Palestina : Il villaggio di Al Walaje: resistere con il teatro

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di Ben Rivers (The Electronic Intifada)
Come numerosi villaggi della Cisgiordania, i residenti di Al Walaje protestano ogni settimana contro il Muro di Separazione israeliano.
                         
Il 13 aprile, tuttavia, il villaggio si è riunito per qualcosa di diverso. Il Freedom Theatre di Jenin e il suo Freedom Bus sono stati invitati ad ascoltare e a mettere in scena i racconti di vita dei residenti che hanno parlato di violenze dell’esercito, demolizioni delle case, confisca delle terre e, forse la cosa più importante, della loro determinazione a combattere la loro battaglia per la giustizia. Oltre 200 persone si sono ritrovate per mostrare solidarietà alla popolazione di Al Walaje e per ascoltare le loro storie.


Intrappolati dietro lastre di cemento
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Al Walaje è uno dei villaggi che deve affrontare una prossima prigionia e una probabile estinzione. Ogni giorno, camion della Volvo e della Caterpillar scavano una montagna e preparano il terreno al tracciato del Muro israeliano. Una volta completato, il Muro circonderà Al Walaje, intrappolando i suoi abitanti dietro un percorso ininterrotto di lastre di cemento. 
In violazione del diritto internazionale, la gente di Al Walaje ha già subito la confisca delle proprie terre e la demolizione delle proprie case. Il reale scopo del Muro si comprende bene guardandone il tracciato. Il percorso si snoda in profondità dentro la Cisgiordania, annettendo terre e risorse idriche, ben lontano dalla Linea Verde (confine ufficiale tra Israele e Cisgiordania, ndr).
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La protesta del 13 aprile si è tenuta in cima ad una collina che è stata dichiarata unilateralmente Parco Nazionale Israeliano. Questo appezzamento di terra ospita alberi di ulivo le cui olive sono state raccolte per generazioni dalla popolazione di Al Walaje. 
La terra è inoltre collegata alla casa della famiglia di Omar Hajajlah. La loro abitazione, situata lungo il percorso pianificato del Muro, avrebbe dovuto essere demolita. Tuttavia, una costante pressione è riuscita a scongiurare un simile destino. Hajajlah ha combattuto una lunga battaglia nei tribunali israeliani. 
Nel 2010, l’Alta Corte israeliana ha emesso una sentenza che permette agli ingegneri di circondare la sua casa e di imprigionare fisicamente la sua famiglia con una barriera elettrificata alta quattro metri. Dopo qualche mese dalla sentenza, un tribunale militare ha stabilito che l’unico accesso della famiglia al resto del mondo sarà possibile attraverso un tunnel del costo di cinque milioni di shekel (circa un milione di euro) e che collegherà la loro casa al villaggio di Al Walaje.
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Il teatro 
La compagnia del Freedom Theatre e del suo Freedom Bus è stata invitata per un “teatro di riproduzione”, un approccio interattivo dove il pubblico condivide la propria vita e poi osserva un gruppo di attori riprodurre al momento le storie improvvisandole in scena. Ad accompagnare il Freedom Theatre c’era Dar Qandeel (un gruppo di musicisti di Tulkarem) e il rapper Talha Alali Wise Wolf. 
Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo, era presente insieme ad una delegazione di italiani. Con loro membri della comunità locale, artisti, alunni, insegnanti, attivisti, giornalisti, viaggiatori, bambini, giovani e famiglie, in un clima di gioia e festa. 
Il figlio di Omar Hajajlah, Hakam, 10 anni, è stato il primo a parlare al pubblico. Appena ha rivolto lo sguardo a quel mare di volti, ha detto di avvertire un senso di “appartenenza”. Più tardi, ha parlato Omar: “In questo momento, mi sento libero dall’occupazione. Oggi ho trovato, attraverso l’arte e la cultura, un’altra forma di resistenza”. 
La rappresentazione dell’oppressione e della resistenza 
Parole potenti quelle di Omar, se si tiene conto che uno squadrone di soldati israeliani e di poliziotti è rimasto a controllare l’evento molto da vicino, pesantemente armato con il consueto assortimento di strumenti militari. La loro presenza è stata la rappresentazione concreta di un corpo monolitico il cui obiettivo non è solo la distruzione di case, ma anche della resistenza popolare non armata. 
Dopo mezz’ora dall’inizio della manifestazione, apparentemente minacciati dai musicisti, gli attori e il loro pubblico, l’esercito ha chiuso l’ingresso del villaggio, proibendo ad altri ospiti di arrivare. Ma l’evento è proseguito. La gente di Al Walaje ha alzato la propria voce e ha raccontato le proprie storie. 
Ogni racconto è stato ascoltato, riflesso e trasformato in teatro in un palcoscenico all’aperto – un fazzoletto di terra tra gli alberi di ulivo. Il gruppo Dar Qandeel ha suonato e cantato. Il pubblico ha danzato. Come Juliano Mer-Khamis, cofondatore del Freedom Theatre assassinato lo scorso anno, ha detto: “Crediamo che la Terza Intifada, la prossima Intifada, deve essere culturale”. 
Ritrovandoci lì ad Al Walaje, abbiamo ricordato il potere della musica, del teatro, della danza e della poesia, il potere di elevare e rafforzare lo spirito degli uomini nella battaglia contro l’oppressione e l’ingiustizia. 
Ben Rivers lavora con il Freedom Theatre a Jenin ed è il direttore della comunicazione del Freedom Bus.  
Tradotto in italiano da Emma Mancini (Alternative Information Center)

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