Julianne Tveten :Un’enorme occasione di affari: Fb e i social media




In mesi recenti un fiume di attuali ed ex dirigenti del settore tecnologico si sono rivolti ai media per evangelizzare variazioni dello stesso messaggio: i media sociali stanno danneggiando l’umanità. Sean Parker, che è stato il primo presidente di Facebook, ha avvertito che i media sociali “sfruttano una vulnerabilità della psicologia umana”, rendendo dipendenti i bambini e interferendo con la produttività. Chamath Palihapitiya, un tempo vicepresidente di Facebook “per l’aumento dell’utenza” ha espresso l’opinione che i media sociali stanno “facendo a pezzi il tessuto sociale del modo in cui la società funziona”. Dopo essere stato co-ideatore del pulsante “Mi piace” di Facebook e del sistema di messaggistica Gchat di Google, Justin Rosenstein ha deplorato gli effetti dei suoi contributi.
La carica di contrizione dei tecnofili, tuttavia, non è un preludio a un significativo cambiamento: è un’occasione di affari.
Ciò che rende queste lamentele attraenti e che si presentano con un antidoto. Nel corso di circa un decennio, Facebook e altre piattaforme di media sociali della Silicon Valley si sono trasformate in forze onnipresenti. Circa il 70 per cento degli statunitensi usa i media sociali, una statistica che è preoccupante alla luce di rapporti di ammonimento riguardo all’impatto dei media sociali sulla salute mentale, particolarmente tra gli utenti più giovani. I dati che hanno contribuito a sviluppare tali piattaforme oggi appaiono dimostrazioni più accurate che la Silicon Valley sta oggi approfittando di sforzi di rimediare ai suoi stessi mali.
A capitalizzare su questo concetto è il Center for Humane Technology (CHT), un gruppo di veterani dell’industria tecnologica che ufficialmente cercano di rendere la tecnologia meno, secondo la loro espressione, “assuefacente”. Il piano del CHT, anche se parco di dettagli, si muove in molteplici direzioni: attività di lobby sul Congresso perché eserciti pressioni sulle società di hardware come Apple e Samsung affinché modifichino i loro standard di progettazione, accrescendo la consapevolezza dei consumatori riguardo alle tecnologie dannose e “dando potere ai dipendenti [del settore tecnologico]” di promuovere decisioni progettuali che impongano minor attenzione degli utenti. L’organizzazione è guidata dall’ex “etico di progettazione” di Google, Tristan Harris – che l’Atlantic considera “la cosa più prossima a una coscienza della Silicon Valley” – con Rosenstein e una moltitudine di pesi massimi della Silicon Valley nel suo comitato consultivo.
La crisi che il CHT tenta di risolvere è strutturale. Le aziende dei media sociali sono agenti di un sistema molto più vasto di capitalismo della sorveglianza, nel quali i dati degli utenti sono raccolti e venduti agli inserzionisti. Tuttavia, come ha osservato Maya Indira Ganesh, il CHT inquadra il problema come una questione individuale. “Considerano il problema come riguardante l’attenzione individuale”, anziché come una forma di predazione delle imprese, scrive Ganesh. La soluzione, allora, consiste nel sollecitare gli individui a sopportare l’onere della responsabilità della loro produzione e consumo di tecnologia, semplicemente richiedendo, nel contempo, che le società, attraverso poche modifiche dell’interfaccia utente, si comportino meglio.
Per le società che apparentemente soddisfano i criteri di progettazione – che, sinora, sono privi di metri oggettivi – gli appelli alla riforma della tecnologia sono una pacchia di pubbliche relazioni. Il CHT promuove come esempi di “progettazione umana” un certo numero di aziende specializzate in aree come la meditazione e il sonno. Probabilmente non è una coincidenza che i fondatori di una di tali aziende, la neonata azienda di software di produttività Asana, siano Rosenstein e il cofondatore di Facebook Dustin Moskovitz. Nel frattempo Palihapitiya ha suggerito che la sua società di capitale di rischio, Social Capital, investirà in aziende neonate che cercano di offrire “pace e prosperità per tutti”, echeggiando la bufala usurata che il capitalismo, quando reo “cosciente”, trarrà le persone dalla povertà. La risposta, in questa logica, sta non solo nell’assunzione individuale di responsabilità per il coinvolgimento tecnologico, ma anche in una nuova e affidabile enclave di imprese private.
Intrinseco a questo processo di costruzione di un marchio di risveglio tecnologico c’è un senso di astoricismo paternalistico. Nel suo articolo “The Tech ‘Regrets’ Industry” [L’industria dei ‘pentimenti’ tecnologici] Audrey Watters studia la recente autoflagellazione dei dignitari della tecnologia dell’istruzione, molti dei quali, segnala, agiscono come se fossero i primi a scoprire che la tecnologia potrebbe causare o aggravare problemi sociali. Nel farlo – in teoria, almeno – si guadagnano la fiducia del pubblico come arbitri benevoli e illuminati del futuro. “Così è facile per loro dichiarare: nessuno avrebbe potuto verosimilmente sapere,” scrive la Watters. “E ora che questi pochi illuminati sembrano in effetti sapere, dichiarano sonoramente che sono qui per informare e avvertire il resto di noi”.
I principi del movimento del rimorso della tecnologia assomigliano a quelli di un altro recente fenomeno: la disconnessione. Promossa da multimilionari come Deepak Chopra e Arianna Huffington la “disconnessione” è l’atto di separarsi temporaneamente da dispositivi collegati in rete per favorire il rilassamento e i rapporti sociali. Spegnere anche solo per un giorno o per una sera il proprio telefono, sostengono gli accoliti, limita i suoi effetti nocivi, assuefacenti, migliorando il sonno, la creatività e la produttività. (Collegato a ciò il CHT è fiscalmente patrocinato da Reboot, un’associazione non a fini di lucro di ospita il National Day of Unplugging [giornata nazionale della disconnessione].
Come i riformisti della tecnologia, il contingente della disconnessione opprime l’individuo con la sua insistenza sul cambiamento personale, anziché istituzionale. Piuttosto adeguatamente il movimento della disconnessione è terreno di fertile per i marchi imprenditoriali. La crociata “disintossicazione digitale” della Huffington, ad esempio, ha generato una corrente fai da te di libri, corsi in rete, applicazioni, podcast e giri di conferenze nei campus. Anziché accusare le aziende dei media sociali di progettare prodotto che adescano e controllano gli utenti, la Huffington incoraggia gli individui a far affidamento sulla propria “intuizione” e “saggezza interiore” al fine di, nella sua espressione pronta per la citazione, prosperare. Al tempo stesso i dispositivi cui inevitabilmente ritornano, come ha esposto Evgeny Morozov nel 2014, restano immutati.
Le iniquità dei media sociali, naturalmente, non svaniranno se saranno brevemente ignorati o limitati. Affrontarle, invece, richiederà che aziende come Facebook e Google siano considerate in modo olistico: anziché una piaga isolata, sono sintomi di un sistema economico nel quale il profitto sostituisce la salute pubblica e la stabilità sociale. La risposta non sta in una micro-economia di associazioni non a fini di lucro, libri e aziende neonate pseudo coscienti, bensì in strutture indipendenti dai valori del capitalismo e contrarie a essi.
Che si tratti di promuovere un’ora di separazione dallo smartphone e un menù rivisto dell’iPhone, la tendenza del pentimento della tecnologia non è una sfida al bubbone del capitalismo della sorveglianza; ne è semplicemente una versione aggiornata. I produttori di smartphone, le aziende delle applicazioni di meditazione e altri nominati dell’avanguardia della riforma della tecnologia continueranno a seguire e monetizzare i dati degli utenti – proprio il problema che affermano di affrontare – vantando contemporaneamente un’etica degli affari e predicando la responsabilità personale. Anche se i dirigenti del settore tecnologico possono ammettere di aver creato il problema, certamente non saranno loro quelli che lo risolveranno.
Julianne Tveten scrive riguardo all’incrocio tra l’industria tecnologica e temi socioeconomici. I suoi scritti sono apparsi, tra gli altri, su Current Affairs, The Outline, Motherboard, e Hazlitt.
Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/a-tremendous-business-opportunity/
Originale: In These Times
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.
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