Israele, dissidi interni al governo





di Roberto Prinzi

Roma, 30 gennaio 2014, Nena News- Se non proprio una pace, le parole conciliatorie pronunciate ieri da Naftali Bennet rappresentano una tregua temporanea con il Primo Ministro Netanyahu. "Ci sono persone che provano a trasformare un importante dibattito sul futuro della nostra terra e sulla sua sicurezza in un attacco personale che non c'è mai stato e che non era nelle mie intenzioni" ha detto ieri il Ministro dell'Economia israeliano nel corso di una conferenza.

"Io rispetto il Primo Ministro Netanyahu e la sua leadership in queste difficili condizioni, lo sostengo quando è necessario, lo critico quando è necessario perché è una mia responsabilità" ha aggiunto gettando acqua sul fuoco della polemica nata a inizio settimana. Il leader di "Casa Ebraica" (ufficialmente il Partito Nazionale religioso, megafono dei coloni) aveva attaccato duramente Bibi Netanyahu per la sua idea di lasciare i coloni israeliani della Cisgiordania sotto l'autorità palestinese in un futuro stato di Palestina. Possibilità che aveva stizzito Bennet e anche molti falchi all'interno dello stesso Likud, il partito del Primo Ministro.

"I nostri figli non dimenticheranno il leader che ha ceduto la nostra terra" aveva detto in modo apocalittico il Ministro domenica incassando il plauso (scontato) dei rappresentanti dei coloni. Fonti vicine a Netanyahu hanno raccontato di un Premier infuriato per l'attacco subito, ma deciso a passare al contrattacco imponendo a Bennet un diktat: "scuse pubbliche o sei fuori". Dinanzi al bivio in cui è stato posto, il caparbio Bennet ha dovuto cedere. Ovviamente a modo suo. Così, anche nello stemperare gli animi, ha lanciato ieri una (non troppo velata) bordata al Premier: "imporre una sovranità palestinese ai cittadini israeliani [i coloni che abitano la Cisgiordania occupata palestinese, ndr] è pericoloso ed è stata mia responsabilità cancellarla immediatamente dall'agenda politica". Che tradotto in un linguaggio più semplice vuol dire: "io non rinuncio alla nostra terra. I coloni sono cittadini israeliani e pertanto sono esclusivamente sotto la nostra Autorità. Se realizzi questo piano, io lascio il governo e ti darò filo da torcere all'opposizione".

L'eventuale uscita (o esclusione) di "Casa Ebraica" dalla coalizione governativa costituirebbe un problema per il Primo Ministro, ma non di difficile soluzione. Netanyahu, intanto, farebbe bene prima a guardarsi alle spalle all'interno del suo partito. Qualche settimana fa il suo governo di estrema destra era stato messo pesantemente in imbarazzo dalle parole del Ministro della Difesa. Commentando le negoziazioni in corso con i palestinesi, Moshe Ya'alon (Likud) aveva attaccato duramente il Segretario di Stato statunitense Kerry definendolo "ossessivo e messianico". Una dichiarazione che aveva suscitato il risentimento di molti a Washington, fedele alleata di Tel Aviv. Pressato e attaccato dalla stampa, il Ministro era stato costretto a scusarsi qualche giorno dopo. Ma l'insofferenza di Ya'alon è solo la punta dell'iceberg di una insoddisfazione diffusa tra i falchi del partito del Premier.

Una frangia più intransigente del Likud, infatti, è contraria all'attuale processo di pace (fittizio) e a fatica lo nasconde. Un problema non irrilevante per il Primo Ministro che proprio in questo periodo prova a giocarsi la carta "moderazione" con europei e americani per rafforzare la sua credibilità internazionale duramente colpita (ma solo a parole) dai nuovi annunci di costruzione negli insediamenti in Cisgiordania. Netanyahu, seguendo una collaudata e vincente prassi politica israeliana, si mostra interessato a parole alla "pace", pone come capo negoziatrice perfino la "moderata" Livni (Ministro degli Esteri durante l'aggressione sanguinosa di Piombo Fuso) strizzando l'occhio ai governi occidentali "seriamente preoccupati per la pace". Ma ai fatti continua a mantenere lo stallo politico necessario a costruire nuovi "fatti sul terreno" in terra palestinese.

La polemica con Bennet potrebbe non concludersi con le "scuse" di ieri. "Case ebraica" potrebbe lasciare presto il governo. Non c'è mai stata una grossa simpatia tra Bibi e il "leader dei coloni". Il premier fu costretto a inserirlo nella coalizione dopo le legislative di un anno fa perché Bennet aveva già stipulato un patto di alleanza con l'ex giornalista Lapid, leader di Yesh 'Atid. Ma al di là dei rapporti personali, Netanyahu sa perfettamente che Bennet è un pericolo perché rende il suo governo "estremista" e, di conseguenza, poco gradito agli occidentali. Inoltre il governo "centrista" a cui Bibi aspira garantirebbe maggiore stabilità ("sinistra" e "destra radicale" non potranno mai cooperare essendo espressione di due mondi agli antipodi).

Perciò una esclusione di Bennet dal governo è molto concreta. Del resto il suo grande "alleato" Lapid è molto più debole di un anno fa e il patto che li lega non è più forte come in campagna elettorale. Yesh Atid è un partito molto pragmatico e difficilmente lascerà la coalizione per salvare i coloni. E anche nell'ipotesi in cui nel Likud si dovesse creare una scissione interna a causa delle "dolorose cessioni" ai palestinesi, Netanyahu potrebbe contare sul sostegno del "centro sinistra". 'Avoda (i laburisti) ha da poco cambiato guida: al posto di Yachimovitch combattiva almeno sui temi sociali, vi è da qualche mese l'inconsistente Herzog che potrebbe sostenere il governo anche all'esterno della coalizione di governo qualora i colloqui di pace dovessero continuare. Herzog, nel frattempo, pensa di unirsi al partito HaTnu'a di Livni. Alleanza (stile Likud - Yisrael Beitenu, compagine politica del vulcanico Ministro degli Esteri Lieberman) o fusione completa non è ancora possibile stabilirlo. Di sicuro una eventuale unione permetterebbe ai laburisti di rastrellare qualche voto nel "centro" e nella "destra moderata" (Likud, Yesh 'Atid su tutti).

Per Livni, invece, sarebbe l'unico modo per superare la soglia di sbarramento alle prossime legislative qualora dovesse passare una nuova legge che alzerebbe la percentuale di voto per entrare alla Knesset [il Parlamento israeliano, ndr]. Non è chiaro ancora di quanto aumenterà (ora è al 2%). C'è chi ha parlato del 3,25% (Yisrael Beitenu e Likud), chi preferirebbe il 4% (Yesh 'Atid)e chi vorrebbe il 3% (HaTnu'a). Ma se non è certo il numero, è evidente che sarà una vera mannaia per i partiti arabi che, disuniti, non arriverebbero a sedersi alla Knesset. L'unica soluzione sarebbe un'unica grande alleanza. Ma le voci tra i palestinesi d'Israele (20% della popolazione d'Israele) sono molto diverse. Nè lascia presagire qualcosa di buono il pesante lancio di accuse tra Balad/Tajammu' e Hadash per la carica di sindaco di Nazareth dove, a distanza di mesi dalle amministrative, non si conosce ancora il nome del vincitore. La battaglia senza esclusione di colpi tra il nazionalista arabo Salem e il socialista Jaraizi fotografa la realtà politica palestinese. Che si chiami Israele o Palestina. Nena News

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