Dietro lo scandalo Katsav, la crisi e il razzismo in Israele di Arieh Cohen (ASIANEWS)

Tel Aviv (AsiaNews) – La notizia della condanna dell’ex presidente Moshe Katsav per due casi di stupro e altri crimini sessuali, ha suscitato fra gli israeliani sentimenti contrastanti. Vi è stata naturalmente, una espressa vergogna verso un capo di Stato che la corte ha giudicato colpevole di crimini così gravi. Ma vi è anche un senso di orgoglio nazionale per avere un sistema giuridico indipendente, che non si fa intimidire o corrompere e che commina la giustizia in modo equanime, al potente e al senza potere. Gli israeliani affermano che non importa quanto un accusato sia influente: se egli ha infranto la legge, se ha offeso il suo vicino, la giustizia è assicurata.
La soddisfazione di fronte a tale dimostrazione di uguaglianza di fronte alla legge è comprensibile e giustificata. Forse può essere diminuita ricordando che Katsav non è mai stato una figura potente o influente. Egli non ha ricchezza o legami significativi ed è stato un politico di basso livello; quando il suo partito lo ha scelto come candidato per la presidenza in Israele – un posto puramente simbolico - egli rivestiva uno dei meno importanti posti ministeriali.Per il momento, il sensazionale verdetto è servito a distogliere le menti degli israeliani dai gravi problemi presenti in altre aree: primo fra tutti il blocco senza speranza degli sforzi di pace con i palestinesi o con Siria e Libano, insieme alla costante minaccia di nuovi attacchi sulla popolazione israliana da parte di Hezbollah in Libano e di Hamas nella Striscia di Gaza. Vi è poi, naturalmente, lo scenario da incubo dell’Iran nuclearizzato, capace di compiere la minaccia di “cancellare Israele dalla carta geografica”. Su questo punto, l’angoscia di Israele cresce in proporzione all’appartente passività dell’occidente.
Giorni prima della condanna di Katsav, Avigdor Liebermann, il ministro degli esteri, ha inquietato la nazione e contrariato tutti: a un’assemblea di ambasciatori israeliani egli ha dichiarato che la politica di pace del premier Netanyahu, che ha come scopo uno Stato palestinese, non è realistica. Il ministro degli esteri ha già fatto simili dichiarazioni all’Assemblea generale dell’Onu lo scorso autunno. Egli afferma che l’attuale governo  non ha la capacità di seguire la politica di pace di Netanyahu: non solo perché – secondo lui - essa è sbagliata, ma anche perché le tensioni e le contraddizioni interne al governo sono tali che Netanyahu non potrà mai avere sufficiente sostegno per varare tale politica.

Al suo staff e agli ambasciatori, Liebermann ha detto che l’unica politica possibile è quella della “soluzione ad interim” e che egli sta per presentare un piano in questo senso. Secondo i media, la “soluzione ad interim” che egli propone è in pratica il continuare l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, con qualche “miglioramento” per la vita quotidiana e le possibilità economiche dei residenti, concessi solo se essi “si comportano bene”.

L’imbarazzo nazionale e internazionale verso il premier Netanyahu è stato immenso. Analisti e commentatori hanno subito manifestato quanto impossibile e indegna è una situazione in cui il ministro degli esteri ridicolizza in pubblico la posizione politica del primo ministro (la fondamentale “soluzione dei due Stati”) e vi si oppone in modo attivo. Netanyahu ha risposto – in modo debole e per nulla persuasivo – che il discorso del suo ministro degli esteri rifletteva pure “opinioni personali” e che la politica ufficiale del governo è espressa dal primo ministro. Di fatto, però, il ministro degli esteri ha parlato agli ambasciatori israeliani di tutto il
mondo, dando loro istruzioni sulle posizioni che essi devono assumere nei Paesi ospitanti e nelle organizzazioni internazionali.



Qualcuno in Israele pensa che forse Netanyahu attende che i pubblici ministeri di Israele, così senza paura, facciano il loro lavoro: fra non molto l’Attorney General di Israele dovrebbe annunciare se aprire un’accusa contro Liebermann per vari crimini legati a contratti economici del ministro degli esteri (immigrato in Israele dall’Unione sovietica) con il blocco dell’Est, fra cui riciclaggio di denaro sporco e evasione fiscale. Va ricordato che la fedina penale di Liebermann comprende anche una condanna per violenze contro i bambini. Per la legge di Israele, se si apre un’accusa Liebermann dovrà lasciare il suo posto di governo.
Nel suo discorso, il ministro degli esteri ha anche minacciato i palestinesi sul loro tentativo di guadagnare il riconoscimento internazionale per uno Stato palestinese nei Territori poi occupati da Israele nel 1967. Tale tentativo sta avendo successo. Un tempo, una dichiarazione internazionale dell’Olp che fosse soddisfatta di quei territori - il 22% della Palestina storica – avrebbe incontrato il giubilo da parte israeliana, perché avrebbe significato il pieno riconoscimento dello Stato d’Israele nei suoi confini (l’altro 78%). Ora invece essa viene vista come una minaccia.


D’altronde, proprio in mancanza di concrete prospettive di un trattato di pace, sempre più nazioni prendono in considerazione tale riconoscimento, compreso il Brasile – sempre più influente – e altri Paesi latino-americani che stanno seguendo il suo esempio. Il ministro degli esteri israeliano ha minacciato risposte pesanti (“col bastone”): se i palestinesi non abbandonano questo sforzo non violento e diplomatico di far avanzare la causa della loro libertà.

Intanto, sul terreno, la colonizzazione israeliana ha preso un’accelerazione, Ciò segue la fine del “congelamento” parziale e il rifiuto di Netanyahu ad ascoltare le suppliche Usa a rinnovarlo, anche solo per 90 giorni, per permettere la ripresa dei negoziati di pace. I giornali israeliani riportano ogni giorno l’apertura di nuovi insediamenti e cantieri, come pure la violenza dei coloni contro civili palestinesi: l’ultima “moda” è quella di bloccare l’accesso degli abitanti palestinesi alle fonti d’acqua, ai pozzi e alle sorgenti.
Un’altra crisi che scuote la società israeliana è il razzismo. Tanto che il ministro della difesa, Ehud Barak – il contestato leader del Labour Party, una volta dominante, ma ormai ridotto – lo ha condannato con forti discorsi in pubblico. Decine di rabbini statali, rabbini di città e paesi (qualcosa come dei vescovi diocesani di una Chiesa di Stato) hanno pubblicato un decreto in cui proibiscono la vendita o l’affitto di case a membri della minoranza araba israeliana; una trentina di mogli di rabbini hanno pubblicato un documento che mette in guardia le donne ebree di non avere relazioni con uomini di quella minoranza. In alcune città, gruppi di persone hanno attaccato per strada rifugiati dall’Africa e altre persone di colore, entrando anche nelle loro case e nei luoghi di raduno. Ebrei ultraortodossi di origine europea con ostinazione escludono dalle loro scuole altri ebrei di origine africana o del medio oriente. Una nuova legge dà ad alcuni sindaci il potere di rifiutare al residenza a membri della minoranza araba israeliana.
L’elite liberale e laica, un tempo dominante in Israele, inorridisce di fronte a tali fatti, che contraddicono la loro stessa concezione di uno Stato ebraico. In effetti, i documenti di fondazione dello Stato di Israele – in particolare la Dichiarazione di indipendenza del 1948 – promette in modo solenne la piena uguaglianza politica e sociale, senza riguardo a razza, nazionalità o religione. Uno scrittore del quotidiano più liberale, “Ha’Aretz”, parla di un’atmosfera che ricorda la Germania del 1932. Altri criticano questa retorica un po’ eccessiva, ma mostrano che vi è un’analogia fra la messa in guardia delle donne ebree verso i non ebrei e le peggiori forme di incitamento all’amtisemitismo in Germania e in altri momenti della storia.

Il primo ministro e alcuni rabbini hanno deprecato le peggiori manifestazioni di razzismo, ma i circoli liberali lamentano che le loro dichiarazioni sono troppo deboli e non sono appoggiate da azioni appropriate. Ad esempio: i rabbini statali che hanno firmato il decreto razzista sulla vendita o l’affitto di case agli arabi, occupano ancora le loro posizioni e sono ancora pagati dallo Stato; essi non sono stati accusati di nulla, anche se l’incitamento al razzismo è proibito dalle leggi israeliane.

Ad ogni modo, al finire del 2010 e all’inizio del 2011, l’immagine della società israeliana non è tutta buia. Le elite intellettuali e culturali della nazione, come pure molti cittadini, rimangono in favore della fine dell’occupazione e della colonizzazione e in favore di uno Stato liberale, democratico, con uguali diritti per tutti. Non vi è ragione per pensare che essi siano ormai una minoranza non influente. Se oggi essi non sembrano influenti tanto da cambiare ilo corso degli eventi, è perché essi non riescono a trovare uno strumento politico credibile, oppure non riescono a incanalare il loro credo e i loro sentimenti in una politica. Lo stato pietoso del disintegrato Labour Party ha tolto da esso l’abilità di giocare questo ruolo; mentre il nuovo partito di centro-destra, il Kadimah, non ha ancora un’identità sufficientemente chiara e nemmeno un realismo sufficiente a renderlo il motore di un rinnovamento nazionale.

In mezzo a tutto ciò, è evidente  e spiacevole l’assenza della Chiesa dalla scena pubblica. Quando il grande Giovanni Paolo II prese la decisione storica di nominare per Israele un “vescovo ausiliare con speciali facoltà”, crebbero molte speranze per una Chiesa di lingua ebraica desiderosa di impegnarsi in un dialogo aperto (sereno e rispettoso, “dall’interno”) con il resto della maggioranza israeliana di lingua ebraica. Non molto tempo dopo, il vescovo – il santo monaco Jean-Baptiste Gourion, benedettino olivetano, è morto per una dolorosa malattia. In seguito è morto anche Giovanni Paolo II. Il papa non aveva concluso il suo lavoro e non aveva stabilito in modo formale una diocesi vera e propria. Per questo, oggi, dal punto di vista canonico non vi è un “posto vacante”. Ma vi è uno “spazio vacante” nel cuore di Israele, dove nel dibattito pubblico non si riesce a sentire la voce della Chiesa.

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