lunedì 4 aprile 2016

Quanto conta davvero il “documento degli Alawiti” per la Siria


 
 
 
 
 
"Alawiti contro Asad". Solo i media sauditi ne danno conto Qurdaha (al-Sharq al-Awsat, al-Arabiya, al-Hayat). Solo i media sauditi hanno dato notizia e un…
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[Dettaglio di una carta di Laura Canali. Localizzazione delle notizie sulla mappa a cura di Caterina Pinto]
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“Alawiti contro Asad”. Solo i media sauditi ne danno conto
Qurdaha (al-Sharq al-Awsat, al-Arabiya, al-Hayat). Solo i media sauditi hanno dato notizia e un minimo di rilevanza all’”inchiesta” pubblicata ieri da quattro tra i maggiori media europei – Die Welt, Le Figaro, BBC e l’italiano La Repubblica – su un sedicente gruppo di membri dell’alawismo (branca dello sciismo) che dice di non credere nelle riforme proposte dal contestato presidente siriano Bashar al-Asad.
Solo i quotidiani panarabi-sauditi al-Sharq al-Awsat e al-Hayat e il sito della tv al-Arabiya, anch’essa di proprietà di Riyad, hanno riferito del documento in 35 punti. 
Il messaggio – in apparenza dirompente – del testo pubblicato in arabo e in inglese è che Assad se ne deve andare per salvare il paese.
Proprio ieri le opposizioni siriane in esilio hanno espresso invece tutta la loro “preoccupazione” per la “posizione ambigua” degli Stati Uniti riguardo al destino del presidente.
Il geografo esperto di Siria Fabrice Balanche, ora a Washington, afferma stamani  – citato dal quotidiano francofono di Beirut L’Orient Le-Jour – che Usa e Russia hanno trovato un accordo per mantenere il raìs al potere durante il “periodo di transizione” previsto dalla mediazione Onu.
Tra meno di una settimana a Ginevra torneranno a sedersi al tavolo dei colloqui indiretti mediati dalle Nazioni Unite rappresentanti delle opposizioni e del regime. Al centro dei negoziati, sostenuti da Russia e Stati Uniti, c’è proprio il destino di Assad, ai vertici in Siria da mezzo secolo.
Assad è alawita; per questo da più parti il regime è identificato con l’intera comunità originaria della costa mediterranea che da cinque anni è in prima linea, assieme a Iran e Russia, nel difendere Damasco. Una settimana fa le forze governative avevano riconquistato col cruciale sostegno russo la città di Palmira, patrimonio Unesco dell’umanità per dieci mesi in mano all’Is. Ancora una volta Assad e i suoi alleati si sono mostrati all’Occidente come l’unica soluzione al “terrorismo jihadista”, facendo passare in secondo piano la quantità di crimini commessi non dal 2011 ma dall’avvento del potere baathista nel 1963.
Quattro tra i principali media europei hanno insomma dato tanta enfasi a un gruppo di intellettuali (quanti e quali non è stato divulgato per motivi di sicurezza) di cui in Siria pochi hanno finora sentito parlare. Il documento è firmato in calce “i nuovi alawiti” e porta sulle sue pagine un timbro con un logo alquanto criptico: “Gruppo dell’iniziativa alawita”. Non è un caso che la stampa araba e siriana li stia ignorando.
Gli autori del documento si rivolgono prima all’estero: non siamo sciiti (duodecimani, come Hezbollah e gli iraniani), affermano. Un messaggio scontato per la base alawita siriana. Poi parlano all’interno: invocano una “riforma dell’identità” della comunità alawita auspicando che si abbandoni la mentalità della “minoranza” e della “discriminazione”. Questi “nuovi alawiti” chiedono inoltre che “la nuova Siria” sia fondata su principi contrari all’attuale statu quo incarnato dagli Assad: rispetto dei diritti fondamentali, libertà, pari opportunità, democrazia, cittadinanza.
Come scrive Repubblica, “i promotori dell’iniziativa dichiarano che dietro di loro c’è la maggioranza degli alawiti… Non propongono un golpe, ma una trasformazione dall’interno. ‘Non siamo contro Assad come persona – si legge – ma siamo contro l’attuale sistema. Non possiamo salvare lo Stato se lui si dimette subito. Ma con lui al potere non ci saranno riforme. Nei loro propositi – prosegue il resoconto del giornale – l’iniziativa ‘può essere una via d’uscita per il regime. I nostri capi religiosi possono negoziare un accordo e garantire la protezione della famiglia Assad'”.
Il documento però non sembra avere nessun effetto destabilizzante sulla tenuta del potere di Damasco, composto sì da membri dell’alawismo ma formato da personaggi uniti da legami familiari ed economici piuttosto che da vincoli esclusivamente religiosi e comunitari. Tra gli alawiti si contano inoltre numerosi dissidenti e oppositori; molti di loro sono finiti in carcere e alcuni sono stati uccisi sotto tortura.
È stato e continua a essere fuorviante leggere dunque l’alawismo come principale fattore di accesso ai vertici del potere di Damasco. Negli ultimi dieci anni inoltre il regime si è “asadizzato” ulteriormente: importanti personaggi alawiti sono stati esclusi perché non appartenevano al clan del presidente.
Il testo appare inoltre il frutto di un’iniziativa di una ristretta cerchia di intellettuali che auspicano una “riforma dell’identità” comunitaria. Gli autori dell’iniziativa invocano principi che per il solo fatto di essere enunciati collocano la mossa nelle file delle opposizioni al regime. Difficile immaginare una “riforma dall’interno” se chi si propone di rinnovare è di fatto già escluso dalla logica del potere.
Anche perché, dallo scoppio della rivolta anti-regime, la comunità alawita – intesa come base e non come élite di intellettuali – si è sentita sempre più minacciata dall’estremismo e dal jihadismo sunnita. I gruppi fondamentalisti sunniti considerano eretici gli alawiti e invocano la loro eliminazione.
In questo clima gli alawiti della costa, che maggiormente partecipano alla difesa del regime inviando i loro “figli” al fronte contro i ribelli e i jihadisti dell’Is, non sembrano poter ascoltare appelli elitari fatti in nome di principi astratti che non danno certezze per il futuro, ma che invece sembrano minare le fondamenta del potere degli Assad, percepito come l’ultimo baluardo di fronte alla marea sunnita.

La Turchia gioca la carta Karabakh contro la Russia
Martakert (al-Hayat). Analisti russi e armeni vedono l’ombra di Ankara dietro la recente escalation degli scontri tra Azerbaijan e Armenia nella regione di Nagorno-Karabakh, l’enclave armena de-facto autonoma situata in territorio azero e oggetto di un cessate il fuoco patrocinato dai russi nel 1994. La recente recrudescenza del conflitto, che ha portato Baku ad annunciare una tregua unilaterale le cui violazioni continuano a essere denunciate da Yerevan, viene associata all’ultima visita del presidente azero Ilham Aliyev in Turchia, a metà marzo, quando quest’ultimo ha reiterato il motto nazionalista turco-azero “un’unica umma (nazione islamica) e due Stati”.
Dal canto suo, Erdoğan ha promesso di rimanere al fianco di Baku “fino alla fine”. L’Azerbaijan è popolato da una maggioranza etnica turca. Secondo osservatori armeni e russi, Ankara avrebbe dato l’ok a Baku perché ponga sotto pressione Yerevan – e di conseguenza il suo alleato russo, che aveva permesso la caduta della regione di Karabakh in mano ai separatisti armeni nel contesto più ampio del confronto tra Turchia e Russia nei territori già contesi tra Impero Ottomano e Zar.
La linea delle tensioni comprende anche il Caucaso russo, alla luce degli attentati realizzati recentemente nel Dagestan, che sulla stampa russa sono stati immediatamente collegati alla presunta protezione fornita da Ankara ai mujahidin caucasici durante i conflitti ceceni.
Anche nella penisola della Crimea, enclave a maggioranza etnica russa annessa da Mosca nel contesto del conflitto ucraino, i recenti appelli della comunità musulmana tartara per l’organizzazione di proteste anti-russe vengono inquadrati da Mosca nel contesto della vicinanza storica tra tartari e Turchia. All’interno di tale scenario si inserisce anche una possibile spina turca nel fianco dell’Iran, poiché storicamente la Repubblica Islamica si era schierata a fianco dei separatisti armeni nel conflitto di Karabakh. Ankara sembra pertanto aver spostato  il fronte più a nord, nello scontro con Mosca, dopo i successi conseguiti dal Cremlino in territorio siriano.

Per l’Is in Siria, l’autostrada Damasco-Hama è ormai lontana
Qaryatayn (al-Safir). Con la cacciata dell’Organizzazione dello Stato Islamico (Is) da parte delle forze governative siriane dalla cittadina di Qaryatayn, a est di Homs, il gruppo jihadista vede allontanarsi la possibilità di collegare i suoi miliziani a cavallo dell’autostrada Damasco-Hama.
Solo sei mesi fa l’Is sembrava poter minacciare la principale arteria usata dal regime per collegare il cuore del potere – la capitale – con la Siria centrale. I jihadisti potevano addirittura guardare al Qalamun occidentale, al confine col Libano, come una meta da ricongiungere alla badia, la steppa a est di Homs e che circonda Palmira.
La caduta della città-sito archeologico patrimonio Unesco dell’umanità e (ieri) la presa di Qaryatayn relegano i jihadisti a forza locale nel centro e nell’est siriano. L’autostrada Damasco-centro-nord è messa in sicurezza.
Qaryatayn era una città simbolo anche per la sua nutrita comunità cristiana e per la presenza del monastero di Mar Elian, in parte danneggiato dall’Is. I jihadisti avevano rapito il priore del monastero, padre Jacques Mourad, della comunità monastica di Mar Musa fondata dal gesuita italiano Padre Paolo Dall’Oglio (scomparso in Siria nel luglio 2013). Padre Murad è poi riuscito a scappare, ma quando era stato portato portato via da elementi locali dell’Is moltissime famiglie cristiane di Qaryatayn erano fuggite. Altre erano rimaste per timore di perdere le case e i terreni. L’Is aveva deportato anche loro, prima verso Raqqa e poi verso Palmira. Quindi, come lo stesso Murad aveva raccontato, aveva concesso ai pochi cristiani di Qaryatayn rimasti in città un contratto di dhimma, la protezione dell’autorità islamica nei confronti dei gruppi non musulmani in cambio della loro sottomissione e del pagamento di una tassa.
Di fatto, assicuravano fonti a Qaryatayn, la cittadina è stata spopolata. Soltanto le famiglie musulmane, considerate “solidali” con l’Is, erano rimaste. Adesso, con l’arrivo delle truppe governative e la ritirata dei jihadisti, Qaryatayn è descritta come una città fantasma.

I curdi iracheni accusano presidente di perseguire l’indipendenza per fini personali
Arbil (al-Hayat). Il principale partito curdo-iracheno dell’opposizione, il Movimento Gorran, ha criticato il presidente Massud Barzani e le sue aspirazioni indipendentiste, riducendole a un tentativo di sviare l’attenzione dalla sua permanenza illegittima alla guida del paese.
Ad agosto 2015 Barzani ha infatti oltrepassato il termine del suo secondo mandato ed è stato ripetutamente oggetto di proteste per aver trasformato la regione autonoma in un feudo familiare (suo nipote Nechirvan Barzani ricopre attualmente la carica di primo ministro).
Sempre secondo il Movimento Gorran, più vicino a Teheran che ad Ankara a differenza del Partito Democratico del Kurdistan (Kdp) di Barzani, la presidenza curdo-irachena starebbe spingendo perché si tenga un referendum popolare sull’indipendenza al più presto per mettere all’angolo Baghdad nel contesto delle annose contese sulla spartizione degli introiti petroliferi.
Barzani ha recentemente fatto marcia indietro, definendo il referendum “non vincolante” e svelando la natura utilitarista del suo ricorso al populismo nazionalista. Non è pertanto da escludere che la corsa verso l’indipendenza venga accantonata qualora Barzani non fosse più oggetto di contestazioni e Baghdad accettasse di scendere a compromessi con Arbil.

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