“The Israel Project” (Il Progetto Israele), un importante gruppo di
pressione con base a Washington, sta conducendo una campagna segreta su
Facebook per influenzare gli utenti. Copertina: i palestinesi si
esibiscono durante uno spettacolo equestre presso la spiaggia di Gaza
City, il 9 marzo. (Immagini di Ashraf Amra / APA) Ali Abunimah e Asa Winstanley – 13 settembre 2018
Lo rivela “The Lobby – USA”, un documentario realizzato sotto
copertura da Al Jazeera , mai stato trasmesso a causa della censura del
Qatar, sottoposto a pressioni da parte delle organizzazioni
filo-israeliane. Il video qui sopra, in esclusiva per “The Electronic Intifada”, mostra gli ultimi stralci trapelati dal documentario. I precedenti filmati pubblicati da “The Electronic Intifada” e
“Grayzone Project” avevano già rivelato l’utilizzo di tattiche subdole
da parte di gruppi anti-palestinesi, pianificate ed eseguite in
collusione con il governo israeliano. In quest’ultimo filmato, David Hazony, amministratore delegato di
“The Israel Project”, viene sentito dire al reporter sotto copertura di
Al Jazeera: “Alcune delle cose che facciamo sono completamente segrete.
Lavoriamo insieme a molte altre organizzazioni. ” “Produciamo contenuti che poi pubblicano con il loro nome”, aggiunge Hazony. Una parte importante dell’operazione è la creazione di una rete di
“comunità” di Facebook incentrate sulla storia, sull’ambiente, sulle
notizie internazionali e sul femminismo che sembrano non avere alcun
collegamento con la causa pro-Israele, ma che sono utilizzate da “The
Israel Project” per diffondere messaggi pro- Israele. “La cosa segreta” La
pagina Facebook di “Cup of Jane” afferma di essere “Sugar, spice and
everything nice”. È gestita da “The Israel Project” come parte di una
campagna d’influenza “segreta”In una conversazione presente anche negli estratti video trapelati,
Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per The Israel Project,
racconta al giornalista sotto copertura di Al Jazeera della logica e
dell’estensione dell’operazione segreta su Facebook. Il reporter in incognito, noto come “Tony”, fingeva di essere uno stagista presso “The Israel Project”. “Stiamo mettendo insieme molti media pro-Israele attraverso vari
canali di social media che non sono i canali propri di “The Israel
Project”, afferma Schachtel. “Quindi abbiamo molti progetti collaterali
con i quali stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”. “Ecco perché è una cosa segreta”, aggiunge Schachtel. “Perché non
vogliamo che le persone sappiano che questi progetti collaterali sono
associati a “The Israel Project.” Tony chiede se l’idea nel “trattare tutto ciò che non è israeliano,
sia quella di permettere alle cose che riguardano di Israele di
“passare” meglio”. “È solo che ci piace confonderci “, spiega Schachtel. Una di queste pagine di Facebook, “Cup of Jane”, ha quasi mezzo milione di followers. La pagina “Informazioni ” di “Cup of Jane” dice che si tratta di
“Sugar, spice and everything nice.” (Zucchero, spezie e tutto ciò che è
bello). Non vi è alcuna dichiarazione sul fatto che sia una pagina per promuovere Israele. La pagina identifica sì “Cup of Jane” come “una comunità lanciata da
TIP’s Future Media Project in DC”. Tuttavia, non vi è alcuna menzione
diretta ed esplicita di Israele o l’indicazione che “TIP” stia per “The
Israel Project”. “The Electronic Intifada” suppone che anche questo vago
riconoscimento di chi c’è dietro la pagina, sia stato aggiunto solo dopo
che “The Israel Project” ha appreso dell’esistenza del documentario
sotto copertura di Al Jazeera e presumibilmente prevedendo di essere
smascherato. “The Israel Project” ha anche aggiunto sul proprio sito Web che è lui
a gestire le pagine di Facebook. Tuttavia, il sito non è collegato alle
pagine. Prima del maggio 2017 non ci sono prove dell’esistenza della pagina
nell’archivio Internet – mesi dopo che la cover di “Tony” era saltata. Secondo Schachtel, “The Israel Project” sta investendo notevoli
risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine
simili. “Abbiamo una squadra di 13 persone. Stiamo lavorando su molti video
informativi”, dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti di
questi sono solo argomenti casuali e solo il 25 percento tratta di
Israele e di temi che riguardano gi Ebrei”. Nel documentario Al Jazeera afferma che ” abbiamo contattato tutti
coloro presenti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni
pro-Israele o persone che lavorano per loro hanno risposto alle nostre
accuse “. Falsi progressi “Cup of Jane” cerca di costruirsi una progressiva credibilità
pubblicando foto e citazioni di icone femministe come Maya Angelou e Ida
B. Wells, di cui la pagina ha celebrato il compleanno definendola
“pensatrice rivoluzionaria, scrittrice e attivista”. Ci sono anche post sulla pioniera dell’ecologismo Rachel Carson e su
Emma Gonzalez, che insieme ai compagni di classe ha lanciato una
campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta
al massacro della scuola superiore a Parkland, in Florida, nel febbraio
2018 Intrecciati nel flusso di notizie dal sapore progressista, ci sono
gli attacchi ai movimenti progressisti attuali, come la Dyke March di
Chicago, i cui organizzatori hanno subito una campagna diffamatoria da
parte di Israele dopo aver chiesto ai provocatori pro-Israele di
lasciare la loro marcia nel 2017. In
mezzo a un flusso continuo di post innocui, la pagina Facebook “The Cup
of Jane” di “The Israel Project” pubblicizza il militarismo israeliano
come carino e femminista.E un post dell’ottobre 2016, subito dopo il lancio della pagina “Cup
of Jane”, ha tentato di ritrarre il militarismo israeliano come carino e
fonte di potere per le donne. “L’Aeronautica israeliana ha dipinto i caccia di rosa in sostegno al
“Mese per la Prevenzione del Cancro al Seno”. Non è fantastico? ”
afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da combattimento
israeliano. “Non è aggressivo? A proposito: le donne avrebbero bisogno
di una forza aerea tutta loro “, continua “Cup of Jane”, aggiungendo
una faccina sorridente. Altre pagine che il documentario censurato di Al Jazeera ha
identificato come gestite da “The Israel Project” includono “Soul Mama”,
“History Bites”, “We Have Only One Earth” e “This Explains That”. Alcune di queste pagine hanno centinaia di migliaia di seguaci. “History Bites” non rivela la sua affiliazione a “The Israel
Project”, nemmeno con la vaga formula usata da “Cup of Jane” e dalle
altre pagine. “History Bites” si descrive semplicemente come una pagina che
racconta “Il fantastico della Storia in piccoli pezzi facilmente
masticabili!” La pagina ha condiviso un post di “Cup of Jane” che presentava Golda
Meir, il primo ministro israeliano che ha attuato politiche razziste e
violente contro i Palestinesi e che considerava le donne palestinesi
incinte una minaccia esistenziale, come un’eroina femminista. Un video del 2016 di “This Explains That “ha diffuso false notizie su
una presunta protesta di Israele contro l’agenzia culturale dell’UNESCO
per aver “cancellato” la venerazione ebraica e cristiana per i luoghi
santi di Gerusalemme. “History Bites” ha ripubblicato il video lo scorso dicembre
affermando che “sembra sostenere la dichiarazione del presidente Trump
che Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele”. Il video ha ricevuto quasi cinque milioni di visualizzazioni. Un altro video pubblicato da “History Bites” tenta di giustificare
l’attacco a sorpresa d’Israele all’Egitto nel 1967, attacco che diede
inizio alla guerra in cui Israele occupò la West Bank, la Striscia di
Gaza, la penisola del Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria. Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme Est come la “riunificazione” e la “liberazione” della città. Il marchio tossico di Israele Il ricorso di “The Israel Project” al proverbiale cucchiaio di
zucchero per cercare di far ingoiare più facilmente i messaggi
pro-Israele, è un riconoscimento di quanto possa essere difficile
vendere uno Stato di apartheid. Come Ali Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel
documentario di Al Jazeera, “Il marchio israeliano è sempre più tossico,
quindi non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere altre cose
trendy da proporre, argomenti innocui, divertenti, e di tanto in tanto
farci scivolare in mezzo qualcosa su Israele “. I tentativi di “The Israel Project” di cooptare la sensibilità
progressista al servizio di Israele, anche se le sue stesse politiche
sono politiche di una destra estrema, si inseriscono in una più ampia
strategia, che cerca di dividere la sinistra e indebolire la solidarietà
nei confronti della Palestina. Diretto da Josh Block, ex funzionario dell’amministrazione Clinton ed
ex stratega senior della potente lobby israeliana AIPAC, uno degli
obiettivi principali di “The Israel Project” era quello di far
naufragare l’accordo nucleare internazionale con l’Iran. La campagna segreta di Facebook di “The Israel Project” è
evidentemente manipolativa, ma è ancora più cinica se si considera che
la sua mente è Gary Rosen. Per anni Rosen ha pubblicato un account Twitter violentemente
islamofobico chiamato @ArikSharon – il soprannome del compianto primo
ministro israeliano Ariel Sharon, responsabile dell’invasione israeliana
del Libano del 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di
Sabra e Shatila nello stesso anno . Nella trascrizione di una registrazione fatta dal giornalista sotto
copertura di Al Jazeera vista da “The Electronic Intifada”, Rosen
riconosce che l’operazione @ArikSharon è un “account segreto”. Rosen fu assunto dalla società di pubblicità globale Saatchi &
Saatchi, ma nel novembre 2013 entrò a far parte di “The Israel Project”,
dove è responsabile della strategia digitale. Rosen ha cancellato molti dei tweet più offensivi dal feed Twitter
@ArikSharon dopo che nel 2013 uno degli autori di questo articolo lo
indicò come la persona che curava l’account. Ma mentre gestisce le pagine segrete di Facebook tentando di
normalizzare il sostegno a Israele tra il pubblico progressista, Rosen
continua a utilizzare l’account Twitter di @ArikSharon per diffondere
messaggi di destra e filo-israeliani. Annunci anonimi svelati Questo non è l’unico sforzo segreto della lobby israeliana nell’usare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi. Un rapporto congiunto di “The Forward” e “ProPublica” rivela che
“Israel on Campus Coalition” ha pubblicatp annunci Facebook anonimi che
diffamavano Remi Kanazi, un poeta americano palestinese, prima delle sue
apparizioni nei campus degli Stati Uniti. “The Electronic Intifada” è stata la prima a pubblicare le
rivelazioni del video di Al Jazeera su come gli sforzi di “ Israel on
Campus Coalition” per diffamare e molestare gli attivisti in solidarietà
con la Palestina, siano segretamente coordinati dal governo israeliano. Un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Forward” e “ProPublica”
che i post di “Israel on Campus Coalition” indirizzati a Kanazi
“violano le nostre politiche sulle false dichiarazioni e sono stati
rimossi”. Nel 2012, “The Electronic Intifada” rivelò un piano del sindacato
nazionale studentesco, sostenuto dal governo israeliano, per pagare gli
studenti che avessero diffuso su Facebook propaganda filo-israeliana.
Tuttavia l’attuale sforzo segreto gestito da “The Israel Project” sembra
essere molto più sofisticato. A partire dalle elezioni presidenziali americane del 2016, Facebook è
stato accusato di aver utilizzato la sua piattaforma per una propaganda
manipolativa sponsorizzata dalla Russia volta a influenzare la politica
e l’opinione pubblica. Nonostante il clamore, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o infondate. Tuttavia, Facebook ha stretto una partnership con il Consiglio
Atlantico nel tentativo apparente di reprimere i “falsi profili” e la
“disinformazione”. Il Consiglio Atlantico è un gruppo di esperti con sede a Washington
finanziato dalla NATO, dalle forze armate statunitensi, dai governi
brutalmente repressivi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e
del Bahrain, dai governi dell’Unione Europea, e dal “chi è chi” delle
ditte di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di
armi e di altri profittatori di guerra. Come risultato apparente di questa partnership, un certo numero di
account di social media completamente innocui, con pochi o nessun
follower, è stato recentemente eliminato. Più preoccupante, le pagine gestite da notiziari di sinistra
incentrati sui Paesi presi di mira dal governo degli Stati Uniti, come
“Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se
successivamente ripristinate. Ora, con solide prove della campagna di manipolazione di “The Israel
Project”, ben finanziata e di ampio impatto su Facebook, resta da vedere
se il gigante dei social media agirà per garantire che gli utenti
inconsapevoli siano resi consapevoli che ciò cui sono esposti è la
propaganda progettata per sostenere e mascherare lo Stato d’Israele. In risposta a una richiesta di commento, un portavoce di Facebook ha
dichiarato a “The Electronic Intifada” che l’azienda avrebbe esaminato
la questione.
Traduzione: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org Fonte: https://electronicintifada.net/content/censored-film-reveals-israel-projects-secret-facebook-campaign/25486
Traduzione sintesi donne palestinesi e arabe Nisreen Salem è un ' 'afro-palestinese egiziana che è stata derisa a causa del colore della sua pelle e dei suoi capelli . la 25enne è uno degli almeno 400 afro-palestinesi provenienti da Nigeria, Egitto, Ciad, Senegal e Sudan che vivono all'interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme occupata, adiacente al complesso della Moschea di Al-Aqsa. "La parte più difficile è stata quando ho iniziato a odiare tutto di me stessa perché venivo additata e attaccata verbalmente sia da palestinesi che da ebrei ovunque andassi", mi ha detto. "Affrontiamo il doppio delle molestie e il doppio del razzismo per essere palestinesi e per essere neri". I soldati israeliani "maledicono sempre" i palestinesi neri e li interrogano ogni volta che passano. " Questo è il modo in cui la maggior parte delle persone nella mia comunità cresce". Lavorando come fotoreporter, il 18 ottobre dello scorso anno Sal...
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di Cristina Piccino* Cannes, 28 maggio 2013, Nena News - Vivere in certe realtà esige un ferreo allenamento fisico e psichico, si deve correre veloci, saper saltare, essere agili nei sensi e nei muscoli, cogliere ogni rumore e intuire gli agguati. E soprattutto non cedere alla paranoia che trasfigura qualsiasi persona, anche la più amata, rendendola un possibile nemico. Ne sa qualcosa Omar (Adam Bakri) cresciuto nei territori occupati, dove Israele ha affinato il controllo più che attraverso check point e continue incursioni nella messa in opera i una sapiente rete di tensione. Omar fa il panettiere, per visitare gli amici salta il muro, conosce i segreti invisibili dei tetti. Lì tutti ma proprio tutti possono essere nemici, possono essersi venduti per ragioni di qualsiasi tipo agli israeliani, anche i leader, anche coloro che rivendicano la purezza (e Hamas su questo fonda la sua persuasione). Con gli amici di infanzia Tarek e Adjam, Omar cerca di partecipare a...
Mohammad Halabi racconta la vita della città palestinese, un anno dopo i raid israeliani di "Piombo fuso" Ecco Mohammad Halabi: a soli 35 anni è il responsabile delle Relazioni estere della città di Gaza. È un palestinese che ha vissuto e studiato in Egitto e, forse, avrebbe potuto essere altrove. Invece ha deciso di non tradire la sua gente ed è tornato a Gaza. Mohammad Halabi non fa parte di Hamas, anche se collabora attivamente con gli islamici, occupandosi anche di gestire le offerte commerciali della città: è rimasto umano nonostante la devastazione che un anno fa “Piombo Fuso” ha portato nella sua terra. Nessuna parola d’odio nei confronti dei nemici di sempre. Gli abbiamo chiesto di raccontare cosa accade giorno per giorno in quei gironi d’inferno in cui si è trasformata Gaza City da un anno a questa parte. Allora Mohammad Halabi, com’è è cambiata la percezione della quotidianità a un anno dalla campagna di “Piombo Fuso”? Le distruzioni inferte alla Striscia sono sta...
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