giovedì 26 marzo 2015

Gad Lerner :Vendesi casa Abu Mazen in Galilea, quel tragico 1948 nel ricordo dell’amico ebreo




ZFAT (alta Galilea)
Nel giorno del suo ottantesimo compleanno forse interesserà sapere a Mahmud Abbas, detto Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, residente nel palazzo della Muqata’a a Ramallah, che la casa di Zfat dov’è nato e da cui è fuggito come profugo nel 1948, quando aveva 13 anni, è ritornata disponibile.
“Sì, metto in vendita la casa che fu di Abu Mazen perché io e mia moglie siamo pure noi ottantenni, vecchi e malati. Ci siamo trasferiti da mio figlio. Lei quanto offre?”.
Chi mi propone la trattativa è Avraham Pinko, immigrato dalla Romania con la signora Malka nel capoluogo mistico dell’alta Galilea pochi anni dopo che la famiglia Abbas aveva trovato ricovero di là dal confine, in Siria. Pinko ci tiene a precisare che ha tutti i documenti in regola: la casa è sua perché l’ha riscattata dal Fondo Immobiliare Nazionale incaricato di gestire le proprietà arabe rimaste disabitate dopo la guerra d’Indipendenza. Nel caso di Zfat, si trattò di ridistribuire fra gli immigrati e i sopravvissuti della Shoah i nove decimi delle abitazioni. Nel 1948 vivevano a Zfat 1200 ebrei e 11 mila arabi. Nel corso di una sola tragica notte piovosa, fra il 10 e l’11 maggio, la popolazione palestinese si radunò in un wadi e lasciò completamente deserta la città.
La palazzina che fu degli Abbas, con ciuffi di lavanda che gettano dalla pietra chiara e un albero di melograno in mezzo al patio sopraelevato, si trova al numero 100 di Jerusalem Street, in pieno centro storico. Resta la strada più animata di Zfat, piena di negozi con insegne ebraiche che vendono abbigliamento, smartphone, falafel. Accanto, la mutua Rosenberg. Ma appena più in basso svetta ancora un minareto solitario, senza più moschea.
Mi trovavo anch’io a Zfat da alcune settimane per studiare il fenomeno del messianismo ebraico che, a partire dal Sedicesimo secolo, ha visto riunirsi fra i cunicoli delle antiche sinagoghe i più venerati maestri della Kabbalah, da Yitzhak Luria detto l’Ari (“il Leone”) a Yosef Caro, da Chaim Vital a Moshé Cordovero. Ignoravo naturalmente di aver preso alloggio a pochi passi dalla casa natale del leader palestinese, come lo ignorano i chassidim nerovestiti che le formicolano intorno, i mistici yemeniti col turbante e la jiba di foggia orientale, i ragazzi all’apparenza hippie non fosse per quei lunghi cernecchi intrecciati che gli pendono sulle spalle.
Quando fotografo la casa, un automobilista si ferma a chiedere spiegazioni, e subito protesta: “Ti sembra il caso di accendere ancor di più quel tipo? Bada bene: era la casa di Abu Mazen. Non scrivere che è casa sua”.
Non c’è pericolo. Lo stesso presidente dell’Anp che, a quanto pare, fece una visita in incognito a Zfat nel 1994, ha più volte ribadito la sua rinuncia ad accampare diritti sul suo luogo natale. Vuole costruire uno Stato palestinese accanto a Israele, non al suo interno. Nel 2014 ha inviato un messaggio agli israeliani il giorno della Shoah riconoscendo che lo sterminio degli ebrei è stato il crimine più efferato del secolo scorso (anche per rettificare certe affermazioni al limite del negazionismo scritte nella sua tesi di laurea a Mosca).
Vado in cerca di qualcuno che abbia fatto in tempo a conoscere Mahmud Abbas nell’ultimo tratto della secolare convivenza fra arabi e ebrei a Zfat. La città, com’è inevitabile, è costellata di lapidi e monumenti di una memoria tutta a senso unico. All’ingresso del quartiere delle sinagoghe, sovrastante il cimitero in cui tuttora sono venerati i maestri cabalisti, hanno lasciato così com’era, perforato dalle pallottole e dai colpi di mortaio, l’edificio in cui resistettero asserragliati i combattenti del Palmach. Da lì cominciava l’antico insediamento arabo, con le sue moschee e le palazzine dagli archi orientali. Oggi viene chiamato Quartiere degli Artisti, sede di atelier e congregazioni religiose. Al museo HaMeiri finalmente mi indirizzano da un anziano membro della omonima famiglia persiana immigrata a piedi da Shiraz sette generazioni orsono.
Si chiama Gabi Hameiri, i suoi occhi luccicano ricordando l’amicizia fra suo padre Schlomo e Mohammed Abbas, il padre del presidente palestinese: “Erano grossisti di generi alimentari. Gli Abbas avevano anche della terra e un po’ di vacche. Diventarono soci, fra loro bastava guardarsi negli occhi e stringersi la mano. Per anni hanno gestito insieme un caseificio in cui si producevano i migliori formaggi di Zfat. Mai uno screzio, fra l’arabo e l’ebreo, nonostante che dal 1929, e poi di nuovo nel 1936, la situazione fosse precipitata. Vi furono pogrom nel quartiere ebraico, omicidi barbari come quelli del Daesh”.
Sarà Gabi Hameiri a guidarmi verso la casa di Abu Mazen, proprio come fece con lui, tenendolo per mano, suo padre nel 1947, prima che tutto precipitasse: “Dovevano verificare insieme la contabilità, e io gli chiesi di accompagnarlo. Mamma non voleva perché la tensione era già alta. Abitavamo a pochi metri dalla sinagoga dell’Ari. In una cantina nascondevamo anche noi delle armi. Il mio fratello più grande, Naim, era stato arrestato dagli inglesi perché militava nell’organizzazione sionista clandestina Betar. Lo stesso ho fatto il mio capriccio e sono riuscito a convincere mio padre a portarmi con sé nel quartiere arabo”.
Per la strada il piccolo Gabi era colpito dalla deferenza con cui i palestinesi salutavano il grossista ebreo Schlomo Hameiri, chiamandolo per onorarlo “Abu Naim”, cioè “padre di Naim” (proprio come Mahmud Abbas vuole essere chiamato Abu Mazen, in ricordo del defunto primogenito Mazen).
“Arrivati in Jerusalem street, ci togliamo le scarpe e veniamo fatti accomodare nella sala degli ospiti, contornata di giacigli, alle pareti foto incorniciate d’oro e versetti del Corano. Ricordo la mia gioia per i baklawa e le bevande squisite dispensate agli ospiti. Per curiosità di vedere gli ebrei in casa loro, scesero anche i figli del signor Abbas. Proprio così, ho giocato con Mahmud. In una palazzina che ricordo non sfarzosa ma rivelatrice di un solido benessere”.
Fu, quella, la prima e l’ultima volta di Gabo in casa Abbas. E il perché è presto detto.
Mohammed Abbas, il palestinese: “Come ti vanno le cose, caro Abu Naim?”.
Schlomo Hameiri, l’ebreo: “Non così bene. Mio figlio è stato arrestato dagli inglesi”.
“Arrestato? Ma allora è un terrorista!”.
“Non è un terrorista. Vuole solo che non si ripeta mai più quel che ci avete fatto nel ’29 e nel ‘36”.
Seguirono minuti di silenzio da tagliare con il coltello. “Poiché i conti economici erano stati saldati, mio padre mi prese per mano, disse ‘alekum salam’ e ce ne andammo pieni di spavento”.
Era il 1947, l’anno della frattura definitiva. Il 16 aprile 1948 il comando britannico sollecitò Rabbi Moshé Podhorzer, capo della comunità ebraica di Zfat, a evacuare per lo meno le donne e i bambini, essendo soverchiante la forza di quattro eserciti arabi concentrati nella difesa della città. Ma il quartier generale dell’Haganà decise al contrario che bisognava restare, e non ci furono defezioni.
Nei combattimenti successivi il Palmach coadiuvato da azioni clandestine dell’Irgun espugnò la Cittadella di Zfat e circondò i quartieri arabi. Un monumento ricorda i 42 soldati ebrei caduti in quella battaglia. Molte case arabe furono saccheggiate (c’è chi dice dai militari siriani, libanesi, iracheni e giordani in fuga; chi dai combattenti sionisti).
Quel giorno le donne della famiglia Abbas, insieme al tredicenne Mahmud, erano già state fatte allontanare, mentre gli uomini si fermarono a combattere. Invano. L’evacuazione totale della Zfat araba si completò in poche ore, prima dell’alba dell’11 maggio. Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclamava a Tel Aviv la nascita dello Stato d’Israele.
Chiedo a Gabi Hameiri se se la sente di inviare a mezzo stampa auguri di buon compleanno al suo coetaneo Mahmud Abbas, nato come lui a Zfat il 26 marzo 1935. Ci pensa un po’, deglutisce, esita: “Per potergli fare gli auguri, io ebreo che ho giocato con lui, ospite in casa sua, ma ne sono uscito pieno di paura, ho bisogno che prima Abu Mazen dica al suo popolo la verità”.
Quale verità?
“Da 120 anni versiamo il sangue dei nostri due popoli. Basta. Abu Mazen, dì alla tua gente che questa terra non è estranea agli ebrei, che lo stesso Maometto è arrivato dopo, i nostri diritti non possono essere negati. Dopo che lo avrai detto, sarò felice di augurarti mazal tov per i tuoi ottant’anni, e invitarti a rivedere la casa della tua lontana infanzia”. http://www.gadlerner.it/…/vendesi-casa-abu-mazen-in-galilea…

Gideon Levy: i 700 israeliani di Dahamsheh le cui case non esistono


 

 

  Sintesi personale

  12:02 20.03.15 1


Padiglione n ° 4 della Corte Suprema di Gerusalemme era gremita questa settimana: I residenti del villaggio di Dahamesh, nei pressi di Ramle, erano lì per una audizione sulla loro petizione
Alcuni dei residenti  avevano mappe arrotolate e fotografie aeree come prova inconfutabile della loro situazione:  vivono in quello che è stato considerato un villaggio illegale, ma nessuno ha chiesto di vederlo.
I tre giudici : Esther Hayut, Anat Baron e Zvi Zylbertal, bisbigliavano fra loro, come se non ci fosse il pubblico, prima di decidere di rinviare la discussione sul destino degli abitanti del villaggio. Il villaggio vuole che il tribunale  costringa il governo a riconoscere la sua esistenza. . Ancora un' altra  delle tante  ferite del 1948 che continuano a marcire e si rifiutano di guarire. Un altro villaggio "non riconosciuto", ma  situato nel centro del paese, tra Ramle ,Lod e il moshav di Nir Zvi.
Gli antenati dei residenti di Dahamesh arrivarono  qui nel 1951, dopo essere stato mandati via dallo stato dai loro campi e dalle case sulla pianura costiera.  A loro è stata  offerta una terra alternativa  e hanno costruito nuove case e, orrore degli orrori, il villaggio si è ampliato  nel corso del tempo. Lo stato non lo ha riconosciuto . Non c'è paese.
Nel l 2004, però, le autorità improvvisamente si sono ricordate che c'era un villaggio, sia pure non riconosciuto. Hanno cominciato a emanare   ordini di demolizione. Nel 2010, Human Rights Watch ha chiesto al governo israeliano di concedere a Dahamsheh lo  status giuridico.

Ecco cosa Menashe Moshe, capo del Consiglio regionale di Emek Lod, a cui il paese appartiene e al quale paga le tasse, ha scritto nel 2010, in risposta ad una domanda rivoltagli da un giornale locale: " 'Dahamesh, è un villaggio e  i suoi abitanti  vengono perseguitati perché 'arabi,'  ciò non è giusto . "
Queste  700 persone  nel 2015, a mezz'ora di auto da Tel Aviv vivono  su una strada  sfregiata e malconcia, costellata di buche e piena di spazzatura,. E' l'unica strada nel "non-villaggio ." Le  case  sono  73 . Damahesh è il suo "non-nome." E 'stato  costruito tre anni  fa Nir Zvi, ora una comunità prosperosa . Una barriera di cemento separa i due mondi  e ben nascosti si trovano Pardes Snir e Dahamesh, villaggi in difficoltà  dove c'è molta criminalità  . Pardes Snir, il più grande dei due, è ora in procinto di essere ufficialmente riconosciuto, ma i residenti di Dahamesh continuano a recarsi a Gerusalemme per chiedere il riconoscimento che garantirà la fornitura di energia elettrica e di acqua ,la raccolta dei rifiuti , servizi igienico-sanitari ,una scuola, una clinica medica e lussi simili.
Gli abitanti del villaggio rimuovono l'immondizia da soli,l' elettricità è ottenuta  attraverso un sistema improvvisato di cavi di casa in casa. I bambini   vanno a scuola a  Ramle o a Lod. Il presidente del comitato del villaggio, Ismail Arafat, che gli abitanti del villaggio affettuosamente chiamano "il presidente Arafat," osa sognare di avere un indirizzo reale  nella scheda ID. Attualmente è registrato come residente a12 Hahashmonaim Street a Ramle. In realtài  400 degli abitanti del villaggio sono elencati come residenti al  12 Hahashmonaim Street, altri 150 al numero all' 8 Hahashmonaim Street e 100  e  più all'  8 Sholem Aleichem Street  in Ramle.  Dahamesh, non esiste.
E 'improbabile che i giudici della High Court che decidono il destino del paese  siano stati qui . Un gruppo di giovani attivisti, arabi ed ebrei  sostiene la lotta del paese devotamente. Il  villaggio è stato distrutto già una volta nel 2006. La Corte di Giustizia ha incaricato  il Consiglio regionale , il comune di Lod ,il Governo di rendere note le  loro posizioni entro il 1 ° settembre, ma ha rifiutato di sospendere i piani di demolizione. Gli abitanti del villaggio e il loro avvocato, Kais Nasser sono  soddisfatti di questa vittoria parziale. "Perché non possiamo essere riconosciuti  come una nuova comunità? si domanda  il presidente Arafat, anche se conosce la risposta
Il problema è che sono  arabi. Essi hanno presentato piani innumerevoli alle autorità, ma nulla è stato approvato. Nel frattempo i piani di sviluppo delle città circostanti  rischiano di strangolare Dahamesh. Una nuova strada, l'espansione della linea ferroviaria, insieme ai' nuovi quartieri di Lod e Ramle, potrebbero  avere l'effetto di bloccare la via di accesso esistente al villaggio. Lod non  li vuole ,Ramle neanche Nessuno li vuole.

Gideon Levy : 700 Israelis whose homes don't exist


Gideon Levy : 700 Israelis whose homes don't exist

 

 

 

 Articolo

 

 

No authority wants anything to do with the unrecognized village of Dahamesh, whose residents hoped for good news at the High Court this week. But discussion on their future was deferred again.

12:02 20.03.15 1
Hall No. 4 of the Supreme Court building in Jerusalem was packed this week: Residents of the village of Dahamesh, near Ramle, were there for a hearing about their petition. Row upon row they sat, in Israel’s highest temple of justice, the day before the general election, in the only democracy in the region. Women in head coverings, men with grim looks and lawyers in black ties bearing the logo of the Israel Bar Association.

Some of residents carried rolled-up maps and aerial photographs as irrefutable evidence of their plight, living in what has been deemed an illegal village, but no one asked to see them.

It was hard to know, after so many years of waging a legal and public battle, how much trust and hope they still had in the three honorable justices sitting as the High Court of Justice before them: Esther Hayut, Anat Baron and Zvi Zylbertal. The latter were whispering among themselves, as though there were no audience, before finally deciding to defer discussion of the villagers’ fate.

A village goes to the capital city to request recognition. The village wants the court to compel the government to recognize its existence. Only in Israel, surely. Yet another of the many wounds from 1948 that continue to fester and refuse to heal. Another “unrecognized” village, but this one’s in the center of the country, between depressed Ramle and Lod and the prosperous moshav (cooperative village) of Nir Zvi.

The forebears of Dahamesh’s residents arrived there in 1951, after being removed by the state from their fields and homes on the coastal plain, and being offered alternative land. And indeed they built new homes on the land they received, which was earmarked for farming – and, horror of horrors, the village even expanded over time, as villages are wont to do. The state never recognized it. There is no village.

Until 2004, however, Dahamesh was allowed to exist. That year, the authorities suddenly remembered there was a village, albeit an unrecognized one. They began issuing – and implementing – demolition orders.

In 2010, Human Rights Watch called on the Israeli government to grant Dahamsheh legal status.

Here’s what Menashe Moshe, head of the Emek Lod Regional Council, to which the village belongs and to which it pays taxes, wrote in 2010, in response to a question put to him by a local newspaper: “The notion implicit in your query, that this is a ‘village’ and that it has a name, ‘Dahamesh,’ and that [its residents] are being harassed because they are ‘Arabs,’ is incorrect. There is no village, there is no name and there are no Arabs ...”

It’s hard to believe the conditions in which these 700 people live, in 2015, half an hour’s drive from Tel Aviv.  A scarred and battered gravel road, studded with potholes and lined with garbage, is the high road, the only road, into the “non-village.” Its nonexistent Arabs dwell in 73 houses. Damahesh is its “non-name.” It was established three years before its well-known – and desirable – neighbor, Nir Zvi, now a community dotted with mansions.

Beyond the concrete barrier that separates the two worlds, and well hidden from the eyes of the newest moshav homes, lie Pardes Snir and Dahamesh, distressed villages that are also crime-ridden. Pardes Snir, the larger of the two, is now in the process of being officially recognized, but the residents of Dahamesh continue to travel to Jerusalem to seek recognition that will ensure provision of electricity and water and garbage pickup and sanitation and a school and a medical clinic and similar luxuries.

The villagers remove the garbage by themselves, or burn it, and in the main convey electric power via an improvised system of cables from house to house. The children are bused to school in Ramle or Lod.

The chairman of the village committee, Ismail Arafat, whom the villagers affectionately refer to as “Chairman Arafat,” even dares to dream of having a real address. That is, an address in his ID card. At present he’s registered as residing at 12 Hahashmonaim Street in Ramle. In fact, 400 of the villagers are listed as living at 12 Hahashmonaim Street, another 150 at 8 Hahashmonaim Street and 100 more at 8 Sholem Aleichem Street, also in Ramle.

There is no Dahamesh, it doesn’t exist.

The main road traversing the village is not a road, and in the winter rains it’s too muddy to cross. Four rail lines cross the entrance to the village; trains go by every few minutes, heading for Israel Railway’s central maintenance depot, in Lod. The warehouses full of junk at the entrance don’t exactly recall fairy tale-like villages, either.

This week, prior to the election, posters of the Shas party greeted visitors to Damahesh.

It’s unlikely that the High Court justices who deliberated the village’s fate a few hours before our visit have ever been here. Last Saturday, ahead of the court session, a happening was held in the backyard of the Asaf family, with the participation of performing artists who included actor Itay Tiran and singer Shaanan Streett. A group of young activists, Arabs and Jews alike, supports the village’s struggle devotedly.

Two days after the happening, Justice Hayut, who headed the High Court panel, stated that an effort should be made to find a solution, without demolition. Some of those in the hall were very encouraged by her words. Specifically, the residents asked the court to order the government to hold a discussion about the village’s status and to halt plans for demolition until a solution is found; the village was destroyed once already, in 2006. The court instructed the respondents – the government, the regional council and the Lod municipality – to make their positions known by September 1, but declined to suspend the demolition plans. The villagers and their lawyer, Kais Nasser, were pleased at this partial victory.

“Why not be recognized as a new community, I ask. Why not?,” says Chairman Arafat, though he knows the answer. “What’s wrong with establishing a new community? What’s the problem?”

The problem is that they are Arabs. They have submitted numberless plans and proposals to the authorities, but nothing was approved. Meanwhile, the development plans of the surrounding cities and towns threaten to strangle Dahamesh. A new road and expansion of the rail line, along with new neighborhoods in Lod and Ramle, might even have the effect of blocking the one existing access route to the village.

The villagers’ fallback position, which they declared this week in the High Court, to the justices’ satisfaction, is to be annexed as a neighborhood to Lod. But does Lod want them? It’s very unlikely the new mayor will want to take Dahamesh under his jurisdiction. No one wants them.
Does the regional council want you? Arafat: “No – we are Arabs.” Does the Lod municipality want you? “Not in the least.” And the Ramle municipality? “It long ago rejected the idea outright.”
register with haaretz

Conflitto di Gaza: rapporto di Amnesty International accusa i gruppi armati palestinesi di aver ucciso civili di entrambe le parti in attacchi che hanno costituito crimini di guerra


©JACK GUEZ/AFP/Getty Images
In un rapporto pubblicato oggi, intitolato "Illegali e mortali: attacchi con razzi e mortai dei gruppi armati palestinesi durante il conflitto di Gaza e Israele del 2014", Amnesty International ha accusato i gruppi armati palestinesi di aver mostrato un flagrante disprezzo per la vita dei civili lanciando ripetutamente attacchi indiscriminati con razzi e mortai contro le zone residenziali israeliane. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, diversi di quegli attacchi hanno costituito crimini di guerra.

Durante i 50 giorni di conflitto, tra luglio e agosto del 2014, quegli attacchi hanno ucciso sei civili israeliani, compreso un bambino di quattro anni. Nel più sanguinoso degli attacchi, un proiettile partito dalla Striscia di Gaza ha raggiunto il campo rifugiati di al-Shati, uccidendo 13 civili palestinesi, tra cui 11 bambini.

"Durante il conflitto, i gruppi armati palestinesi, incluso il braccio armato di Hamas, hanno lanciato attacchi illegali, in evidente sfregio al diritto internazionale umanitario e alle conseguenze delle loro azioni per le popolazioni civili tanto in Israele quanto nella Striscia di Gaza" - ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Tutti i razzi usati dai gruppi armati palestinesi vi sono proiettili privi di guida, che non possono essere diretti con accuratezza contro obiettivi specifici e sono dunque di per sé indiscriminati. Queste armi sono vietate dal diritto internazionale e il loro uso costituisce un crimine di guerra. A loro volta, i mortai sono munizioni imprecise che non dovrebbero mai essere usate per attaccare obiettivi militari situati all'interno o nei pressi di zone residenziali.

"I gruppi armati palestinesi devono porre fine a tutti gli attacchi diretti contro i civili e a tutti gli attacchi indiscriminati. Devono inoltre prendere tutte le precauzioni possibili per proteggere la popolazione civile della Striscia di Gaza dalle conseguenze di tali attacchi, tra cui evitare di situare uomini armati e munizioni all'interno o nei pressi di zone densamente popolate" - ha aggiunto Luther.

Durante il conflitto del 2014 almeno 1585 civili palestinesi, tra cui oltre 530 bambini, sono stati uccisi a Gaza. Almeno 16.245 abitazioni sono state distrutte o rese inagibili dagli attacchi israeliani, alcuni dei quali hanno a loro volta costituito crimini di guerra.

"Il devastante impatto degli attacchi israeliani contro i civili palestinesi nel corso del conflitto è innegabile, ma le violazioni di una parte in conflitto non possono mai giustificare violazioni ad opera della parte opposta" - ha precisato Luther.

"Il fatto che i gruppi armati palestinesi possano aver commesso crimini di guerra lanciando attacchi indiscriminati con razzi e mortai, non esonera le forze israeliane dal rispetto del diritto internazionale umanitario. La guerra ha causato un livello senza precedenti di morti, distruzioni e feriti nel milione e 800.000 abitanti della Striscia di Gaza, e alcuni degli attacchi israeliani devono essere indagati come crimini di guerra" - ha aggiunto Luther.

"Le autorità israeliane e palestinesi devono cooperare alle indagini della Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite e della Corte penale internazionale, per porre fine a decenni d'impunità che hanno alimentato un ciclo di violazioni dei diritti umani in cui le popolazioni civili di ambo le parti hanno pagato un prezzo elevato" - ha sottolineato Luther.

Secondo le Nazioni Unite, durante i 50 giorni di conflitto oltre 4800 razzi e 1700 mortai sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza contro Israele. Di queste migliaia di attacchi, 224 si ritiene abbiano colpito zone residenziali israeliane mentre molti altri sono stati neutralizzati dal sistema di difesa Iron Dome.

La morte di Daniel Tregerman, quattro anni, avvenuta il 22 agosto 2014 mostra quanto siano tragiche le conseguenze dell'uso di armi imprecise come i mortai contro i centri abitati. La famiglia Tregerman aveva lasciato il kibbutz Nahal Oz a causa del conflitto ma vi aveva fatto rientro appena un giorno prima. Poco dopo il suono delle sirene d'allarme, un mortaio lanciato dalla Striscia di Gaza ha centrato l'automobile della famiglia parcheggiata di fronte all'abitazione. La piccola sorella di Daniel ha visto il fratellino morire davanti ai suoi occhi.

"Mio marito e nostro figlio erano in salotto, io urlavo di scendere nel rifugio. Una scheggia è entrata nella testa di Daniel, uccidendolo immediatamente" - ha raccontato ad Amnesty International Gila Tregerman, la madre di Daniel.

Le Brigate al-Qassam, il braccio militare di Hamas, hanno rivendicato l'attacco.

Il documento di Amnesty International mette anche in evidenza l'assenza di precauzioni, da parte di Israele, per proteggere i civili delle comunità vulnerabili, soprattutto gli abitanti dei villaggi beduini della regione del Negev, molti dei quali non sono ufficialmente riconosciuti dal governo israeliano.

Il 19 luglio 2014, ad esempio, Ouda Jumi'an al-Waj è stato ucciso da un razzo che ha raggiunto il villaggio beduino di Qasr al-Sir, nei pressi della città israeliana di Dimona.

Per la maggior parte i villaggi beduini del sud d'Israele, in cui vivono oltre 100.000 persone, sono classificati dalle autorità israeliane come "aree aperte" non residenziali. Il sistema d'intercettazione dei razzi Iron Dome non li protegge né esistono rifugi.

"Nel corso del conflitto, i civili dei villaggi beduini sono rimasti vulnerabili ed esposti, segno della discriminazione quotidiana cui vanno incontro. Le autorità israeliane devono assicurare che ogni persona sia protetta allo stesso modo" - ha dichiarato Luther.

Tra gli altri civili uccisi dagli attacchi lanciati dalla Striscia di Gaza c'era un ingegnere agricolo proveniente dalla Thailandia, Narakorn Kittiyangkul, morto quando un mortaio ha colpito l'azienda di pomodori del sud d'Israele dove lavorava. Il 26 agosto, Ze'ev Etzion e Shahar Melamed sono morti in un attacco di mortaio contro il kibbutz Nirim.

In quello che è risultato il più sanguinoso degli attacchi lanciati da un gruppo armato palestinese durante il conflitto, il 28 luglio un proiettile è esploso vicino a un supermercato nell'affollato campo profughi di al-Shati, uccidendo 13 civili palestinesi, 11 dei quali bambini. Era il primo giorno della Festa della rottura del digiuno e i bambini stavano giocando in strada o acquistando patatine e bibite.

Sebbene fonti palestinesi abbiano attribuito l'attacco all'esercito israeliano, un esperto indipendente in materia di munizioni ha esaminato le prove disponibili per conto di Amnesty International giungendo alla conclusione che il proiettile usato nell'attacco era stato un razzo palestinese.

"Le prove secondo le quali un razzo lanciato da un gruppo armato palestinese ha ucciso 13 civili all'interno della Striscia di Gaza sottolineano quanto queste armi siano indiscriminate e quanto orribili possano essere le conseguenze del loro uso" - ha commentato Luther.
Mahmoud Abu Shaqfa e suo figlio Khaled, di cinque anni, sono rimasti gravemente feriti nell'attacco. Un altro figlio, Muhammad, di otto anni, è stato ucciso.

"Il razzo è caduto vicino all'automobile. L'abitacolo era pieno di schegge. Sono stato colpito da un pezzo di metallo. Khaled è corso da me gridandomi 'Papà alzati, papà alzati!'. Avevo una gamba intera squarciata e la parte posteriore del braccio lacerata".

A Gaza non esistono rifugi né sistemi d'allarme per proteggere la popolazione civile.

Il rapporto di Amnesty International descrive, infine, altre violazioni del diritto internazionale umanitario commesse dai gruppi armati palestinesi durante il conflitto del 2014, tra cui lo stoccaggio di razzi e di altre munizioni in edifici civili (comprese le scuole delle Nazioni Unite) e i casi in cui i gruppi armati palestinesi hanno lanciato attacchi o nascosto munizioni in luoghi assai vicini a quelli in cui centinaia di sfollati avevano trovato rifugio.

"La comunità internazionale deve contribuire a impedire ulteriori violazioni dei diritti umani affrontando la radicata impunità e ponendo fine ai trasferimenti ai gruppi armati palestinesi e a Israele di armi ed equipaggiamento militare che potrebbero essere usati per compiere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario" - ha concluso Luther.

Amnesty International continua a chiedere a tutti gli stati di sostenere l'azione della Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite e la giurisdizione della Corte penale internazionale su crimini commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto del 2014.
 
 
FINE DEL COMUNICATO      Roma, 26 marzo 2015
Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

Conflitto di Gaza: gruppi armati palestinesi hanno ucciso civili di entrambe le parti 

Morto adolescente palestinese ferito da israeliani

 www.imemc.org

 articolo
 Il ragazzo era stato colpito da un proiettile al petto durante gli scontri di una settimana fa con le forze israeliane entrate nel campo profughi palestinese di Jalazon. www.imemc.org Ramallah, 26 marzo 2015, Nena News –


E’ spirato dopo giorni di agonia Ali Safi, il 17enne palestinese ferito dal fuoco dei soldati israeliani durante un raid il 18 marzo nel campo profughi di Jalazon, nei pressi di Ramallah, avviato per mettere fine alle proteste degli abitanti per la costruzione di un ampio muro tra Jalazon e la colonia ebraica di Bet El. Altri nove palestinesi erano rimasti feriti. L’agenzia di stampa palestinese Ma’an ha riferito che un proiettile calibro 22 sparato dai militari aveva colpito il ragazzo in pieno petto uscendo poi dal corpo attraverso la schiena. Safi da allora è rimasto in stato di coma profondo fino alle cessazione di tutte le attività vitali avvenuta ieri.

 Un recente rapporto di Defence for Children International (DCI) Palestina, dall’inizio del 2015 almeno 30 bambini palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, hanno subito ferite da arma da fuoco dopo che le forze israeliane hanno usato munizioni ordinarie, vere, per sedare le proteste palestinesi. Il 6 marzo – riferisce il rapporto di DCI – le forze israeliane hanno colpito Moaaz Mahmoud Ramahy, 15, ancora nel campo profughi di Jalazun. Il rapporto medico ottenuto dalla ong afferma che il proiettile ha provocato una grave emorragia interna, rotto due costole, e danneggiato il polmone destro di Ramahy.

Negli stessi scontri i soldati israeliani avevano ferito Mohammad Humidat, 16, sempre con proiettili veri. Le regole di ingaggio dell’esercito israeliano ufficialmente consentono l’uso di munizioni ordinarie solo quando la vita dei soldati israeliani sono minacciati gravemente, DCI sostiene però di non aver trovato alcuna prova che i bambini feriti nel 2015 avessero in qualche modo minacciato le truppe o i coloni israeliani

 Un uso sproporzionato della forza contro i palestinesi è stato denunciato lunedì durante la sessione speciale del Consiglio dei Diritti umani dell’Onu, a Ginevra, boicottata da Israele. L’anno scorso undici ragazzi sono stati uccisi dal fuoco degli israeliani che utilizzano proiettili veri per disperdere le manifestazioni dei palestinesi, ma soltanto in un caso è stata aperta un’indagine e c’è stato un rinvio a giudizio. Di solito i responsabili restano impuniti.

Le corti militari israeliane raramente perseguono membri delle Forze armate: dal 2002 al 2012 ci sono state 117 incriminazioni su 2.207 casi di ferimenti di minorenni palestinesi con armi da fuoco. Si tratta più o meno del 5 per cento dei casi, fa notare il gruppo israeliano per i diritti umani Yesh-Din. Nena News

Antiterrorismo: definizioni aberranti e Minority Report

Intercettazioni preventive, stralciate -ma vedrete che ricompariranno nella legge sulle intercettazioni -, e il solito vocabolario becero del Palazzo che riesce a battezzare una norma con il soprannome: anti Greta e Vanessa.

Il decreto antiterrorismo, che con tutta probabilità dopo il ritorno nelle Commissioni tornerà in aula per un voto di fiducia (ha oltre 250 emendamenti) cerca di andare a prevenire e normare quello che è sulla bocca del mainstream del terrore, cioè le paure che instillano in noi i titoli dei grandi giornali. Reclutatori, Foreign Fighters e come scrive l’agenzia Ansa: “Per contrastare i “lupi solitari”, vengono puniti anche coloro che si addestrano da soli per compiere attacchi, anche se non li portano a termine. Così come[viene prevista ndr] l’autorizzazione ai Servizi di infiltrarsi nelle carceri, luoghi di reclutamento degli aspiranti jihadisti”.
Poi si arriva alla norma che dice in sostanza: se sei un cittadino italiano e vuoi andare in una zona che la Fanesina considera a rischio sono sostanzialmente fatti tuoi. (Molti colleghi si chiedono le ricadute sui giornalisti inviati, ma il dato è valido per tutti i cittadini).
La norma è stata battezzata – davvero, non stiamo scherzando –  Anti Greta e Vanessa, le due ragazze sequestrate e poi liberate dopo il pagamento di un riscatto al centro di una campagna di odio e delegittimazione al grido di ‘Ve la siete andata a cercare’ e altre reazioni di pancia dell’orribile mondo del tanto al chilo dei social network, dove si parla senza leggere prima.
Battezzare quell’emendamento Anti Greta e Vanessa non dovrebbe aver bisogno di un commento, ma forse di un intervento anche istituzionale. Basterebbero venti secondi per dire ‘Onorevoli (!) Colleghi, circola questo nomignolo, preghiamo voi e la stampa di cancellare da subito questo orrore’. È offensivo, discriminatorio, è fuori dalla decenza chiamare un emendamento a una legge con un prefisso , anti, che indica difesa o anche offesa e poi il nome di due persone, cittadine italiane, che hanno subito un sequestro, comunque la si pensi sulle precauzioni di sicurezza prese. Un titolino demenziale che però è spia e sintomo del livello politico e giornalistico.
Nel fatto, invece; che la Farnesina dica che in Iraq o in Yemen, o in Siria, sia pericoloso andare come potrebbe limitare poi eventualmente l’azione di difesa di un cittadino italiano? O si vuole arrivare ai divieti?
Sulle intercettazioni preventive Matteo Renzi ci ha fatto il figurone, andando a stralciare il classico dilemma sicurezza=cessione di privacy che avrebbe permesso di accedere da remoto a social network e altre comunicazioni telematiche. (Scrive l’Ansa: “Tra gli emendamenti inseriti ve ne è infatti uno che permette le intercettazioni “preventive” delle comunicazioni via web dei sospettati di terrorismo e la possibilità di conservare fino a due anni i dati del traffico telefonico”). Ma quello stesso testo stralciato oggi potrebbe rivedere tranquillamwente, anzi serenamente, la luce nella legge sulle intercettazioni. Oltre al fatto che risulta difficile non immaginare che una parte dell’intelligence non utilizzi già questi metodi non classificabili per ora in un testo normativo votato. Ma queste sono supposizioni dettate dalla logica.
La stessa agenzia di stampa ci avverte che il decreto da una parte rifinanzia le missioni militari all’estero e dall’altra introduce norme per contrastare le nuove forme di terrorismo. E che il testo si è inceppato su una norma che prevede l’assunzione di nuovi allievi ufficiali dei carabinieri, che costa 4 milioni di Euro. L’assenza del parere del Tesoro ha impedito alla Commissione Bilancio di esprimersi.

Massacro palestinese, l’Onu apre gli occhi: “Peggio del 2014, solo la guerra dei sei giorni”


bimbi_palestina- 

 Massacro palestinese, l'Onu apre gli occhi: “Peggio del 2014, solo la ...

Redazione- E' stato un massacro senza precedenti negli ultimi 48 anni, da quella tragica "guerra dei sei giorni".
Secondo quanto si legge in un rapporto delle Nazioni Unite, diffuso oggi, infatti, il 2014 è stato l'anno peggiore per i palestinesi, quello che ha fatto registrare il più alto numero di civili ammazzati, dal 1967.
"Nella Striscia di Gaza, 1,8 milioni di palestinesi hanno vissuto la peggiore escalation di ostilità dal 1967: più di 1.500 civili sono stati uccisi, oltre 11.000 sono rimasti feriti e circa in 100.000 sono rimasti sfollati", si legge nel rapporto, che sottolinea anche come, nella scorsa estate, in totale, sono stati 2.200 i palestinesi ammazzati, tra cui 550 bambini. Di contro, in Israele hanno perso la vita 73 persone, 67 di loro erano militari.
I record tragici, però, non sono finiti: sempre nell'offensiva della scorsa estate, nei territori della Cisgiordania, sono stati uccisi 58 palestinesi e 6.028 sono stati feriti. Anche in questo caso, è il bilancio più grave degli ultimi decenni. Gli israeliani morti nelle stesse zone sono stati 12.
Ma non basta: il numero di palestinesi detenuti "per ragioni di sicurezza" è aumentato del 24%, con una media mensile di 5.258 prigionieri, mentre 1215 civili sono stati cacciati dalle loro abitazioni, distrutte dagli israelini. Pure in questo caso, è il numero più alto registrato da quando l'Ocha ha iniziato a tenerne il conto.
"Tutte le parti in conflitto devono rispettare i loro obblighi legali di agire secondo il diritto internazionale in caso di conflitto, per garantire la protezione di tutti i civili e assicurare che i responsabili rispondano di quanto commesso", si raccomanda infine nel report. 


Associazione Oltre il Mare : UNA RIFLESSIONE ASCOLTANDO IL TG3....


 
UNA RIFLESSIONE ASCOLTANDO IL TG3....
Una riflessione sul servizio del tg3 che nel presentare la figura del pilota-suicida-assassino dichiara che è un ragazzo tedesco, quindi normale, ma che si stanno facendo indagini per SCOPRIRE la sua ETNIA DI PROVENIENZA e la sua R ELIGIONE per dare una motivazione al gesto.Ora, lasciando da parte l'aspetto luridamente speculativo di queste affermazioni, mi chiedo e chiedo a chi mi legge: e se il pilota fosse di pura razza ariana e di religione cristiana quale sarebbe la motivazione del suo gesto? punire i peccatori? no, certo, in quel caso si scoprirebbe una fidanzata che l'ha abbandonato o qualcosa del genere!
Se invece fosse di religione ebraica, e sempre razza caucasica a giudicare dalle foto, quale sarebbe la motivazione? uno stress psicologico dovuto al racconto dell'olocausto? o forse ancora la fidanzata che l'ha abbandonato.
Ma se invece fosse di religione musulmana, nonostante l'aspetto somatico di perfetto europeo poco islamico, quale sarebbe la motivazione? e soprattutto, cosa verrebbe chiesto e cosa attribuito a tutti i musulmani del mondo per il gesto del pilota? LA RISPOSTA LA CONOSCIAMO GIA'
In conclusione, io trovo pericolosa e vergognosa questa deriva verso un subdolo odio razziale o religioso-razziale che i nostri media si fanno carico di veicolare. E voi?

foto di Patrizia Cecconi.

Amira Hass: il ministro delle Finanze PA: non possiamo più tenere insieme i pezzi

 

 

Ministro Shukri Bishara racconta ad  Haaretz che  con il congelamento delle entrate fiscali   'le cose andranno fuori controllo.

Ministro Shukri Bishara racconta ad Haaretz che con il congelamento delle entrate fiscali 'le cose andranno fuori controllo.
Sintesi personale
Questa settimana le imposte e i  dazi doganali che Israele sta trattenendo dalla Autorità palestinese hanno raggiunto la cifra di 1,74 miliardi di shekel (435 milioni dollari), dopo che i pagamenti regolari per gli ospedali israeliani, per la società dell'acqua, Mekorot, e per Israele Electric Corp. sono stati detratti.
Le imposte e dazi doganali - o sdoganamento delle entrate - che Israele dovrebbe trasferire ai palestinesi (per un costo del 3%) costituiscono circa i due terzi delle entrate nazionali della PA e i tre quarti del salario del settore pubblico .
Marzo segna il terzo mese consecutivo per cui i dipendenti PA hanno ricevuto solo il 60 per cento dei loro stipendi (quelli che ricevono meno di 2.000 shekel al mese hanno ricevuto l'intero importo). Nessuno sa quanti di questi stipendi saranno pagati il mese prossimo.
Alcuni hanno la speranza che Israele trasferirà i fondi dopo l'elezione di Martedì,ma  il ministro delle Finanze PA Shukri Bishara dice che non ha idea se questo accadrà. Lui e il resto dei palestinesi vivono nell'incertezza.
"Trovo particolarmente doloroso che il governo israeliano abbia usato strumenti coercitivi per quanto concerne la politica economica ", ha detto Bishara Haaretz. "Se fossi un israeliano, vorrei semplicemente avere un vicino di casa che abbia un tenore di vita abbastanza vicino al mio. Dobbiamo eliminare frustrazione, prospettive negative. Dobbiamo dare la lieve indicazione che c'è una luce alla fine del tunnel.Colpire i rapporti economici per destabilizzare le relazioni bancarie, una delle poche interazioni ragionevolmente funzionanti tra Israele e la società palestinese ,lo trovo veramente controproducente . La sicurezza è vulnerabile e viene posta a rischio . Non ci si può aspettare lo stesso controllo e impegno da parte delle forze di sicurezza se non si soddisfano i requisiti finanziari .  Il governo israeliano dovrebbe stare attento a questo. Si tratta di un'area di vulnerabilità che non dovrebbe sottovalutare. "
Circa 70.000 palestinesi sono impiegati dalle forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese (non compreso il personale di sicurezza di Hamas a Gaza). Circa il 27 per cento del bilancio del PA è attribuito alle forze di sicurezza che continuano a coordinaresi con l'esercito israeliano e l'intelligenza, nonostante la decisione del Comitato centrale dell'Olp di cessare il coordinamento.
L'attuale rifiuto di Israele sulle entrate fiscali come misura punitiva provoca un'ulteriore volatilità all'interno di un'economia già anormale.
Bishara ha ribadito che il vero sviluppo economico è impossibile sotto occupazione militare che include il controllo delle frontiere e posti di blocco interno come nell' Area C , l'assedio e la disconnessione di Gaza.
Nonostante queste realtà Bishara continua a parlare dei miglioramenti economici che aspira a realizzare in questo modello economico molto irregolare.
Da quando è stato nominato ministro delle finanze quasi due anni fa, Bishara si è concentrato sul miglioramento delle imposta per ridurre il deficit di bilancio che potrebbe raggiungere presto $ 2 miliardi, mentre il budget annuale per il 2014 è stato di 4,21 miliardi dollari.
All'interno di un'economia prigioniera come la PA l'unico spazio di manovra è nella politica fiscale grazie a miglioramenti tecnici e burocratici, tra cui il consenso tardivo di Israele di trasferire i dati informatici necessari a ridurre l'evasione fiscale.
La PA è stato in grado di fare questo mentre Yair Lapid era ministro delle Finanze di Israele e Bishara ha notato che lui e Lapid hanno condiviso un rapporto professionale positivo.
Bishara ora propone tagli alle tasse per cittadini e per le imprese , esenzioni fiscali più ampie per stimolare l'attività economica
"Sto sperimentando un approccio diverso", dice Bishara, che riguarda l'economia palestinese sotto l'occupazione come un "modello economico non testato."
Quel modello è stato creato con l'accordo di Oslo e il Protocollo di Parigi per le relazioni economiche che sarebbe dovuto durare cinque anni.
"Guardando [indietro] sarebbe stato folle accettare gli accordi di Oslo . Non è sostenibile e non praticabile. Nel frattempo possiamo ricorrere a espedienti provvisori, a miglioramenti qua e là, ma a lungo andare non possiamo avere una sostenibile 'economia, in assenza di un accordo di pace definitivo. "
Dallo scorso anno la PA, ha lavorato per mettere a tacere il sindacato onde evitare proteste . Alcuni dei suoi leader e sostenitori sono stati arrestati e il sindacato è stato messo fuori legge.
Ultimamente i dipendenti pubblici hanno tenuto alcune dimostrazioni per protestare per i tagli salariali, ma hanno dato la colpa solo aIsraele,non all'autorità palestinese come in precedenza ( anche quando era Israele da biasimare). Inoltre gli alti funzionari di Fatah hanno avviato un boicottaggio sulle merci israeliane incanalando la rabbia. Forse questa azione ha tacitato il sindacato
C'è un risultato: il disagio economico e le paure di decine di migliaia di famiglie non vengono espresse apertamente come prima . La PA sta lavorando in modalità di emergenza per il terzo mese consecutivo e molti funzionari chiedono di lavorare in casa per evitare le spese di trasporto e le banche hanno ricevuto l'ordine di non far pagare le tasse per i ritardi .
"A volte mi chiedono quanto tempo ancora possiamo sopravvivere in questo modo. Dipende dalla definizione di 'sopravvivenza'.
Anche scontando l'attuale recessione economica, le statistiche mostrano una tendenza al ribasso.
La guerra a Gaza ha intensificato una situazione già disastrosa, con una disoccupazione al 26,2 per cento nel PA e oltre il 40 per cento in particolare nella Striscia. Solo due o tre ogni 10 laureati possono trovare un posto di lavoro.
Inoltre il prodotto interno lordo e il reddito pro capite continuano a cadere. Secondo l'Ufficio centrale palestinese di statistica, il PIL reale pro capite era 407,90 dollari nel terzo trimestre, in calo del 9 per cento rispetto al secondo trimestre e del 10 per cento rispetto all'anno precedente.
In Cisgiordania i cali sono stati del 3,4 per cento e dell' 1,1 per cento, rispettivamente e il reddito medio pro capite era di 556,10 dollari. A Gaza, invece, il PIL medio pro capite è crollato a 194,70 dollari, in calo del 29 per cento rispetto al secondo trimestre e il 34 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
I palestinesi hanno un 'incredibile capacità di ripresa e di solidarietà interna per mitigare gli enormi disagi. "
Alla domanda sul perché la PA continua a collaborare con lo status quo che danneggia i palestinesi e Israele beneficia, lui risponde che come economista gli è stato dato un incarico professionale :.
"Questa leadership è molto saggia , vede al di là, vede il futuro . La pace potrebbe garantire la prosperità per entrambi i popoli, ma si può essere spinti verso l'angolo e fattori esterni potrebbero destabilizzare questa equazione. Si continua a lavorare fino a quando tutto non smette di funzionare. E un giorno smetterà di funzionare. Per quanto mi riguarda, entro un anno e mezzo le cose andranno fuori controllo. Non possiamo più tenere insieme i pezzi. Dubito che sarò in grado di avere questo tipo di conversazione rilassata tra un anno. Come una malattia, come una malattia mortale all'inizio è gestibile nelle prime fasi, ma quando si raggiunge la fase 4 è impossibile curarla . "


Amira Hass: PA finance minister: We can no longer hold the pieces together

C’eravamo tanto spiati: così Israele sorveglia l’America




Washington e Gerusalemme si tengono d’occhio da sempre. Talpe tra Cia e Pentagono, furti di materiali nucleari, tecnologie d’intercettazione. L’intelligence come termometro di un’alleanza traballante.
Nel quartier generale della Cia, a Langley, in Virginia, nell’ala destinata alle delegazioni straniere in visita, in un corridoio che conduce alle toilette per anni ha campeggiato un poster gigante raffigurante il volto di Jonathan Jay Pollard, ex impiegato della Marina americana dal 1985 in carcere con una condanna all’ergastolo per avere passato segreti a Israele, potenza «amica» degli Stati Uniti.

Nonostante le strette relazioni politiche, economiche, militari e d’intelligence che legano i due paesi e la dipendenza dello Stato ebraico dagli aiuti finanziari elargiti ogni anno dal Congresso di Washington, nei circoli politici e d’intelligence statunitensi si dà per scontato che i servizi israeliani conducano attività spionistiche contro gli americani. Fino a temere che le informazioni raccolte da Israele vengano scambiate con altri paesi, come la Cina o, al tempo della guerra fredda, l’Unione Sovietica.

La conferma più autorevole della diffidenza di Washington nei confronti di Israele viene dalla richiesta del budget della comunità dell’intelligence presentata al Congresso per l’anno fiscale 2013 (un documento segreto svelato da Snowden), nel quale si afferma che i bersagli chiave dell’azione di controspionaggio offensivo degli Stati Uniti sono: Cina, Russia, Iran, Israele, Pakistan e Cuba.

Sulla stampa d’Oltreoceano appaiono periodicamente fughe di notizie relative allo spionaggio israeliano in America. Le ultime in ordine di tempo [l’articolo è stato scritto prima di queste rivelazioni del Wall Street Journal, ndr] sono rivelate da un’inchiesta in più articoli di Jeff Stein pubblicata da Newsweek, nella quale si afferma che secondo il controspionaggio statunitense «Israele è al terzo posto tra le più aggressive minacce spionistiche contro gli interessi americani».

L’accusa non è nuova, filo rosso di un duello che va avanti da decenni. E che difficilmente conoscerà una pausa, essendo i rapporti tra le rispettive intelligence influenzati da quelli tra i due apparati governativi. Gerusalemme guarda con allarme all’apertura all’Iran dell’amministrazione Obama, perché potrebbe segnare l’avvio di un più marcato scollamento tra i due paesi. Anche in virtù dei legami che Israele sta cercando di allacciare con Mosca e Pechino. Inoltre, le vecchie/ nuove rivelazioni rilanciate da Newsweek sono state precedute e accompagnate da polemiche sulla mancata concessione del visto ad alcuni militari israeliani che intendevano recarsi in America.

Piccoli segnali, forse, di un progressivo irrigidimento della posizione americana nei confronti dello Stato ebraico, anche alla luce del fallito tentativo del segretario di Stato Kerry di imporre un accordo tra Israele e Palestina. Finora le attività spionistiche israeliane negli Stati Uniti hanno goduto di una relativa accondiscendenza ma rischiano in futuro di ritorcersi contro lo stesso Stato ebraico.

Ripercorrendo la storia dell’intelligence israeliana, si comprende come le azioni spionistiche israeliane negli Stati Uniti siano collegati ai traffici di armi e di materiali strategici necessari ad alimentare il programma nucleare dello Stato ebraico e la sua crescente industria bellica.

Per leggere tutto l’articolo scarica A che servono i servizi in ebook (disponibile anche su iTunes e su Kindle)

Yemen: Arabia Saudita e alleati lanciano attacchi aerei




(Agenzie).Leggi altro...
arabpress.eu

Agenzie). L’Arabia Saudita ha lanciato attacchi aerei sullo Yemen contro obiettivi militari, dopo che
 gli Houthi ieri avevano preso il controllo dell’aeroporto di Aden, città chiave del Sud dove il presidente Abd Rabbo Mansura Hadi si era rifugiato.
Secondo fonti ufficiali, per ora i radi hanno colpito l’aeroporto di Sana’a e una base militare della capitale. Da parte loro, gli Houthi hanno dichiarato che l’operazione saudita darà il via a un “lunga guerra” e che sono dozzine i civili che stanno perdendo la vita negli attacchi. Per ora, la guardia civile ha parlato di 13 vittime.
L’operazione è stata annunciata dall’ambasciatore saudita negli USA Abd al-Jubeir, che in una conferenza stampa ha sottolineato che Riyad si è coordinata con Washington, ma che gli Stati Uniti non hanno preso parte alla campagna militare. Altri PAesi arabi alleati del regno hanno invece espresso il loro supporto e sono coinvolti nelle operazioni, quali tutti i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (fatta eccezione per l’Oman), poi l’Egitto, il Marocco e la Giordania.


2

di Giorgio Cuscito (Limes)

Carta di Laura Canali
mercoledì 25 marzo 2015 18:36 - ultimo aggiornamento 18:50
Lo Yemen è sull’orlo di una guerra civile. I ribelli huthi, che nei mesi scorsi hanno preso il controllo della capitale Sana’a e obbligato il presidente Rabbu Mansour Hadi a dimettersi, continuano la loro avanzata verso Sud.
Il 25 marzo, questi hanno occupato l’aeroporto di Aden, città portuale dove Hadi si era rifugiato. Il presidente si troverebbe in un “luogo sicuro”, ma non avrebbe lasciato il paese. Gli huthi hanno anche attaccato la grande base aerea di al Anad a 60 chilometri da Aden. Nei giorni precedenti hanno conquistato Taiz, la terza città più grande del paese, inoltre sono entrati ad al Mukha, 80 chilometri a Nord dallo stretto di Bab al Mandeb, che collega il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Bab el Mandeb è uno snodo fondamentale lungo le rotte del petrolio proveniente dalla penisola arabica.
Inoltre, pochi giorni fa, una milizia jihadista affiliata allo Stato Islamico (Is), che afferma di chiamarsi semplicemente “Provincia di San’a” ha rivendicato gli attentati sferrati in due moschee sciite della capitale, che hanno provocato la morte di circa 150 persone. La presenza del franchising del “califfo” al Baghdadi può complicare ulteriormente lo scenario yemenita.
Gli huthi, conosciuti anche come Ansar Allah (Partigiani di Dio) sono sciiti e appartengono alla comunità yemenita degli zaydi, che rappresenta almeno il 30% della popolazione. Gli zaydi hanno controllato il Nord dello Yemen per circa mille anni fino a quando nel 1962, in seguito a un colpo di Stato, hanno perso il loro potere. Il gruppo degli huthi è nato nel 1992, con il nome di “Gioventù credente”. Quello attuale viene da Hussein Badr al-Din al Huthi, che nel 2004 ha guidato la loro prima insurrezione nella provincia di Saada, loro roccaforte.
Geopolitica dello Yemen
Lo Yemen si trova nella penisola arabica, a Nord confina con l’Arabia Saudita (tra i principali esportatori al mondo) e a Est con l’Oman. A Sud si affaccia sul golfo di Aden (Oceano Indiano), al di là del quale, a poche decine di chilometri di distanza, vi è l’Africa Orientale. In pratica il paese è una sorta di cerniera tra il Continente Nero e il Medio Oriente e un punto di transito dei flussi del jihad. La sua stabilità è importante sia per garantire il trasporto delle forniture di petrolio provenienti dal golo di Aden, sia per ostacolare il terrorismo.
La moderna repubblica dello Yemen è stata fondata nel 1990 con la fusione tra lo Yemen del Nord e quello del Sud. Da allora il paese, tra i più poveri al mondo, è stato segnato da numerosi conflitti interni. Nel 1994, forze secessioniste nel Sud hanno tentato (fallendo) la via dell’indipendenza e negli anni Duemila gli huthi si sono confrontati in più occasioni con l’esercito yemenita.
Le proteste iniziate nel 2011 e ispirate dalle cosiddette “primavere arabe” in Egitto e Tunisia hanno costretto il presidente Ali Abdullah Saleh a dimettersi l’anno successivo. Questi aveva ricoperto tale carica per circa trent’anni, prima alla guida dello Yemen del Nord (1978-1990) poi di quello unificato (1990-2012).
La crisi cominciata nel 2011 ha consentito ad al Qaida nella penisola arabica (Al qaida in the arabian peninsula, Aqap) di consolidare qui il suo ruolo, creando delle roccaforti nel Sud del paese. Nel 2012 Hadi è diventato presidente ma ciò non è bastato a contrastare efficacemente il terrorismo e l’ascesa degli huthi.
Come accennato prima, a gennaio 2015 i ribelli sciiti hanno obbligato il governo a dimettersi. Nel 2014, il presidente Hadi aveva proposto una riforma che avrebbe trasformato lo Yemen in una federazione di sei regioni. Una soluzione che gli huthi consideravano dannosa. La creazione della macroregione di Azal, densamente popolata, scarsa di risorse energetiche, priva di sbocchi sul mare, avrebbe incluso la maggioranza degli storici territori settentrionali dello sciismo zaidita. Hadi, che ha dichiarato le sue dimissioni non valide, è poi fuggito nella città portuale di Aden, nel Sud, insieme a truppe e forze di polizia a lui fedeli.
Gli attori intorno allo Yemen
Per la sua posizione geostrategica, il futuro dello Yemen interessa agli Stati Uniti e ai principali attori regionali, Arabia Saudita e Iran.
L’impegno di Washington dipende sia dalla vicinanza del paese all’Arabia Saudita, presunto alleato e uno dei suoi principali fornitori di petrolio, sia da ragioni di sicurezza. Aqap, infatti, sarebbe ispiratrice di molti attentati contro l’Occidente. Tra cui quello al cacciatorpediniere Uss Cole, ormeggiato al porto di Aden, nel 2000,  quello - fallito - il 25 dicembre 2009 sul volo Amsterdam-Detroit e quello sferrato a Parigi presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Ragion per cui, dal 2002 Washington si serve dei droni per condurre uccisioni mirate. Lo scorso mese, gli Stati Uniti hanno chiuso la loro ambasciata a Sana’a ed evacuato il personale restante a causa del deterioramento della situazione. Washington ha fornito allo Yemen armi per oltre 500 milioni di dollari e ora teme che queste possano finire nelle mani dei ribelli oppure di al Qaida.
L’Arabia Saudita sostiene Hadi e accusa l’Iran, suo principale avversario regionale, di appoggiare militarmente ed economicamente gli huthi (con cui Teheran condivide la matrice sciita) per danneggiare indirettamente Riyad. Il presidente yemenita a sua volta accusa il suo predecessore Saleh e le truppe che sono ancora a lui fedeli di sostenere i ribelli huthi, con l’obiettivo di tornare alla guida del paese.
Lo Stato Islamico è la new entry nel quadro yemenita, anche se non è chiaro quanto sia forte il legame tra i miliziani affiliati nel paese e il nucleo dell’organizzazione in Iraq e Siria.  Spesso, i jihadisti locali cercano di consolidare il proprio ruolo sul territorio e incutere timore nel nemico reclamando l’appartenenza a un gruppo terroristico più grande. Un fatto che tuttavia non ne riduce la pericolosità.
Sull’orlo della guerra civile
Il vuoto di potere nel paese, la consolidata presenza jihaidsta e gli interessi dei grandi attori regionali (Arabia Saudita, Iran, Qatar) rendono lo scenario yemenita molto simile a quelli siriano, iracheno e libico.
Gli huthi, con il supporto delle truppe fedeli a Saleh, sembrano ora avere la meglio. Tuttavia, la loro avanzata verso Sud potrebbe essere ostacolata non solo dai soldati di Hadi, ma anche dall’opposizione delle tribù sunnite e dai miliziani di Aqap ed eventualmente dell’Is. Le organizzazioni terroristiche potrebbero far leva sull’avanzata degli sciiti huthi per intensificare l’opera di reclutamento nella comunità sunnita. Tutto ciò potrebbe far aumentare il rischio di un conflitto tra confessioni.
Resta poi da vedere quali saranno le mosse di Iran e Arabia Saudita. Lo Yemen è un paese molto povero, in cui l’acqua scarseggia e gli aiuti umanitari sono da sempre indispensabili. Questo potrebbe essere un fattore chiave. Non è da escludere che qualora gli huthi consolidassero il loro potere nel paese, dialoghino anche con Riyad per avere assistenza finanziaria. Del resto, l’Arabia Saudita confina direttamente con lo Yemen e potenzialmente ha più soldi da offrire rispetto all’Iran, che dista circa 2 mila chilometri e in questo momento è sotto il giogo delle sanzioni economiche occidentali per la questione del nucleare ( i negoziati con gli Usa non si sono ancora conclusi). Nel frattempo, Riyad ha schierato delle truppe al confine con lo Yemen.
Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha espresso il proprio sostegno al presidente Hadi e affermato “il suo forte impegno a favore dell’unità, della sovranità, indipendenza e dell’integrità territoriale” del paese. Poi ha sottolineato la necessità di una soluzione politica per riportare qui la pace, in collaborazione con il Consiglio per la cooperazione nel Golfo. Il problema è che al momento né la il governo di Hadi (che ha chiesto un intervento militare dei paesi arabi e dell’Onu) né gli huthi sembrano intenzionati a dialogare. L’impasse potrebbe far scoppiare la guerra civile, creando i presupposti per un altro Stato fallito e facendo gli interessi delle organizzazioni terroristiche presenti sul territorio.
Per approfondire: Governo, Saleh, sciiti, al Qaida: la battaglia per lo Yemen

Imprese francesi si ritirano dal progetto per la funivia a Gerusalemme





Attivisti palestinesi hanno accolto con favore oggi la notizia che due imprese francesi, Safege e Poma, hanno annullato la loro partecipazione nel progetto per una funivia a Gerusalemme, che collegherebbe gli insediamenti illegali di Israele, dopo essere state messe in guardia sugli associati rischi giuridici dai ministeri francesi della finanza e degli esteri.
Reti di solidarietà in tutta Europa avevano sollecitato la Safege e la Poma di ritirarsi dal progetto.
Mahmoud Nawajaa, un portavoce per il Comitato nazionale palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BNC), l'ampia coalizione di organizzazioni della società civile palestinese che lavora per sostenere il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), ha detto:
"Safege e Poma hanno preso l'unica decisione sensata e hanno così evitato di partecipare nella colonizzazione israeliana della terra palestinese. In questo modo hanno anche evitato di diventare obiettivi del movimento internazionale per il BDS".
"La campagna BDS contro altre due società francesi, Veolia e Alstom, che ha condotto alla perdita di miliardi di dollari di contratti in tutto il mondo, ha creato un precedente per altre aziende multinazionali, insegnando che la complicità con la colonizzazione israeliana della terra palestinese viene ad un costo pesante."
"Il ruolo attivo che il governo francese ha svolto in questa decisione è particolarmente apprezzato, e viene dopo un'azione coordinata dei governi europei lo scorso anno per mettere in guardia le aziende sui rischi associati agli affari che sostengono l'occupazione israeliana della terra palestinese."
"Per essere coerente con le proprie politiche e gli obblighi di legge, il governo francese dovrebbe opporsi pubblicamente alla partecipazione di Veolia e Alstom nella ferrovia leggera a Gerusalemme, che è stata dichiarata illegale dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite".
"Esortiamo qualsiasi società che sta prendendo in considerazione di farsi coinvolgere nel progetto per la funivia di non mettere gli interessi degli utili prima di quelli per i diritti umani e per il rispetto del diritto internazionale, e ribadiamo il nostro appello."
"Invitiamo tutti i governi nazionali e locali a non entrare in contratti, e terminare quelli esistenti con Veolia e Alstom, e agli azionisti a disinvestire da queste aziende, fino a quando non porranno fine alla loro partecipazione a queste evidenti violazioni del diritto internazionale."
Fonte: BDS Movement
Traduzione di BDS Italia


 
 
 
French ministries warn firm about project's legal risks after being contacted by Palestinian Authority.
HAARETZ.COM

mercoledì 25 marzo 2015

Amira Hass: PA finance minister: We can no longer hold the pieces together

Minister Shukri Bishara tells Haaretz that, with Israel freezing tax revenues, and the Palestinian Authority in emergency mode,'things will go out of control.'

17:44 13.03.15 2
This week, the taxes and Customs duties that Israel is withholding from the Palestinian Authority reached 1.74 billion shekels ($435 million), after regular payments to Israeli hospitals, the water company, Mekorot, and Israel Electric Corp. were deducted.
The taxes and customs duties — or clearance revenues — that Israel collects and is supposed to transfer to the Palestinians (for a fee of 3%) constitute roughly two-thirds of the PA’s yearly domestic revenue and three-quarters of the public sector’s wage bill.
March marks the third consecutive month in which PA employees received only 60 percent of their salaries (those who make less than 2,000 shekels a month received the full amount). No one knows how much of those salaries will be paid next month.
Some assume, or hope, that Israel will transfer the funds after Tuesday’s election. But PA Finance Minister Shukri Bishara says he has no idea whether that will happen. He and the rest of the Palestinians are living shrouded in uncertainty.
“I find it particularly painful that the Israeli government went straight to the economic policy, to coercive tools,” Bishara told Haaretz. “If I were an Israeli, I would simply want to have a neighbor who has a standard of living reasonably close to mine.
`Eliminate frustration’
“We have to eliminate frustration, negative outlooks. We have to give a slight indication that there is simply a light at the end of the tunnel. To go and hit something — the economic relations, banking relations — that was one of the few reasonably functioning interactions between Israel and Palestinian society; to destabilize it and to hit straight at something good: I find it truly counterproductive.”
“Security is typically vulnerable and becomes exposed,” Bishara says.
“You cannot expect the same degree of command and control and commitment from your security forces if you do not meet their basic requirements, financial requirements,” he says. “[The] Israeli government should be careful about this. It is an area of vulnerability that they should not underestimate.”
Roughly 70,000 Palestinians are employed by the PA security forces (not including Hamas security personnel in Gaza). Roughly 27 percent of the PA’s budget is allocated to the security forces, which continue to coordinate with the Israeli army and intelligence, despite the PLO Central Committee’s decision to cease coordination.
Israel’s current withholding of clearance revenues as a punitive measure is its fifth since the Second Intifada began. Failure to transfer the Palestinian money causes further volatility within an already abnormal economy.
Bishara reiterated that real economic development is impossible under military occupation, which includes control of borders as well as internal roadblocks, the “lost economy” of Area C — the West Bank area under full Israeli civilian and security control — and the siege and disconnection of Gaza.
Despite these realities, Bishara continues to speak about the economic improvements he aspires to bring about in this highly irregular economic model.
Since being appointed finance minister almost two years ago, Bishara has focused on improving tax collections and shrinking the budget deficit, which is likely to soon reach $2 billion, while the yearly budget for 2014 was $4.21 billion.
Within a captive economy like the PA’s, the only room to maneuver is in fiscal policy, he says. Better tax collection stemmed from technical and bureaucratic improvements, including Israel’s belated consent to transfer computerized data, which helps reduce tax avoidance.
The PA was able to do this while Yair Lapid was Israel’s finance minister, and Bishara noted that he and Lapid shared a positive professional relationship.
Bishara now proposes tax cuts for individuals and companies and wider tax exemptions to stimulate economic activity. His predecessor, Salam Fayyad, slightly raised companies’ taxation, to the dismay of the private sector.
“I am experimenting [with] a different approach,” says Bishara, who relates to the Palestinian economy under occupation as an “untested economical model.”
What created that model was the Oslo agreement and the Paris Protocol on Economic Relations, which were supposed to last for five years.
“Looking [back] it would have been insane for any one party to enter into the Oslo agreement, had they had the foresight that it could last two decades,” he says. “It is not sustainable and not workable. We can in the interim do things, interim makeshifts, improvement here and there, but in the long run we cannot have a sustainable, viable, economy in the absence of a final peace deal.”
In contrast to Israel’s earlier withholding of tax funds, no agitation or protest has arisen in West Bank towns. Previously, it had been the Palestinian trade union of public employees that heated up matters and pointed a finger at the Palestinian Authority, even when Israel was truly to blame.
Since last year the PA, under clear orders from President Mahmoud Abbas, has worked to silence that trade union. Some of its leaders and supporters have been detained and the union has been outlawed.
Lately, public employees have held a few demonstrations to protest the wage cuts, but they placed the blame solely on Israel. In addition, senior Fatah officials initiated a boycott on Israeli goods, and their campaign allowed some rage. It’s unknown whether these acts of blowing off steam and the union being hushed are connected.
Economic distress and fears
But there is one result: the economic distress and fears faced by tens of thousands of families are not being openly expressed as they were.
Business owners say checks are bouncing. Families are borrowing wherever they can: from relatives and friends who don’t depend on government salaries or who work in Israel, from banks, from the local grocery store owner. And they give up on anything that’s not basic.
The PA is working in emergency mode for the third month running, cutting expenses wherever possible and funding essential services in cash. In addition, many officials are being asked to work from home to avoid transportation expenses and the banks have been ordered not to charge fees for bounced checks.
“Sometimes I’m asked how much longer we can survive like this,” says Bishara. “It depends on the definition of ‘survival.’”
Even discounting the current economic recession, the statistics show a downward trend.
The war in Gaza intensified an already dire situation, with unemployment at 26.2 percent in the PA and more than 40 percent specifically in the Strip. Only two or three of every 10 university graduates can find a job, Bishara says.
In addition, gross domestic product and income per capita continue to drop. According to the Palestinian Central Bureau of Statistics, the real GDP per capita was $407.90 in the third quarter, down 9 percent from the second quarter and 10 percent from the year earlier.
In the West Bank the declines were 3.4 percent and 1.1 percent, respectively, and the average income per capita was $556.10. In Gaza, however, the average GDP per capita plummeted to $194.70, down 29 percent from the second quarter and 34 percent from the year-earlier period.
The Palestinians’ incredible resilience and internal solidarity, says Bishara, mitigate the enormous hardships.
Asked why the PA continues to cooperate with the status quo, which harms Palestinians and benefits Israel, he responds that as an economist he’s been given a professional task and he intends to fulfill it for as long as the political leaders wish.
“This leadership is very wise; they are not short-termist, they see beyond, they see the future,” as well as the peace that could guarantee prosperity for both peoples, says Bishara.
“But [one] may be pushed to the corner, or external factors might destabilize this equation. It keeps working until it stops working. And one day it will stop working.
“As far as I’m concerned, within a year and a half things will go out of control. We can no longer hold the pieces together.
“I doubt if I will be able to have this kind of relaxed conversation in a year’s time. Like a disease, like a fatal disease, at the beginning it is manageable, Stage 1 or 2, but when you reach Stage 4 it is impossible to treat.”
Amira Hass tweets at @hass_haaretz
from http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-1.646764