domenica 20 agosto 2017

Alberto Negri : articoli sull'Isis, Barcellona , mondo arabo

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Alberto Negri - I nemici dell'Isis sono i "nostri" nemici


Lontano dalle piazze europee attanagliate dall’inquietudine per la minaccia terroristica, una parte del mondo musulmano combatte la “sua” guerra all’Isis. Un conflitto sanguinoso ma anche ambiguo dove si confrontano eserciti, milizie e potenze straniere, in una contrapposizione etnica e settaria che cambia gli assetti del Medio Oriente, non ancora i confini ufficiali. Ma quella che vediamo sulla mappa è ormai una regione virtuale, riflesso su uno specchio deformante di quello che era un decennio fa il Levante arabo.
È paradossale ma lo Stato che in apparenza ne sta uscendo meglio è il più debole di tutti, il Libano, sconvolto negli anni 70-80 da una guerra civile senza quartiere, governato da un artificioso sistema di ripartizione confessionale del potere per tenere insieme 18 comunità religiose e una società frammentata. Un Paese di quattro milioni di abitanti che accoglie un milione di rifugiati siriani. Eppure oggi l’esercito libanese e gli Hezbollah sciiti vanno a caccia di jihadisti: finora lo hanno fatto insieme ma nell’ultima offensiva il governo di Beirut ha tenuto a separare la sua posizione da quella della guerriglia sciita e del regime di Assad. Sono gli americani che dal 2006 hanno fornito al Libano più di 1,5 miliardi in assistenza militare.
Quindi il governo libanese fa finta di non avere bisogno di coordinarsi con gli Hezbollah filo-iraniani mentre gli americani fanno finta di lanciare un’operazione anti-terrorismo senza le milizie sciite sul campo, nemici giurati dei jihadisti sunniti, i più coriacei avversari di Israele e dei sauditi, i maggiori alleati di Washington nella regione. In Libano gli Hezbollah sono una sorta di Stato nello Stato e nel 2006, con la guerra dei 33 giorni contro Israele, hanno toccato l’apice della popolarità anche tra i sunniti, poi precipitata perché le milizie dipendono strettamente dall’Iran e dal regime di Damasco la cui sopravvivenza per Hezbollah è vitale.
Tutto cominciò nella Città del Sole, dove alle colonne e ai cortili maestosi dei templi di Giove e di Bacco i seguaci dell’occulto attribuiscono poteri magici. Fu a Baalbek, l’antica Heliopolis, che nei primi anni ’80 arrivarono, con l’appoggio dei siriani, i primi Pasdaran, le guardie della rivoluzione iraniana. Nella moschea lo sceicco al-Tufeili catturava folle di giovani sciiti con le parole d’ordine di Khomeini e ancora oggi il volto severo dell’Imam Musa Sadr è accoppiato alla foto di Nasrallah. È attraverso la Siria che arrivavano uomini e armi iraniane nella valle della Bekaa, come si è visto molte volte nei conflitti con Israele. Nel 2006 i siriani di Assad accolsero i rifugiati libanesi e le famiglie degli Hezbollah che poi hanno ripagato il regime di Damasco combattendo strenuamente contro i ribelli sunniti nelle montagne del Qalamoun.
È qui, tra la Bekaa e il Qalamoun, che stanno risalendo le truppe libanesi e degli Hezbollah nella caccia ai jihadisti. L’operazione è stata preceduta da un’offensiva militare compiuta proprio dagli Hezbollah che ha costretto i miliziani affiliati ad al-Qaida ad abbandonare la città di Arsal. Toccherà adesso all’esercito libanese attaccare l’Isis. Ma non c’è ancora la carneficina che forse tutti si aspettavano perché in seguito a un accordo con gli Hezbollah e il regime di Assad il fronte Tahrir al-Sham, concorrente di al-Qaida, ha già evacuato 8mila combattenti con i loro familiari nella città siriana del Nord di Idlib, nuova capitale del jihadismo.
Paradossalmente oggi forse l’unico elemento che impedisce una deflagrazione dello scontro frontale tra Washington e Teheran è la presenza dello Stato islamico, nemico tanto dell’Occidente quanto dell’Iran sciita. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?
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Alberto Negri - Perché il jihadismo sopravvive alle sconfitte

L’Isis può perdere la partita in Iraq e in Siria, ma la sua ideologia resiste. Sarebbe una pericolosa illusione pensare che una sconfitta militare del Califfato possa costituire la fine del jihadismo, ideologia che si è diffusa negli ultimi decenni dall’Afghanistan all’Iraq, dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Nordafrica al Sahel fino a penetrare mortalmente in Europa con la propaganda tra i giovani musulmani di seconda generazione che sfrutta l’emarginazione e le spinte al nichilismo, e riempie il vuoto lasciato dalle ideologie novecentesche. Per usare le parole di Olivier Roy, uno dei massimi studiosi del fenomeno, si tratta di un’islamizzazione dell’antagonismo piuttosto che una radicalizzazione dell’Islam storico. Il jihadismo viaggia sul web e galleggia anche sui nostri vuoti di senso. Non finirà presto.
Gli esempi del contrario sono diversi, a partire da al-Qaida, casa madre in Iraq dell’Isis: l’uccisione di Bin Laden in Pakistan nel 2011 non fu la fine del gruppo terroristico come non lo era stata la perdita dei santuari afghani dopo le Torri Gemelle e la guerra del 2001. Le tracce di al-Baghdadi, autoproclamato califfo dato più volte per morto, sono svanite ma nessuno, dopo gli attentati in Spagna, può pensare che la sua scomparsa rappresenterebbe quella dell’Isis.
Sono passati 16 anni dall’inizio della guerra al terrorismo lanciata dagli Usa in Afghanistan e non solo questa non è terminata ma gli stessi americani mostrano una sostanziale indifferenza ai guai che con la guerra del 2003 in Iraq hanno provocato in Medio Oriente, trascinando il terrorismo in Europa. Nel 2014 sono stati a guardare l’ascesa dell’Isis senza fare nulla. Oppure a Washington sono solo realisti: siamo di fronte a problemi e interessi, che non si risolvono con un’amministrazione presidenziale.
Perché i jihadisti continueranno a costituire un problema? I cambiamenti sono continui anche nella galassia jihadista ma di solito ci limitiamo ad analizzarli quando esplodono in casa nostra. Abbiamo sempre parlato di antagonismo tra Isis e al-Qaida, un bipolarismo che finora ci ha fatto comodo per spiegare gli eventi. Ma anche qui c’è una trasformazione. Dal gennaio scorso in Siria si è formato un ampio fronte Hayat Tahrir al-Sham con circa 30mila combattenti che diventerà cruciale in quel governatorato di Idlib che sta diventando la nuova capitale del jihad, a stretto contatto con il confine turco.
Tra poco forse dovremo fare i conti con un jihad diffuso che si affiancherà ai marchi di fabbrica conosciuti dell’Isis e di al-Qaida. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. I candidati sono lo Yemen, dove l’Arabia Saudita non riesce a vincere contro gli Houthi sciiti, la Libia, il Sahel ma anche il Sinai, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, una sorta di “no man’s land” dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.
Il jihadismo non si fermerà domani perché viene da lontano e la sua crescita ci riguarda direttamente. A Damasco si trova la tomba di Ibn Tamiyyah, teologo sunnita morto nel 14° secolo, ispiratore di molti movimenti integralisti contemporanei. È singolare ma significativo che nella Siria di oggi il suo sepolcro sia ridotto a una lapide sbreccata, quasi illeggibile tra l’erba alta e gli sterpi. Questo voluto stato di abbandono, agli occhi dei sunniti, è simbolo evidente dell’empietà del regime di Damasco, una delle tante ragioni profonde per cui i jihadisti anti-Assad vogliono eliminare il clan degli alauiti.
Ma chi ha sostenuto questi movimenti radicali per abbattere Assad, alleato dell’Iran, se non la Turchia, il Qatar, l’Arabia, con l’esplicita approvazione di Usa ed europei? Taymiyya viene citato nei comunicati dei jihadisti per giustificare la guerra santa a sciiti e alauiti, oltre che naturalmente a tutti gli altri miscredenti. Tutto ciò però non sarebbe bastato a fare del jihadismo un’ideologia vincente se non ci fosse stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979.
È in Afghanistan che è caduto il vero Muro, dieci anni prima di quello di Berlino, quando la vittoria dei mujaheddin, alleati dell’Occidente, sull’Armata Rossa è stata resa possibile dai petrodollari dell’Arabia che impone l’ortodossia del wahabismo, ideologia fondante del regno dei Saud: tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti ipocriti, eretici o miscredenti. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera. È questa l’ideologia di al-Qaida che è poi stata trasferita all’Isis di al-Baghdadi e alla galassia jihadista.
La lotta al jihadismo, dal punto di vista militare, di sicurezza e culturale, la dovrebbero fare anche i nostri alleati arabi, compratori di armi e partner d’affari, che manovrano questi movimenti. Ecco un’altra ragione che alimenterà ancora a lungo il jihadismo. Basta saperlo.
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18 agosto alle ore 8:01 ·
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Alberto Negri - Jihadisti di Spagna
L’attentato sulle Ramblas di Barcellona, una delle più celebri arterie metropolitane del mondo, cuore della vita e della movida catalana, è sconvolgente ma non imprevedibile. Soprattutto se - come lascerebbe pensare la rivendicazione subito avanzata dall’Isis - venisse accreditata la matrice jihadista. A parte gli avvertimenti della Cia alle autorità spagnole sulle possibilità di un attentato a Barcellona, la Spagna è da lungo tempo nel mirino.
In Spagna sono stati arrestati 636 jihadisti dopo gli attentati alla stazione di Madrid del marzo 2004, in cui rimasero uccise quasi 200 persone e 2.000 feriti. Al -Qaida e lo Stato Islamico hanno una rete di propaganda diffusa e penetrante con cui hanno reclutato diversi jihadisti per combattere in Siria e in Iraq. Unostudio dell’Instituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni 124 erano collegati allo Stato islamico e 26 ad al-Qaida.
Non bisogna mai dimenticare che cosa significa la penisola iberica nell’immaginario del mondo musulmano su cui puntano le organizzazioni terroristiche di matrice islamica:questo è al-Andalus, nome che gli arabi hanno dato a quei territori di Spagna, Portogallo e Francia occupati dai conquistatori musulmani (conosciuti anche come Mori) dal 711 al 1492. Molti musulmani credono che i territori islamici perduti durante la riconquista cristiana della Spagna appartengano ancora al regno dell’Islam e i più radicali sostengono che la legge islamica dia loro il diritto di ristabilirvi la dominazione musulmana.
Un concetto che emerge in maniera molto chiara nei materiali di propaganda dell’Isis.«Riconquisteremo Al Andalus, col volere di Allah. O carissimo al-Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato ma quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba e Toledo», si afferma in un video dello Stato islamico. In un opuscolo diffuso dallo Stato islamico si legge che dalla creazione dell’Inquisizione spagnola nel 1478, la Spagna «ha fatto di tutto per distruggere il Corano». Si dice poi che la Spagna ha torturato i musulmani e li ha bruciati vivi. Pertanto, secondo i jihadisti, «la Spagna è uno Stato criminale che usurpa la nostra terra». Il testo esorta esplicitamente i militanti al terrorismo e a «perlustrare rotte aeree e ferroviarie per compiere attentati».
Che un attentato fosse nell’aria lo confermano anche i recenti arresti in Spagna di jihadisti di origine marocchina, una cellula dell’Isis che agiva tra Palma di Maiorca, Madrid, la Gran Bretagna e la Germania. Uno degli arrestati si era recato in varie occasioni a Palma di Maiorca per avviare la struttura terroristica che avrebbe dovuto seminare il terrore nell’isola delle Baleari. Tre dei membri della cellula inoltre sono protagonisti come attori di un video di propaganda, pubblicato su un canale con oltre 12mila sottoscrittori, che mostra il processo di radicalizzazione di un giovane musulmano in Spagna che decide di andare a combattere in Siria. Ma questo non è stato certo l’unico caso. In primavera proprio a Barcellona erano stati arrestati alcuni jihadisti marocchini che erano presenti il 22 marzo 2016 a Bruxelles, nel giorno del duplice attentato dell’Isis all’aeroporto Zaventem
e alla metro.
La Spagna tra l’altro è considerata dai gruppi jihadisti uno degli alleati degli americani nella lotta al terrorismo: presente in Medio Oriente con le truppe in Iraq e in Libano, gli spagnoli hanno il loro fronte più vulnerabile nel Maghreb per la vicinanza geografica al Marocco e le enclave di Ceuta e Melilla, proprio nel territorio del regno alauita. Le statistiche sono abbastanza esplicite: quasi oltre il 45% di tutti i jihadisti arrestati in Spagna è nato in Marocco, il 39% in Spagna e solo il 15% in altri Paesi. Consapevole della centralità della lotta al terrorismo il governo spagnolo nel 2014 ha persino avviato un’applicazione per smartphone, AlertCops, per coinvolgere i cittadini nella segnalazione alla polizia di sospetti jihadisti. Ma restano tutte le difficoltà dei servizi di sicurezza di prevenire un attacco terroristico da parte di piccole cellule o di “lupi solitari”, come hanno dimostrato gli eventi di Parigi, Londra, Manchester, Nizza, Colonia, Berlino, Stoccolma. E ora la ferita del terrore insanguina Barcellona, su quella Rambla, lunga più di un chilometro, che collega
Plaça de Catalunya al vecchio porto. Rambla, un nome che deriva proprio dall’arabo e che in queste ore segna un tragico destino.
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sabato 19 agosto 2017

Organizzazione israeliana per la difesa dei bambini ebrei: l' Aliya è usata anche da pedofili





Watchdog groups claim pedophiles who immigrate can live in communities with children nearby and even get jobs at schools.
jpost.com
Sintesi personale    

Shana Aaronson, direttrice  of the Jewish Community Watch (JCW) in Israele ha riferito a The Jerusalem Post  che  42 sospetti o condannati per  abusi sessuali sui bambini si sono trasferiti in Israele dalla diaspora. Infati la procedura   aliya consente ai  colpevoli di  reati sessuali di fornire informazioni imprecise sui loro background criminali  
 Un emendamento del 1954 alla legge del ritorno esclude che gli ebrei "con un passato criminoso possano ottenere la cittadinanza,ma secondo Aaronson  molti pedofili riescono ad aggirare i controlli ".Una volta in Israele   possono cambiare i loro nomi e iniziare una nuova vita a contatto ,anche sul piano lavorativo ,con i bambini . 
 Le autorità israeliane possono  estradare i sospetti criminali nei loro paesi d'origine, ma sono riluttanti a farlo  e alcune richieste di estradizione vengono rifiutate


e      
Aaronson ritiene che l'Agenzia ebraica stia "compiendo 
            seri sforzi per risolvere questo problema  ".


Articolo in inglese

A global Jewish children’s advocacy group has accused Israel of providing a safe haven for dozens of child sex offenders.

Shana Aaronson, director of the Jewish Community Watch (JCW) office in Israel has told The Jerusalem Post that the group found there are 42 suspected or convicted child sex offenders who moved to Israel from the Diaspora.


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“Because Israel has the concept of the Law of Return, and Israel being a national homeland for the Jewish people, and the numerous legal rights that Jews have: to be here, to come here, to seek safe haven here, this is a particular issue with Israel, where you are going to come here and by and large you’re going to be granted automatic citizenship, and as the case may be, safe haven,” Aaronson said.

The Jewish Agency denied the allegations and said any candidates for aliya with either the Agency or the Nefesh B’Nefesh organization had to face extensive background checks before they could immigrate.

The JCW is a global group that seeks to expose offenders and warn communities about potentially dangerous people in their neighborhoods. In addition to 42 child sex offenders it says who have taken residence in Israel, the group has also identified several offenders who regularly travel in and out of Israel with ease.

Founded in 2006 by a child sex abuse survivor, the JCW is active in the US, Canada and Israel, and is dedicated to the prevention of child sexual abuse.

Aaronson and other activists say the aliya process allows sex offenders to provide inaccurate information about their criminal backgrounds so that they may obtain Israeli citizenship.

Avi Mayer, a spokesman for the Jewish Agency responded in an email: “We have no information to suggest that many people are able to enter Israel fraudulently and are confident in our multi-pronged vetting process.”

Sabine Hadad, a spokeswoman at the Interior Ministry, which ultimately decides matters of citizenship, said: “The procedures of the Population and Immigration Authority require an immigrant applicant to present a certificate of integrity in his name from his country of origin. If necessary, a federal certificate of integrity or a certificate will be required from the district to which the applicant belongs.”

Aaronson said, however, that it’s possible for a tourist to change their status and become an immigrant once they are already in Israel. Many are able to obtain a notarized letter instead of this certificate of integrity from local lawyers stating they do not have criminal backgrounds. These lawyers do not always investigate their client’s backgrounds.

“While the State of Israel in theory does have the right to restrict somebody from coming here if they think they will be dangerous to the citizens, they don’t necessarily know about it,” Aaronson said.

Nefesh B’Nefesh spokesman Tani Kramer said Israel is currently reevaluating its policy regarding certificates of integrity.

“In the past, federal background checks alone were not sufficient in order to make aliya, and therefore the Ministry of Interior imposed the responsibility on the oleh to declare his lack of a criminal background. This is currently being reevaluated by the Ministry of Interior. We are awaiting new instructions on this matter,” Kramer said.

The country has prevented some potential immigrants with criminal records from immigrating. A 1954 amendment to the Law of Return excludes Jews “with a criminal past, likely to endanger public welfare” from obtaining citizenship.

“Each year, Jewish Agency staff uncover a number of cases in which applicants are found to have lied on their aliya applications and those cases are handled accordingly,” Mayer said.

But according to Aaronson, many pedophiles still manage to enter the country undetected. “One can only uncover and reject what one knows about. It is those that they don’t uncover and reject, and therefore are by definition not aware of, that we are concerned about,” said Aaronson. “It is not what I would call an extensive background check by any stretch.”

Once in Israel, Jewish sex offenders can change their names and start new lives. Alarmingly, they are often free to insert themselves back into positions that will bring them into close contact with children.

Israeli authorities have a mandate to extradite suspected criminals to their countries of origin. But Aaronson alleges that because of its historic role as a protector of Jews, Israel is often reluctant to do so.

“Israel is always hesitant to extradite people,” said Aaronson. “It is just part of the system.”

Justice Ministry spokesman Noam Sharvit said there are many conditions which have to be met in order for an extradition request to be accepted, making the process complicated and time consuming. Some extradition requests are rejected.

“If a country wants us to extradite, it’s not automatic,” Sharvit said.

American prosecutors wishing to extradite a suspect from Israel face a six-step process. First police must compile the case and hand it to the prosecutor’s office where it is sent on to the governor for approval, then back to the prosecutor’s office. If it passes through these steps, the request goes on to the State Department, which may decide to send it on to Interpol for verification. Once verified by Interpol, the request heads back to the State Department which can submit an extradition request to Israel.

“When information is received from overseas government organizations such as Interpol, joint investigations are opened and continue until the suspect is found and brought to justice,” Israeli police spokesman Micky Rosenfeld said.

The process is long and daunting, and many US prosecutors are hesitant to engage. If there is no request for extradition, Israel is unlikely to seek out a charged felon, Aaronson said. She said the state tends to reject those requests that don’t list a proper address for the suspect.

However, the Justice Ministry denied that accusation. “Of course if you give an address... it helps. But this is not a condition. If there is no address, we tell the police to locate it,” Sharvit said.

Not all alleged sex offenders are extraditable. According to the Justice Ministry, Israel only entertains extradition requests for suspects for whom authorities have enough evidence to put on trial. If they are only wanted for questioning, the ministry will not accept the request, Sharvit said.

According to the JCW, pedophiles who immigrate can live in communities with children nearby and even get jobs at schools.

Manny Waks, founder and CEO of Kol V’Oz – an organization that also addresses issues of child sexual abuse in Jewish communities around the world – hopes for change through two avenues: advocacy in the Knesset and raising public awareness of the issue.

He is working with the Knesset Special Committee for the Rights of the Child and its chairwoman, MK Yifat Shasha-Biton (Kulanu), to make it more difficult for sex offenders to make aliya.

Waks believes the government should set up a commission that addresses the issue of child sex abuse both locally and in the Diaspora.

“There is certainly that strong connection between Israel and the Diaspora Jewish community, and therefore there is an opportunity to approach this issue on a global scale,” he said.

Raising public awareness and changing the culture around child sex abuse within the Jewish community is also paramount, Waks says. He encourages parents to talk to their children about it in a sensitive, open way.

“There are various age-sensitive resources available in various languages. In this day and age, it’s very easy to obtain the appropriate, culturally sensitive, age-relevant resources,” he said.

Aaronson and JCW seek to make it more difficult for sex offenders to make aliya by working with the Jewish Agency, the Association for Americans and Canadians in Israel, and Nefesh B’Nefesh.

“Those non government offices should do their part to check, why is this person suddenly making aliya? Is it because they found out their victims just went to the police?” Aaronson said.

Kramer also said: “We have strategic partnerships with the JCW and other similar organizations in order to proactively identify these individuals, and give a heads up to the appropriate authorities in order to prevent their immigration.”

Aaronson said she believes the Jewish Agency is also “making serious efforts to address this to the degree they can on their level. Ultimately the laws need to change, and for now they have really impressed upon me that they are working hard on this.”

Allegati

Israele: arrestato guru-rabbino violentatore


Gideon Levy : la legge Takana e il caso del rabbino accusato di molestie sessuali

Shlomi Eldar : Israele ,Hamas Egitto stanno indirettamente collaborando contro l'ISIS


While Egypt and Hamas coordinate efforts against the Islamic State in the Sinai Peninsula, Israel is providing intelligence to Egypt to boost these efforts.
al-monitor.com
 Sintesi personale 

Un palestinese di Rafah, Mustafa Kalab , ha condotto un attacco suicida contro Hamas il 17 agosto, uccidendo un ufficiale  dell'ala militare di Hamas e ferendone  altri cinque.
La luna di miele tra l'Egitto e Hamas è iniziata un anno fa, a seguito della pressione economica posta dall' Egitto su Gaza ,  per esempio, distruggendo i tunnel di contrabbando ,intimando ad  Hamas di agire contro i gruppi salafi . Oggi l'Egitto  considera Hamas  un alleato nella lotta contro l'IS e una  componente aggiuntiva   del suo accordo sulla sicurezza con Israele.
Dopo la sconfitta  della Fratellanza Musulmana nel 2013. Israele consente  alle forze militari egiziane di entrare nella penisola del Sinai per combattere il terrorismo  come ha confermato  Moshe Ya'alon nel luglio 2013: "Qualsiasi forza egiziana che entra nel Sinai  vi entra con la nostra  approvazione  ".
L'importanza di tale cooperazione sta aumentando di giorno in quanto le minacce del Sinai sono sempre più pericolose, da qui scaturisce la collaborazione tra  l'Egitto e Hamas.
In giugno  si sono riuniti al Cairo funzionari dell'intelligence egiziana con  una delegazione di Hamas guidata da Yahya Sinwar che  ha incontrato anche  Mohammad Dahlan  In base all'accordo raggiunto  Hamas riceverà aiuti economici dall'Egitto come la fornitura di  gasolio per  la centrale elettrica di Gaza ,materiale per la ricostruzione e   l'apertura del valico di Rafah . In cambio, Hamas si è impegnato  a cooperare  contro le organizzazioni terroristiche islamiche del Sinai ,controllando i confini  per prevenire l'infiltrazione e il contrabbando di armi.
  Nella stessa riunione del Cairo i membri hanno anche accettato di creare una sede comune di  lntelligence  per cooperare in tempo reale.
Sinwar ha promesso nei suoi incontri con Dahlan  di arrestare uomini  di Gaza in base a elenchi forniti dagli egiziani. Si può supporre che alcuni dei nomi presenti nell'elenco, associati a gruppi di Salafi a Gaza, provengano da  Israele che sa che le informazioni saranno trasmesse a Hamas. Pertanto, c'è una cooperazione apparentemente indiretta di intelligence tra Israele, Egitto e Hamas nella guerra contro il nemico comune : l'Isis  Dopo  l'attacco al confine con la frontiera di Rafah, sembra che Hamas possa ora accogliere una cooperazione indiretta con il " nemico sionista ".


Shlomi Eldar



 
How times have changed. Al-Monitor has learned that in the fight against the Islamic State (IS) in Sinai and Salafi groups in Gaza, there has been indirect cooperation as of late between Egypt, Hamas and Israel. Who would have thought?
SummaryPrint While Egypt and Hamas coordinate efforts against the Islamic State in the Sinai Peninsula, Israel is providing intelligence to Egypt to boost these efforts.
Author
TranslatorAviva Arad
A Palestinian from Rafah, Mustafa Kalab, conducted a suicide attack against Hamas operatives Aug. 17, killing an officer in the elite Nuhbah unit of Hamas' military wing and wounding five others. Thus, a group that embraced suicide attacks at the start of the 1990s has discovered to its surprise that the “weapon” that elevated it in the eyes of Palestinians in opposing the 1993 Oslo Accord, and even more so, during the height of the second intifada (2000-2005), has now been turned against it.
The honeymoon between Egypt and Hamas began a year ago, following the economic pressure Egypt had put on Gaza — for example, by destroying the smuggling tunnels on the Gaza-Egypt border and Cairo’s ultimatum that Hamas’ security apparatus act against Salafi groups or risk having to deal with President Abdel Fatah al-Sisi. Hamas, forced to choose between life and death, agreed to Egypt’s demand. For entirely practical reasons, today Egypt sees Hamas, yesterday’s enemy, as an ally in the fight against IS and as an additional and crucial component of its security arrangement, along with security cooperation with Israel.
Israel and Egypt have efficiently cooperated on security issues since the Muslim Brotherhood's ouster in 2013. It is reflected, among other things, in Israel consenting to Egyptian military forces entering the Sinai Peninsula, which is restricted by the Israeli-Egyptian peace treaty. There is a blackout regarding Israeli-Egyptian security cooperation from both sides in order, it appears, to avoid embarrassing Sisi, although former Defense Minister Moshe Ya’alon had confirmed in July 2013​, “Any Egyptian force that enters Sinai, enters with our approval. … They truly direct these forces to fighting terrorism.”
On Aug. 8 it was reported that in a special briefing in the Knesset's Foreign Affairs and Security Subcommittee, an unidentified participant said that the sound continuation of the security relationship with Egypt is more important to Prime Minister Benjamin Netanyahu than the return of personnel to Israel's Cairo Embassy, which has been deserted since December 2016. The importance of such cooperation is increasing by the day, as threats from Sinai grow more acute. This is where cooperation between Egypt and Hamas comes into the picture.
In June, senior Egyptian intelligence officials and a Hamas delegation led by Yahya Sinwar, the movement's leader in Gaza, and senior Hamas figure Halil al-Hiyah, held marathon talks in Cairo. While there, Sinwar also met with former senior Fatah figure Mohammad Dahlan and reached an agreement under which Hamas receives economic aid from Egypt, including deliveries of diesel fuel to operate Gaza's power station and supplies of building materials, and Egypt also opens the Rafah border crossing. In exchange, Hamas committed to meaningful security cooperation against Islamic terrorist organizations in Sinai and improving security at the Rafah crossing and along the border between Gaza and Egypt to prevent infiltration and arms smuggling.
The situation is clear to both sides: To the extent that Hamas proves that it is indeed acting against the groups threatening Egypt’s security, Gaza will enjoy the “fruits of its war against terror.” At the same Cairo meeting, the sides also agreed to establish a joint headquarters for Egyptian intelligence and Hamas’ security apparatus to cooperate in real time.
Meanwhile, Sinwar committed in his meetings with Dahlan to arrest wanted men living in Gaza based on lists supplied by the Egyptians. It can be assumed that some of the names on the list, associated with Salafi groups in Gaza, originate in Israel, which knows that the information will be passed on to Hamas. Thus, there is apparently indirect intelligence cooperation between Israel, Egypt and Hamas in the war against the common enemy — IS. Given the attack at the Rafah border crossing, it seems Hamas might now welcome indirect cooperation with the “Zionist enemy.”

La nuova alleanza della Jihad. Dall’Africa la minaccia per l’Europa

La frammentazione, la concorrenza fra Al-Qaeda e Isis, la pressione delle forze armate occidentali e dei potenti apparati marocchini e algerini hanno prodotto un risultato.
Hanno finora impedito ai gruppi islamisti del Maghreb e del Sahel di replicare alle porte dell’Europa mediterranea il califfato siro-iracheno. Ma l’attacco a Cambrils e a Barcellona dimostra che il pericolo non è scampato.

I combattenti maghrebini sono stati la colonna portante delle truppe d’assalto di Abu Bakr al-Baghdadi, in numero impressionante, da 10 a 15 mila, e hanno fornito quadri ad Al-Qaeda in tutto il mondo islamico. Ora si stanno riorganizzando attorno un nucleo centrale qaedista fra Mali, Algeria, Niger e a una rete fedele allo Stato islamico, forte soprattutto in Libia.

Riorganizzazione
La riorganizzazione di Al-Qaeda è stata annunciata lo scorso primo marzo. Un video diffuso dall’agenzia islamista mauritana Ani ha mostrato i comandanti delle principali fazioni riuniti in una località segreta del Mali per saldare le loro forze in una nuova formazione. Il filmato metteva in mostra alcuni dei terroristi più ricercati al mondo, con taglie sulle loro teste per decine di milioni. Il principale era Iyad al-Ghali, fondatore di Ansar Eddine, il gruppo che fra il 2012 e il 2013 ha fondato un emirato nel Nord del Mali con l’appoggio di Al-Qaeda. Gli altri erano Yahya Abu al-Hammam, emiro per la regione del Sahel per Al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), Al-Hassan al-Ansari, numero due del gruppo Al-Mourabitoun, Amadou Koufa, capo della brigata «Macina» di Ansar Eddine, Abdalrahman al-Sanhaji, «qadi», cioè giudice supremo dell’Aqmi.

I cinque hanno dato vita al «Gruppo di appoggio all’islam e ai musulmani», sotto il comando di Al-Ghali, con l’ambizione di creare un grande emirato dal Sud dell’Algeria al Burkina Faso e di replicare l’operazione della fine del 2012, quando i combattenti qaedisti e di Ansar Eddine marciavano inarrestabili verso la capitale del Mali, Bamako. Solo l’intervento di quattromila soldati francesi riuscì a evitare il peggio. Era l’operazione «Serval», una delle poche dimostrazioni di leadership dell’ex presidente François Hollande. Il presidio tricolore, ora ribattezzato «Barkhane», resta una diga indispensabile.

Il mistero di Belmokhtar
Della debolezza del fronte Sud sono consapevoli anche i jihadisti. Il vero regista del tentativo di sfondamento è l’algerino Mokhtar Belmokhtar, dato per morto almeno tre volte. Il «guercio», ha perso un occhio al fronte in Afghanistan, ha un rapporto burrascoso con Al-Qaeda e guida un gruppo tutto suo, i Mourabitoun: negli ultimi due anni ha messo a segno una serie di attacchi in Mali e Niger, contro occidentali, uomini della missione Onu, truppe francesi. Nell’ultimo, a Gao il 18 gennaio, sono rimasti uccisi 80 soldati maliani in un base delle Nazioni Unite. La presenza del suo braccio destro alla riunione in Mali significa che anche lui è della partita, in un’alleanza che conta fino a 8 mila uomini, a seconda delle stime.

Ma la riunione dei cinque significa anche che Aqmi, Al-Qaeda nel Maghreb islamico, la formazione nata nel 2007 sulle ceneri del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, con quartier generale sulle montagne della Kabilia, in Algeria, riprende le redini delle operazioni in Africa del Nord. Il leader Al-Ghali ha ribadito il giuramento di fedeltà, bayah, al capo supremo Ayman al-Zawahiri. Analisti francesi come Dominique Thomas, hanno sottolineato «il forte rischio che si sono presi» i capi jihadisti durante la riunione, che poteva essere cancellata da un drone: ma la nuova alleanza dove essere sancita in pubblico, perché Aqmi «ha investito enormemente su due fronti: la Libia e il Sahel». E il Nord del Mali resta una base formidabile per attaccare tutta la regione.

La competizione con l’Isis
L’altra base è la Libia. Al-Qaeda si è alleata con il gruppo libico Ansar al-Sharia, che di recente si è sciolto nelle Brigate per la difesa di Bengasi, il più pericoloso avversario del generale anti-islamista Khalifa Haftar. Ma deve fronteggiare la concorrenza dell’Isis. Gli uomini fedeli ad Al-Baghdadi sono sopravvissuti alla sconfitta a Sirte, dispongono di qualche migliaio di combattenti, cercano di infiltrarsi in Egitto per congiungersi alla Wilaya Sinai, e verso il Sahel per unirsi ai Boko Haram nel Nord della Nigeria. Anche se è meno forte di Al-Qaeda l’Isis ha una strategia più aggressiva e può incanalare i combattenti di ritorno dal califfato. Lo Stato islamico vuole usarli per creare wilaya, nuove province. E per colpire l’Europa e i governi empi del Nordafric


Dal Maghreb al Sahel, i vecchi comandanti di Al-Qaeda si stanno riorganizzando. Quattro mesi fa in Mali il vertice dei gruppi combattenti. I legami con la rete di Al…
lastampa.it

venerdì 18 agosto 2017

- Bradley Burston: Israele sotto Trump: Benvenuti nella nuova casa del negazionismo nazista (video)

Sintesi personale


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haaretz.com

Mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu  manteneva il silenzio sul fatto che il presidente americano equiparasse i neo-nazisti e i membri di Ku Klux Klan con i manifestanti di  sinistra , in Virginia il ministro delle comunicazioni Ayoub Kara dichiarava  che i rapporti di Israele con la Casa Bianca  hanno  la precedenza sulla condanna dei nazisti.
"Dobbiamo condannare l'antisemitismo e il  nazismo e farò quello che posso come ministro per fermare la sua diffusione", ha detto Kara. "Ma Trump è il migliore leader americano che Israele abbia mai avuto. Le sue relazioni con il primo ministro d'Israele sono meravigliose e dopo aver sopportato i terribili anni di Obama non dobbiamo accettare che qualcuno lo danneggi ".
In Israele abbiamo visto durante una trasmissione televisiva la promozione di un nazista.
  Richard Spencer,  del cosiddetto movimento nazionalista "alt-destra",che  ha  dichiarato   : "Hail Trump! Hail our people! Hail Victory!” "Mentre i suoi seguaci facevano saluti nazisti






E' questo è lo stesso Richard Spencer che ha elogiato Trump per la "de-Judaification" dell'Olocausto , omettendo ogni menzione degli ebrei  nel giorno della Memoria 

L'intervista evidenzia  come in  Israele sotto l'influenza di Donald Trump, ci sia lo sdogamento  del  negazionismo nazista -







White nationalists, neo-Nazis and members of the 'alt-right' during the 'Unite the Right' rally in Charlottesville, Virginia, August 12, 2017.
 
 
Nazionalisti bianchi, neonazisti a Charlottesville, Virginia, 12 agosto 2017. CHIP SOMODEVILLA / AFP

Netanyahu  ha aspettato  tre lunghi giorni  per una presa di  posizione di Donald Trump su quanto accaduto  a  Charlottesville, lasciando a suo figlio il compito di .gridare che la sinistra è  più pericolosa dei nazisti .
"I neo nazisti appartengono   al passato,ma Antifa e BLM che odiano il mio paese (e anche l'America a mio avviso) stanno diventando sempre più forti e diventeranno super dominanti nelle università americane e nella  vita pubblica ".
Tale affermazione è stata contestata dalla stampa israeliana,ma non dal quotidiano  .
Israel Hayom di Sheldon Adelson, che ha appoggiato vigorosamente la campagna presidenziale di Trump

Bradley Burston :Israel under Trump: Welcome to the new home of Nazi denial *** haaretz.com








Bradley Burston
Corrispondente di Haaretz

- Bradley Burston :Israel under Trump: Welcome to the new home of Nazi denial *** haaretz.com

 
 
 
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haaretz.com
 
 
Welcome to Israel under the influence of Donald Trump.
As Prime Minister Benjamin Netanyahu maintained silence over the U.S. president’s having equated neo-Nazis and Ku Klux Klan members with the leftist counterprotesters who came under deadly attack in Charlottesville, Virginia, the prime minister’s hand-picked communications minister declared that Israel’s relations with the White House take precedence over condemning Nazis.
“Due to the terrific relations with the U.S., we need to put the declarations about the Nazis in the proper proportion,” Communications Minister Ayoub Kara told The Jerusalem Post.
“We need to condemn anti-Semitism and any trace of Nazism, and I will do what I can as a minister to stop its spread,” said Kara. “But Trump is the best U.S. leader Israel has ever had. His relations with the prime minister of Israel are wonderful, and after enduring the terrible years of Obama, Trump is the unquestioned leader of the free world, and we must not accept anyone harming him.”
Even for Israel, where Beyond Belief is another name for the place all of us live in all the time, there seems something impossible, something bordering on science fiction, about this country lending a home to, well, Nazi denial.
It was much in evidence during the country’s most-watched news broadcast on Wednesday night.
What we saw was, in essence, a four-minute-long promotion of a Nazi.
It was an interview with Richard Spencer, the same idol of the so-called “alt-right” white nationalist movement who celebrated Donald Trump’s victory by declaring, “Hail Trump! Hail our people! Hail Victory!” while his followers made Nazi salutes.
This is the same Richard Spencer who has branded the mainstream media with the term lugenpresse (the lying press), which Nazi Germany propagandists used to attack Jewish and opposition media outlets.
And this is the same Richard Spencer who praised Trump for aiding in the “de-Judaification” of the Holocaust by omitting any mention of Jews from his statement marking Holocaust Remembrance Day.
Maintaining a mystifying and at times frightening level of professional politesse, Channel 2 anchor Danny Kushmaro asked Spencer whether he viewed white supremacists in Charlottesville chanting “Jews will not replace us” as anti-Semitic and a hate crime.
Spencer, unfazed and perhaps encouraged by the respect accorded him, argued that the chant simply reflected the reality that “Jews are vastly overrepresented in what you could call ‘the establishment,’ that is, Ivy League-educated people who really determine policy, and white people are being dispossessed from this country.”
There was more, much more, culminating in Spencer’s admiring and unchallenged comparison between white supremacism and the Zionist movement.
But the interview was far from the only instance of an abhorrent phenomenon in an Israel under the influence of Donald Trump. It is the rise of Nazi denial – the desire among certain political and media figures associated with Netanyahu to curry favor with the U.S. president by downplaying or dismissing the dangers of the KKK, neo-Nazis and other white supremacists who took part in the violence in Charlottesville.
White nationalists, neo-Nazis and members of the 'alt-right' during the 'Unite the Right' rally in Charlottesville, Virginia, August 12, 2017.
White nationalists, neo-Nazis and members of the 'alt-right' during the 'Unite the Right' rally in Charlottesville, Virginia, August 12, 2017.CHIP SOMODEVILLA/AFP
Netanyahu, who waited for three long days – and for a cue from Donald Trump – to issue a pallid response to Charlottesville, set the tone for Nazi-washing.
But he left it to his son and corrosive mini-me Yair to step up and shout the real lesson of last weekend’s violence: that leftists are more dangerous than neo-Nazis.
“The neo nazis scums in Virginia ... belong to the past,” he wrote in a Facebook post. “Their breed is dying out.” At the same time, he continued, “the thugs of Antifa and BLM who hate my country (and America too in my view) just as much are getting stronger and stronger and becoming super dominant in American universities and public life.”
To be sure, many opposition leaders in Israel (and the press as well) have been vocal in condemning both the white supremacists and Netanyahu’s tepid response.
But while most Israeli newspapers ripped into Trump for the "SHAME," as the daily Yedioth Ahronoth put in a one-word banner headline, of having equated leftist counterprotesters with Nazis and Klansmen and offering that there were “very fine people on both sides,” there was one conspicuous exception.
Sheldon Adelson’s Israel Hayom, which vigorously promoted Trump's campaign and presidency with front-page stories and a parade of exclusive interviews and photos featuring the U.S. president arm in arm with the paper’s gushingly pro-Trump editor-in-chief Boaz Bismuth, relegated the backlash over the Tuesday news conference to a rock-bottom Page 24.
As blogger John Brown’s sardonic flowchart suggests, Israeli and foreign Israel-hawk hardliners' propensity to brand all critics of the Jewish State as tantamount to Nazis may have taken its toll on their sense of judgment.
It may just be a matter of habituation over time.
After all, if you're always busy looking for anti-Israel "Nazis" under every leftists' bed, you may miss the real thing when, swastika and torch in hand, it storm-troops down the street. 

 

Nir Hasson :The last Jewish community holding out against Zionism

 
 
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haaretz.com
 
 efense Minister Avigdor Lieberman paid a shivah call to the ultra-Orthodox Jerusalem neighborhood of Mea She’arim last week. But while Lieberman was there, several dozen members of the extremist Haredi group Edah Haredit started gathering in protest. The minister’s bodyguards summoned the police, who forcibly dispersed the protesters and allowed Lieberman to safely leave the scene.
Hours later, police raided the offices of an organization that provides legal, financial and social assistance to yeshiva students who have gotten into trouble with the military authorities, arresting six suspects. There, too, there were violent confrontations between police officers and Edah Haredit members.
“When police arrived at the scene, dozens of ultra-Orthodox [or Haredi] men gathered around the building, screamed at the police and started to throw whatever they could get their hands on at them – stones, objects, iron bars and eggs,” the police said in a statement.
From the other side, though, what happened during Lieberman’s shivah call to Rabbi Avraham Elimelech Firer looked totally different.
“There were maybe 20, 30 guys – I can promise you none of them have worked out in the last 20 years. If you’d brought fourth-graders, they could have gotten rid of them,” according to Rabbi Mordechai Mintzberg of the Edah Haredit.
A member of the ultra-Orthodox community being led away following a police operation in Mea She'arim, April 2017. Olivier Fitoussi
“Police came to rescue him? Rescue him from what? No one here was in danger and no one had to rescue anyone. He can threaten Hezbollah and Iran, but he can’t take someone yelling, or a tomato? Then the police come with clubs, teargas and grenades. So of course they throw things – that’s the minimal defense there is here. They pounce on a population and then they portray it as violent. What happened? Someone threw a water bottle? An egg? No one here was in danger.”
In recent months, there have been violent confrontations between policemen and Mea She’arim residents almost daily. They are usually provoked by some police activity, but sometimes because of Haredi demonstrations. The demonstrators are not from the Haredi mainstream but the Edah Haredit community, which is not large but whose families are drawn from the Yishuv (the Jewish community in Ottoman Palestine and British Mandatory Palestine) and the more radical Hasidic groups who constitute the most conservative wing of the ultra-Orthodox community.
Members of Edah Haredit strongly oppose the Israeli state, Zionism and the Israel Defense Forces. From their perspective, these clashes with the police are the peak of a general attack on them – an attack they see as being aimed at eliminating them as the last remaining Jewish force resisting Zionism, after the mainstream Haredi community succumbed to the pressure.
“Over the past five years there has been a serious attack [regarding] academia and education,” says Mintzberg. “They are trying to assimilate us into Israeli society. They want to break us, to make it so there’s no longer a concept of a non-Israeli Jew.”
Mintzberg is considered a “blueblood” among Haredi zealots. He is a great-grandson on both sides of Rabbi Amram Blau, the founder of the extremist Neturei Karta sect, which believes Jews must not have their own state until the Messiah comes. He is 44 and lives in the heart of Mea She’arim; he has 11 children, two of whom were recently arrested during anti-draft demonstrations. “We very much encourage this at home,” he says with a smile.
Members of the ultra-Orthodox community in Mea She'arim, April 2017. Olivier Fitoussi
“We’re people of the Old Yishuv who have been here for generations, and our ideology is isolationism,” he adds. “There is the reality and there is Zionism, but we have to separate ourselves.”
‘It drives them crazy’
Two aspects of this isolationism are boycotting elections and refusing to take money from the government for their educational institutions.
The division between the Edah Haredit and general Haredi community has indeed widened in recent years. The feeling within the former is not just that the ultra-Orthodox public has defected to the other side, but that its politicians and media are spearheading the attacks against them.
“They bought off the Haredi public to bring them into Israeli society,” says Mintzberg. “It started with education, from textbooks. They got into the [educational] content – something that once, from a Haredi perspective, was a mortal sin. Now it passes quietly. People who in the past were killed for these things now go like sheep to the slaughter, it’s unbelievable. They bought their silence with massive budgets for the yeshivas. We put a mirror in front of them, because we are coming from the same place, and it drives them crazy.”
Indeed, it is hard to find much sympathy for the Edah Haredit in the ultra-Orthodox media or on Haredi websites.
Mintzberg categorically rejects the claim that the Edah Haredit has earned its fanatical and violent reputation by attacking soldiers in Jerusalem and women in Beit Shemesh who don’t dress modestly enough for its taste. “No soldier has been hit. That hasn’t happened yet,” he says. “Show me a single indictment of someone who was arrested for hitting a soldier. Show me one picture.”
At the same time, he defends the right of the community’s members to yell at soldiers who pass through Mea She’arim. “It’s true, they are received with catcalls and contempt,” he admits. “If someone who lives here would leave religion and set up a stand to sell pork, it would be less serious than [becoming] a soldier. Because any [ultra-Orthodox] soldier who walks through here is a liar. He is conveying that you can be Haredi in the army, and he is trying to sell you that story.
“Where have they yelled at soldiers? On Jaffa Road? On a military base? No. Here in Mea She’arim,” Mintzberg continues. “I pay a price for living here; I pay tens of thousands of shekels for an apartment; I pay for it in my lifestyle. I give up things because I want this, I want this product. I oppose the essence of what is called the State of Israel. I oppose the concept of the army. I don’t agree with their wars and operations; they are fighting against me. Look at the struggles within the army, how the women walk around and how they dress. Here, 90 percent of the people can’t even imagine that there are questions like that in the world.”
Surrender to Israeliness
According to Mintzberg, in the overwhelming majority of cases, the soldiers attacked weren’t innocently passing through the neighborhood. “Ninety percent of the cases aren’t soldiers who are going to their homes; it’s a provocation, or to boast ‘I went through the Haredi neighborhood.’ If you [a non-Haredi Jew] would come here in uniform, it would pass quietly; no one would have the least bit of resentment toward you. But the minute you’re Haredi, it’s a different story.”
He ticks off the changes in the ultra-Orthodox community that he considers a surrender to Israeliness: volunteering for rescue organizations like Zaka and Hatzalah; the attitude toward Israeli holidays; the Haredi media’s attitude toward the IDF, and more. “They are undergoing an Israeli revolution,” says Mintzberg.
Nevertheless, he is convinced that when it comes to serving in the Israeli army, most of the ultra-Orthodox public still sees an inherent contradiction between being drafted and being Haredi. He perceives the battle against the Edah Haredit as an effort to distinguish between it and the general Haredi community, and to portray it as a radical, violent group. That way, the rest of the Haredi community looks like a reasonable public that is getting more connected to Israeli society. This blurs the fact that most of them continue to oppose the draft as well, he notes.
“Someone had an interest in bringing up the army, as if to say here’s an extremist group that’s fighting against the army. But it’s not true – everyone is still against the army, despite all the temptations,” says Mintzberg. “There’s an interest in turning us into extremists. That way they can come at us with all their might and also divide us. Who wants to be linked to extremists?”
The struggle between the police and the Edah Haredit came to a head over the force’s alleged actions in Mea She’arim. These include sending “bait” – a detective wearing an army uniform – into the neighborhood. If he encounters a violent response, undercover cops then swoop in and start making arrests. According to Mintzberg, the attacks by locals start when the detective is recognized as a provocateur; the violence generally erupts when the arrests begin, he adds.
A mannequin dressed as a soldier hanging in the Mea She'arm neighborhood of Jerusalem, March 2017. Olivier Fitoussi
In recent months, there have been a number of people injured on both sides and several dozen arrests. Some of the suspects have been charged with assaulting policemen.
In addition, the police have started conducting arrest campaigns using methods previously used in East Jerusalem: Raiding homes late at night to either arrest active members of organizations that fight the draft, or as chaperones to military policemen who have come to arrest deserters.
The community has developed ways to cope with these operations. They use a system that sends telephone messages and manage, at any hour and sometimes within minutes, to organize hundreds of demonstrators to try and disrupt the police operation. One group focuses on obstructing the “drafters” – Haredi activists who work to get young men to enlist. Another provides legal, financial and even spiritual help to those who’ve gotten into trouble with the army and been arrested, while a third holds protest and propaganda vigils near the draft offices.
Mintzberg cautions people not to feel sorry for the Edah Haredit. “We’ve succeeded in getting through the past 200 years in the same fashion; it’s unparalleled courage, progress and modernity,” he says. “And it’s not that we’re preserving something that’s dying, folkloristic, from a museum – it’s something alive and dynamic. No one here feels that this is primitive. Everything here is vital, vigorous, liberal, educated and enlightened. When people here picked up an academic text, it was like taking them back to the Stone Age. It was boring.”
When asked whether Zionism hasn’t triumphed, he rejects the question. “What triumph? What’s changed? Do you think we prayed for 2,000 years for Bibi [Prime Minister Benjamin] Netanyahu to be our savior? For these soldiers we prayed? For this government?”
Referring to the comment by religious-Zionist spiritual leader Rabbi Zvi Yehuda Kook that the State of Israel is the base for God’s Throne of Glory, Mintzberg says, “There is no throne and no glory.”
He continues: “Zionism is exile among Jews, and that’s the worst type of exile. [Theodor] Herzl saw a solution to the Jewish problem, but we don’t have a problem – we are Jews, and Zionism is a total failure.
“Once they would yell ‘anti-Semitism, anti-Semitism, anti-Semitism.’ But today they’re yelling the same thing. What difference does it make if you’re yelling it from the Ukrainian Steppe or from the shores of the Middle East?” he asks.
Zionism did have one success, he concedes: capturing the minds of the Jews; here it has had 99 percent success. “That’s why I think Zionism isn’t here to be a solution, it’s here for one thing: to destroy authentic Judaism,” he says. “There’s a saying from our sages that a live baby is better than a dead Og [the Amorite king of Bashan and biblical-era warrior]. A baby can resist; he’ll start to scream and move his arms and legs. So long as we are fighting, repeating, resisting, there’ll be war. And as long as there’s war, we have hope.”
Nir Hasson
Haaretz Corresponde