mercoledì 6 luglio 2016

Il rapporto Chilcot dimostra che la guerra in Iraq è stata un errore


Il rapporto Chilcot dimostra che la guerra in Iraq è stata un errore

Il 6 luglio è stato reso pubblico il rapporto Chilcot sull’intervento del Regno Unito durante la guerra in Iraq. L’inchiesta ufficiale del governo britannico, guidata da sir John Chilcot, fu commissionata nel 2009 dall’allora premier Gordon Brown. I lavori sono durati sette anni, invece di uno, e i risultati sono raccolti in dodici volumi. L’inchiesta è costata dieci milioni di sterline.
Il rapporto fa luce sugli errori dell’intelligence e del governo britannico prima e durante l’occupazione dell’Iraq, che ha causato centinaia di migliaia di morti. Nella guerra sono morti anche 179 soldati britannici: nel rapporto le famiglie delle vittime potranno ottenere maggiori informazioni sulle circostanze della morte dei loro cari.

Che cos’è il rapporto Chilcot?

L’inchiesta sull’intervento britannico nella guerra in Iraq è stata chiesta dall’ex premier Gordon Brown il 15 giugno 2009. L’obiettivo dell’inchiesta era valutare l’operato dell’amministrazione britannica dal momento in cui è stato deciso di entrare in guerra fino al ritiro delle truppe britanniche dall’Iraq, in un periodo di tempo che va dal 2001 al 2009. Le domande a cui l’inchiesta ha cercato di rispondere sono: sulla base di quali informazioni è stata presa la decisione di entrare in guerra? Le truppe britanniche erano preparate? Come è stato condotto il conflitto? Quali erano i piani per affrontare il ritiro delle truppe e l’intensificarsi della violenza nel paese?

Quali sono i risultati dell’inchiesta?

  • Il Regno Unito ha scelto di entrare in guerra in Iraq senza aver valutato ed esplorato tutte le opzioni diplomatiche. L’intervento militare del marzo del 2003 non era l’unica strada percorribile.
  • L’allora premier Tony Blair “ha deliberatamente ingigantito” la pericolosità delle minacce che provenivano dall’Iraq. Blair aveva preso accordi con il presidente statunitense George W. Bush e gli aveva promesso sostegno “in qualsiasi modo”. Per questo avrebbe presentato un rapporto al parlamento in cui esagerava le minacce provenienti dall’Iraq, più sulla base della sua percezione che sulle informazioni ricevute dall’intelligence.
  • I servizi segreti non avevano prove che Saddam Hussein fosse ancora in possesso di armi di distruzione di massa. La Libia, la Corea del Nord e l’Iran erano paesi molto più pericolosi in termine di proliferazione di armi chimiche, biologiche e nucleari. Ma fu scelto l’Iraq come obiettivo dell’offensiva.
  • La decisione di entrare in guerra fu presa sulla base di “informazioni errate”, fornite dai servizi segreti, che partirono dalla presunzione di sapere che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa.
  • Non c’erano basi legali “sufficientemente solide” per l’entrata in guerra del Regno Unito.
  • Le truppe schierate in Iraq erano impreparate alle sfide che dovettero affrontare. Il ministro della difesa prese la decisione in fretta e non valutò i rischi e i problemi a cui l’esercito sarebbe andato incontro. Di conseguenza, i militari mancavano di equipaggiamenti e di preparazione. Inoltre non si seppe reagire al largo utilizzo di ordigni esplosivi.
  • Le conseguenze della guerra sono state sottostimate. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ignorò i consigli del Regno Unito su come gestire la ritirata e il periodo successivo alla guerra. Londra aveva consigliato di coinvolgere le Nazioni Unite, di controllare il mercato del petrolio e di garantire la sicurezza nel paese. Secondo il rapporto, la strategia di smantellare l’esercito iracheno fu fallimentare.
  • Infine il governo ha fallito nel raggiungere gli obiettivi che si era prefissato quando è intervenuto in Iraq: instaurare la pace e ridurre la minaccia di attacchi terroristici. Nella guerra sono morti 179 soldati britannici e 150mila iracheni (dati aggiornati al luglio del 2009). Inoltre la guerra ha provocato un milione di profughi e l’intera regione è diventata più instabile, tanto da favorire la nascita del gruppo Stato islamico. 

 
 
 
 
 
 
 
Mentre sale a 250 il numero dei morti nell’attacco di sabato notte e il ministro degli Interni si dimette, vengono pubblicati oggi i risultati dell’inchiesta britannica su errori e colpe dell’invasione del paese
nena-news.it

Mentre sale a 250 il numero dei morti nell’attacco di sabato notte e il ministro degli Interni si dimette, vengono pubblicati oggi i risultati dell’inchiesta britannica su errori e colpe dell’invasione del paese
Elmetti dei soldati iracheni abbandonati durante la fuga da Mosul, lo scorso giugno (Foto: Anadolu)
Elmetti dei soldati iracheni abbandonati durante la fuga da Mosul, lo scorso giugno (Foto: Anadolu)
di Chiara Cruciati
Roma, 6 luglio 2016, Nena News – A Baghdad si continua a morire: l’atroce attacco dello Stato Islamico che ha cancellato un centro commerciale nel quartiere di Karrada sabato notte non cessa di portare morte. Il numero delle vittime sale ancora: il Ministero della Salute iracheno ha registrato ad oggi 250 morti, il peggiore massacro dal 2003, quando gli Stati Uniti invasero il paese.
Una carneficina che racconta molto dell’Iraq di oggi: racconta della forza proropente dell’Isis, affatto sconfitto dopo la perdita di Fallujah, ma in grado di colpire ovunque e chiunque e di rafforzare così il suo mortifero messaggio di propaganda; e racconta dell’incapacità strutturale del governo a garantire sicurezza.
Su questo gioca il “califfato” che ha una strategia chiara: politica, ovvero la divisione ulteriore di sciiti e sunniti, ma anche militare. Con buona parte dell’esercito iracheno sui fronti occidentali, nella capitale e nelle città non occupate a oriente la presenza militare è inferiore. E quella che c’è non riesce a fornire un’adeguata copertura.
La denuncia arriva dal ministro degli Interni, Mohammed al-Ghabban, che ieri ha rassegnato le dimissioni. Nel mirino della comunità sciita da tempo perché accusato di apatia nel difendere la capitale, la sua cacciata era stata chiesta a gran voce nelle manifestazioni di piazza che tra maggio e giugno hanno portato sostenitori del religioso al-Sadr, semplici cittadini e anche sunniti, a fare irruzione nella Zona Verde (area nel cuore della città completamente blindata dall’occupazione Usa e dove si trovano gli uffici governativi, il parlamento e le ambasciate straniere).
Ieri al-Ghabban ha mollato accusando il governo di aver fallito nel garantire sicurezza. In particolare l’ex ministro imputa gli attacchi a checkpoint “inutili”, da cui passano con facilità kamikaze e auto imbottite di esplosivo, e alla sovrapposizione di innumerevoli forze armate, non coordinate tra loro e con ruoli poco definiti. Manca, ha detto, “un piano unificato” per Baghdad in cui polizia, esercito, direttorati del governo, agenzie di intelligence operino in coordinamento tra loro.
Per ora il premier al-Abadi non ha commentato le dimissioni, ma la decisione di al-Ghabban lo lascia nudo. Il primo ministro si è dimostrato troppo debole nel ricucire gli strappi interni e nel porre un freno agli interessi particolari dei partiti politici presenti in parlamento che continuano a fare il bello e il cattivo tempo impedendo la ricostruzione e la lotta alla corruzione dilagante. La richiesta della popolazione di un rimpasto di governo, pur appoggiata da al-Abadi che aveva anche presentato una lista di nuovi ministri tecnici, è rimasta lettera morta, soffocata dal boicottaggio parlamentare.
In tale contesto, la rabbia della gente non fa che aumentare. Mentre si cominciano a seppellire i morti e si portano candele sul luogo dell’attacco, una processione silenziosa e terribile, le fratture interne non possono che ampliarsi. A Baghdad ci si chiede perché si dovrebbe riprendere Mosul quando non si è in grado di mettere in sicurezza la capitale, ulteriore elemento divisivo delle due comunità, la sciita e la sunnita.
A far montare la rabbia questa mattina sarà finalmente presentanto il rapporto Chilcot, i risultati di un’inchiesta durata 7 anni sulle responsabilità e gli errori commessi dalla Gran Bretagna nell’invasione dell’Iraq al fianco di Washington. Servirà a poco, questo si sa già. Ma accenderà di nuovo i riflettori su una delle cause madre dell’attuale instabilità irachena, paese distrutto dall’Occidente e mai ricostruito, che ha pianto tra i 600mila e il milione di morti, lasciato in preda a settarismi, corruzione strutturale e gruppi estremisti dalle strategie fallimentari della coalizione guidata da George W. Bush e dalle false giustificazioni su cui quella guerra fu fondata. Nessuna “liberazione”, ma nuove terribili prigioni. Nena News
Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

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