Curzio Maltese risponde a Yasha Reibman

 Il Venerdì di Repubblica
Data: 15 giugno 2018
Pagina: 13

Titolo: «A proposito di Israele e di nazismo»



Ho usato, com'era evidente, il concetto di "banalità del male" nell'accezione universale dei meccanismi di disumanizzazione dell'Altro che consentono ai regimi autoritari di compiere atroci crimini senza provare alcuna empatia per le vittime. Arendt non pensava che questo male si fosse compiuto nella storia soltanto una volta, da parte del nazismo contro ebrei, rom, omosessuali e comunisti, e nel mio piccolo neppure io. In questo senso il mondo è ancora grondante di "banalità del male". Per fortuna esistono molti milioni di persone che di fronte a un massacro di civili inermi da parte di soldati di un esercito, non vedono ebrei o musulmani o cristiani, neri, bianchi o gialli, destra o sinistra, ma soltanto vittime e carnefici. Fra questi moltissimi ebrei che il 30 marzo scorso hanno condannato duramente l’assassimo da parte dei soldati israeliani di sessanta manifestanti e il ferimento di altri duemila a Gaza, con donne e bambini, dai quali non arrivava alcuna minaccia. E invocato la fine delle violenze e il ritorno al tavolo del dialogo fra Israele e Palestina. Il signor Reibman è invece specializzato da anni nel criminalizzare qualsiasi critica al governo Netanyahu, anche quando commette crimini contro i diritti umani, sotto l'etichetta di antisemitismo. Per sostenere questa diffamazione sistematica, è in grado di ricorrere a qualsiasi manipolazione. Nel mio caso s'inventa che io avrei paragonato il governo di Tel Aviv al regime hitleriano. Mai scritto. Al contrario, ho sostenuto nel gruppo parIamentare Gue-Ngl, la necessità di riprendere subito il dialogo con la parte israeliana, andando in missione per conto della sinistra europea a Tel Aviv e Gerusalemme, dove ho incontrato esponenti della società civile israeliana e membri delta Knesseth, oltre a visitare Yad Vashem, il monte della memoria. Aggiungo di vergognarmi ogni volta che qualche folle paragona lo Stato di Israele al Terzo Reich. Il signor Reibman invece non si vergogna mai di paragonare al nazisti chiunque critichi la politica della destra israeliana ma, in assenza di una sola riga sospettabile di razzismo antisemita nel mio articolo (e nelle migliaia che ho scritto), mi rivolge comunque questa infamante accusa. E quale sarebbe la prova del mio razzismo? Le circostanza sospetta che io non abbia mai scritto una riga antisemita. Peggio, la mia dichiarata ammirazione e in qualche caso amicizia per molti intellettuali e artisti ebrei. Tipico camuffamento di un antisemitismo latente. D'altra parte le sembrerà strano e sospetto il tatto che io, di sinistra, difenda da sempre il diritto all'esistenza di Israele. Nell'attuale degrado del discorso pubblico il fanatismo, l'insulto, la violenza e la demonizzazione dell'altro sono la moda vincente e lei la cavalca come molti altri. Sono abituato agli insulti di quelli come lei e agli altri speculari dei fanatici sedicenti filo palestinesi che urlano alla distruzione dello stato di Israele. Preferisco guardare con speranza e quanti in Israele e fuori continuano a battersi contro la violenza e la guerra, per arrivare alla pace fra due stati liberi e indipendenti, ad ammirare il coraggio di Amos Gitai e David Grossman, di Amos Oz e Natalie Portman, e di tanti altri ebrei meno noti. 

Curzio Maltese. La banalità di Bibi"

Sul Venerdì il concetto harendtiano di "banalità del male" diventa per Curzio Maltese "la condanna di Israele". Hannah Arendt coniò questa idea non genericamente in «un tribunale a Gerusalemme, ma come è noto nel processo contro Adolf Eichmann, l'ufficiale delle SS che pianificò il traffico ferroviario per condurre allo sterminio milioni di ebrei e che agli occhi della Arendt apparve con stupore come un grigio funzionario. È evidente quanto il paragone tra Israele e nazismo faccia infuriare ebrei e israeliani. In primo luogo è completamente falso: la guerra ad alta e bassa intensità tra israeliani e palestinesi non ricorda nemmeno da lontano uno sterminio o una pulizia etnica, nulla di confrontabile con quanto successo agli ebrei in Europa tra il 1939 e il 1945. Oggi né a Gaza né a Ramallah si vede nemmeno l'ombra di gaswagen, fosse comuni, camere a gas e formi crematori. Tale raffronto, che viene proposto per Israele, ma mai per altre nazioni, rappresenta di per sé una demonizzazione degli israeliani e come tale smuove (o può nascere da) inconsapevoli sentimenti antisemiti. Gli ebrei tornano a essere, come da duemila anni, i rappresentanti dei Male. È tuttavia per chi lo propone un paragone comodo, sia perché evidentemente viene naturale farlo (come sempre coi pregiudizi!), sia perché non vi è dazio da pagare, non essendoci ancora piena consapevolezza del fatto che l'associazione Israele/nazismo abbia queste evidenti implicazioni. A guardare bene, tuttavia, un prezzo c'è, qualunque altra argomentazione sul conflitto passa subito in secondo piano poiché screditata in partenza. Vi sarebbe poi molto da dire «sull'ammirazione degli ebrei», alla quale Maltese fa riferimento e che, come lui stesso dice, è “l'esatto opposto dell'antisemitismo". Un'ammirazione delusa che giustificherebbe la profondità con la quale in occidente ci si senta toccati (in negativo) dalle politiche israeliane. La simmetria con cui la delusione porta a una tale svalutazione descrive il fenomeno della idealizzazione, ma l'idealizzazione dell'altro nasconde sempre aggressività, a cominciare dal semplice fatto che nessuno è ideale, siamo tutti uomini e nel momento che si viene idealizzati si viene anche perciò deumanizzati. E quando l'immagine ideale viene meno, l'altro può diventare la quintessenza della malvagità. La trasformazione dei buoni ebrei in perfidi nazisti offre così anche sollievo ai sentimenti di colpa tuttora inevitabilmente presenti nelle società occidentali. Sentimenti opposti, antisemitismo e idealizzazione, ma intimamente connessi. Non sorprenderà nessuno allora pensare che vi sia tra i due un facile passaggio.
Yasha Reibman
Psichiatra, psicoanalista, già portavoce della Comunità ebraica di Milano

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