Rami Younis La lotta palestinese si sta spostando verso un movimento per i diritti civili e Gaza sta aprendo la strada

right of return.


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The Great Return March signals a shift for the Palestinian people, says scholar Tareq Baconi. Palestinians are no longer fighting for a state, and are increasingly demanding their full rights — primarily the right of return.



  • La lotta palestinese si sta trasformando in movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio
  • Cecchino israeliano uccide donna di Gaza, prima vittima del 2019
  • Condannato a 35 anni di carcere un diciassettenne: minori palestinesi e giustizia israeliana
  • JNF Canada sottoposto a controllo per aver utilizzato donazioni per finanziare progetti dell’esercito israeliano: un rapporto

  • Com’è cresciuta la campagna per il boicottaggio di Israele nel 2018?

  • Ramy Younis
    11 gennaio 2019, +972
    Secondo lo studioso Tareq Baconi la Grande Marcia del Ritorno segnala un cambiamento per il popolo palestinese. I palestinesi non stanno più lottando per uno Stato e stanno rivendicando sempre più i loro pieni diritti – in primo luogo il diritto al ritorno.
    I dirigenti della Grande Marcia del Ritorno hanno sorpreso il mondo quando hanno organizzato la prima manifestazione lungo la barriera tra Israele e Gaza il 30 marzo 2018. Decine di migliaia di palestinesi vi hanno partecipato. Già nella prima protesta i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco e hanno ucciso 14 palestinesi e ne hanno feriti più di 1.200.
    Le proteste sono diventate dimostrazioni settimanali, in quanto ogni venerdì decine di migliaia di gazawi hanno manifestato lungo la barriera. L’esercito israeliano ha continuato a sparare contro di loro. I dirigenti delle marce, un gruppo di circa 20 attivisti, per lo più laici e di sinistra, hanno cercato di evitare per quanto possibile che la gente arrivasse troppo vicino alla barriera. Hamas, che all’inizio ha fornitol’ appoggio logistico che ha contribuito al successo delle proteste (ovvero, gli spostamenti e la propaganda), ha lentamente iniziato a giocare un ruolo più significativo nelle manifestazioni.
    Hamas è entrato a forza nella Grande Marcia del Ritorno e potrebbe aver preso il controllo delle proteste, ma comunque senza Hamas Gaza non avrebbe potuto alleggerire il blocco. Hamas è una forza politica che può affrontare Israele come non sono capaci di fare né Fatah né l’Autorità Nazionale Palestinese.
    Questo è il giudizio secondo Tareq Baconi, un giovane intellettuale e ricercatore palestinese, in precedenza membro dell’European Council for Foreign Relations [gruppo di studio inter-europeo su questioni di politica estera, ndtr.] e attualmente analista dell’International Crisis Group [ong europea che si occupa della gestione di conflitti, ndtr.]. È uno degli esperti su Hamas più apprezzati. Il nuovo libro di Baconi, “Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance” [Hamas sotto controllo: la nascita e la pacificazione della resistenza palestinese”, Stanford Univ Pr, 2018], analizza la transizione di Hamas dalla lotta armata alla resistenza popolare.
    Ho parlato con Baconi di una delle storie più significative del 2018 – le marce del ritorno a Gaza. Si è detto molto sul coinvolgimento, se non sulla presa di controllo, del movimento, iniziato come protesta popolare, da parte di Hamas.
    I palestinesi di Gaza sono critici nei confronti delle imposizioni religiose di Hamas, della sua intrusione nella vita quotidiana degli abitanti e della sua ostilità con Fatah. I media israeliani amano mostrare persone di Gaza che accusano Hamas dell’assedio, della povertà e delle vittime in seguito agli attacchi israeliani, ma non è così.
    Baconi, figlio di rifugiati palestinesi di Haifa e di Gerusalemme, è cresciuto ad Amman e attualmente vive a Ramallah. Nella nostra conversazione non risparmia critiche a Fatah, ad Hamas e alla dirigenza palestinese in Israele, ma sottolinea ripetutamente che alla base della sua analisi ci sono Israele e gli enormi crimini che sta commettendo: l’occupazione e il blocco di Gaza.
    Innanzitutto, cosa pensi della Grande Marcia del Ritorno?
    Le marce sono una fonte di speranza. Indicano che le politiche di Hamas e di Fatah hanno fallito, che anche la via del negoziato promossa dagli americani ha fallito, ma che il popolo palestinese rimane saldo e continua a rivendicare i propri diritti dal ’48, non dal ’67, in primo luogo il diritto al ritorno. Le fazioni politiche possono aver fallito, ma il popolo è ancora legato ai propri valori e chiede gli stessi diritti per cui ha lottato fin dall’inizio.
    Il popolo palestinese è arrivato a un punto di transizione, passando dalla richiesta di uno Stato alla rivendicazione dei propri diritti. È il passaggio a un movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio. Benché ci siano state proteste nella diaspora palestinese, in Siria e in Libano e all’interno [dei confini] del ’48 [cioè in Israele, ndtr.], ad Haifa, il modo in cui le marce sono iniziate a Gaza mette in luce un percorso da seguire e indica un nuovo sviluppo. Per quanto mi riguarda è una fonte di speranza. Ma mostra anche le sfide che stiamo per affrontare, nel modo in cui le marce si sono sviluppate, nel modo in cui Hamas ha affrontato le proteste e, ovviamente, nel modo in cui Israele ha risposto ad esse.”
    Lo scorso anno qualcosa è cambiato nelle piazze palestinesi
    Certo, non ho dubbi. E non è solo l’anno passato, è negli ultimi due anni, fin dall’”Intifada della preghiera” ad Al-Aqsa [si riferisce alle vittoriose proteste palestinesi contro l’installazione di sistemi di sorveglianza per l’accesso alla Spianata delle Moschee da parte di Israele, ndtr.]. Ma lo si può vedere anche all’interno [dei confini] del ’48, nel modo in cui i politici [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndtr.] stanno parlando dell’uguaglianza – benché debbano affrontare i loro problemi come cittadini [di Israele], questo linguaggio ha avuto un impatto sul popolo palestinese. Ciò gli ha consentito di vedere politici diversi da Abbas e da Hamas. Gli ha fornito approcci differenti alla lotta e un modo per affrontare le sfide sulla base dei diritti.
    Questo periodo di transizione in cui ci troviamo va avanti da più di un anno, forse da due o tre. Quest’anno ha portato il cambiamento più rilevante a causa della politica USA. Quando abbiamo visto quello che è successo a Gerusalemme [il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento in città dell’ambasciata USA, ndtr.] e all’UNRWA [la drastica riduzione dei finanziamenti USA all’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.], questo ha portato a una frattura. I politici sono abituati a ripetere le stesse dichiarazioni e stanno ancora riponendo le loro speranze nella politica americana. La gente capisce che è finita, che non possiamo continuare allo stesso modo. Perciò, anche se non sta sorgendo un nuovo movimento politico, possiamo notare un grande cambiamento tra la gente. Sia nei termini di un’ambivalenza in merito a dove stiamo andando, sia anche in termini di speranza. Che possiamo organizzare la lotta per i nostri pieni diritti, basati sul ’48 [data della nascita di Israele e della contemporanea espulsione dei palestinesi, ndtr.], piuttosto che accettare una semi-uguaglianza solo per tirare avanti con le nostre vite.”
    Ho detto a Baconi che la distanza tra il popolo palestinese e l’ANP è stata palpabile lo scorso giugno a Ramallah durante la protesta, a cui ho partecipato, contro le sanzioni che l’ANP ha imposto a Gaza. Ho assistito in diretta alla violenza che le forze palestinesi hanno messo in atto contro i manifestanti. Percepisco che c’è rabbia nei confronti dell’ANP.
    C’è molta rabbia e l’ANP non può più negare quello che sta succedendo. Quando lo scorso novembre sono scoppiate proteste ad al-Khalil (Hebron), abbiamo visto foto delle forze palestinesi affrontare i manifestanti come avrebbero potuto fare le forze di occupazione.
    Inoltre, non c’è più una giustificazione economica per l’ANP. La gente è stanca della durissima situazione economica. Avrebbe potuto essere altrimenti se l’ANP fosse stata in grado di offrire un adeguato livello di vita – che è il principio su cui si basa l’ANP: ignorare l’occupazione e dare l’impressione che si tratti dell’unica entità che governa le vite dei palestinesi –, se fosse stata in grado di garantire una vita economicamente agiata. Ma non esiste neppure questo. Non c’è un processo di riconciliazione guidato dagli americani, le condizioni di vita sono insopportabili e si possono vedere scene in cui l’occupazione e l’ANP lavorano insieme.
    D’altra parte la gente vede il modo in cui Hamas affronta le marce, e capisce che Hamas almeno è in grado di trovare delle falle nell’occupazione. È capace di rafforzare la sua posizione politica come l’ANP non è in grado di fare. Perciò ovviamente c’è rabbia.”
    Ti pare che la gente sia arrabbiata anche con Hamas per il modo in cui è intervenuta nelle marce?
    Penso assolutamente che Hamas intervenga in tutto. Ma Hamas ha fornito al movimento per il ritorno le infrastrutture per [consentire di] dare più risonanza al modo in cui l’ha fatto. Perciò c’è tensione. Da una parte ci sono proteste che si fondano sul diritto al ritorno, iniziate dalla società civile, a cui hanno partecipato centinaia [di migliaia] di persone a Gaza. Hanno introdotto una nuova politica e ci consentono di osservare il futuro della lotta palestinese. Non ho dubbi che ciò sia quello su cui sono fondate le marce.
    Dall’altra Hamas ha giocato un notevole ruolo nel fornire risorse, nel consentire al movimento di crescere e nel portare Israele ad accettare di fare delle concessioni. Sono riusciti a obbligare Israele ad alleggerire il blocco. Se Hamas non si fosse impegnato nelle marce del ritorno pensi che il movimento sarebbe stato in grado di ottenere le stesse concessioni da Israele?”
    Buona domanda. Non ho una risposta.
    In termini di allentamento del blocco, nei termini di consentire l’ingresso di merci a Gaza – se Hamas non fosse intervenuta nelle proteste nel modo in cui l’ha fatto, non penso che Israele avrebbe fatto queste concessioni a Gaza.
    È difficile per me da ammettere, perché avrei preferito che queste proteste non avessero avuto niente a che vedere con Hamas. Allo stesso tempo ho visto Hamas diventare una forza politica che può trattare con Israele in un modo in cui Fatah e l’ANP non sono in grado di fare. Attraverso le proteste sono stati capaci di migliorare la loro posizione negoziale.
    Sono sempre critico nei confronti di Hamas. Ma per me è importante che l’opinione pubblica israeliana capisca che, a differenza di quello che gli viene detto dai medi israeliani, anche se Hamas ha fornito le infrastrutture e alla fine si è impadronito delle proteste, le marce non sono una minaccia per la sicurezza. Nessun soldato israeliano ha il diritto di sparare contro i manifestanti a Gaza, perché le proteste non rappresentano alcun pericolo per gli israeliani.”
    Il 14 maggio 2018, il giorno prima della commemorazione della Nakba e giorno in cui gli USA hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, Israele ha superato qualunque limite quando i suoi soldati hanno ucciso 68 dimostranti durante una marcia a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di palestinesi. Nel complesso, in base alle stime più caute, dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno fino al dicembre 2018 sono stati uccisi 235 palestinesi (comprese 60 vittime uccise in attacchi aerei durante l’anno). Dopo sei mesi dall’inizio delle proteste settimanali, sono rimaste ferite più di 25.000 persone, molte delle quali hanno avuto amputata una gamba in conseguenza delle insolitamente vaste e distruttive ferite dovute a proiettili. Tutti pensano che le manifestazioni continueranno. Rimangono l’argomento di cui più si parla nelle strade di Gaza.
    Cosa pensi succederà con le proteste a Gaza nel 2019? Continueranno?
    Penso che le marce continueranno. Nell’ultima hudna (accordo di cessate il fuoco), Hamas ha accettato di ridurre il numero di manifestanti in modo che Israele non colpisca Gaza. Non è chiaro quanto durerà questo equilibrio. In base alle mie ricerche su Hamas, so che se Israele non alleggerisce l’assedio e se non consente il movimento di persone attraverso i valichi, Hamas sarà obbligata a far pressione su Israele perché prenda atto della fine dell’accordo.
    Considerando ogni guerra e attacco israeliano contro Gaza dal 2007 ad oggi, è Israele che ha violato i termini degli accordi e ciò ha obbligato Hamas a rispondere di nuovo con la violenza. Non c’è modo di sapere come questi negoziati incideranno sulle marce in futuro, ma credo che, indipendentemente da quello che è destinato a succedere tra Israele ed Hamas, le marce continueranno. Anche se non continueranno con la stessa intensità, non c’è una soluzione politica all’orizzonte. Credo che stiamo per assistere a più movimenti popolari e rivolte, non solo a Gaza ma ovunque, anche nella diaspora e nel [territorio del] ’48.”
    E come pensi che ciò inciderà sull’ANP?
    È una bella domanda. Sfortunatamente l’ANP continuerà a utilizzare la forza militare contro i manifestanti. Continuerà a reprimere le proteste. Il grande cambiamento avverrà una volta che capiremo il destino dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo Abbas. Voglio credere che ci sarà un cambiamento positivo, ma è molto probabile che le politiche dell’ANP e il coordinamento per la sicurezza con Israele rimarranno.
    Non so per quanto tempo ancora l’ANP potrà continuare a controllare il popolo palestinese. Le cose sono peggiorate dal punto di vista sociale e politico, soprattutto se non c’è una soluzione politica con gli israeliani. Con i palestinesi sottoposti all’oppressione sia dell’occupazione che dell’ANP, qualcosa accadrà. Il cambiamento non è ancora noto, ma non penso che la situazione in Cisgiordania sia sostenibile.”
    Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

    (traduzione di Amedeo Rossi)







    The Palestinian struggle is shifting to a civil rights movement, and Gaza is leading the way

    The Great Return March signals a shift for the Palestinian people, says scholar Tareq Baconi. Palestinians are no longer fighting for a state, and are increasingly demanding their full rights — primarily the right of return.
    Palestinian protesters waive the Palestinian flag, during a Great Return March demonstration near the Gaza-Israel fence, Gaza Strip, September 7, 2018. (Mohammed Zaanoun/Activestills.org)
    Palestinian protesters waive the Palestinian flag, during a Great Return March demonstration near the Gaza-Israel fence, Gaza Strip, September 7, 2018. (Mohammed Zaanoun/Activestills.org)
    The leaders of the Great Return March surprised the world when they organized the first demonstration along the Israel-Gaza fence on March 30, 2018. Tens of thousands of Palestinians participated. Already in the inaugural protest, Israeli snipers opened fire; they killed 14 Palestinians and wounded around 1,200 more.
    The protests turned into a weekly demonstration as tens of thousands of Gazans showed up along the fence every Friday. The Israeli army continued to fire at them. The leaders of the marches, a group of about 20 activists, mostly secular or left-leaning, tried as best as they could to prevent people from getting too close to the fence. Hamas, which originally provided logistical support that contributed to the success of the protests (namely, commutes and publicity), slowly started to play a more significant role in the marches.
    Hamas forced its way into the Great Return March and may have taken over the protests, but without Hamas, Gaza wouldn’t have been able to ease the blockade as much. Hamas is a political force that can deal with Israel in a manner that neither Fatah nor the Palestinian Authority is capable of.
    This is the assessment according to Tareq Baconi, a young Palestinian intellectual and researcher, previously a member of the European Council for Foreign Relations and currently an analyst with International Crisis Group. He is one of the most knowledgeable experts on the Hamas. Baconi’s new book, Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance, explores Hamas’ transition from armed struggle to popular resistance.
    I spoke with Baconi about one of the most significant stories of 2018 — the marches for return in Gaza. A lot has been said about Hamas’ involvement, if not takeover, of the movement that began as a popular protest.
    Palestinians in Gaza are critical of Hamas’ religious coercion, its intervention in the everyday lives of residents, and its hostility with Fatah. Israeli media likes to show the people of Gaza accusing Hamas of the siege, of poverty and of causalities following Israeli strikes, but this is not the case.
    Baconi, the son of Palestinian refugees from Haifa and Jerusalem, was raised in Amman and currently lives in Ramallah. In our conversation, he did not spare criticism on Fatah, Hamas and the Palestinian leadership in Israel, but he repeatedly emphasized that, at the basis of his analysis is Israel and the egregious crimes it’s committing: the occupation, and the Gaza blockade.
    Palestinians hold a funeral for photographer Yasser Murtaja, who was shot and killed by Israeli snipers while covering Gaza's 'Great Return March,' April 7, 2018. (Muhammad Zanoun)
    Palestinians hold a funeral for photographer Yasser Murtaja, who was shot and killed by Israeli snipers while covering Gaza’s ‘Great Return March,’ April 7, 2018. (Muhammad Zanoun)
    First, what do you think of the Great Return March?
    “The marches are a source of hope. They indicate that the politics of Hamas and Fatah have failed, that the American-led track of negotiations has also failed, but the Palestinian people remain steadfast, and are still demanding their rights from ’48, not ’67, primarily the right of return. Political factions may have failed, but the people are still holding on to their values, and are demanding the same rights they have fought for from the start.”
    “The Palestinian people are at a point of transition, shifting from demanding a state to demanding their rights. It’s a shift toward a civil rights movement, and Gaza is leading the way. Even though there were protests in the Palestinian diaspora, in Syria and Lebanon, and within ’48, in Haifa, the way the marches started in Gaza shine a light on a path forward, and indicate a new development. As far as I’m concerned, it’s a source of hope. But it also shows the challenges that we are about to face, in the way the marches evolved, in the way Hamas dealt with the protests, and of course, in the way Israel responded to them.”
    In the past year, something has changed in the Palestinian street.
    “Indeed, I have no doubt. And it’s not just this past year, it’s the last two years, dating back to the “prayer intifada” in Al-Aqsa. But you can also see it in ’48, the way politicians are talking about equality — even though they’re dealing with their problems as citizens, this language has had an impact on the Palestinian people. It allowed them to see politicians who were different from Abbas and Hamas. It gave them new approaches to the struggle, and a way to deal with the challenges on a rights basis.”
    “This transition period we’re in, it’s been going on for more than a year, maybe two or three years. This year brought the biggest change because of U.S. policy. When we saw what happened in Jerusalem and to UNRWA, it led to a split. The politicians are used to repeating the same statements, and are still pinning their hopes on American policy. The people understand that this is it, that we can’t keep going on the same way. So, even though there isn’t a new political movement on the rise, we can see a huge change among the people. Both in terms of an ambivalence as to where we’re headed, but also in terms of hope. That we can organize to struggle for our full rights, based on ’48, rather than accept semi-equality just to go on with our lives.”

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    I tell Baconi that the dissonance between the Palestinian people and the PA was palpable at the protest against the sanctions the PA was imposing on Gaza, which I took part in last June, in Ramallah. I witnessed first-hand the violence Palestinian forces applied on protesters. I sense there’s anger toward the PA.
    “There’s a lot of anger, and the PA can no longer deny what’s going on. When protests erupted in late November in al-Khalil (Hebron), we saw photos of Palestinian forces dealing with protesters as the occupation forces would have.”
    “What more, there is no longer an economic justification for the PA. The people are tired of the dire economic situation. It might have been different if the PA had been able to offer an adequate standard of living — which is the principle the PA basis itself on: to ignore the occupation and give the impression that it is the sole entity governing Palestinian lives — had it been able to provide them with a comfortable life economically. But even that doesn’t exist. There’s no American-led reconciliation process, living conditions are unbearable, and you can see images of the occupation and the PA working hand in hand.”
    “On the other hand, people see the way Hamas dealt with the marches, and they realize that Hamas is at least capable of poking holes in the occupation. It’s able to strengthen its political position in a way the PA isn’t. So, of course there’s anger.”
    Do you feel that people are also angry at Hamas, for the way it intervened in the marches?
    “I believe, 100 percent, that Hamas intervenes in everything. But Hamas provided the return movement with the infrastructure to expand the way it did. So, there’s tension. On the one hand, these are protests based on the right of return, started by civil society, attended my hundreds in Gaza. They introduced a new politics, and allow us a glimpse into the future of the Palestinian struggle. I have no doubt that this is what the marches are based on.”
    “On the other hand, Hamas played a big role in providing resources, in allowing the movement to grow, and in bringing Israel to agree to concessions. They managed to force Israel to ease the blockade. If Hamas hadn’t engaged with the return marches, do you think the movement would have been able to achieve the same concessions from Israel?”
    Good question. I don’t have an answer.
    “In terms of loosening the blockade, in terms of allowing goods into Gaza — if Hamas hadn’t intervened in the protests the way it had, I don’t think Israel would have made these concessions to Gaza.”
    “This is difficult for me to admit, because I’d rather these protests had nothing to do with Hamas. At the same time, I’ve seen Hamas become a political force that can handle Israel in a way Fatah and the PA are not capable of. They were able to leverage their bargaining position with Israel through the protests.”
    “I’m always critical of Hamas. But it’s important for me that the Israeli audience understand that, unlike what they’re told by Israeli media, even if Hamas provided the infrastructure and eventually took over the protests, the marches are not a security threat. No Israeli soldier has the right to fire at protestors in Gaza, because the protests don’t pose any danger to Israelis.”
    Palestinians in Qalandiya checkpoint fly Palestinian flags attached to balloons, in solidarity with Gaza and against the opening of the new U.S. embassy in Jerusalem, May 14, 2018. (Oren Ziv/Activestills.org)
    Palestinians in Qalandiya checkpoint fly Palestinian flags attached to balloons, in solidarity with Gaza and against the opening of the new U.S. embassy in Jerusalem, May 14, 2018. (Oren Ziv/Activestills.org)
    On May 14, 2018, a day before the commemoration of the Nakba and the day the U.S. moved its embassy to Jerusalem, Israel crossed all the red lines when its soldiers killed 68 protestors at a march that hundreds of thousands of Palestinians participated in. Overall, based on the most cautious estimates, from the start of the Great Return March until December 2018, 235 Palestinians were killed (including 60 casualties who were killed in air strikes throughout the year). Six months into the weekly protests, more than 25,000 people were wounded, many of whom had to have their legs cut off as a result of unusually large and destructive bullet wounds. Everyone believes the demonstrations will go on. They remain the most talked about topic on the streets of Gaza.
    What do you think will happen with the protests in Gaza in 2019? Will they continue?
    “I believe the marches will continue. In the last hudna (cease-fire agreement), Hamas agreed to reduce the number of protestors so that Israel won’t strike in Gaza. It’s unclear how long this equilibrium will hold up. Based on my research of Hamas, I know that if Israel doesn’t ease the siege, and if it doesn’t allow people movement through the crossings, Hamas will be obliged to pressure Israel to take act on its end of the agreement.”
    “Following every war and Israeli strike on Gaza, from 2007 until this day, Israel is the one to violate the terms of the agreement, and it forces Hamas to respond with violence again. There’s no way of knowing how these negotiations will impact the marches in the future, but I believe that, no matter what ends up happening between Israel and Hamas, the marches will continue. Even if they don’t continue on the same scale, there’s no political resolution on the horizon. I believe we’re going to see more popular movements and uprisings, not only in Gaza but all over, including in the diaspora and ’48.
    And how do you think this will affect the PA?
    “That’s a big question. Unfortunately, the PA will keep applying military force on protestors. It will keep suppressing protests. The big change will happen once we figure out the fate of the Palestinian Authority after Abbas. I want to believe that there will be a positive change, but it’s very likely that the PA’s policies and security coordination with Israel will remain.”
    “I’m not sure how much longer the PA can keep controlling the Palestinian people. Things are deteriorating socially and politically, especially if there’s no political solution with the Israelis. With the Palestinians under the oppression of both the occupation and the PA, something is bound to happen. The change is not yet known, but I don’t think the situation in the West Bank is sustainable.”
    A version of this article was first published in Hebrew on Local Call. Read it here.
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