hanna Nasser has already expressed his reservations about it. Some in Fatah fear that the need to obtain permission from a potential candidate’s workplace will allow exertion of pressure to reject the resignation of people Abbas doesn’t want to run.
According to a report by Al Jazeera, in a meeting between the Jordanian and Egyptian intelligence chiefs with Abbas about a month ago, they tried to persuade him to make his peace with Mohammed Dahlan – whom Abbas removed from Fatah in 2011 – so that a unified Fatah list would run against Hamas. Abbas refused. A number of those involved in creating the roster to compete against Fatah told Haaretz that Abbas does not realize that the slate identified with him will lose the election. Senior figures around him also have the illusion that a Fatah win is assured. Supporters of Dahlan (the former head of Gaza’s Preventive Security Force) hoped that he and his people would join a roster led by Kidwa and Barghouti’s associates – but what had been said previously in closed conversations, Kidwa said aloud at the symposium: There is no place for Dahlan himself on the slate. There are already reports from Gaza of the organizing of a group of Dahlan’s supporters from the Democratic Reform Bloc, which he leads, to establish their own slate.
Although 93 percent of franchised voters have already registered with the election committee as required (2.6 million out of 2.8 million people) – which shows the great desire to take part in the democratic process – there is still talk of cancelling the election. A veteran senior figure in Fatah told Haaretz that Fatah’s General Intelligence Service objects to the election because it believes that the results will be negative for Fatah. And in fact, Kidwa said at the symposium that it is not at all certain that the election will take place, although he preferred not to go into detail about the reasons for this concern. Perhaps that will be “the solution” to the inevitable split.

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