venerdì 29 maggio 2015

La situazione di Gaza: numeri e immagine


Al congresso FIFA i palestinesi rinunciano alla sospensione d’Israele



La Federcalcio palestinese ha scelto all’ultimo momento una risoluzione emendata che propone la formazione di una commissione che si occupi di monitorare il movimento dei calciatori palestinesi, il razzismo presente nei campionati israeliani e la partecipazione illegale alle serie calcistiche israeliane delle squadre delle colonie 


della redazione
Roma, 29 maggio 2015, Nena News – Con un colpo di coda (prevedibile per la verità) il presidente della Federcalcio palestinese, Jibril Rajoub, ha rinunciato all’ultimo momento alla sua richiesta di sospendere Israele dalla Fifa. Al posto della sospensione, Ramallah ha preferito una risoluzione emendata che propone la formazione di una commissione che si occupi di monitorare il movimento dei calciatori palestinesi, il razzismo presente nei campionati israeliani e la partecipazione illegale alle serie calcistiche israeliane delle squadre delle colonie. La proposta modificata è passata con il 90% dei voti a favore.
Felice (almeno su questa questione) è apparso il presidente della Fifa Sepp Blatter che era fortemente contrario alla proposta originaria dei palestinesi. Era giunto persino di recente nei Territori occupati palestinesi nel tentativo di convincere Ramallah. Dopo il risultato della votazione il capo della Fifa ha dichiarato al congresso: “Quelli che hanno di più dovranno dare [questo più] a quelli che hanno meno. In questo caso è Israele a dover dare un po’ di più alla Palestina. E’ questo quello che uscito da qui”.
Commenti positivi sono giunti anche dalla vice ministra degli esteri israeliana, Tzipi Hotovely: “il risultato dei colloqui alla Fifa è positivo e accolgo con favore il fatto che non siamo giunti ad una situazione assurda in cui uno stato come Israele veniva sospeso da un corpo il cui obiettivo è, in primo luogo, fare sport”.  Ha tirato un sospiro di sollievo anche il presidente della Federcalcio israeliana Eini: “il calcio deve essere un ponte per [fare] la pace. Lo dico al mio amico Rajoub, lascia che siano i politici ad affrontare le cose politiche. Facciamo il nostro meglio per il calcio. Voglio lavorare insieme”.
Stamane, durante il suo discorso al congresso, Blatter era stato interrotto da due protestanti pro-palestinesi le quali, prima di essere allontanate dalle guardie di sicurezza, erano riuscite a mostrare dei cartellini rossi ai rappresentanti Fifa gridando “Fuori Israele!”. La polizia di Zurigo aveva inoltre parlato in giornata della presenza di una bomba indirizzata al congresso Fifa. Nena News


 
 
 
News: Jibril Rajoub cancels vote on suspending Israel from football association at last minute following frantic negotiations, urges audience to turn to the United Nations.
ynetnews.com

Peter Beinart: Che cosa ha ottenuto Obama assimilando l'antisionismo con l' antisemitismo ?






SINTESI PERSONALE
Nel  2008 Barack Obama ha detto a  Jeffrey Goldberg che "il mio  essere un amico di Israele, significa  dire la verità."   Ha messo in guardia  ( anche se meno rigidamente di alcuni ex ministri israeliani) che il controllo  permanentemente della Cisgiordania pone  in pericolo la democrazia israeliana e la legittimità di Israele nel mondo,ma  ha anche dovuto affrontare una campagna, guidata dai suoi nemici repubblicani , tacitamente aiutati  dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo rappresentavano come   ostile allo Stato ebraico  e anche al popolo ebraico. E il suo sforzo di contrastare quella campagna ,che minaccia il suo potenziale accordo nucleare con l'Iran,  ha minato l' affrontare realmente la verità.
Barack Obama è stato molto bravo nel raccontare agli  ebrei americani quello che vogliono sentire. Purtroppo non tutto quello che ha detto corrisponde al vero .Per lui l'anti-sionismo e antisemitismo sono la stessa cosa.
All'interno degli Stati Uniti  l'antisionismo  è in crescita, principalmente attraverso il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni che sfidano  non solo il controllo israeliano della Cisgiordania, ma l'idea stessa di uno stato ebraico  in quanto nega l' uguaglianza  ai palestinesi anche all'interno di Israele  L'establishment ebraico americano ha risposto chiamando questo  crescente antisionismo antisemita . In sostanza, approvando tale analisi, Obama guadagna l'assenso   dei leader ebrei americani   mentre cerca di convincerli a sostenere ilnegoziato con l' Iran.
Ma l'analisi di Obama è sbagliata. Sì, l'antisemitismo è in aumento in Europa e forse negli Stati Uniti. Sì, molti antisemiti sono anche antisionisti,ma  l'antisemitismo e l'anti-sionismo non sono la stessa cosa  e, da questo punto di vista,  Obama non sta facendo agli ebrei americani nessun favore,ma li sta aiutando ad  eludere la realtà che devono comprendere  per aiutare Israele a sopravvivere.
Concettualmente l'antisionismo e l'  antisemitismo sono chiaramente distinti . Praticamente tutti i palestinesi sono antisionisti. Dopo tutto il sionismo è un movimento di liberazione nazionale ebraico che  ai palestinesi  ha causato grande sofferenza,ma questo non fa di tutti i palestinesi degli anti-semiti.
Prendiamo il caso di Salim Joubran, un cittadino palestinese di Israele  che lavora nella  Corte Suprema. Joubran non è chiaramente  un antisemita  ma  rifiuta di cantare "Hatikva,". Coome molti importanti israeliani palestinesi  probabilmente preferirebbero  che Israele diventasse un paese che non privilegia gli ebrei nelle sue politiche o simboli pubblici. In altre parole è un anti-sionista, senza essere un antisemita.
C'è anche una lunga storia di antisionismo tra gli ebrei. Il movimento ortodosso era una volta in gran parte antisionista perché i leader ortodossi ritenevano  di violare la legge ebraica se si riprestinava la sovranità ebraica prima dei tempi messianici. Il Bund 
ha sostenuto il socialismo  piuttosto che un ritorno alla terra d'Israele e godeva ampio sostegno sia nell'  Europa orientale  che negli Stati Uniti nei primi anni del 20 ° secolo.
Negli Stati Uniti negli ultimi anni  questo pre-esistente antisionismo ha acquisito nuovo slancio soprattutto a causa delle azioni di governo di Israele. Sovvenzionare  la  massiccia crescita degli insediamenti , vuol dire  pubblicamente opporsi    a uno Stato palestinese entro i confini del 1967, Netanyahu ha convinto un numero crescente di americani che la soluzione dei due Stati è morta e che uno stato laico tra il fiume e il mare è l'unica scelta per la  sinistra. Per demonizzare i cittadini palestinesi di Israele  ha promulgato  leggi discriminatorie contro di loro, Netanyahu e l'ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman hanno alimentato il crescente dibattito americano : Israele può essere uno stato ebraico e una democrazia liberale  allo stesso tempo.
Il New York Times pubblica ora regolarmente articoli di opinione   sul sionismo e  gli attivisti BDS hanno usato questo dibattito per   diffondere la loro  causa . Come il leader BDS Omar Barghouti ha dichiarato alla fine dello scorso anno alla Columbia University: "Dobbiamo dare credito a Netanyahu. Senza di lui non avremmo potuto arrivare a questo punto. "
Sono alcune delle persone che aderiscono a questo movimento antisemtiti ? Certamente,ma   confondere i due  termini , come ha fatto implicitamente Obama, trascura il fatto che una percentuale sproporzionata dei nuovi anti-sionisti sono ebrei. Jewish Voices for Peace che sostiene BDS e accoglie antisionisti senza essere ufficialmente  antisionista, è passata da 600 membri del 2011 ai  9.000 di  oggi.

Quello a cui stiamo assistendo tra alcuni giovani ebrei americani è una sorta di neo-Bundismo, una identità ebraica costruita non intorno al sionismo, ma attorno ai valori della sinistra militante.
E nel campus, questi ebrei di sinistra stanno facendo causa comune con i palestinesi anti-sionisti e con un numero crescente di attivisti afro-americani, latino americani , LGBT e femministe , i quali vedono il sionismo incompatibile con i principi egualitari
Come sionista liberale  che si oppone BDS e ancora crede in uno stato ebraico democratico accanto a uno  stato palestinese democratico, tutto questo mi preoccupa molto,ma definire  l'antisionismo come   antisemitismo è esattamente il modo sbagliato per combatterlo.
Dove il vero antisemitismo esiste, deve essere combattuto ferocemente,ma  il crescente movimento  anti-sionismo nei campus americani non deriva primariamente dall'  antisemitismo.
Sì, Israele soffre di un doppio standard. Gli attivisti anti-sionisti non sono altrettanto indignati per gli abusi commessi dai regimi post-coloniali come l'Arabia Saudita, l'Egitto e l'Iran,ma  questo scaturisce perchè  l'attivismo  di sinistra è sempre più indignato per gli  abusi occidentali rispetto a quelli non occidentali. Lo stesso tipo di sinistra che ora protesta contro  Israele più  che contro  l' Arabia Saudita , è stato  quella che ha protestato  contro il Sudafrica dell'apartheid  più che contro  Idi Amin, contro  la guerra in Iraq più  che contro  Saddam Hussein,contro  le politiche economiche della Banca Mondiale più che contro la  Corea del Nord.
E 'impossibile capire sia l'antipatia  verso  Israele  in alcuni ambienti della sinistra americana o l'adulazione della destra americana senza riconoscere che gli americani vedono Israele come un paese occidentale.
Antisionismo è in crescita perché i palestinesi stanno convincendo la  sinistra che Israele è un Paese occidentale che, con il sostegno americano, opprime sistematicamente la non-occidentale Palestina
C'è solo modo per contrastare efficacemente tale argomento: porre fine all'oppressione sistematica che Netanyahu ha radicato  e portare Israele più vicina ai principi di "libertà, giustizia e pace" sancito nella sua dichiarazione di indipendenza.
   Gli ebrei americani hanno bisogno  di  quello che Obama  ha promesso nel 2008: dire la verità sulle conseguenze della politica israeliana. Sette anni più tardi, una delle conseguenze, è l' aumento dell'  'antisionismo nei campus americani. Contrastarlo definendolo antisemitismo è un buon modo per garantire che esso  continui a crescere.

Ramzy Baroud :Oltre il Medio Oriente: il genocidio dei Rohingya

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 Oltre il Medio Oriente: il genocidio dei Rohingya

8 maggio 2015
“No, no, no,” è stata la risposta del Primo Ministro australiano Tony Abbott alla domanda  a lui rivolta per sapere se il suo paese accoglierà  un parte degli 8.000 profughi Rohingya  abbandonati per mare.
La logica di Abbott  è tanto spietata quanto la sua decisione di abbandonare la minoranza più perseguitata del mondo nella sua ora più buia. Abbott ha detto: “Non pensate che salire su una barca  che fa acqua,  al comando di un trafficante di esseri umani farà del bene a voi o alla vostra famiglia.”
Abbott non è però certo la parte principale nelle sofferenze continue dei Rohingya,  un gruppo etnico musulmano che vive in Myanmar, l’ex Birmania. L’intera regione del Sudest asiatico è colpevole. Per anni hanno ignorato le suppliche dei Rohingya. Mentre diecine di migliaia di Rohingya  sono stati vittime della pulizia etnica, hanno avuto  i villaggi  incendiati,  sono stati   costretti a vivere in campi di concentramento e alcuni in schiavitù, la Birmania viene esaltata dalle varie potenze occidentali e asiatiche come una storia di successo di una giunta militare trasformatasi in democrazia.
“Dopo che il Myanmar è passato   dalla dittatura alla democrazia nel 2011,  le libertà di espressione appena scoperte hanno dato la possibilità di parlare agli estremisti buddisti   che hanno  vomitato  odio contro la minoranza religiosa e hanno detto che i musulmani stavano impadronendosi del paese,” ha riferito l’Associated  Press dalla capitale della Birmania, Yangon  (ex Rangoon).
Quella “libertà di espressione da poco scoperta “ è costata  a centinaia di persone la loro vita, a migliaia le loro proprietà, e “altri 140.000 Rohingya sono stati cacciati dalle loro case e vivono ora in condizioni di apartheid negli affollati campi   dove vengono trasferiti .”
Mentre si può accettare che la libertà di espressione qualche volta provochi discorsi pieni di odio, l’idea che la presunta democrazia della Birmania abbia provocato la persecuzione dei Rohingya è tanto lontana dalla verità quanto è audace. La loro sofferenza senza fine risale a decenni fa ed è considerata uno dei capitoli più bui nella storia moderna dell’Asia sudorientale. Quando è stata negata la cittadinanza ai Rohingya, nel 1982 – malgrado il fatto che si pensa che discendessero dai mercanti musulmani che si sono stabiliti nella regione nell’ Arakan e in altre regioni birmane oltre 1000 anni fa – la loro persecuzione è diventata quasi una politica ufficiale.
Anche coloro che si sono messi per mare per sfuggire alle difficoltà in Birmania, hanno trovato difficile raggiungere l’ambita salvezza. “In Myanmar sono soggetti al lavoro forzato, non hanno diritti fondiari, hanno pesanti limitazioni. Se vanno in Bangladesh molti sono disperatamente poveri, senza documenti o prospettive di lavoro,” ha riferito la BBC.
E dato che molti gruppi sono interessati a pubblicizzare l’illusione della democrazia birmana in ascesa – un raro punto di intesa tra Stati Uniti, Cina e i paesi dell’ASEAN  (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico – Association of South-East Asian Nations) che cercano tutti exploit economici – pochi governi si preoccupano dei Rohingya.
Malgrado i recenti  esibizionismi   da  parte di Malesia e Indonesia sulla disponibilità di ospitare con delle condizioni  i Rohingya sopravvissuti tra quelli che erano stati abbandonati per mare per molti giorni, la regione nel suo complesso è stata “estremamente mal disposta,” secondo Chris Lewa del gruppo attivista Rohingya, denominato Progetto Arakan.
Ha detto: “Al contrario delle nazioni europee che almeno fanno un tentativo di evitare che migranti nordafricani affoghino nel Mediterraneo – i vicini della Birmania sono riluttanti a fornire qualsiasi assistenza.”
Certamente il genocidio   dei Rohingya forse può aver aiutato a rivelare gli idoli della falsa democrazia come la vincitrice del Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi che è stata vergognosamente zitta, se non anche complice nelle politiche razziste e violente del governo contro i Rohingya – ma che bene può fare?
Le storie di coloro che sopravvivono sono strazianti come quelle di coloro che muoiono mentre vagano  per mare senza cibo o acqua, oppure, talvolta anche senza una chiara destinazione. In un documentario trasmesso alla fine dell’anno scorso, Aljazeera ha riferito su alcune di queste storie.
“Muhibullah ha passato 17 giorni sulla nave di un trafficante, quando ha visto un uomo che veniva in marea. Arrivati sulle coste tailandesi, Muhibullah è stato legato e messo su un camion e portato in un campo nella giungla zeppo di centinaia di profughi e di uomini armati, dove il suo incubo si è accentuato. Legato a grosse canne di bambù, è stato torturato per due mesi per  estorcere  un riscatto  di 2.000 dollari alla sua famiglia.”
Malgrado le “normali” percosse, Muhibullah si sentiva peggio vedendo le donne che venivano trascinate nella boscaglia e stuprate. Alcune venivano vendute in servitù di debito, o per farle prostituire e per matrimoni forzati.”
I gruppi per i diritti umani riferiscono quotidianamente circa questi orrori, ma gran parte di questi non riescono ad essere trattati dai media  semplicemente perché la tragica situazione dei Rohingya non è un “argomento urgente”. Certo, i diritti umani  contano soltanto quando sono collegati a un problema di peso politico o economico significativo
Tuttavia, in un certo modo, i Rohingya trapelano occasionalmente nei nostri notiziari,
come nel giugno 2012 e nei mesi successivi, quando i Buddisti dello stato di Rakhine (in Birmania) si sono scatenati in modo violento  incendiando villaggi e  dando fuoco alle persone sotto gli occhi attenti della polizia birmana. Allora la Birmania è stata elevata alla condizione di stato non reietto, con  il sostegno e l’appoggio degli Stati Uniti e dei paesi europei.
Non è facile fare accettare che la Birmania sia una democrazia mentre al suo popolo si dà la caccia, lo si costringe a stare in miserevoli campi di concentramento, intrappolato tra l’esercito e il mare dove migliaia di persone non hanno altra via di scampo se non le “barche che fanno acqua” e il Mare delle Isole Andamane.  Sarebbe un buona idea che Abbott facesse qualche ricerca  prima di dare la colpa ai Rohingya della  loro situazione di infelicità.
Finora sta funzionando lo stratagemma della democrazia, e molte aziende stanno mettendo i loro uffici a Yangon e si preparano ad avere enormi profitti. Questo accade mentre centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini innocenti vengono tenuti in gabbia come animali nel loro stesso paese, abbandonati per mare, o tenuti in qualche jungla vicina come ostaggi.
I paesi dell’ASEAN devono capire che le buone relazioni di vicinato non possono dipendere  completamente dal commercio e che coloro che  violano i diritti umani devono essere considerati responsabili dei loro crimini e puniti.
Non si dovrebbe risparmiare alcun sforzo per aiutare i Rohingya in fuga, e deve essere attuata una reale pressione internazionale in modo che Yangon abbandoni la sua arroganza esasperante. Anche se dobbiamo accettare che i Rohingya non sono una minoranza ben definita – come il governo birmano sostiene – questo non giustifica l’insostenibile persecuzione che stanno sopportando da anni, e le frequenti azioni di pulizia etnica e genocidio. Che siano o no una minoranza, sono esseri umani che meritano una completa protezione in base alla legge nazionale e internazionale.
Mentre non si chiedono agli Stati Uniti e ai suoi alleati guerra o sanzioni, il minimo che ci si potrebbe aspettare è che la Birmania non venga ricompensata per la sua finta democrazia che brutalizza le minoranze. Fallire in questa azione dovrebbe costringere le organizzazioni della società civile a organizzare campagne di boicottaggio delle aziende che fanno affari con il governo birmano. In quanto ad Aung San Suu Kyi, il suo fallimento come autorità morale non può essere capito né perdonato. Una cosa è sicura: non merita il  Nobel  che ha ricevuto perché la sua attuale opera è in completo contrasto con lo spirito di quel premio.
Ramzy Baroud www.ramzybaroud.net è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di diversi libri e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Attualmente sta completando i suoi studi per il dottorato presso l’Università di Exeter. Il suo libro più recente è:  My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story(Pluto Press, Londa). [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza non raccontata].
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:  https://zcomm.org/znetarticle/beyon-the-middle-east-the-rohingya-genocide
Originale: non indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Peter Beinart: What Obama got wrong about anti-Zionism and anti-Semitism




By implying that these are the same, the president is helping U.S. Jews evade realities they must understand to help Israel survive.
HAARETZ.COM|Di Peter Beinart




As a presidential candidate in 2008, Barack Obama told Jeffrey Goldberg that “my job in being a friend to Israel is partly to hold up a mirror and tell the truth.”
It was a noble aspiration, which Obama has made some effort to fulfill. He has warned starkly (if less starkly than some former Israeli prime ministers) that permanently controlling the West Bank imperils Israeli democracy and Israel’s legitimacy in the world. But he has also faced a campaign, led by his Republican foes and tacitly aided by Prime Minister Benjamin Netanyahu, to depict him as hostile to the Jewish state, if not the Jewish people. And his effort to counter that campaign – which threatens his potential nuclear deal with Iran – has undermined the truth-telling he promised.
Barack Obama has grown very good at telling establishment-minded American Jews what they want to hear. Unfortunately, some of what they want to hear simply isn’t true.  
Consider the president’s response when Goldberg asked him last week to demarcate “the line between anti-Zionism and anti-Semitism.” Obama replied that “a good baseline is: Do you think that Israel has a right to exist as a homeland for the Jewish people, and are you aware of the particular circumstances of Jewish history that might prompt that need and desire? And if your answer is no, if your notion is somehow that that history doesn’t matter, then that’s a problem, in my mind.” Given Goldberg’s question, the implication is that Obama thinks it’s “a problem” because it’s anti-Semitic, that anti-Zionism and anti-Semitism are the same thing.
Politically, Obama’s answer is shrewd. Inside the United States, anti-Zionism, while still marginal, is growing, primarily via the boycott, divestment and sanctions movement, which challenges not only Israeli control of the West Bank, but the very idea of Jewish statehood, which BDS activists claim denies Palestinians equality even inside Israel proper. The American Jewish establishment has responded by calling this rising anti-Zionism anti-Semitic. By essentially endorsing that analysis, Obama earns a little goodwill from American Jewish leaders, which he needs as he tries to convince them to support his prospective Iran deal.
But Obama’s analysis is wrong. Yes, anti-Semitism is rising, in Europe and perhaps the United States as well. Yes, many anti-Semites are also anti-Zionists. But anti-Semitism and anti-Zionism are not the same. And by implying that they are, Obama isn’t doing American Jews any favors. He’s helping them evade realities they must understand to help Israel survive.
Conceptually, anti-Zionism and anti-Semitism are clearly distinct. Virtually all Palestinians are anti-Zionists. After all, Zionism is a Jewish national liberation movement that, while a great blessing for the Jewish people, has caused Palestinians great suffering. But that doesn’t make all Palestinians anti-Semites.
Take the case of Salim Joubran, a Palestinian citizen of Israel who serves on its Supreme Court. Joubran is clearly not an anti-Semite. To the contrary, many Israeli Jews rightfully consider his service on the court a source of pride. But Joubran refuses to sing "Hatikva," the great Zionist ode, and, like many prominent Palestinian Israelis, would probably prefer that Israel become a country that does not privilege Jews in its policies or public symbols. In other words, he’s an anti-Zionist without being an anti-Semite.
Don't forget the Jews
There’s also a long history of anti-Zionism among Jews. The Orthodox movement was once largely anti-Zionist because Orthodox leaders believed it violated Jewish law to restore Jewish sovereignty before messianic times. The Bund, a Jewish movement that advocated socialism and Yiddish rather than a return to the Land of Israel, enjoyed widespread support in both Eastern Europe and the United States in the early 20th century.
In the United States in recent years, this pre-existing anti-Zionism has gained new momentum primarily because of the actions of Israel’s government. By subsidizing massive settlement growth and publicly opposing a Palestinian state near the 1967 lines, Netanyahu has convinced a growing number of Americans that the two-state solution is dead and that a secular state between the river and the sea is the only fair option left. By demonizing Palestinian citizens of Israel and enacting discriminatory laws against them, Netanyahu and former Foreign Minister Avigdor Lieberman have fueled a growing American debate about whether Israel can be a Jewish state and a liberal democracy at the same time.
The New York Times now routinely publishes opinion pieces questioning Zionism. And BDS activists have used this shift to garner converts to their anti-Zionist cause. As BDS leader Omar Barghouti declared late last year at Columbia University: “We’ve got to give credit to Netanyahu. Without him we could not have reached this far.”
Are some of the people drawn to this new anti-Zionism anti-Semitic? Sure. But to conflate the two, as Obama implicitly did, requires overlooking the fact that a disproportionate percentage of the new anti-Zionists are Jews. A University of Chicago student recently told me that he looked around during a BDS strategy session on campus and realized that Jews constituted a majority in the room. Jewish Voices for Peace, which supports BDS and welcomes anti-Zionists without being officially anti-Zionist itself, has grown from 600 members in 2011 to 9,000 today.
The wrong way to fight BDS
What we are witnessing among some young American Jews is a kind of neo-Bundism, a Jewish identity built not around Zionism but around the values of the activist left. And on campus, these left-wing Jews are making common cause with anti-Zionist Palestinians and with growing numbers of African-American, Latino, LGBT and feminist activists, all of whom see Zionism as incompatible with the egalitarian, anti-discriminatory principles they hold dear.
As a liberal Zionist who opposes BDS and still believes in a democratic Jewish state alongside a democratic Palestinian one, all this worries me a great deal. But branding it anti-Semitism is exactly the wrong way to combat it.
Where genuine anti-Semitism exists, it must be fought fiercely. But the rising anti-Zionism on America’s campuses does not stem primarily from anti-Semitism.
Yes, Israel suffers from a double standard. Anti-Zionist activists are not equally outraged by the abuses committed by post-colonial regimes like Saudi Arabia, Egypt or Iran. But that’s because the activist left is always more outraged by Western abuses than non-Western ones. The same left-wing types who now protest Israel more than they protest Saudi Arabia also protested apartheid South Africa more than they protested Idi Amin, protested the Iraq War more than they protested Saddam Hussein, and protested the World Bank’s economic policies more than they protested North Korea’s.
It’s impossible to understand either the antipathy Israel faces in some quarters of the American left or the adulation it receives on the American right without recognizing that Americans see Israel as a Western country.
Anti-Zionism is growing because Palestinians are convincing left-leaning young Americans that Israel is a Western country that, with American support, systematically oppresses its non-Western, Palestinian, population.
There is only way to effectively counter that argument: work to end the systematic oppression that Netanyahu has entrenched, and bring Israel closer to the principles of “freedom, justice and peace” enshrined in its declaration of independence.
What American Jews need from Obama is what he promised in 2008: truth-telling about the consequences of Israeli policy. Seven years later, one of those consequences is rising anti-Zionism on America’s campuses. Dismissing it as anti-Semitism is a good way of ensuring that it continues to grow.

Gaza : surf a Gaza

 

Sull'onda di Gaza. Le foto e le storie delle ragazze e dei ragazzi che fanno surf per esplorare la propria piccola fetta di Mediterraneo. http://intern.az/1o8n


Sull’onda di Gaza

Nel 2008 grazie a un gruppo di appassionati di surf è nato il Gaza Surf Club: un gruppo di una trentina di giovani palestinesi che ogni giorno scendono dalle fattorie o dai villaggi di pescatori e raggiungono la spiaggia di Gaza. Si avventurano al largo ogni volta che il tempo, gli orari e i mezzi di trasporto lo consentono, per esplorare la propria piccola fetta di Mediterraneo.
Anche se sono prevalentemente maschi, tra loro ci sono anche alcune ragazze che per surfare indossano il burkini: il costume è stato progettato dall’organizzazione Surfing 4 Peace per soddisfare le norme rigorose che riguardano l’abbigliamento delle donne a Gaza. Delle quattro ragazze che surfavano nel 2012, quando la fotografa Alice Martins ha cominciato il suo progetto, solo due hanno continuato: Rawand doveva studiare e Shoruq si è sposata. Sabah e Kholoud continuano a fare surf, soprattutto perché non hanno ancora 16 anni e sulla spiaggia non attirano l’attenzione


Gaza: due ragazze , il surf , la libertà


Costa Rica: scoperto traffico di organi con Israele




 sintesi personale

Shlomo Papirblat and Dan Even : Israeli MDs harvesting organs for international trafficking ring


Autorità costaricane hanno annunciato di aver scoperto  un internazionale  traffico di organi  in contatto con i medici israeliani e specializzato  nella vendita di reni a pazienti in Israele e  nell' Europa orientale.
Costa Rica ha denunciato  che  medici israeliani hanno effettuato le operazioni di rene-rimozione su alcuni  "donatori" che hanno venduto i loro organi.
La polizia ,insieme con l'  Interpol stanno ora indagando sul caso di una giovane donna  mandata  in Israele per donare un rene. Lei si era sentita  male  sul volo di ritorno ed era stata portata in una fermata intermedia dove morì . Negli ultimi anni  Costa Rica è stata utilizzata  come destinazione per i pazienti che necessitano di trapianti di rene : il costo  è stimato  di circa 700.000 NIS per rene.
Polizia di San Jose   hanno  arrestato il dottor Francisco Mora Palma, capo della nefrologia del grande Calderon Guardia Hospital e fatto irruzione in un certo numero di laboratori medici e cliniche sospettate  di effettuare  test per i medici della rete.
Mora Palma era in contatto con i medici israeliani e testava  l'idoneità dei residenti locali e la compatibilità con i pazienti israeliani. Acuni dei "donatori" si recavano direttamente in Israele per sottoporsi all'operazione senza segnalarlo alle autorità sanitarie  , mentre altri   venivano operati in Costa Rica. .
Il Ministero della Salute israeliano ha dichiarato di non essere a conoscenza dei casi denunciati : " Se gli israeliani sono stati operati a  Costa Rica  sono stati finanziati con fondi privati, illegalmente e senza il consenso del ministero La nuova legge sui trapianti del 2008 è chiara su questo punto  ".
Circa un anno fa una traffico di organi coinvolgente Israele è stata scoperta in Kosovo e in Sri Lanka. Altri Stati sospettati di avere reti di trafficanti di organi sono :  l'Ecuador . I donatori sono pagati  16.000 $ 20.000 per un rene e considerati dalle autorità competenti vittime di un giro internazionale criminale .
Se i  trapianti sono stati eseguiti in Israele, come sostenuto, allora i "donatori" di Costa Rica sembrano aver ottenuto un permesso per essere ricoverati negli  ospedali israeliani, insieme con l'approvazione del comitato del Ministero della Salute che autorizza  donazioni di organi da vivente. La commissione autorizza le donazioni  tra donatori vivi che non sono legati tra loro e solo  se il donatore ha agito per motivi umanitari e non ha ricevuto alcun pagamento .
Tuttavia, nel settembre 2005 il comitato ha permesso una donazione presentata come umanitaria, ma dopo la morte del donatore, un uomo di 38 anni di Ganei Tikva, è emerso che aveva venduto il suo rene.  All'estero sono  autorizzati solo negli Stati  che permettono donazioni di organi da cadavere  e solo in ospedali dove  sia garantito la non esistenza di traffici illegali di organi
Così  HMO ha approvato il finanziamento di trapianti di rene da cadavere all'estero solo negli Stati Uniti, Russia e Lettonia.

Nel 2007 143 israeliani hanno ricevuto trapianti di rene all'estero, ma secondo le statistiche del Ministero della Sanità, il numero è sceso a 35 nel 2011 ed è aumentato, grazie alla nova legge, del 50 per cento per i trapianti di rene da donatore vivente in Israele
Un alto funzionario dell' HMO ha    recentemente chiesto al direttore generale del Ministero della Salute Ronni Gamzu   di sancire un protocollo d'intesa tra Israele e Colombia per promuovere i trapianti di organi lì.
Il ministero della Salute non ha ancora deciso sulla questione.


Israele, scoperto traffico di organi: arrestato un ex generale


Israele: IDF e traffico di organi nei TO. Traduzione articolo

Shlomo Papirblat and Dan Even : Israeli MDs harvesting organs for international trafficking ring



Costa Rica says ring allegedly sold kidneys to patients in Israel, East Europe; Health Ministry: No knowledge of reported cases.
haaretz.com|Di Shlomo Papirblat and Dan Even



Costa Rican authorities announced on Wednesday that they had broken up an international organ trafficking ring that worked with Israeli doctors and specialized in selling kidneys to patients in Israel and East Europe.
Costa Rica’s Attorney General’s Office said Israeli doctors had performed kidney-removal operations on some Costa Rican “donors” who sold their organs. Authorities also said the key suspect arrested in Costa Rica, a physician, had been in touch with Israeli doctors to match up Costa Rican kidney donors with Israeli recipients.
Performing such operations is a grave felony.
Costa Rican police together with Interpol are now investigating the case of a young woman who had been sent to Israel to donate a kidney, felt bad on the flight back, was taken off it at an interim stop and died.
Costa Rican authorities did not name any of the Israeli doctors alleged to be involved in the ring. Israel’s Health Ministry said it knew nothing about the affair.
In recent years Costa Rica has served as a destination for Israeli patients needing kidney transplants. The price for a kidney transplant on the black market is estimated at some NIS 700,000 per kidney.
San Jose police on Wednesday arrested Dr. Francisco Mora Palma, head of nephrology at the large Calderon Guardia Hospital, and raided a number of medical laboratories and clinics suspected of carrying out tests for the network’s doctors.
Attorney General Jorge Chavarria said the two people arrested − Mora Palma and an employee at Costa Rica’s Public Security Ministry − were the “tip of the iceberg” of the organ trafficking network.
Mora Palma was in touch with Israeli doctors and tested the suitability of the local residents whose organs were to be harvested in Israel, the Attorney General’s Office said.
Chavarria said the network’s doctors sent some of the “donors” to Israel to undergo the operation to have a kidney removed, while others had it removed in Costa Rica.
Sources involved in the investigation said they know of cases in which Israeli patients had been flown to Costa Rica to undergo surgery, without reporting to the health authorities.
Israel’s Health Ministry said in response to the report from Costa Rica that “the cases mentioned are not familiar and the Health Ministry does not know of them.”
It added: “Since 2008, when the New Organ Transplant Law was enacted, the health maintenance organizations and insurance companies stopped funding organ transplants ‏(which could be suspected of organ trafficking‏) for Israelis abroad. If Israelis did have transplants, as reported by the Costa Rica media, then they were funded privately, illegally and without the ministry’s agreement.”
About a year ago an Israeli organ-trafficking network was exposed in Israel. Its members used to fly Israeli patients for transplants in Kosovo and Sri Lanka. Other states suspected of having organ trafficking networks are Ecuador and Kazakhstan.
Chavarria also said Mora Palma and his associates used the hospital’s data bank to find suitable kidney harvesting candidates. These were usually needy men and women, who received $16,000-$20,000 for a kidney.
“We see these people as victims of an international crime ring,” the prosecutor said.
Israeli permits needed
If organ transplants arranged by the Costa Rican network were performed in Israel, as alleged, then the “donors” from Costa Rica appear to have obtained a permit for the harvest in Israeli hospitals, along with the approval of the Health Ministry committee that authorizes
organ donations from the living.
The committee authorizes donations from living donors who are not related, and is in charge of ascertaining that the donor was acting for humanitarian motives and did not receive payment for his organ.
However, in September 2005 the committee allowed an organ donation that had been presented as humanitarian, but after the death of the donor, a 38-year-old man from Ganei Tikva, it transpired that he had sold his kidney.
Until the New Organ Transplant Law was enacted, the HMOs sued to provide funding for Israelis’ organ transplants abroad, both as part of the complementary insurance and as part of state health insurance. This included states in which patients were required to pay the organ donors, like China and the Philippines.
However, since the law was passed, the number of Israeli transplants funded by HMOs abroad has been significantly reduced. Today they are performed only in states who allow organ donations from cadavers, and only if the hospital performing the operation signs a form ascertaining it does not deal with organ trafficking.
Thus, HMOs have approved funding for kidney transplants abroad only from cadavers in the United States, Russia and Latvia.
In 2007, 143 Israelis received kidney transplants abroad, but according to Health Ministry statistics, that number dropped to 35 in 2011. While transplants abroad have decreased, the new Organ Transplant Law has also led to a 50 percent increase in kidney transplants from live donors in Israel. Until two years ago Colombia performed 35 to 40 liver and heart transplants a year on Israeli patients in Medellin. But in the past year only four Israelis had transplants there, due to the restrictions imposed by Israel’s National Transplant and Organ Donation Center.
A senior official in the Clalit HMO recently asked Health Ministry director General Ronni Gamzu to arrive at a memorandum of understanding between Israel and Colombia to promote organ transplants there. The request was made ahead of Colombian President Juan Manuel Santos’ visit to Israel last week.
At the same time a group of patients awaiting transplants in Colombia have asked Health Minister Yael German to advance this initiative.
The Health Ministry has not decided on the issue yet.  

La presa di Israele sul turismo palestinese


 
 
 
L’occupazione e la colonizzazione della Palestina da parte di Israele, non si manifesta solo a livello...
bdsitalia.org



L’occupazione e la colonizzazione della Palestina da parte di Israele, non si manifesta solo a livello militare, ma anche nell'uso politico e strumentale del turismo. Esso viene utilizzato per rafforzare la propria posizione come potere occupante, per mantenere il suo dominio sulla terra e sul popolo palestinese, ma anche per diffondere la propria propaganda a milioni di turisti, tra cui politici, leader di Comunità e giornalisti che ricevono offerte di viaggi gratuiti di prima classe in Israele.
Tutti questi viaggi sono accompagnati da guide israeliano ben preparate il cui scopo principale è quello di diffondere la narrativa ufficiale israeliana a tutti i visitatori. Questa narrativa prevede l’omissione di informazioni cruciali e fa si che non vi sia alcun contatto tra visitatori e comunità locali palestinesi.
Israele, semplicemente, sa che l'esposizione dei turisti alla realtà attuale e storica dell’occupazione avrebbe un effetto di trasformazione sulla maggior parte dei turisti che vanno in Palestina, che, una volta tronati nei propri paesi di origine sarebbero degli avversari delle politiche oppressive di Israele contro i palestinesi. Per esempio, nel 2008 è stata sviluppata per l’industria del turismo una campagna sul  brand israeliano proprio allo scopo di distogliere l'attenzione dall'occupazione.
Come spiega Rifat Kassis, coordinatore di Kairos Palestine: "Ogni anno vengono a Betlemme ed in Palestina milioni di turisti che tornano a casa come nemici della Palestina e ambasciatori di Israele, senza aver parlato con un solo palestinese." Evitando le zone palestinesi i tour israeliani mandano il messaggio che i palestinesi sono pericolosi e che non bisogna dar loro fiducia. Il risultato è che i turisti ritorno a casa con la falsa "conferma" che i palestinesi sono effettivamente una minaccia per la sicurezza di Israele e dei suoi turisti.
Inoltre, il labirinto di leggi discriminanti e restrizioni dà alle compagnie turistiche israeliane un ingiusto vantaggio rispetto alla capacità di fornire un servizio completo ai propri gruppi. Israele persegue una strategia a due livelli: in primo luogo investe milioni di dollari nel mercato del turismo al fine di attirare il maggior numero possibile di visitatori; in secondo luogo cerca di penalizzare quanto più possibile il turismo palestinese. Nel corso degli ultimi due decenni, sono pochissimi i permessi rilasciati dalle autorità israeliane ai palestinesi che investono nel turismo per costruire o convertire edifici in alberghi, mentre almeno 15 ordinanze militari e regolamenti legate al turismo sono state emessi dal 1967 dagli occupanti israeliani.
Queste ordinanze hanno aumentato il numero dei requisiti necessari per ottenere le licenze e per far funzionare le strutture turistiche senza peraltro permettere alle stesse di avvalersi dei mezzi per attuare i miglioramenti necessari. Stante la richiesta di possedere requisiti di qualità crescenti mentre però è negato l’accesso ai finanziamenti, molte imprese turistiche palestinesi hanno dovuto affrontare gravi problemi come la sfida, spesso insormontabile, di far fronte alla concorrenza sleale che viene dalle imprese israeliane, salvo poi dover retrocedere a categorie turistiche inferiori. Alle imprese israeliane sono offerti prestiti a lungo termine a tassi di interesse agevolato, e talvolta una parte del prestito viene data a fondo perduto. Le nuove imprese israeliane per il turismo possono beneficiare di riduzioni fiscali e di forti sostegni governativi, e questo comporta un grande ostacolo alla libera ed equa concorrenza con le imprese palestinesi, che sono totalmente prive di tali sussidi e di assistenza. Non avendo la possibilità di ospitare più turisti nell'alta stagione, la Palestina non è in grado di ospitare i turisti per periodi più lunghi, per cui i visitatori vanno in Palestina solo per brevi escursioni. Ciò comporta chiaramente gravi implicazioni per l'economia locale, ed aree che potrebbero essere di grande interesse per lo sviluppo del turismo in Cisgiordania non possono essere sviluppate a causa delle restrizioni attuate dal governo israeliano.
Oltre a ciò, sono pochissime le guide turistiche palestinesi che ottengono il permesso per fare le guide in Israele. Nel 2005 sono stati concessi 42 permessi, e questa è stata l'unica volta in cui i permessi sono stati concessi. Oggi, solo 25 di queste 42 guide sono ancora operative, mentre sono 8.000 le guide israeliane autorizzate dal Ministero israeliano del turismo.
La libertà di movimento
Un altro mezzo usato da Israele è la limitazione libertà di movimento di turisti. Quando si tenta di ottenere un visto, per esempio, le agenzie israeliane devono semplicemente presentare nomi e numeri di passaporto, e la loro richiesta è soddisfatta senza indugio. Al contrario, le agenzie palestinesi vanno incontro a diversi ostacoli amministrativi e non possono garantire che la loro richiesta di visto sarà accettata.
Inoltre, se i turisti dicono ai controlli di frontiera che andranno a visitare la Palestina è possibile che siano trattenuti ed interrogati dalle autorità israeliane. Alcuni vengono poi deportati per motivi di "sicurezza", mentre altri sono deportati senza alcuna spiegazione. Ayman Abu Al Zolouf, una guida turistica locale dell’Alternative Tourism Group (ATG) descrive l'arresto e l'interrogatorio di un gruppo svedese, a cui stava facendo da guida nel 2010, a Beit Sahour. Mentre stavano pranzando con famiglie locali alcuni si staccarono dal gruppo per andare a fotografare Oush Gorab, una vicina zona sotto totale controllo israeliano. Le forze israeliane arrestarono l'intero gruppo e trasferirono i turisti all'insediamento di Gush Etzion tramite veicoli militari. Dopo essere stati sottoposti a pressioni dalle forze di sicurezza finchè non ammisero che facevano parte di un tour organizzato da ATG, furono rilasciati. In un'altra occasione, un gruppo di turisti britannici guidati da Ayman Abu Al Zolouf fu arrestato dalle forze militari israeliane mentre si trovava accanto al muro di annessione vicino all'insediamento israeliano di Har Homa.
Secondo l'ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento di affari umanitari (OCHA), palestinesi e turisti ad essi somiglianti devono affrontare controlli e discussioni nell’attraversamento di una rete di oltre 500 posti di blocco permanenti e di altri ostacoli militari che ne limitavano il movimento sia all'interno della Cisgiordania che nell’attraversamento dei suoi confini. I checkpoint sono ormai strutture stabili sul terreno, ed alcuni sono stati trasformati in veri e propri "terminali", in cui i metodi ricordano le procedure di sicurezza aeroportuali con permessi, controlli, metal detector, impronte digitali ed interrogatori personali. Esistono inoltre, checkpoint "volanti" temporanei che vengono eretti senza preavviso in varie località. In media, in Cisgiordania si effettuano circa 65 posti di blocco volanti alla settimana. Ra'fat Al Chamali, una guida turistica palestinese, ha decritto con enfasi l'effetto paralizzante di questi posti di blocco, ed ha affermato che spesso non riesce a finire i tour per le lunghe attese che essi comportano.
Un altro ostacolo per i viaggi turistici è rappresentato dalla presenza di 500.000-600.000 coloni ebrei-israeliani che attualmente vivono illegalmente nei territori palestinesi occupati. Essi costituiscono una minaccia crescente e consistente per per la sussistenza dei palestinesi. Rami Kassis, direttore di ATG, dice che le vessazioni dei palestinesi da parte dei coloni israeliani, spesso condotte con il supporto di soldati israeliani, sono uno dei maggiori ostacoli che deve incontrare una guida turistica palestinese.
Branding
Israele sta anche costantemente cercando di escludere con varie strategie i palestinesi dall’importante mercato dei Pellegrinaggi cristiani. Un report stilato dal “Comitato per la veridicità dei media sul Medio Oriente” (CAMERA, l’acronimo inglese) negli USA, così conclude:
"Israele ha speso milioni di dollari, rimettendo a nuovo i siti cristiani in Israele e cercando di crearne di nuovi, come quello lanciato recentemente denominato "Seguendo le tracce del Vangelo", che consente ad escursionisti, ciclisti e automobilisti di ripercorrere quello che potrebbero essere stato il percorso di Gesù attraverso la Galilea…....”
"Il Ministero del turismo [israeliano] sta anche cercando di promuovere una vigilia del Natale alternativa a Betlemme - che è sotto il controllo dell'autorità palestinese - invitando diplomatici stranieri e pellegrini nella città israeliana di Nazareth per godervi un mercatino di Natale, parate, fuochi d'artificio e un allegro Babbo Natale per i bambini.
"I palestinesi sono di conseguenza tagliati fuori da un mercato che una volta dominavano. Funzionari del turismo palestinese affermano che Israele cerca di scoraggiare le visite nelle aree amministrate dall'autorità palestinese e sta promuovendo nuove attrazioni in altre parti della Cisgiordania [di fatto annesse], come ad esempio il sito battesimale sul fiume Giordano"
"Abbiamo più siti dalla nostra parte, e Israele li sta usando per sviluppare il proprio turismo, lasciandoci con un piccolo pezzo di torta," ha detto l’ex ministro palestinese per il turismo Kholoud Daibes, sostenendo che Israele raccoglie il 90% delle entrate legate ai pellegrinaggi. "Stanno promuovendo i territori occupati come parte di Israele."
La presa di Israele sul turismo palestinese è funzionale al suo obiettivo generale di rinserrare l’occupazione militare e la colonizzazione attraverso il controllo della narrativa e introducendo una terminologia ed un linguaggio diversi. Il progetto coloniale di Israele mira a cancellare l'esistenza e la presenza dell’identità e della storia palestinesi. Pertanto, le istituzioni turistiche palestinese dovrebbero cercare di far emergere la propria narrativa. Ciò potrebbe essere ottenuto introducendo e consolidando il proprio linguaggio e la propria terminologia; e impiegando termini che rispecchino veramente e correttamente la realtà così com'è, senza inchinarsi a pressioni esterne e non presentando la situazione secondo le scelte di Israele.
Amjad Alqasis è un avvocato dei diritti umani, ricercatore di diritto e membro della Rete per il Sostegno Legale di BADIL, Centro di Ricerca per i diritti dei residenti palestinese e dei rifugiati. Dall’agosto 2014, è consulente presso Al Haq Center per l’applicazione del Diritto Internazionale.
Fonte: Maan News
Traduzione di BDS Italia

Haaretz: Non utilizzare un tragico suicidio per reprimere la libertà di stampa di Israele



Sintesi personale
Da quando l'attuale governo è stato formato, il primo ministro ha agito costantemente per limitare la libertà di stampa.
Ministro Yariv Levin   nel dibattito Knesset a seguito del suicidio di Ariel Runis  ha annunciato che la legge sulla  Diffamazione deve essere modificata per limitare la "libertà di insulti" .
"La legge sulla  Diffamazione richiede cambiamenti fondamentali, ma ogni volta che viene fatto un tentativo in questa direzione, si accusa il Governo di tentare di limitare la libertà dei  media. Purtroppo abbiamo completa libertà di insulti qui." riferendosi  al suicidio di  Runis in seguito a una campagna vergognosa su Facebook.
In effetti  ci sono molti casi preoccupanti di violento razzismo  in Israele. Questo è stato particolarmente palese durante la guerra di Gaza la scorsa estate. Il primo ministro ha bollato  l'incitamento con parole deboli e nient'altro,al  contrario, il giorno delle elezioni, lo stesso Netanyahu ha partecipato a tale incitamento nelle sue dichiarazioni contro gli arabi di Israele. Nessuno ha suggerito in quel caso una legislazione per limitare le dichiarazioni offensive .
Le reti sociali sullo web  dovrebbero essere controllate   dalle  società che li gestiscono per fermare i  commenti violenti ,farli  a tacere per mezzo di querela per diffamazione potrebbe diminuire  la poca libertà di espressione che rimane per  la gente comune in Israele.
Il collegamento fatto tra questi e i media è artificiosa e crea l'impressione preoccupante che il Governo  sfrutti  la  'tragedia privata  di Runis  per far approvare una legislazione destinata a far  tacere le critiche al governo stesso .

Haaretz : Don't use a tragic suicide to blunt Israel's press freedom



The suicide of an immigration official shamed on Facebook for alleged racism must not be used to advance legislation that would stifle criticism of government policy.
HAARETZ.COM|Di Haaretz Editorial




From the moment the current government was formed, the prime minister has been acting consistently to limit the free press.
Minister Yariv Levin represented Benjamin Netanyahu, who also serves as communications minister, in the Knesset debate following the suicide of Ariel Runis, a senior official of the Population, Immigration and Border Authority. Levin announced that the Defamation Law must be amended to limit the “freedom of vituperation” and to prevent an incident like Runis’ from recurring.
“The Defamation Law requires fundamental changes, but every time an attempt is made to advance this, it is portrayed as an attempt to curb the media,” Levin said. “Regrettably, we have complete freedom of vituperation here.”
“We must draw a line and give people the means to protect their reputation. I truly hope the populism around the issue will not continue. …The issue requires courage not to follow blindly the populist stance that [any legislation move] will infringe on the freedom of expression,” he said.
Referring to Runis’ suicide, which followed a Facebook shaming campaign, Levin said, “This happened because of a social media post, but it could have happened from something in the newspapers as well.”
Indeed, there are many troubling cases of offensive, violent and racist public discourse in Israel. This was especially blatant during the war in Gaza last summer. The prime minister responded to that incitement with feeble words and nothing else. In contrast, on Election Day, Netanyahu himself took part in such incitement, in his statements about Israel’s Arabs. Nobody suggested legislation to restrict offensive statements then.
“Naming and shaming” is an important means of expression, especially among the relatively powerless in society. It could be dangerous, but must be controlled by requiring companies that operate social networks to provide users with ways of reporting hurtful comments and stopping them. Silencing by means of libel suit will only diminish the little freedom of expression that remains for Israel’s commoners.
Shaming in its current form is mainly a social network trend. The link Levin made between it and the media is contrived and creates the worrying impression that he exploited Runis’ private tragedy to advance legislation intended to silence criticism of the government.

Palestina : Come nasce un giornalista indipendente

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Dal 19 al 26 maggio in Cisgiordania i comitati popolari, Sci Italia e Amisnet hanno organizzato un seminario per giovani giornalisti stranieri e palestinesi con l’obiettivo di creare una rete di scambio di informazioni che vinca gli ostacoli esterni.
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di Chiara Cruciati – foto: Beyond Walls
Khalet La al Nahla (Betlemme), 29 maggio 2015, Nena News – Dieci giorni di scambio di idee, esperienze, prospettive: si è chiusa lunedì scorso l’iniziativa su media alternativi promossa in Palestina da Sci Italia, l’agenzia Amisnet e il Popular Struggle Coordination Committee, il comitato che mette insieme i comitati popolari dei villaggi della Cisgiordania.
Nell’ambito del progetto “Beyond Walls”, che sostiene la resistenza popolare in Palestina, è stato organizzato un seminario di dieci giorni in Cisgiordania, cominciato il 19 marzo e concluso con una conferenza finale nella piccola comunità di Khalet La al Nahla il 26 maggio.
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“Il seminario è il frutto di un progetto lungo anni che coinvolge diversi attori: il Pscc, lo Sci e Amisnet – spiega a Nena News uno degli organizzatori per l’agenzia Amisnet – Hanno preso parte giornalisti, attivsiti e media-attivisti: 35 giovani provenienti dalla Palestina (dai villaggi di Kufr Qaddum, Bilin, al Masara e dal campo profughi di Aida) e internazionali da Italia, Spagna, Serbia, Turchia e Francia”. All’iniziativa non hanno potuto prendere parte giovani giornalisti giordani, tunisini e marocchini perché bloccati al confine dalle autorità israeliane.
“Abbiamo compiuto visite sul campo a Betlemme, Hebron e campi profughi e abbiamo concluso il nostro viaggio con tre giorni di workshop durante i quali abbiamo discusso di media alternativi e delle necessità che giovani giornalisti sia palestinesi che internazionali hanno nel raccontare la realtà di questi luoghi. Dallo scambio di esperienze e conoscenze, è emersa la carenza di informazione in Europa, sia quantitativa che qualitativa: di Palestina si parla poco e quando se ne parla, come nel caso dell’attacco contro Gaza, non viene mai spiegato il contesto, le cause del conflitto. Questo fa sì che i giornalisti stranieri sappiano poco di Palestina, ma ne sanno a volte poco anche i giovani palestinesi che hanno a disposizione solo i giornali dipendenti da partiti politici”.
Dai 10 giorni di incontri è nata l’idea di creare una rete tra i giornalisti coinvolti: “L’obiettivo è allargare questa rete nei prossimi mesi a tutti i media alternativi interessati e a giornalisti indipendenti che vogliano dare un contributo o usufruire della rete stessa. Si tratta di uno scambio: da una parte i giornalisti internazionali possono usare la rete per avere informazioni di prima mano su cosa succede in Palestina; dall’altra, daranno un contributo alla rete inviando ai giornalisti palestinesi notizie pubblicate all’esterno. In definitiva il nostro obiettivo è aprire uno spazio di dibattito su come operare in contesti di repressione”.
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Lo scopo, dicono durante la conferenza finale gli organizzatori, è dare la possibilità ai giornalisti palestinesi di raccontare la Palestina in prima persona, combattere gli stereotipi stantii sul popolo palestinese e far emergere storie sconosciute utili a spiegare il contesto. Lo faranno con un guppo Facebook che a breve si trasformerà in un sito vero e proprio.
I dieci giorni si sono conclusi con un incontro che i partecipanti hanno avuto con alcune realtà giornalistiche locali e non: alla conferenza finale hanno parlato Eyad Mughrabi (reporter palestinese per l’AP), Haggai Matar e Michael Omer-Man (giornalisti israeliani del blog 972mag) e la redazione di Nena News. Nena News

giovedì 28 maggio 2015

Israele, in piazza le scuole cristiane

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Le scuole cristiane d'Israele hanno organizzato una manifestazione senza precedenti per denunciare le...
avvenire.it


Le scuole cristiane d'Israele hanno organizzato una manifestazione senza precedenti per denunciare le politiche discriminatorie di cui si sentono fatte oggetto da parte del governo. Quasi 700 tra insegnanti, genitori con i figli, e religiosi si sono ritrovati alle 11 di mercoledì, a Gerusalemme, nella piazza davanti al palazzo Lev Ram, sede del Ministero dell'educazione, esponendo ampi pannelli e distribuendo volantini in cui sono condensate le ragioni dell'inedita protesta.

"Si tratta di una manifestazione pacifica e rispettosa, per dire che vogliamo essere trattati come gli altri, sia dal punto di vista economico che su quello della libertà di educazione" riferisce all'agenzia Fides padre Abdel Masih Fahim, direttore dell'Ufficio delle scuole cristiane.

Le scuola cristiane in Israele sono frequentate da 30mila studenti, dei quali solo la metà sono cristiani. La maggior parte di esse era attiva già prima della costituzione dello Stato d'Israele. Ottenendo risultati accademici elevati, esse formano gli allievi secondo i valori cristiani dell'amore per il prossimo, del perdono e della tolleranza, alimentando con il loro lavoro quotidiano una sensibilità aperta alla convivenza e vaccinata contro ogni settarismo. Le scuole cristiane - si legge in un comunicato diffuso in occasione della manifestazione - appartengono alla categoria delle scuole "riconosciute ma non pubbliche" e ricevono un finanziamento parziale dal Ministero. Il resto dei costi è coperto dalla quota corrisposta dai genitori.

Da anni, il Ministero dell'educazione tenta di ridurre il budget delle scuole cristiane (negli ultimi dieci anni del 45%), e questo ha costretto gli istituti ad aumentare il costo a carico delle famiglie. Il taglio dei finanziamenti pesa soprattutto sui genitori della parte della popolazione araba israeliana per i quali, come è noto, il reddito medio famigliare è sotto la media nazionale.

Secondo la legge, ogni studente israeliano può essere educato in qualsiasi scuola lui scelga e il governo deve restituire tutte le spese per la sua educazione. Lo ha spiegato a Radio Vaticana padre Abdel Masih Fahim: "Il governo ci dà tra il 60 e il 70% del sussidio per ogni studente, e noi insegniamo il 132% di quello che è richiesto, mentre altre scuole insegnano meno e prendono il 100% o più. Il Governo ci ha dato due possibilità: diventare una scuola governativa e ottenere così il 100% dei finanziamenti, ma questo ci porta su una strada molto strana, perché non è la nostra missione quella di fare della nostra scuola un’imitazione di altre scuole, quanto all’insegnamento. Noi forniamo un’educazione speciale, un’educazione cristiana, nelle nostre scuole. Hanno poi proposto un’altra soluzione, ma quest’altra soluzione – di fare delle nostre scuole, delle scuole speciali – ci costringerebbe a chiedere rette scolastiche più alte ai genitori. Noi non siamo scuola per guadagnare, ma per fornire un servizio alla società".