Siria. Le ragioni del veto cinese e russo

Simone Pieranni - china-files.com.
I media cinesi si schierano con il proprio governo e difendono il veto alle sanzioni delle Nazioni Unite sulla Siria. China DailyXinhuaGlobal Times: tutta la macchina propagandistica locale si muove con editoriali e commenti per sottolineare la correttezza della politica cinese in Medio Oriente.  «Come molti membri del consiglio, la Cina sostiene che, nelle attuali circostanze, porre un eccessivo accento sulle pressioni al governo siriano, pregiudica l'esito del dialogo ed imporre una qualsiasi soluzione non aiuterà a risolvere il problema siriano, ma può ulteriormente complicare la situazione», ha dichiarato Li Baodong nei commenti rilasciati sul sito del Ministero degli Esteri. 
Il Professor Yin Gang, un esperto di Medio Oriente dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ha detto che il veto di Pechino è stato un tentativo di fermare le Nazioni Unite dall'interferire negli affari interni di un paese. “La preoccupazione di Pechino è che anche che la Siria possa diventare un'altra Libia”, ha spiegato Yin.

Secondo gli esperti citati dai media nazionali, il veto di Cina e Russia su un progetto di risoluzione delle Nazioni Unite per promuovere il cambiamento di regime in Siria “farà guadagnare più tempo per una soluzione politica della crisi, anche se il divario diplomatico sulla questione siriana rimarrà e forse è destinato a peggiorare”.

Taleb Ibrahim, un analista politico siriano, ha dichiarato a Damasco che il veto di sabato da parte di Cina e Russia produrrà un nuovo equilibrio di potere a livello globale. “Le Nazioni Unite – ha detto - non saranno più uno strumento nelle mani degli Stati Uniti e dei suoi alleati per approvare i propri progetti militari”. Il veto contribuirà – invece - a ripristinare la pace e la stabilità nel paese e anche salvare la vita dei siriani.

Il veto della Cina – secondo la stampa locale - segue il principio di “non ingerenza negli affari interni, come indicato nella Carta delle Nazioni Unite”, ha dichiarato Dong Manyuan, vice-presidente dell'Istituto cinese di Studi Internazionali. L'ONU non ha il diritto - secondo Dong - di chiedere un cambiamento di regime o di fare un intervento militare in uno Stato sovrano. “La mossa cinese è stato un tentativo di cercare una soluzione pacifica della crisi siriana e impedire una sua escalation”, ha dichiarato l'esperto al China Daily.

L'Ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, Li Baodong, ha dichiarato che sebbene la comunità internazionale debba fornire assistenza costruttiva per contribuire a raggiungere la pace in Siria, “la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale della Siria dovrebbe essere pienamente rispettata”, aggiungendo che la pressione sul governo siriano o l'imposizione di sanzioni, non sarebbe di aiuto.

Far passare a tutti i costi un voto, quando le parti sono ancora fortemente divise sulla questione, non contribuirà a mantenere l'unità e l'autorità del Consiglio di Sicurezza, o ad aiutare a risolvere correttamente il problema. In questo contesto, la Cina ha votato contro il progetto di risoluzione”, ha detto Li.

La Cina ha finito per sostenere le posizioni suggerite dalla Russia, dopo che da Mosca era circolata una risoluzione modificata, che sosteneva “di proporre di risolvere due problemi di fondo”. Il primo riguardava l'imposizione di condizioni relative al dialogo; il secondo si riferiva al fatto che sarebbe necessario adottare misure per influenzare non solo il governo ma anche i gruppi armati anti-governativi.

Le ragioni del veto russo sulla questione siriana: Mosca difende i propri interessi in Medio Oriente

06/02/2012
Se il regime di Assad in Siria dovesse cadere, ciò potrebbe incoraggiare l’opposizione popolare interna alla Russia, e per Mosca potrebbero cambiare gli equilibri di potere dall’Asia centrale al Medio Oriente – sostiene l’accademico siriano Marwan Kabalan
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Per la seconda volta in quattro mesi, la Russia ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condanna l’approccio del regime siriano nei confronti del movimento di protesta. Ai primi di ottobre, Mosca aveva silurato un tentativo di punire il governo siriano per aver violato i diritti dell’uomo e commesso crimini contro l’umanità. La dura opposizione della Russia a qualsiasi tipo di azione contro Damasco è sconcertante per molti osservatori. Le ambigue motivazioni che si nascondono dietro la posizione russa sono il fattore chiave alla base di questa confusione.
Durante la Guerra Fredda, ad esempio, il sostegno russo alla Siria era facile da comprendere. Esso era quasi esclusivamente motivato dalla grande rivalità di Mosca con gli Stati Uniti e coinvolgeva riconoscibili interessi nazionali. All’ombra del bipolarismo della Guerra Fredda, sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti cercarono clienti regionali per rafforzare la propria posizione nei confronti dell’altro, in una lotta per la supremazia mondiale.
In un simile clima, la caduta di uno Stato satellite era considerata una sconfitta per la potenza protettrice. I motivi che stanno dietro l’attuale posizione russa, invece, non sono particolarmente chiari, e di conseguenza gli analisti sembrano tentennare quando viene chiesto loro di spiegare la politica russa. Sebbene la Guerra Fredda si sia conclusa più di due decenni fa e la situazione da allora sia cambiata radicalmente, la maggior parte degli analisti tende a spiegare la posizione russa riguardo alla crisi siriana in una prospettiva storica, e di conseguenza prevede un ritorno della spaccatura che esisteva ai tempi della Guerra Fredda.
Opposizione interna e paure regionali
In realtà, se si eccettua l’arsenale nucleare del Cremlino e il fatto che Mosca è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza, la Russia manca oggi di alcune delle principali caratteristiche di una superpotenza. Il suo PIL, ad esempio, è solo un decimo di quello degli Stati Uniti – pari a circa 14.500 miliardi di dollari. Ma esso è molto indietro anche rispetto alla Cina – la seconda economia più grande del mondo con un PIL pari a circa 5.800 miliardi di dollari. La popolazione russa è in calo. Quando la Guerra Fredda si concluse nel 1991, la Russia aveva una popolazione di 163 milioni di persone. Oggi la sua popolazione è scesa a circa 147 milioni, ed è destinata a subire un ulteriore declino.
Sulla base di quanto detto fin qui, l’appoggio della Russia al regime siriano deve essere considerato in termini difensivi, piuttosto che come il risultato di una politica aggressiva. La posizione della Russia sulla crisi siriana ha due aspetti: un aspetto interno ed uno esterno.
Sul fronte interno, il governo russo teme la rapida ascesa del movimento di opposizione dopo le elezioni parlamentari dei primi di dicembre, che sono state segnate da frodi e brogli. Il primo ministro Vladimir Putin, che sta inseguendo un ritorno alla presidenza il mese prossimo, sembra essersi convinto che qualunque protesta popolare in qualsiasi parte del mondo, e specialmente in Medio Oriente, sia sostenuta dagli Stati Uniti,  e possa avere un effetto domino e, quindi, essere di ispirazione alla sua opposizione interna. Più egli si avvicina alle elezioni di marzo, quindi, più farà resistenza al fine di evitare una vittoria dell’opposizione in Siria. Putin in realtà sta difendendo se stesso, non il regime siriano.
Sul fronte esterno, fin dal crollo dell’Unione Sovietica Mosca sta lottando per impedire agli Stati Uniti di penetrare la sua cintura strategica nel Caucaso e in Asia centrale. Anche se la Russia ha mantenuto la propria influenza su gran parte delle repubbliche ex sovietiche che aveva in precedenza perso a vantaggio degli Stati Uniti, Mosca rimane assolutamente infastidita dall’espansione della NATO in gran parte dell’Europa dell’Est e verso le frontiere occidentali russe. Il dispiegamento dello scudo di difesa americano in Europa orientale e in Turchia è anch’esso una questione di grande preoccupazione per Mosca. Opporsi alle politiche occidentali in Siria è un modo per denunciare le ingerenze occidentali nella sfera d’influenza della Russia e la scarsa considerazione dell’Occidente per i suoi interessi nazionali in molte altre parti del mondo – e ultimamente in Libia.
Infine, Mosca sembra essere preoccupata per l’ascesa dell’influenza turca in Medio Oriente, nei Balcani, in Asia centrale e nel Caucaso. Con un terzo della propria popolazione che è di fede musulmana, la Russia considera le politiche della Turchia, specialmente sotto il governo di ispirazione islamica dell’AKP, con grande sospetto. La Turchia sta promuovendo se stessa come un modello di Islam liberale nel mondo islamico, e con l’ascesa delle forze islamiche in tutti i paesi arabi che finora hanno assistito a un cambiamento, la Turchia sta agendo o presentandosi come guida di queste forze.
Tenendo conto dell’inimicizia storica tra l’Impero Ottomano musulmano sunnita e la Russia cristiana, Mosca è assolutamente preoccupata dell’ascesa della Turchia e della sua interpretazione dell’Islam. Se dovesse cadere anche il regime di Damasco, la Turchia, che ha apertamente sostenuto l’opposizione siriana, è destinata a trarne i maggiori benefici. Per Mosca, ciò cambierà radicalmente gli equilibri di potere in una regione che si estende dall’Asia centrale al Medio Oriente, e dai Balcani e dal Caucaso al Golfo. Visto che si indebolisce anche la posizione dell’Iran, la Russia, che tenta di presentarsi come un moderatore tra Teheran e l’Occidente, diventerà anch’essa irrilevante. La rinnovata assertività della Russia deve quindi essere compresa all’interno di questo contesto: l’appoggio russo al regime siriano, in effetti, ha più a che fare con la difesa degli interessi russi che non con il sostegno agli interessi di Damasco.
Marwan Kabalan è preside della Facoltà di Diplomazia e Relazioni Internazionali dell’Università di Kalamoon, con sede a Damasco
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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