giovedì 4 febbraio 2016

Le cinque palestinesi che fanno cambiare idea sulle donne arabe

La storia di Betty, Marah, Noor, Mona e Maysoon, le cinque ragazze che hanno formato la prima squadra femminile di rally automobilistico in Palestina, è una di quelle che fanno cambiare prospettiva sulla condizione della donna in Medio Oriente. Ma, soprattutto, fanno cambiare prospettiva sugli uomini mediorientali. E ce n’è bisogno, di questi tempi.
Le cinque pilote sono al centro di Speed sisters, il documentario della regista Amber Fares, che le ha seguite mentre affrontano pregiudizi sociali e difficoltà logistiche nella Cisgiordania sotto occupazione.
Le donne palestinesi hanno raggiunto, dall’inizio della lotta armata, un livello di emancipazione molto alto rispetto alle altre donne del mondo arabo. Basti ricordare la figura emblematica per un’intera generazione della giovane guerrigliera Leila Khaled, prima donna ad aver partecipato a un dirottamento aereo nel 1969. Le palestinesi hanno anche livelli di istruzione molto più alti di quelli delle altre donne della regione. Il tasso di alfabetizzazione femminile in Palestina è del 94,4 per cento, un dato paragonabile a quello dei paesi europei.
Però, resta un fatto: “Guidare auto da rally per le donne è eccezionale un po’ ovunque nel mondo, s’immagini in Palestina”, dice la regista di Speed sisters, che ha incontrato questa squadra per caso ed è rimasta folgorata dalla personalità delle ragazze. Fares, nata in Canada da una famiglia libanese, ha riscoperto le proprie origini dopo l’11 settembre e ha deciso di approfondire la sua comprensione del Medio Oriente.
Una scena da Speed sisters. - speedsisters.tv
Una scena da Speed sisters.
Tornando nella regione ha fatto delle scoperte interessanti: la più importante è che l’emancipazione delle donne passa inevitabilmente attraverso l’inclusione degli uomini nel processo, come si capisce ascoltando queste cinque sportive che corrono insieme a piloti maschi.
Betty è bionda e sexy. Ha 35 anni, è di Betlemme e definisce se stessa un “brand”, un marchio. Appartiene a una famiglia del mondo delle corse, ma va dalla manicure e dal parrucchiere prima delle gare, perché deve dimostrare “di non essere un maschiaccio”. Piccola barbie palestinese, manda in frantumi certe immagini di donne velate e piangenti, madri di dieci figli. Betty è il massimo dell’emancipazione. Odiata delle altre, è però di grande lunga la più popolare in Palestina e su questo gioca: posa con naturalezza per le foto in tuta Ferrari con i capelli al vento.
Marah ha 23 anni, è stata campionessa già a 19 anni e detiene il titolo di miglior pilota di rally. Viene dalla città martoriata di Jenin e la sua famiglia dedica le sue magre finanze alla passione della corsa. Attraverso di lei la regista Amber Fares ha incontrato un padre di famiglia molto diverso degli stereotipi del padre padrone mediterraneo. È lui il personaggio che l’ha colpita al punto di farle cambiare prospettiva.
Non ho avuto niente da bambino, volevo che per i miei figli fosse l’opposto”, racconta il padre di Marah
Khaled, il padre di Marah, lotta contro tutti per proteggere le scelte della figlia: contro il proprio padre, contro sua moglie e gli abitanti di Jenin, una città molto conservatrice. La sua dolcezza e dedizione sono commoventi. Cresciuto nel campo profughi di Jenin, dire che ha avuto una vita difficile è un eufemismo: “Non ho avuto niente da bambino, volevo che per i miei figli fosse l’opposto”, racconta. Khaled lavora 18 ore al giorno per fare bite dentali di ceramica: “Qui non si sa quando si può lavorare e quando si ferma tutto per la guerra, devo fare il massimo quando posso”. Tiene testa in silenzio al proprio padre che si lamenta perché “la gente parla” e crede che il figlio “non avrebbe mai dovuto lasciarla cominciare”.
Per Fares questo sostegno maschile incondizionato è stato una “rivelazione”:
“All’inizio del film ero ben consapevole di volere, con Speed sisters, rompere tutti gli stereotipi sulle donne arabe. Ma non sapevo che avrei rotto i miei stereotipi anche sugli uomini arabi”, spiegava in una Tedx. “Nei mezzi d’informazione occidentali, gli uomini arabi sono ritratti come degli estremisti violenti che tengono le donne nascoste dallo sguardo pubblico, e le donne come vittime deboli e passive. Su queste basi, come potrebbero mai questi uomini essere interessati all’uguaglianza di genere?”.
Le Speed sisters. - speedsisters.tv
Le Speed sisters.
“Il fatto però è che pian piano ne ho incontrati tanti altri come Khaled”, aggiunge in un’intervista via Skype. “Primo tra tutti il presidente della federazione, che è felicissimo della partecipazione delle donne perché fa pubblicità alla sua piccola organizzazione. Il pubblico le sostiene, e altri che ho intervistato mi hanno detto che una donna deve avere la patente prima di sposarsi, è cruciale”.
Maysoon, 38 anni, figura luminosa e positiva, è il capitano della squadra e prova a sostenere le ragazze nelle molte difficoltà che devono affrontare: il fatto di essere donne in uno sport abitualmente riservato agli uomini, ma anche le responsabilità familiari, la povertà, l’occupazione. Proprietaria di un negozio di vestiti, Maysoon ha molti pretendenti ma “ha deciso che malgrado le pressioni familiari si sposerà con l’uomo che le piace” e alla fine sposa un collega di rally. Spesso il matrimonio, in Palestina come in molti altri paesi del mondo, rappresenta la fine della carriera sportiva. Ma Maysoon non si ferma davanti alle difficoltà, al contrario, le utilizza. Spiega per esempio che la sua passione per la velocità le è venuta “dalla frustrazione degli ostacoli che affrontiamo quotidianamente, dai check point al traffico dovuto ai posti di blocco israeliani”.
Il film non dipinge solo un quadro roseo: a causa della disastrosa situazione economica in Palestina spesso le pilote devono usare semplici macchine da città modificate. Inoltre l’occupazione rappresenta una prova quotidiana non solo per gli abitanti della Cisgiordania, ma anche per le protagoniste del documentario. In un territorio così controllato, trovare posti dove allenarsi è difficile. Un giorno, per far vedere a una troupe televisiva dove vanno a fare le prove, le ragazze rischiano troppo e finiscono per farsi sparare addosso dall’esercito israeliano. Le loro grida spaventate e gli spari fanno parte del quotidiano palestinese quanto la manicure con il gel che esibiscono le pilote.
“L’importante nella mia narrazione”, conclude Fares, “è che le storie intime e personali sono quelle che più di tutte rendono partecipe il pubblico e fanno capire situazioni difficili e importanti”. Ed è davvero salutare vedere immagini di donne e uomini così diverse dagli stereotipi, oltretutto accompagnate da una fantastica colonna sonora di musica pop araba.

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