venerdì 10 febbraio 2012

Amira Hass :Piccoli trionfi in una lotta da Sisifo. I Rabbini per la Pace


di Amira Hass  - 9 febbraio 2012
Questa settimana sono giunte notizie di tre battaglie individuali che hanno segnato dei punti contro il regime discriminatorio di Israele. I beduini della tribù Jahalin non saranno espulsi in una comunità presso la discarica di Abu Dis e la loro scuola non sarà demolita.  Una gara d’appalto per uno sviluppo lussuoso a Lifta, un villaggio palestinese alla periferia occidentale di Gerusalemme distrutto nel 1948, è stata revocata per ordine della magistratura.  E a Munther Fahmi, il proprietario, nativo di Gerusalemme, della libreria presso l’American Colony Hotel di Gerusalemme Est,  sarà permesso di restare nella città in cui è nato. Milioni di ore di lavoro e una quantità incommensurabile di resistenza da parte dei palestinesi, hanno ripagato.
Forse è stata la scuola ecologica degli Jahalin, fatta di pneumatici usati, nella comunità  Khan al-Ahmar, che ha colpito il grasso fianco di Israele e ha attirato attenzione internazionale sufficiente a far ripensare le autorità di distruzione di Israele.  Per gli sfollati di Lifta (che ora vivono a Gerusalemme) è stato presumibilmente il loro insolito accesso alle loro case in rovina che li ha spinti ad appellarsi contro il danno alla loro eredità e alla sua bellezza.  Il loro appello, avanzato congiuntamente con attivisti e organizzazioni israeliane, ha portato alla denuncia di problemi nella gara d’appalto per lo sviluppo.  E le firme degli autori Amos Oz e David Grossman, nonché quelle di altre figure pubbliche, hanno sicuramente trasmesso al Ministero dell’Interno il messaggio che sarebbe stato un errore deportare Fahmi dal suo luogo di nascita.
Com’è seducente pensare che questi tre esempi contengano qualche formula magica che potrebbe essere copiata per garantire il successo di migliaia di altre battaglie!
Non è così. La consapevolezza che queste sono eccezioni alla regola mitiga le celebrazioni già in tono minore.  Non è ancora chiaro se tutti i Jahalin che vivono in un complesso di tende alla periferia orientale di Gerusalemme saranno salvati da un trasferimento forzato in prossimità della discarica, un piano elaborato l’anno scorso. Ma le autorità d’occupazione restano decise a commettere ulteriori violazioni della legge internazionale  e a concentrare questa popolazione protetta in una singola località permanente. Alla comunità colpita saranno consentiti il riesame e i commenti alla fine della procedura di pianificazione, ma non sarà consultata nel corso di essa.
Nonostante le proteste, anche dell’Europa, l’enorme distesa dell’Area C della West Bank, che è sotto controllo israeliano, continua a essere un laboratorio israeliano per l’attuazione di metodi sofisticati per la deportazione nascosta di palestinesi.
Ci sono decine di migliaia di palestinesi nati a Gerusalemme che sono stati spogliati del loro status di residenti nella città ad opera dell’insensibilità mascherata da legge israeliana sulla residenza.  Le celebrità non fanno alcuno sforzo speciale per difendere il diritto naturale di nascita di queste persone a vivere nella propria città. L’Ufficio del Procuratore Distrettuale di Gerusalemme sta ora accusando due di loro, Mohammed Totah e Khaled Abu Arafa, di permanere illegalmente nella città.
Il presidente uscente della Corte Suprema, giudice Dorit Beinisch, non ha ancora sentenziato sulla petizione di Totah e Abu Arafa e su quella di due altri membri del blocco Cambiamento e Riforme del Consiglio Legislativo Palestinese, contro la revoca del proprio status di residenti.  I quattro sono stati eletti in elezioni per le quali hanno esercitato pressioni gli Stati Uniti.  Ma la Beinisch non si è presa il fastidio di emettere un ordine di sospensione della loro espulsione sino al termine della procedura.  Sapeva che né il paese né il consolato statunitense si sarebbe infiammati in seguito alla loro deportazione forzata.
Lifta si è impressa nella coscienza di Israele come un villaggio palestinese. Ma il diritto alla memoria è presentato come un rischio per la sicurezza. Il sentimento di nostalgia per questa terra e di appartenenza ad essa e il diritto di viverci sono di esclusivo monopolio ebraico.
I Rabbini per i Diritti Umani? Questa organizzazione non è impegnata soltanto nelle battaglie di Lifta e dei Jahalin. Prende parte a dozzine di altre campagne, la maggior parte di esse pari a sforzi di Sisifo, per salvare la gente dalle fauci maligne del regime del privilegio ebraico.  Sono, senza volerlo, tentativi audaci e dolorosi di salvare la parola “ebraico” dall’essere sinonimo in Israele di razzista, altezzoso, duro di cuore, ipocrita, miope.


Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Haaretz.com
traduzione di Giuseppe Volpe

giovedì 9 febbraio 2012

Gruppo Martin Buber :Ebraismo, pluralismo, democrazia


Al Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace appartengono osservanti e non osservanti, ma tutti laicamente rispettano la libertà e diversità religiosa, e, nel contempo, ritengono essenziale la separazione della religione dallo Stato, come garanzia del neutrale rispetto del pluralismo e della convivenza pacifica di culture e religioni.
Siamo sconcertati, sconvolti per gli incidenti accaduti di recente in Israele, come la forzata separazione di genere negli autobus e l’aggressione contro persone, incluse bambine, che non si conformano a dettami integralisti; urgono nel paese non solo una chiara distinzione fra stato e religione, ma altresì la ferma prevenzione degli abusi che derivano da una malintesa interpretazione dei valori religiosi dell’ebraismo. Del quale peraltro nessuna norma o consuetudine autorizza l’aggressione alle persone, cosa esplicitamente vietata dalla Torà e dalla Hhalakhà.
Chiediamo, nella Diaspora e in Israele, una esplicita condanna dell’oppressione delle donne, dei tentativi di imporre ad altri le proprie regole di vita, della coercizione provocata alla società da gruppi di fedeli, tanto ostili al resto della collettività da creare nuove forme, intollerabili, di segregazione. Chiediamo un netto chiarimento da parte delle autorità religiose, nella Diaspora e in Israele, su ciò che è lecito e non lecito nell’ortodossia.
Gruppo Martin Buber – Ebrei per la Pace

Rami G Khouri :Un terrificante menù di possibili scenari per la ‘partita finale’ in Siria


La crisi siriana, ormai chiaramente in un vicolo cieco, e che vede un crescente coinvolgimento internazionale, potrebbe evolversi secondo molteplici scenari, elencati in un crescendo di drammaticità dal giornalista Rami Khouri
***
Dopo che la Lega Araba ha deciso di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per chiedere un sostegno al suo piano per risolvere la crisi in Siria, le prospettive di internazionalizzazione della questione siriana si sono accresciute. Ciò aggiunge una nuova dimensione al già acceso dibattito attorno agli esisti che potrà avere la crescente violenza e la sempre più grave crisi politica nel paese.
Negli ultimi mesi, ho sentito formulare decine di scenari riguardo a come le cose potrebbero finire in Siria. Alcuni sono plausibili, altri fantasiosi, ma tutti sono solitamente avanzati da osservatori e analisti competenti. Possono essere riassunti più o meno come segue.
Lo scenario più comune che ho sentito formulare è quello secondo cui le tensioni e le violenze continueranno per tutto l’anno fino a quando il collasso economico del paese farà sì che alcune figure influenti all’interno del regime guidato dal presidente Bashar al-Assad compiranno un colpo di stato, dopo aver perso la speranza che Assad possa trovare una soluzione politica alla crisi. Tale colpo di stato sarebbe condotto da ufficiali militari alawiti e sunniti resisi conto della necessità di giungere a un accordo con i manifestanti e di avviare la Siria verso un percorso di democratizzazione politica seria, allo stesso tempo risparmiando agli alawiti una dura punizione dopo la caduta della famiglia Assad. Una variante di questo scenario vede un complotto interno per assassinare i leader del regime e porre immediatamente fine alla crisi.
Un altro scenario, ormai sempre meno probabile, è che i russi riconoscano che l’approccio di Assad è destinato a fallire e rinuncino a utilizzare il diritto di veto per impedire che il Consiglio di Sicurezza eserciti pressioni su Damasco. Secondo questo copione, la Russia convincerebbe Assad a dimettersi e a lasciare il paese insieme ai membri del suo clan e alle loro ricchezze.
Una variante di questo scenario vede una combinazione di capi alawiti, ufficiali militari e grandi uomini d’affari decidere collettivamente che sarebbero tutti condannati a un tragico destino se le cose dovessero continuare così, e lavorare insieme per fare una delle due cose seguenti: progettare un colpo di stato per imporre l’uscita di scena di Assad, o sedersi a un tavolo con lui e mettere in chiaro che essi – i pilastri che sostengono il suo regime – presagiscono la catastrofe, e perciò egli deve cedere il potere a una leadership democratica transitoria prima che un crollo totale travolga il paese.
Un’eventualità più drammatica è, secondo alcuni, che un certo numero di potenze regionali e globali imponga una no-fly zone e “zone cuscinetto” lungo i confini settentrionali e meridionali della Siria. Questo potrebbe accelerare la defezione di decine di migliaia di soldati e civili, affrettando il crollo del regime dall’interno. Questo processo potrebbe essere favorito ancor di più da un ulteriore deterioramento economico che colpirebbe tutti i settori della società, mentre più severe sanzioni internazionali – tra cui il blocco dei voli e delle transazioni bancarie con la Siria – determinerebbero una penuria di beni di prima necessità e un’inflazione galoppante che renderebbero impossibile la vita alla maggior parte dei siriani. Ciò consentirebbe anche di scatenare imponenti manifestazioni contro il regime nelle città di Damasco e Aleppo, che segnerebbero il destino degli Assad.
Una possibilità ancora più drastica è che la polarizzazione della società siriana secondo le divisioni etniche e settarie, e una guerra civile totale, facciano giungere lo Stato unitario al punto di collasso, e che gli alawiti si ritirino sulle loro montagne per formare un proprio Stato nelle regioni alawite nord-occidentali. Alcuni suggeriscono che sarebbe stato questo l’obiettivo della crisi fin dall’inizio, con “attori esterni” determinati a provocare conflitti interni tali da dividere la Siria in diversi staterelli, tra alawiti, drusi, curdi e sunniti.
Ciò avverrebbe proprio mentre l’Iraq deve far fronte a un’analoga disgregazione con la possibilità che il paese unitario lasci dietro di sé entità sunnite, sciite e curde. A fomentare questo scenario vi sarebbero, naturalmente, Israele e l’America, il cui desiderio di egemonia sul Medio Oriente sarebbe grandemente facilitato dalla presenza di deboli staterelli su base etnica al posto degli attuali Stati arabi, certamente più grandi e più forti. In un simile scenario, Israele potrebbe rapidamente venire in aiuto di alcuni di questi staterelli di natura etnica – come già cercò di fare con alcuni gruppi libanesi negli anni ‘80 del secolo scorso – e quindi consolidare sia la frammentazione del Levante che il predominio israeliano su di esso.
Lo scenario più terribile è quello secondo cui il deterioramento della situazione in Siria porterebbe il regime di Assad ad attuare la cosiddetta “opzione Sansone”, in base alla quale esso cercherebbe di fomentare conflitti e di creare il caos in tutta la regione, al fine di far precipitare l’intero Levante in una conflagrazione regionale. Questa opzione sarebbe basata sulla decisione degli Assad che, se essi non possono governare una Siria unificata, nessun’altro nella regione riuscirà a vivere in pace e sicurezza. Un tale scenario comporterebbe il tentativo di suscitare conflitti in Libano, Israele, Giordania, Turchia e Iraq, e potrebbe avere come esito l’uso di armi chimiche o addirittura nucleari.
Questi sono solo gli scenari più plausibili, che stanno ampiamente circolando nella regione in questi giorni.
Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)



mercoledì 8 febbraio 2012

Patriarca latino di Gerusalemme favorevole all'accordo Fatah-Hamas

Gerusalemme (AsiaNews) – Il patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, ha commentato in modo positivo la notizia di un accordo raggiunto ieri a Doha fra il movimento Hamas e il movimento Fatah per affidare al presidente Mahmoud Abbas la guida di un governo di unione palestinese. “Vogliamo la pace con e fra tutti”, ha dichiarato il capo della Chiesa latina; fra palestinesi e fra i palestinesi e Israele. La “dichiarazione di Doha” è avvenuta nel quadro delle riunioni avvenute il 5 febbraio fra Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese e capo di Fatah, e Hamas Khaled Mechaal, responsabile di Hamas. Fra i due partiti le relazioni sono tese dal 2007 e dopo l’ascesa al potere di Hamas nella striscia di Gaza. L’accordo di ieri l’altro viene a rinforzare un “Accordo di riconciliazione” stipulato nel 2011. L’incontro si è svolto alla presenza dell’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, e in seguito all’iniziativa del re Abdullah di Giordania.

L’accordo sarà confermato al Cairo il 18 febbraio. Il presidente dell’Autorità palestinese sarà alla guida di un governo di transizione, unico per la Cisgiordania e per la striscia di Gaza. Le parti hanno convenuto di “perseguire il processo di ristrutturazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) così da integrare Hamas e la Jihad islamica nel seno di questa istanza, che rappresenta tutti i palestinesi”. Il governo avrà anche il compito di “supervisionare la ricostruzione di Gaza” e di “preparare le elezioni” inizialmente previste per il 4 maggio 2012.

Il patriarca di Gerusalemme commenta che “non vede nessun ostacolo nel fatto che tutti i palestinesi si mettano ad aiutare Mahmoud Abbas per realizzare queste due iniziative”. Il presidente palestinese è “un uomo moderato, di apertura e cooperazione”. Grazie all’accordo, Mahmoud Abbas sarà sia presidente che Primo ministro, rimpiazzando l’economista Salam Fayyad, sostenuto dall’occidente. Il patriarca esprime rincrescimento per questo cambiamento, guardando al “grande lavoro effettuato con successo da Salam Fayyad per preparare con discrezione e serietà le infrastrutture di un futuro Stato palestinese”.

L’accordo di Doha è stato criticato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Se Abu Mazen (Mahmoud Abbas, n.d.r) applica ciò che è stato firmato a Doha, sceglie di abbandonare la via della pace per unirsi ad Hamas”, ha dichiarato. “O è la pace con Hamas, o è la pace con Israele. Non si possono avere insieme”. “Non è così!”: il patriarca si stupisce di “questa reazione”, perché “questa riconciliazione risponde alle aspirazioni dei palestinesi all’unità e bisogna esserne contenti”. Mons. Fouad Twal aggiunge: “Vogliamo la pace per tutti, una buona intesa con Israele e l’unione fra i fratelli palestinesi in tutte le loro correnti di pensiero politico. D’altronde, chi non conosce nella propria famiglia punti di vista diversi o opposti?”. Il patriarca parla di una “reciprocità anormale” nei due campi, “in cui ci sono quelli che non vogliono riconoscere lo Stato di Israele come altri non vogliono riconoscere lo Stato di Palestina”.

Il patriarca spera che la riconciliazione “possa contribuire a mantenere i negoziati, che non sono mai cessati, direttamente o indirettamente. Ne sono prova la liberazione del soldato Shalit e di più di mille palestinesi. Il dialogo è fatto per persone che non vanno d’accordo. Non c’è nulla da guadagnare nel volerlo rompere. Bisogna lottare contro lo spirito di divisione, non è mai il modo migliore di lavorare per disegnare un cammino di pace”.

Mons. Twal chiede di pregare “per una pace giusta e conclusiva qui in Terrasanta e per i Paesi che la circondano" e afferma che i cambiamenti nel mondo arabo non devono essere ignorati.  Fra tutte. il patriarca afferma che "la crisi siriana ci preoccupa molto” e che egli comprende la paura dei responsabili religiosi in Siria, i quali temono di finire come un altro Iraq.



ISRAELE-PALESTINA: “MORTE AI CRISTIANI” E “MORTE AGLI ARABI”, L’ESCALATION DELL’ESTREMISMO EBRAICO

di  .  Scritto  il  8 feb 2012  alle  7:00.

Martedì, informa la polizia locale, un monastero di -costruito nel punto in cui, secondo la tradizione, sorgeva l’albero dal cui legno fu fatta la santa croce di Cristo- è stato imbrattato con segni distintivi di estremisti ebrei. “Morte ai cristiani” è stato scritto in ebraico su una delle facciate del Monastero della S. Croce, risalente all’XI secolo.
Micky Rosenfeld, portavoce della polizia, ha detto all’agenzia di stampa palestinese Maan che “durante la notte i vandali hanno anche imbrattato le pareti del convento con lo slogan “Price tag” -termine usato dai coloni ebrei in riferimento alla strategia d’intimidazione utilizzata contro i palestinesi e le loro proprietà-, e danneggiato due autovetture parcheggiate al suo esterno. È raro che un santuario cristiano subisca attacchi del genere.
“Nella notte di martedì, gli estremisti israeliani hanno scritto slogan razzisti, con delle bombolette a spray, sulle pareti di alcune abitazioni di al-Lubban ash-Sharqiya”, un villaggio nel nord della , ha dichiarato Ghassan Doughlas, funzionario dell’ ().
“Un certo numero di coloni”, continua Doughs, “ha tentato di entrare nel villaggio dopo la mezzanotte, e alcuni di essi sono stati fermati dai comitati locali di sicurezza. Tuttavia i muri delle case di diversi residenti sono stati imbrattati con slogan come ‘Morte agli arabi’”.
Nel maggio 2010 i coloni diedero alle fiamme la moschea del villaggio in un raid notturno.
Dallo scorso dicembre, 5 moschee sono state oggetto di atti vandalici da parte di presunti estremisti ebrei. “Morte agli arabi”, “Maometto è un maiale” e “Un buon arabo è un arabo morto” alcune delle frasi scritte in ebraico sui loro muri.
Secondo l’ (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), in Cisgiordania nel 2011 gli attacchi dei coloni contro i palestinesi sono aumentati di oltre il 50%.

Haaretz: evitando la pace, Netanyahu sta punendo Israele


 Con  una reazione pavloviana all'accordo di riconciliazione sottoscritto dalle fazioni rivali palestinesi, in base al quale il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas sarà temporaneamente  primo ministro,  Benjamin Netanyahu ha intimato ad  Abbas :" O la pace con Hamas o la pace con Israele." Invece di accogliere lo stato rafforzato da un leader che ha firmato gli accordi di Oslo e ha frenato  il terrorismo in Cisgiordania, Netanyahu ha scelto di presentare l'accordo come una capitolazione della PA ad una organizzazione terroristica  che rifiuta  l'esistenza dello  Stato di Israele e si oppone  a una soluzione diplomatica.

In tutti i suoi colloqui con Hamas Abbas ha chiarito che la riconciliazione interna palestinese non lo allontana di un pollice dal suo impegno  di lavorare per l'opzione di due stati e di continuare la  guerra senza compromessi contro la violenza. Ha ribadito che l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina  è l'organizzazione che ha firmato tutti gli accordi precedenti con Israele e che continuerà a condurre i negoziati con Israele.

L'accordo di riconciliazione, raggiunto nonostante le obiezioni di elementi estremisti all'interno di Hamas, sottolinea gli obblighi comuni del PA, che rappresenta i residenti della West Bank, e il governo di Hamas che governa la Striscia di Gaza. L'accordo  smantella  l'affermazione che non vi  può essere  alcun valore negli accordi con una leadership che rappresenta solo una parte della popolazione dei territori.
L'ultimatum  di Netanyahu sembra un pretesto per silurare i colloqui su un accordo per lo   status finale in base agli orientamenti del Quartetto e  di  Barack Obama nel discorso del maggio scorso. Ma questi negoziati erano stati già invalidati,  prima ancora che Abbas firmasse l'accordo con il capo dell'ufficio politico di Hamas ', Khaled Meshal, a causa del rifiuto di Israele di congelare la costruzione negli insediamenti e  di definire un confine permanente.

La crisi in corso nel processo diplomatico  incrina   l'equilibrio politico nei territori a favore di coloro che si oppongono    a qualunque compromesso . Essi, conseguentemente, considerano il ritiro israeliano da Gaza come una vittoria per "la resistenza"e ,seppellendo il processo diplomatico , puntano  all'elettorato palestinese per la  leadership dell'Olp

Netanyahu deve porre fine alla sua ricerca ossessiva di difetti nell'avvenuta  riconciliazione tra le forze politiche palestinese  concentrandosi,  invece ,su una iniziativa per porre fine al conflitto. Egli ha la capacità di farlo.

Accordo Fatah-Hamas, ok Olp malgrado malumori a Gaza

I vertici della dirigenza palestinese fedele al presidente dell'Anp, Abu Mazen (Mahmud Abbas), hanno avallato oggi l'intesa di riconciliazione siglata nei giorni scorsi a Doha, in Qatar, dallo stesso Abu Mazen e da Khaled Meshaal: a nome rispettivamente della fazione laica di Fatah e di quella islamico-radicale di Hamas.

Il placet è stato dato senza sorprese a Ramallah nel corso di una riunione congiunta del comitato esecutivo dell'Olp (organismo di riferimento della causa nazionale palestinese), del comitato centrale del Fatah e delle leadership di alcuni partiti minori.

"Abbiamo formalizzato il nostro totale sostegno ai risultati degli accordi di Doha", ha annunciato alla fine dei lavori il segretario generale del comitato esecutivo dell'Olp, Yasser Abed Rabbo, sollecitandone l'attuazione.

Da Gaza, intanto, è rimbalzata la rassicurazione di esponenti del politburo di Hamas sull'impegno a rispettare il patto sottoscritto nel Qatar, a dispetto dei malumori e delle esplicite parole di contrarietà manifestate ieri dal gruppo parlamentare e da alcuni settori della fazione islamica.

L'intesa di Doha (accolta negativamente da Israele e con forti riserve dagli Usa per il coinvolgimento di Hamas) prevede d'affidare al moderato Abu Mazen anche l'incarico transitorio di premier e la guida d'un governo tecnico unitario, in vista della convocazione di nuove elezioni da tenersi contemporaneamente in tutti i Territori palestinesi: sia nella Cisgiordania controllata dall'Anp, sia nella Striscia di Gaza passata di fatto sotto il potere di Hamas dopo la sanguinosa guerra civile del 2007 seguita alla non riconoscita vittoria elettorale dei radicali del 2006.

Amira Hass:Diversamente occupati – A tutela della propria dignità. Khaden Adnan

 Khaden Adnan ha già battuto ogni primato palestinese di sciopero individuale della fame. Ieri ha passato il cinquantesimo giorno da scioperante della fame a protestare contro quelle che egli considera pratiche umiliante usante dagli inquirenti del servizio di sicurezza dello Shin Bet. Manifesti esibiti nei cortei di sostegno riportano sopra la sua fotografia la dichiarazione: “Prima la dignità, poi il cibo”, dichiarazione ripetuta in una pagina Facebook intitolata “Siamo tutti Sheikh Khader Adnan”.
L’8 gennaio, 22 giorni dopo che era stato fermato nella sua casa di Arabeh, nella West Bank settentrionale, è stato emesso contro di lui  un ordine di arresto amministrativo di quattro mesi a motivo della sua “attività di membro della Jihad palestinese islamica, che minaccia la sicurezza della regione.”  Giovedì scorso il primo ministro dell’Autorità Palestinese, Salam Fayyad, ha incontrato il padre dello scioperante della fame a Ramallah e ha dichiarato che l’intero popolo palestinese esprime solidarietà ad Adnan. Un membro dell’organizzazione di Adnan ha avvertito che potranno esserci conseguenze se dovesse morire.
La notte del 17 dicembre soldati mascherati hanno fatto irruzione a casa sua, puntando i fucili contro i membri della famiglia, gli anziani genitori, la moglie incinta e due figlie. Questo resoconto risulta da una dichiarazione giurata sottoposta a un avvocato assunto dalla ONG Medici per i Diritti Umani.  Adnan ha testimoniato di aver avuto le mani bloccate dietro la schiena e di essere stato gettato sul pavimento di una jeep dell’esercito; nel corso del viaggio sul veicolo, afferma, i soldati lo hanno preso a calci e schiaffeggiato. La jeep ha raggiunto l’insediamento di Mevo Dotan dove, egli afferma, è stato tenuto per molte ore all’esterno, al freddo, con le mani in manette che gli si gonfiavano. Il suo labbro inferiore era spaccato e sanguinava.
Il giorno successivo è stato trasportato alla struttura carceraria di Kishon per essere interrogato dallo Shin Bet.  Nella sua dichiarazione giurata Adnan testimonia di essere stato legato a una sedia in una posizione terribilmente dolorosa. E’ rimasto legato per tutto l’interrogatorio con le mani dietro la schiena.  Adnan afferma che gli inquisitori dello Shin Bet lo hanno insultato con oscenità e hanno minacciato la sua famiglia. Il momento in cui ha deciso di iniziare il suo sciopero della fame è stato quando ha sentito le oscenità contro sua moglie e le sue figlie? O quando gli inquisitori gli hanno strattonato con forza la barba? O quando uno degli interroganti ha strofinato un dito sotto le scarpe e gli ha imbrattato i baffi? O quando non gli hanno permesso di pregare?
Senza nessuna premeditazione ha iniziato lo sciopero della fame ed è rimasto muto. Gli inquirenti gli hanno posto domande, hanno esercitato pressioni e lo hanno tentato, ma lui è rimasto in silenzio. Per giorni è stato interrogato due volte al giorno.  Cioè, gli interroganti hanno parlato e posto domande, mentre Adnan è rimasto muto.  E si è rifiutato di mangiare.
Ha appreso più in là di essere in detenzione amministrativa, il 10 gennaio, e ciò ha aggiunto una ulteriore motivazione al suo sciopero della fame: la protesta è anche contro il fatto di essere detenuto senza processo.
Mercoledì scorso si è tenuta una terza sessione di “revisione giudiziaria” presso il tribunale militare competente per le misure amministrative, riguardante l’ordine di arresto amministrativo.  Come nella sessione precedente, è stato introdotto su una sedia a rotelle nella roulotte in cui si tengono le sessioni. Il procuratore militare, tenente Tamar Lejilem, ha chiesto al giudice militare Dalia Kaufmann di “autorizzare l’ordine di arresto amministrativo per tutta la durata del periodo richiesto, a motivo di informazioni segretate che sottoporrò su base unilaterale alla corte. Questo è un membro di rilievo della Jihad palestinese islamica che è coinvolto in attività organizzative e che è stato incarcerato in passato ed è tornato alla sua attività sovversiva.”
Erano a disposizione cinque [sic]  avvocati a rappresentare Adnan: Jamil Khatib, Tamar Peleg, Mahmoud Halabi, Mahmoud Hassan, Jawad Boulos e Nivin Hassan. Questa proliferazione di avvocati testimonia le preoccupazioni circa la sua salute in deterioramento e le relative implicazioni.
La procedura di opposizione a un arresto amministrativo si trasforma in un gioco agli indovinelli, o in una gara a rincorrersi in cui una delle parti ha una benda sugli occhi e l’altra la visione completa di quel che accade. Non c’è accusa né ci sono prove da discutere.  Le domande poste dagli avvocati della difesa hanno lo scopo di costringere il giudice della corte militare a riesaminare criticamente l’ordine di negazione della libertà individuale senza consentire all’imputato di affrontare un processo.
Peleg si è rivolto al procuratore dicendo: “Mi risulta, e chiedo conferma, che le domande poste nel corso dell’interrogatorio del mio cliente dallo Shin Bet esprimono i principali sospetti nei suoi confronti, sospetti che si suppone siano rafforzati dalle informazioni segretate.”
Il procuratore ha replicato: “Il materiale segretato  è molto più vasto di quello che è stato rivelato.”
Peleg: “Parlo del tipo di sospetti, non della loro quantità.”
Il procuratore: “I sospetti sono gli stessi contenuti nel materiale segretato. Ci sono informazioni più ampie e dettagli aggiuntivi che non sono riflessi nell’interrogatorio dello Shin Bet.  Il materiale segretato si riferisce a un’ampia gamma di attività, attività a un livello organizzativo che minacciano la sicurezza della regione.”
Il gioco a ping-pong è proseguito su questa falsariga. Nel concludere, Peleg ha affermato: “La conclusione è che non ci sono informazioni segrete che autorizzino l’arresto amministrativo e, in particolare, che gli ufficiali della sicurezza non hanno la possibilità, né hanno il desiderio, di porre l’accusato sotto processo.”
Al detenuto è stato riconosciuto il diritto di parlare. “Comincerò con quel che è successo solo qualche momento fa” ha detto Adnan ai presenti nella corte.  “Voi siete usciti a mangiare, in stanze che sono sicuramente riscaldate e confortevoli. Io sono uscito nella roulotte di attesa per i detenuti, nonostante le mie condizioni, è faceva molto freddo.  I medici mi dicono che forse a causa degli sbalzi di caldo e freddo, potrebbero svilupparmisi rapidamente problemi cardiaci.”
Martedì scorso è stato trasferito dalla struttura sanitaria del  Servizio Carcerario Israeliano a un ospedale privato a Bnei Brak. Le braccia e le gambe sono state ammanettate al letto.  Tre guardie sono rimaste nella sua stanza ventiquattr’ore su ventiquattro, fumando e chiacchierando. Adnan ha iniziato il suo sciopero della fame in nome della dignità, ma “le offese continuano” ha detto al giudice.  Ha aggiunto: “Quando le guardie vengono nella mia stanza, cercano sotto il cuscino e scherzano sul fatto che potrei nascondere del cibo.  Ho un Corano, che leggo, tenendolo con una mano ammanettata. Ieri ho pregato su una sedia, con braccia e gambe legate.” La sentenza del giudice a proposito del futuro dell’ordine di arresto amministrativo è in attesa di essere pronunciata.
Il portavoce del Servizio Carcerario riferisce: “Il 17 gennaio il comitato etico per i diritti dei pazienti (un comitato esterno) ha parlato con il detenuto è ha concluso che non vuole morire. Così il comitato ha deciso di rispettare i suoi desideri e di non forzare il trattamento medico. Alla fine del quarantaquattresimo giorno di sciopero della fame e dopo che è stato inoltrato un rapporto che afferma che la sua salute è davvero in pericolo, il comitato si è riconvocato, questa volta alla presenza di una figura religiosa (un Kadi) e un delegato religioso ha incontrato privatamente in detenuto.”
“Dopo essere stato chiarito al detenuto che il comitato sta prendendo in considerazione la somministrazione forzata di un’infusione, ha accettato di essere portato a un ospedale per essere esaminato e alla condizione di incontrare un medico inviato dai Medici per i Diritti Umani. Su consiglio del medico ha accettato di assumere tavolette di potassio ed è tornato alla servizio medico della struttura carceraria.  Dopo che ha annunciato che avrebbe smesso di bere acqua, il comitato ha deciso di autorizzare un medico del servizio carcerario a somministrare per endovena sale e zucchero [cosa che non ha avuto luogo.”
“Martedì scorso, a richiesta del servizio carcerario, il detenuto è stato condotto all’ospedale Bnei Brak. Lì ha nuovamente bevuto acqua e ha incontrato rappresentanti della Croce Rossa e anche il kadi.  Giovedì è stato trasportato a un ospedale di Gerusalemme.  Quel giorno il Servizio Carcerario ha aderito alla richiesta del detenuto e ha dato l’insolita autorizzazione al suo incontro con i membri della famiglia.”  Qui termina la dichiarazione del servizio carcerario.
E’ da notare che dalla notte scorsa, alla sua famiglia non è stato ancora permesso di incontrarlo.
Secondo l’ufficio del portavoce dell’esercito, dopo le informazioni trasmesse nella dichiarazione giurata di Adnan ai Medici per i Diritti Umani, la procura militare ha dato istruzioni al reparto investigativo di indagare le circostanze dell’arresto.
Nel momento in cui siamo andati in stampa, la notte scorsa, lo Shin Bet non ha ancora risposto al rapporto.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Haaretz.com
traduzione di Giuseppe Volpe

Appello dell'Unicef per proteggere i bambini in Siria

Dichiarazione dell’UNICEF sul bagno di sangue che ha coinvolto i bambini in Siria.

Articolo di: unicef.it
Foto di http://www.politica24.it
       
Quasi undici mesi di violenze in Siria hanno causato la morte e il ferimento di centinaia di bambini. Ci sono notizie di bambini che sono stati arrestati arbitrariamente, torturati e abusati sessualmente durante la detenzione.

Negli ultimi mesi, ci sono stati altri forti bombardamenti da parte delle forze di governo su quartieri civili nella città di Homs. Indubbiamente tutto ciò ha causato ancora più sofferenze tra i bambini.

«Tutto questo deve finire. Anche un solo bambino morto in una violenza è una morte in più che non possiamo permettere», ha dichiarato il Direttore Generale dell’UNICEF Anthony Lake. «È urgente che le autorità siriane aiutino tutti coloro che ne hanno un disperato bisogno.»

L’UNICEF non ha accesso alle aree colpite di Homs e non può confermare l’impatto degli attacchi, ma ci sono credibili rapporti, inclusi quelli della stampa internazionale all’interno della città, su bambini catturati durante gli scontri. Quelli feriti devono ricevere un accesso immediato e incondizionato a cure mediche specializzate.
 
Fonte: www.unicef.it
6 Febbraio 2012

martedì 7 febbraio 2012

Siria. Le ragioni del veto cinese e russo

Simone Pieranni - china-files.com.
I media cinesi si schierano con il proprio governo e difendono il veto alle sanzioni delle Nazioni Unite sulla Siria. China DailyXinhuaGlobal Times: tutta la macchina propagandistica locale si muove con editoriali e commenti per sottolineare la correttezza della politica cinese in Medio Oriente.  «Come molti membri del consiglio, la Cina sostiene che, nelle attuali circostanze, porre un eccessivo accento sulle pressioni al governo siriano, pregiudica l'esito del dialogo ed imporre una qualsiasi soluzione non aiuterà a risolvere il problema siriano, ma può ulteriormente complicare la situazione», ha dichiarato Li Baodong nei commenti rilasciati sul sito del Ministero degli Esteri. 
Il Professor Yin Gang, un esperto di Medio Oriente dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ha detto che il veto di Pechino è stato un tentativo di fermare le Nazioni Unite dall'interferire negli affari interni di un paese. “La preoccupazione di Pechino è che anche che la Siria possa diventare un'altra Libia”, ha spiegato Yin.

Secondo gli esperti citati dai media nazionali, il veto di Cina e Russia su un progetto di risoluzione delle Nazioni Unite per promuovere il cambiamento di regime in Siria “farà guadagnare più tempo per una soluzione politica della crisi, anche se il divario diplomatico sulla questione siriana rimarrà e forse è destinato a peggiorare”.

Taleb Ibrahim, un analista politico siriano, ha dichiarato a Damasco che il veto di sabato da parte di Cina e Russia produrrà un nuovo equilibrio di potere a livello globale. “Le Nazioni Unite – ha detto - non saranno più uno strumento nelle mani degli Stati Uniti e dei suoi alleati per approvare i propri progetti militari”. Il veto contribuirà – invece - a ripristinare la pace e la stabilità nel paese e anche salvare la vita dei siriani.

Il veto della Cina – secondo la stampa locale - segue il principio di “non ingerenza negli affari interni, come indicato nella Carta delle Nazioni Unite”, ha dichiarato Dong Manyuan, vice-presidente dell'Istituto cinese di Studi Internazionali. L'ONU non ha il diritto - secondo Dong - di chiedere un cambiamento di regime o di fare un intervento militare in uno Stato sovrano. “La mossa cinese è stato un tentativo di cercare una soluzione pacifica della crisi siriana e impedire una sua escalation”, ha dichiarato l'esperto al China Daily.

L'Ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, Li Baodong, ha dichiarato che sebbene la comunità internazionale debba fornire assistenza costruttiva per contribuire a raggiungere la pace in Siria, “la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale della Siria dovrebbe essere pienamente rispettata”, aggiungendo che la pressione sul governo siriano o l'imposizione di sanzioni, non sarebbe di aiuto.

Far passare a tutti i costi un voto, quando le parti sono ancora fortemente divise sulla questione, non contribuirà a mantenere l'unità e l'autorità del Consiglio di Sicurezza, o ad aiutare a risolvere correttamente il problema. In questo contesto, la Cina ha votato contro il progetto di risoluzione”, ha detto Li.

La Cina ha finito per sostenere le posizioni suggerite dalla Russia, dopo che da Mosca era circolata una risoluzione modificata, che sosteneva “di proporre di risolvere due problemi di fondo”. Il primo riguardava l'imposizione di condizioni relative al dialogo; il secondo si riferiva al fatto che sarebbe necessario adottare misure per influenzare non solo il governo ma anche i gruppi armati anti-governativi.

Le ragioni del veto russo sulla questione siriana: Mosca difende i propri interessi in Medio Oriente

06/02/2012
Se il regime di Assad in Siria dovesse cadere, ciò potrebbe incoraggiare l’opposizione popolare interna alla Russia, e per Mosca potrebbero cambiare gli equilibri di potere dall’Asia centrale al Medio Oriente – sostiene l’accademico siriano Marwan Kabalan
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Per la seconda volta in quattro mesi, la Russia ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condanna l’approccio del regime siriano nei confronti del movimento di protesta. Ai primi di ottobre, Mosca aveva silurato un tentativo di punire il governo siriano per aver violato i diritti dell’uomo e commesso crimini contro l’umanità. La dura opposizione della Russia a qualsiasi tipo di azione contro Damasco è sconcertante per molti osservatori. Le ambigue motivazioni che si nascondono dietro la posizione russa sono il fattore chiave alla base di questa confusione.
Durante la Guerra Fredda, ad esempio, il sostegno russo alla Siria era facile da comprendere. Esso era quasi esclusivamente motivato dalla grande rivalità di Mosca con gli Stati Uniti e coinvolgeva riconoscibili interessi nazionali. All’ombra del bipolarismo della Guerra Fredda, sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti cercarono clienti regionali per rafforzare la propria posizione nei confronti dell’altro, in una lotta per la supremazia mondiale.
In un simile clima, la caduta di uno Stato satellite era considerata una sconfitta per la potenza protettrice. I motivi che stanno dietro l’attuale posizione russa, invece, non sono particolarmente chiari, e di conseguenza gli analisti sembrano tentennare quando viene chiesto loro di spiegare la politica russa. Sebbene la Guerra Fredda si sia conclusa più di due decenni fa e la situazione da allora sia cambiata radicalmente, la maggior parte degli analisti tende a spiegare la posizione russa riguardo alla crisi siriana in una prospettiva storica, e di conseguenza prevede un ritorno della spaccatura che esisteva ai tempi della Guerra Fredda.
Opposizione interna e paure regionali
In realtà, se si eccettua l’arsenale nucleare del Cremlino e il fatto che Mosca è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza, la Russia manca oggi di alcune delle principali caratteristiche di una superpotenza. Il suo PIL, ad esempio, è solo un decimo di quello degli Stati Uniti – pari a circa 14.500 miliardi di dollari. Ma esso è molto indietro anche rispetto alla Cina – la seconda economia più grande del mondo con un PIL pari a circa 5.800 miliardi di dollari. La popolazione russa è in calo. Quando la Guerra Fredda si concluse nel 1991, la Russia aveva una popolazione di 163 milioni di persone. Oggi la sua popolazione è scesa a circa 147 milioni, ed è destinata a subire un ulteriore declino.
Sulla base di quanto detto fin qui, l’appoggio della Russia al regime siriano deve essere considerato in termini difensivi, piuttosto che come il risultato di una politica aggressiva. La posizione della Russia sulla crisi siriana ha due aspetti: un aspetto interno ed uno esterno.
Sul fronte interno, il governo russo teme la rapida ascesa del movimento di opposizione dopo le elezioni parlamentari dei primi di dicembre, che sono state segnate da frodi e brogli. Il primo ministro Vladimir Putin, che sta inseguendo un ritorno alla presidenza il mese prossimo, sembra essersi convinto che qualunque protesta popolare in qualsiasi parte del mondo, e specialmente in Medio Oriente, sia sostenuta dagli Stati Uniti,  e possa avere un effetto domino e, quindi, essere di ispirazione alla sua opposizione interna. Più egli si avvicina alle elezioni di marzo, quindi, più farà resistenza al fine di evitare una vittoria dell’opposizione in Siria. Putin in realtà sta difendendo se stesso, non il regime siriano.
Sul fronte esterno, fin dal crollo dell’Unione Sovietica Mosca sta lottando per impedire agli Stati Uniti di penetrare la sua cintura strategica nel Caucaso e in Asia centrale. Anche se la Russia ha mantenuto la propria influenza su gran parte delle repubbliche ex sovietiche che aveva in precedenza perso a vantaggio degli Stati Uniti, Mosca rimane assolutamente infastidita dall’espansione della NATO in gran parte dell’Europa dell’Est e verso le frontiere occidentali russe. Il dispiegamento dello scudo di difesa americano in Europa orientale e in Turchia è anch’esso una questione di grande preoccupazione per Mosca. Opporsi alle politiche occidentali in Siria è un modo per denunciare le ingerenze occidentali nella sfera d’influenza della Russia e la scarsa considerazione dell’Occidente per i suoi interessi nazionali in molte altre parti del mondo – e ultimamente in Libia.
Infine, Mosca sembra essere preoccupata per l’ascesa dell’influenza turca in Medio Oriente, nei Balcani, in Asia centrale e nel Caucaso. Con un terzo della propria popolazione che è di fede musulmana, la Russia considera le politiche della Turchia, specialmente sotto il governo di ispirazione islamica dell’AKP, con grande sospetto. La Turchia sta promuovendo se stessa come un modello di Islam liberale nel mondo islamico, e con l’ascesa delle forze islamiche in tutti i paesi arabi che finora hanno assistito a un cambiamento, la Turchia sta agendo o presentandosi come guida di queste forze.
Tenendo conto dell’inimicizia storica tra l’Impero Ottomano musulmano sunnita e la Russia cristiana, Mosca è assolutamente preoccupata dell’ascesa della Turchia e della sua interpretazione dell’Islam. Se dovesse cadere anche il regime di Damasco, la Turchia, che ha apertamente sostenuto l’opposizione siriana, è destinata a trarne i maggiori benefici. Per Mosca, ciò cambierà radicalmente gli equilibri di potere in una regione che si estende dall’Asia centrale al Medio Oriente, e dai Balcani e dal Caucaso al Golfo. Visto che si indebolisce anche la posizione dell’Iran, la Russia, che tenta di presentarsi come un moderatore tra Teheran e l’Occidente, diventerà anch’essa irrilevante. La rinnovata assertività della Russia deve quindi essere compresa all’interno di questo contesto: l’appoggio russo al regime siriano, in effetti, ha più a che fare con la difesa degli interessi russi che non con il sostegno agli interessi di Damasco.
Marwan Kabalan è preside della Facoltà di Diplomazia e Relazioni Internazionali dell’Università di Kalamoon, con sede a Damasco
(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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