lunedì 3 agosto 2015

Una cultura di pace : Ezidi


 
 
 
 

osservatorioiraq.it



Da molti considerati mistici, adoratori del demonio, né musulmani né cristiani, nel corso della storia gli Ezidi per 73 volte hanno subito eccidi di massa. Inspiegabilmente. Perché se li conosci da vicino non troverai altro che una cultura di pace. Ritorno a Lalish, il tempio sacro della comunità.

1-2-3.  Difficile descrivere l’atmosfera incantata, silenziosa e al tempo stesso pacifica che si trova a Lalish, minuscolo villaggio incastrato tra due colline nel distretto di Shekhan, nord dell'Iraq. Siamo nella Provincia di Ninive, controllata amministrativamente e politicamente dal governo del Kurdistan iracheno. Ce lo ricordano le due postazioni dei peshmerga sui lati delle colline, e il checkpoint a un chilometro dall'ingresso nel villaggio. Mentre entriamo leggiamo i cartelli “No hunting”, divieto di caccia. La violenza nel credo ezida è vietata. Tant'é che devi trattare con estrema cura anche il terreno. Poco prima del tempio é obbligatorio togliersi le scarpe. Salutiamo i pochi volontari del tempio, che si prendono cura del luogo e supportano i religiosi, e i residenti, per lo più sfollati provenienti da Sinjar e Bashiqa. Nonostante i quasi 50 gradi si respira un'aria gradevole. I tanti alberi secolari fanno ombra, che ci accompagna verso l'ingresso del tempio.
4. "La religione ezida condivide principi e riti comuni a tante altre", ci racconta Uday*, mentre ci mostra un graffito raffigurante una donna indu che adora Melek Taus, l'angelo pavone, figura sacra per gli Ezidi, e al tempo stesso culto sacro originario dell'India. Lungo il percorso che ci porta all'ingresso del tempio troviamo altri elementi che ci indicano come questa comunità, che ha resistito a ben 73 tentativi di genocidio nel corso della loro storia, ha la sua essenza nella vita in armonia con tutto il creato.
5-6-7. Gli Ezidi (e non Yazidi, nome introdotto da Saddam Hussein, come raccontavo qui)  si recano a Lalish spesso nel weekend, con la famiglia o gli amici. Gli appuntamenti principali sono però il lungo digiuno di dicembre (tre giorni) e il capodanno, in genere il primo mercoledì di Aprile. Oltre a riposarsi e pregare nei diversi punti sacri del villaggio, segnati da piccole nicchie bianche nei muri che accolgono fiamme su corde intrise di olio, la visita al tempio é il momento spirituale più importante. L'ingresso racchiude tutti i simboli chiave della religione, tra cui spicca il serpente nero, "che protegge l'uomo dai maligni e le avversità", ci dice Uday. Il bacio sui muri accostando la tempia é un elemento comune, tra gli altri, all'ebraismo.
8-9-10-11. L'interno del tempio é poco illuminato, ad eccezione dei momenti delle preghiere, la cui principale si svolge dopo il tramonto. "Esprimete un desiderio facendo un nodo", ci invita Uday. "Qualcun'altro lo scioglierà per voi, e vi aiuterà a farlo realizzare". E' questa la funzione delle lenzuola colorate che adornano le colonne del tempio, colorandole e contrapponendosi al nero dominante. "Il nero é la conseguenza del fuoco, ma anche dell'olio di oliva con cui il tempio viene pulito, insieme all'acqua." La sacralità dell'olio (l'ulivo della pace per i cristiani, non vi dice nulla?)  é tale per cui c'é un'intera grotta dedicata. Anfore incastrate nella roccia lo conservano, dopo una produzione artigianale (spremitura a piedi e acqua bollente) che ne fa un olio di qualità molto grezza.
12-13-14-15. Il bianco é il colore per eccellenza degli Ezidi. Sono bianche le vesti, le barbe lunghe e folte degli anziani e dei religiosi. "Rappresenta la purezza, la genuinità e la semplicità, che a Lalish sono presenti in ogni singola pietra e nell'aria che si respira", secondo Uday. Caratteristiche si ritrovano tutte nel leader spirituale della comunità, Baba sheikh, che ci accolto nella sua umile residenza a Shekhan, a mezz'ora dal tempio, dove riceve i potenti del mondo come i più poveri. "L'Iraq, per rimanere ancora unito, ha bisogno di una legge che ristabilisca i diritti delle persone, e non delle comunità. Di fronte a Dio siamo tutti uguali, minoranze e maggioranze", ci ha detto durante l'udienza a cui abbiamo avuto l'onore di partecipare.
16-17-18-19-20. Acqua, aria, terra e fuoco. I quattro elementi che permettono l'esistenza e la vita sono i gli attori non protagonisti del villaggio e del tempio. "Questo luogo é stato concepito così: l'acqua scorre nel sottosuolo, sopra la terra gli uomini, le piante e gli animali godono della forza del fuoco e della purezza dell'aria", spiega Uday.
21-22-23. Dopo la visita al tempio ci rilassiamo camminando sui lati delle colline. Incontriamo bambini, donne e anziani. Ci sorridono, ci invitano a prendere il the, ci raccontano le loro storie. Nei loro sguardi, nelle loro parole, si respira pace. Inevitabilmente, tutto questo stride con la violenza e la sofferenza a cui questa comunità continua ad essere soggetta.

*Operatore di Un ponte per... e membro della ASFL (Azidi Solidarity and Fraternity League). 
*Stefano Nanni, nostro corrispondente dall'Iraq, si trova attualmente a Dohuk, nel Kurdistan iracheno, come operatore umanitario di Un ponte per... Le altre puntate del diario si trovano qui. Con queste corrispondenze stiamo tentando di dare continuità al lavoro del nostro libro, con cui abbiamo cercato di raccontare “l’altro Iraq”, quello che scompare dalle cronache, e che resiste. 
*Si ringraziano Ivan Grozny Compasso e Salam Saloo (Un ponte per... e ASFL ).
03 Agosto 2015
di: 
Stefano Nanni da Dohuk - Foto di Salam Salooe Ivan Grozny Compasso
Area Geografica:

Uri Avnery : il Muro anno 2003

http://www.hakeillah.com/3_03_14.htm


Per una frazione di secondo, sono stato colto dal panico.Il terribile mostro che veniva verso di me non era più lontano di cinque metri e continuava a muoversi come se io non fossi lì. Il gigantesco bulldozer spingeva una grossa pila di terra e sassi. Il guidatore, due metri sopra di me, sembrava parte della macchina. Era chiaro che nulla lo avrebbe fermato. Sono saltato di lato all’ultimo momento.
Alcune settimane fa, in una situazione simile, l’attivista americana per la pace Rachel Corrie pensava che il guidatore si sarebbe fermato. Non lo ha fatto e lei è morta schiacciata.
Non sono venuto qui per manifestare (lo faremo oggi) ma per guardarmi intorno. Nell’uliveto, a pochi metri dalla tende montate dagli abitanti del villaggio di Masha assieme ai pacifisti israeliani e di tutto il mondo, tre mostri stanno preparando il terreno per "il Muro di separazione". Hanno sollevato nuvole di polvere e un rumore assordante, per cui potevamo a malapena parlare. Lavorano ogni giorno, anche durante la Pasqua ebraica, 12 ore al giorno, senza sosta.
Tutti gli israeliani appoggiano il "Muro di separazione". Non hanno idea di cosa stiano appoggiando. Bisogna andare sul posto per poter capire tutte le implicazioni del progetto.
Prima di tutto lo si dica con chiarezza: questo muro non ha nulla a che fare con la sicurezza. È stato venduto agli israeliani come "barriera di sicurezza". L’esercito lo chiama "un ostacolo". Gli israeliani, che naturalmente aspirano alla sicurezza, stanno comprando questa verità con entusiasmo. Finalmente qualcosa viene fatto! E in effetti, l’idea sembra molto semplice. Anche la persona più semplice può capirla. È chiaro che un palestinese che vuole farsi saltare in aria in Israele deve prima di tutto attraversare i confini pre-1967, la cosiddetta linea verde. Se un muro o una barriera viene costruito lungo la linea verde, i terroristi non riusciranno a venire. Niente più attacchi, né terroristi suicidi.
Ma la logica dice che se questo fosse stato veramente un muro di sicurezza, sarebbe stato costruito direttamente lungo la linea verde. Tutti gli israeliani (salvo i coloni) si troverebbero da un lato del muro (quello occidentale) e tutti i palestinesi dall’altro. La linea sarebbe il più possibile dritta e breve, perché sarebbe necessario ispezionarla, controllarla e difenderla. Questa è la logica della sicurezza. Ma in realtà, salvo brevi sezioni, il muro non viene costruito sulla linea verde, o in linea retta. Al contrario, serpeggia come un fiume, avvolgendosi e girando, avvicinandosi alla linea verde e allontanandosene. Non è un caso. Il letto di un fiume è dettato dalla natura. L’acqua obbedisce alla gravità. Ma il progetto del muro non è legato alla natura. I bulldozer sono indifferenti alla natura, la tagliano senza rimorsi. In realtà, l’unica considerazione che determina la posizione del muro è la logica degli insediamenti. Il muro si avvolge come un serpente perché la maggior parte degli insediamenti dovrà restare ad ovest di esso, cioè essere alla fine annessa a Israele. In piedi su una collina che verrà traversata dal muro, ho visto in basso, sul lato occidentale, Elkana, un vasto insediamento. Sul lato orientale, a solo poche decine di metri, si trova il villaggio palestinese di Masha. Il villaggio si trova sul lato orientale, ma quasi tutta la sua terra si trova sul lato occidentale. Il muro taglierà fuori il villaggio dal 98% della sua terra - uliveti e campi che si estendono fino alla linea verde, alcuni a sette km di distanza, vicino a Kafr Kassem.
Masha è un grosso villaggio, un tempo fiorente; ha una zona industriale, ora completamente abbandonata. Può essere raggiunto oggi solo a piedi, attraverso ripidi sentieri. All’inizio dell’intifada, l’esercito israeliano bloccò la strada principale con due mucchi di terra e pietre. Nessun veicolo può ora passare. In verità, l’odore maligno del "transfer" incombe sul muro. La sua posizione lascia interi villaggi palestinesi sul lato occidentale intrappolati tra il muro e la linea verde. Gli abitanti non potranno muoversi, trovare sostentamento, respirare. Altri villaggi, come Masha, resteranno sul lato orientale del muro, ma i loro terreni, da cui dipende la loro sussistenza, saranno sul lato occidentale. Ci sono località, come la città di Kalkilya, che sarà quasi interamente circondata da un anello del muro, lasciando solo una piccola apertura verso la Cisgiordania. Una delle finalità del muro è senza dubbio quella di rendere la vita degli abitanti un inferno, per convincerli ad andarsene. È una specie di "transfer" strisciante. Come quel terrificante bulldozer che spinge innanzi a sé pietre e mucchi di terra, così l’occupazione spinge la popolazione palestinese verso est.
Il muro di Masha e Kalkilya, che continua verso i monti Gilboa, non è il solo. Ad oriente, si sta pianificando un altro muro, che includerà le colonie di Ariel e Kadumim e penetrerà per 20 Km in territorio palestinese, quasi raggiungendo l’asse centrale della Cisgiordania, la strada Ramallah-Nablus.
Questo non è tutto. Sharon sta ora pensando a un "Muro orientale" che separerà la Cisgiordania dalla valle del Giordano. Quando sarà finito, l’intera Cisgiordania diventerà un’isola circondata dal territorio israeliano. La parte meridionale (Hebron e Betlemme) sarà chiusa da quella settentrionale (Ramallah, Nablus, Jerim), a sua volta divisa in diverse enclaves. La mappa ricorda quella dell’apartheid in Sud Africa, dove si formarono diversi Bantustan neri, territori autonomi i cui leaders erano nominati dal Governo bianco.
Questo è esattamente ciò che ha in mente Sharon quando parla di uno "stato palestinese": consisterà di alcune enclaves, ognuna circondata di territorio israeliano, senza una frontiera esterna con l’Egitto o la Giordania. Sharon lavora da decenni a questo piano, e perciò ha stabilito decine di insediamenti sulla base di questa mappa.
Il muro servirà a questo fine. Non ha nulla a che fare con la sicurezza, non porterà la pace. Porterà solo altro sangue, altro odio. La sola idea che una barriera di cemento e filo spinato possa fermare l’odio è ridicola.
Il lavoro procede ininterrotto da mattina a sera. Sharon parla della "roadmap" e nel frattempo continua a creare fatti sul terreno. Ma il muro ha un significato più profondo. Non è un caso che sia così popolare in Israele, da Sharon a Mitzna a Beilin. Soddisfa un bisogno interiore e profondo.
Nel libro "Lo stato ebraico" – il documento fondativo del sionismo – Theodor Herzl scriveva: "Per l’Europa, noi saremo laggiù [in Palestina] un pezzo della barriera contro gli arabi. Saremo i pionieri della difesa della cultura dalla barbarie".
Questa idea, cioè, che noi siamo l’avamposto dell’Europa e che abbiamo bisogno di una barriera che ci separi dalla barbarie degli arabi è parte quindi di quella visione originaria. Forse ha radici ancora più profonde. Quando gli ebrei iniziarono ad aggregarsi nei ghetti, prima ancora che questo fosse decretato dall’esterno, circondarono con un muro i propri quartieri, per separarsi e difendersi dall’ambiente ostile. Muri e separazione, come garanzia di sicurezza, sono impressi da sempre nel subconscio collettivo degli ebrei.
Ma noi, la nuova società ebraica in questo paese, non abbiamo voluto essere un nuovo ghetto. Non cercavamo la separazione, ma il contrario, l’aprirci alla regione circostante. Non un avamposto europeo contro la barbarie araba, come diceva Herzl, ma una società aperta, in pace e in rapporti di buon vicinato con il resto della regione.
Il muro del male non è solo uno strumento per spossessare i palestinesi, non solo uno strumento di terrore mascherato da difesa contro il terrorismo, non solo uno strumento dei coloni travestito da misura di sicurezza. È, prima di tutto, un ostacolo per Israele, una barriera che bloccherà un futuro di pace, sicurezza e prosperità.
Uri Avnery
3 maggio 2003

anno 2005 : Zeev Schiff :Due stati, una nazione




 http://www.hakeillah.com/2_05_23.htm
Gli eventi nella striscia di Gaza rischiano di precipitare in un conflitto violento fra due stati ebraici con obiettivi divergenti. Uno è lo Stato di Israele, l’altro è lo stato dei coloni. Malgrado i legami profondi fra i due, ciascuno si sente minacciato dall’altro. Lo scontro maggiore avverrà quando Israele si ritirerà da Gaza e dal Nord della Samaria. Ma sarebbe un errore pensare che finirà con quel ritiro. Se il governo di Israele intende mantenere fede ai suoi impegni con la Roadmap il conflitto fra i due si acuirà. Lo Stato di Israele ha instaurato lo stato dei coloni e, in ultima analisi, il golem si ribella contro il suo artefice.
Nel governo e nel parlamento il movimento dei coloni è diventato il più forte gruppo di pressione politica che Israele abbia mai conosciuto. Allo stato dei coloni sono state fornite le armi e il timore è oggi che quelle armi vengano usate contro l’esercito e la polizia.
Sul terreno i coloni hanno deciso quali delle leggi dello Stato di Israele debbano essere osservate nel loro stato e quali invece ignorate. Hanno rapinato terreni privati appartenenti ai loro vicini palestinesi e occupato altre aree definite "terre dello stato". Hanno reciso olivi palestinesi e rubato i loro frutti. Nessuno di questi criminali è stato incriminato e quelli che sono stati processati per omicidio hanno ricevuto condanne miti.
Nello stesso tempo i coloni si sono infiltrati nei comparti più delicati dell’amministrazione israeliana. Si sono impossessati di informazioni importanti dell’amministrazione civile, hanno promosso costruzioni illegali e violato gli ordini di ministri, come provato nel rapporto del procuratore Talia Sasson riguardo agli insediamenti abusivi. Uno dei risultati è che la polizia ha paura di applicare la legge nello stato dei coloni mentre l’esercito ignora le attività illegali.
Per lungo tempo i coloni si sono comportati come se lo Stato di Israele fosse un governo straniero, come l’Inghilterra mandataria ai suoi tempi. Essi prendono tutto ciò che gli conviene dal governo, confiscano proprietà e terre e ignorano il resto.
Il timore di coloro che devono assicurare la protezione del Primo ministro Sharon dagli estremisti di destra è maggiore del timore di potenziali assassini palestinesi. Il ricorso a un piccolo veicolo aereo senza pilota per proteggere il Primo ministro quando si sposta attesta la gravità del pericolo. Lo stato dei coloni ha preso anche misure per proteggersi dalle attività dello Stato di Israele. Coloni esperti istruiscono la loro gente su come evitare le intercettazioni elettroniche dello Shin Bet e su come comportarsi se arrestati e interrogati. Questi estremisti, istigati dai loro rabbini, minacciano l’integrità dell’esercito facendo appello ai giovani religiosi perché rifiutino gli ordini o facciano atti di diserzione. Ci sono estremisti che minacciano di attentare ai luoghi sacri dell’Islam.
L’argomento che nella lotta contro il ritiro da Gaza i coloni stanno salvando la democrazia in Israele per mezzo di un referendum popolare è falso. Lo stato dei coloni ha un solo fine: perpetuare l’occupazione e dominare il popolo palestinese. In altre parole, per loro la guerra contro i palestinesi dovrà continuare, e se dovessero riuscire a recare danno a qualche luogo sacro islamico allora sarà una guerra mondiale con il mondo islamico, una rottura irreparabile con la comunità araba in Israele.
Zeev Schiff ("Haaretz", 10.4.2005)

Amira Hass :Jewish terror attacks tighten the noose around the Palestinian Authority


During the first intifada, settlers didn't dare enter the village of Duma, the site of last weekend's deadly arson attack. But for two decades the locals have been ...
HAARETZ.COM|Di Amira Hass



Palestinian members of the National Security Forces loyal to President Mahmoud Abbas take part in a training session in the West Bank city of Jenin, Thursday, March 29, 2012.AP

    Ya'alon backs harsh measures against rightists suspected of attacking Palestinians
    Netanyahu: Israel condemns murderers, while its neighbors name squares for them
    A lethal product of Israel's settlements

In the hours after the murder in Duma and during the funeral of 18-month-old Ali Dawabsheh, the shocked residents of the village were divided into two camps: those disgusted by the appearance of members of the Palestinian security forces, armed and in uniform, and those who pitied them.

With their shiny vehicles, they couldn’t travel on Allon Road and enter the village (which is in Area B, under full Israeli security control) without coordinating with the Israel Defense Forces.

The Palestinian security forces deployed around the mosque during the prayers, in which Palestinian Prime Minister Rami Hamdallah took part, before the small burned body was buried. According to his uncle Nasser, the fire consumed Ali’s hand and foot.

The exceptional presence of the Palestinian security troops, just a few hours after the fatal arson, made the absence of any protection only 10 hours earlier stand out. Their brief appearance highlighted the ease with which the murderers didn’t suffice with a house on the margins of the village; they dared enter the neighborhood. The troops armed and polished presence only illustrated the Palestinian Authority’s pathological weakness.

According to international law, the IDF is responsible for the security of the Palestinians in the entire occupied territory; according to the Oslo Accords it is responsible for their security in at least areas B and C. But its declared mission, and indeed the practice, is to protect the security of the settlers and the settlement enterprise.

According to the agreements the PA has signed, its apparatus is forbidden to operate in areas B and C and to protect its own people. If private citizens dare own arms for self-defense against Israeli attackers and use them, the IDF and Shin Bet security service will arrest them.

About the small group of young people who came to the funeral with green Hamas flags, someone remarked cynically: “Tomorrow they’ll be in the Authority’s prisons.” Another said: “During the first intifada not a single settler dared enter the village. Since our Palestinian Authority was established, we have been exposed and unprotected.”

As a third person put it, the security forces “came to protect PM Hamdallah, not us.” He added: “They receive their orders from Israel.”

These are the reasons the PA’s opponents felt disgusted that day by the PA security personnel, and those who do not oppose the PA pitied them, assuming they themselves were embarrassed by their powerlessness.

After all, a few dozen residents of this village work in the security forces. But they’re not allowed to defend their own homes.

Duma is a bit distant from the violent outposts of the “Shiloh Valley,” which for the past 15 years — and even before that — have made the lives of villages such as Mughayer, Jalud, Kusra and Krayut a nightmare. With the aid of IDF rifles they expel people from their land. Three years ago unidentified assailants torched cars in Duma and left a messages in Hebrew, local people said.

“But we are a quiet village, we don’t cause any problems,” a few people said. Many work in the settlements — Sa’ad Dawabsheh, Ali’s father, who was critically burned in the arson, worked in Nofim. Others work in the settlement of Shiloh. Making a living is like personal security: The PA cannot supply it.

Covering up for the PA’s inherent inability to protect its people from Israeli attacks of every type — the army’s and the settlers’ hurting of people and damaging of crops — a few Fatah people made pretentious declarations in front of the Dawabsheh’s home and on the way to the funeral.

“All of us in the end are muqawama [the resistance],” someone said. Another spoke about the need for neighborhood watches at night, which Fatah has been talking about for three or four years at least.

The command positions in the security forces are filled by Fatah members. The arson attack on the Dawabsheh family exposes Fatah, the de facto ruling party, in all its weaknesses. The IDF and Shin Bet praise the PA’s security forces for helping prevent terror attacks on Israelis, but the PA isn’t allowed to prevent terror attacks on its own people. And the forces hide in their homes and offices when IDF forces invade Area A, where the PA has policing authority.

Thus, even if the PA could have proved that the Hamas members arrested recently meant to carry out armed attacks against Israelis, and that these were against the good of the Palestinian public, it was on a defensive position.

The PA is faithful to the instructions of the Oslo Accords (whose validity was to expire in 1999) and to their economic, security and territorial restrictions, while it believes that the unceasing expansion of the settlements is a gross violation of these same agreements.

Every Jewish terror attack (including attacks on farmers and the fruit of their labor) tightens the noose of anger and embarrassment around the PA’s neck. It’s impossible to predict when and how, but at some stage this anger and embarrassment will have implications in internal Palestinian politics.

The Israeli regime is showing sudden and self-righteous shock over a murder it encouraged by not preventing previous terror attacks and punishing the attackers. This signals how strongly Israel wants the PA to remain as it is.
read more: http://www.haaretz.com/beta/.premium-1.669243?utm_campaign=Echobox&utm_medium=Social&utm_source=Facebook

Paola Caridi : Susan Abulhawa: ingresso respinto nella sua Palestina




 
 
 
Il valico di Allenby è un’esperienza di vita. Una di quelle esperienze che mostrano quanto i dettagli siano cruciali quando si parla di israeliani e palestinesi, e di Israele/Palestina. Un valico nel Territorio palestinese...
invisiblearabs.com


 Il valico di Allenby è un’esperienza di vita. Una di quelle esperienze che mostrano quanto i dettagli siano cruciali quando si parla di israeliani e palestinesi, e di Israele/Palestina. Un valico nel Territorio palestinese occupato, tra Cisgiordania e Giordania, controllato e gestito dalle autorità israeliane. È il valico attraverso il quale – sia in entrata sia in uscita – debbono passare i palestinesi muniti di passaporto dell’Autorità Nazionale Palestinese. A decidere se possono entrare o uscire, sono le autorità israeliane, potenza occupante.
Da Allenby, possono passare anche gli internazionali, coloro che sono in possesso di un passaporto europeo, americano, asiatico, comunque non israeliano. E siccome il Medio Oriente è il mondo dove i dettagli regnano sovrani perché hanno la loro importanza, Israele timbra i passaporti e la Giordania, dall’altra parte di un lembo di deserto lungo un pugno di chilometri, si rifiuta di timbrarli, i documenti. La ragione è chiara: timbrare i passaporti vorrebbe dire riconoscere a quel valico la patente di frontiera, confine, passaggio tra uno Stato sovrano e l’altro, tra Giordania e Israele. Ma quella è Cigiordania, Palestina, e non è Israele.
Da Allenby è passata anche Susan Abulhawa, pochi giorni fa. Lo scorso fine settimana. Scrittrice nota, famosa per un bestseller come Ogni Mattina a Jenin, pubblicato anche in italiano nel 2011 da Feltrinelli. Nel marzo scorso, è uscito il suo nuovo romanzo, Nel blu tra il cielo e il mare, ambientato in un villaggio palestinese appena a nord dell’attuale Striscia di Gaza, teatro di un massacro di palestinesi a opera della Brigata israeliana Givati nel maggio 1948. Susan Abulhawa è palestinese. La sua famiglia è di Gerusalemme, e quando era piccola ha vissuto tre anni nel più famoso orfanotrofio della città, Dar El Tifl, nato per volere di una delle donne-icona della storia recente palestinese, Hind al Husseini. Ha vissuto la giovinezza, gli studi, il lavoro, la scrittura negli Stati Uniti, ed è cittadina americana. Passaporto americano, identità palestinese.
Quel passaporto è veramente un passepartout: le consente di tornare nella sua patria, nella sua terra, come lo consente a tanti palestinesi che sulla loro terra possono mettere piede solo se hanno un documento ‘altro’. Statunitense, italiano, tedesco, canadese… Basta che, attraverso questo passaporto, i palestinesi non siano tali, almeno formalmente. Nessun rifugiato palestinese, cacciato dalla sua terra nel 1948 o nel 1967, è consentito tornare con il documento d’identità rilasciato dall’Unrwa, l’agenzia dell’ONU che da oltre 60 anni si occupa di profughi palestinesi.
Dettagli, difficili da spiegare, ma fondamentali per capire quello che succede. Susan Abulhawa, con il suo passaporto americano, si è presentata al valico di Allenby, e quel passaporto ha mostrato alle autorità israeliane. L’hanno interrogata, e la sua ‘conversazione’ la scrittrice l’ha riportata sul suo profilo Facebook. Conversazione aspra, e paradossale, per chi non ha mai vissuto questo tipo di conversazioni ad Allenby o all’aeroporto di Ben Gurion. Per i palestinesi, è peggio. Lo hanno denunciato non solo le associazioni di difesa dei diritti civili, internazionali, palestinesi, israeliani, ma gli stessi giornalisti israeliani.
Una conversazione paradossale, sul suo numero di cugini. E le battute finali. “Lei non sta rispondendo alle domande”. “Ma io ho risposto alle domande”. “Non ha risposto nel modo che a me piace”.
Susan Abulhawa non ha potuto passare il valico di Allenby. Non è entrata in Cisgiordania, Palestina. Le è stato vietato l’ingresso, e il suo passaporto ha ora un timbro che lo mostra. Due righe spesse a pennarello, e un timbro. È l’espulsione. Non è la prima volta che succede, a scrittori e intellettuali. Stesso destino lo ha avuto Noam Chomsky, tanto per fare un esempio noto.
La terra di Susan Abulhawa, ferita da decenni, giace appena sopra il caldissimo valico di Allenby, un luogo colmo dei ricordi della fuga, della guerra, del 1948. Dov’è il Pen International, pronto a difendere libertà di espressioni ovunque? Dove sono gli intellettuali, qui e fuori? Sarà il caso di porsi una domanda sui doppi standard delle libertà e sul l’indignazione a corrente alternata di noi intellettuali, sempre a rischio di essere, di nuovo, chierici?
La foto: scattata nel maggio 2011 al Salone del Libro di Torino. Susan Abulhawa aveva da poco pubblicato in Italia (Feltrinelli) Ogni Mattina a Jenin. Presentavo il suo libro, considerato Il Cacciatore di Aquiloni versione palestinese.

domenica 2 agosto 2015

Pax Christi Italia : Fuori dal coro

FUORI DAL CORO
che montagna di ipocrisia...
Nablus, 2 agosto 2015
Scusate, ma stando qui in Cisgiordania non si può non rimanere fuori da questo coro di commossa condanna e sgomento che tutti accomuna, nel nome del piccolo Ali, ucciso a Nablus. Anzi, se foste qui sareste nauseati dall'insistenza con cui i media italiani continuano a riproporre le immagini della casa di questo bambino data a fuoco dai coloni, semplicemente perchè dalla mattina alla sera vediamo centinaia di bambini come Ali minacciati dai soldati e aggrediti dai coloni.
Ma essi non fanno notizia.
E delle migliaia di Ali arrestati e detenuti non si deve parlare, come d'altra parte nessuno ha pubblicato anche solo una foto come quella di Ali per qualcuno deI quasi 500 (cinquecento) bambini massacrati esattamente un anno fa a Gaza. Nessun servizio di questi giorni ha accennato al primo anniversario del massacro di più di duemila palestinesi.
Se foste qui non dareste certo credito alla “dura condanna” di Natanyahu verso questi “estremisti”, semplicemente perchè questi signori sono la maggioranza del suo governo ultranazionalista, con i leader più violenti dei coloni ad occupare le più alte cariche di governo.
Se come noi aveste gli occhi pieni di queste “cittadine ebraiche” (così definiva gli insediamenti un giornale italiano) che crescono come funghi in territorio non “conteso” ma palestinese, non credereste certo alle dichiarazioni del ministro per la sicurezza, per cui “dovremo imparare la lezione”. Infatti il governo sta approvando anche in questi giorni nuovi piani di “sviluppo” con la costruzione di centinaia nuove case. Ma questo non scandalizza nessuno.
Avremmo piuttosto voluto avere con noi anche un solo giornalista ieri a Bir Zeit, a pochi minuti dalla casa del giovanissimo Mohammed ucciso l'altro ieri dall'esercito, quando abuna Manuel, per tanti anni parroco di Gaza, ci ha chiesto di smuovere i nostri governi tiepidi ed incapaci di “dire la verità dei fatti che ha un nome: occupazione israeliana, così come hanno un nome le quattro colonne della pace: giustizia, verità, sviluppo e perdono. Tutte necessarie, certo, anche se per la Palestina e per la sua pace andrebbero puntellate soprattutto le colonne della giustizia e della verità!”
E se dall'Italia la commozione dello Stato d'Israele vi è apparsa sincera nei confronti di un bimbo di 18 mesi bruciato vivo nella sua casa, abbiamo accolto con ben maggior credito le parole dell'amico israeliano Zvi Shuldiner, che ieri a Gerusalemme ci ha descritto come “un coro di ipocriti” queste condanne di suoi connazionali. “Tutti ripetono all'unisono: atto orribile e deprecabile! E così noi in Israele siamo soddisfatti, continuando indisturbati a tenere quattro milioni di palestinesi chiusi nell'enorme carcere gestito dall'”unica democrazia del medioriente”. E magari da voi in Italia tutti avranno pensato: guarda che grande prova di etica hanno dato i governanti israeliani!”
Insomma, forse vi sembrerà strano che, vista da qui, non ci appare affatto positiva questa commozione generale per la terribile morte del piccolo Ali, perchè se il cittadino israeliano Shuldiner descrive i suoi governanti come “un coro di ipocriti”, a noi, cittadini italiani che in questi giorni ci ostiniamo a dar voce ai milioni di palestinesi schiacciati dall'occupazione e dalla colonizzazione, quella dei nostri media e dei nostri politici ci appare più che un coro: una montagna di ipocrisia.
Campagna Ponti e non muri
Pellegrini di Giustizia 2015
per interviste e contatti con la stampa: 00972 543176361

Gideon Levy :Tutti gli israeliani sono colpevoli per aver dato una famiglia palestinese alle fiamme

 

Gli israeliani accoltellano gay e bruciano bambini. Non vi è  calunnia, il minimo grado di esagerazione in questa secca descrizione. 
Vero, queste sono le azioni di pochi. Vero, anche, che il loro numero sta crescendo. E' vero che tutti loro - tutti gli assassini, tutti coloro che danno fuoco, che accoltellano, che sdradicano alberi - fanno parte dello stesso gruppo politico,ma  chi è all'opposizione ne  condivide la responsabilità.
Tutti coloro che hanno pensato che sarebbe stato possibile sostenere isole di democraticità nel mare del fascismo israeliano sono stati messi in imbarazzo questo fine settimana, una volta e per tutte. Semplicemente non è possibile sostenere  il comandante di BrigatAche spara ad un adolescente, e poi restare scioccati dai coloni che mettono a fuoco una famiglia; sostenere i diritti dei gay e tenere una conferenza in Ariel ; essere senza pregiudizi e poi assecondare la destra e cercarvi dei partner. Il male non conosce confini; inizia in un posto e velocemente si diffonde ovunque.
Il principale terreno fertile di coloro che hanno dato fuoco alla famiglia Dawabsheh sono le Forza di Difesa Israeliane, anche se i criminali non vi hanno prestato servizio. Quando l'uccisione di 500 bambini nella Striscia di Gaza è legittima  e non obbliga a un dibattito, a esprimere  un giudizio morale, cosa c'è di cosi terribile nel dare fuoco ad una casa, insieme ad i suoi abitanti? Dopo tutto, qual è la differenza tra lanciare una bomba di fuoco e sganciare una bomba? In termini di intenzione, o di intento, non c'è differenza.
Quando sparare ai palestinesi diventa quasi un evento quotidiano - altri due sono già stati uccisi da quando la famiglia è stata data a fuoco: uno in Cisgiordania, l'altro al confine della Striscia di Gaza - chi siamo noi per lamentarci dei lanciatori di fuoco di Duma? 
Quando le vite dei palestinesi sono ufficialmente nelle mani dell'esercito, il loro sangue di poco valore agli occhi della società israeliana, allora anche le milizie di coloni sono autorizzate a ucciderli. Quando l'etica delle Forze di Difesa Israeliane nella Striscia di Gaza è che qualsiasi cosa è permessa pur di salvare un soldato, chi siamo noi per lamentarci di  Baruch Marzel, che questo fine settimana mi ha detto che era permesso uccidere migliaia di palestinesi per proteggere un singolo capello  di un ebreo. Questa l'atmosfera, questo il risultato. Per questo motivo la responsabilità primaria va alle Forza di Difesa Israeliane.
Non meno da condannare sono, certamente, i governi ed i politici che gareggiano a chi lecca di più i piedi ai coloni. Chi dà loro 300 nuove abitazioni in cambio della loro violenza all'insediamento  di Beit El sta dicendo loro che non solo la violenza è permessa ,ma che paga. E' già difficile tracciare la linea tra il lanciare buste di urina agli ufficiali di polizia e bombe di fuoco dentro le abitazioni delle persone. 
Sono da rimproverare, certamente, le autorità adibite a far rispettare la legge, iniziando dal Distretto di Polizia della Giudea e Samaria - il più ridicolo e scandaloso fra tutti i distretti . Nove case palestinesi sono state date alle fiamme negli scorsi tre anni, secondo B'Tselem. Quante persone sono state processate? Nessuna. Quindi cosa è accaduto a Duma venerdi ? Il fuoco era semplicemente migliore agli occhi degli incendiari e dei loro complici. 
Fra i loro complici  chi rimane in silenzio, chi perdona e tutti coloro che pensano che il male rimanga per sempre dentro i confini della Cisgiordania. Fra i loro complici anche gli israeliani convinti che il Popolo di Israele sia il Popolo Eletto e di conseguenza sia permesso fare qualsiasi cosa - incluso dare a fuoco abitazioni di non ebrei, con i loro abitanti dentro.  
Così, troppi, molti di coloro che sono rimasti scioccati dall'atto, incluso personalità che hanno visitato le vittime nel Centro Medico di Sheba, fuori Tel Aviv - il presidente, il primo ministro, il leader dell'opposizione e i loro funzionari – si sono imbevuti della frase  razzista  e  irritante “Hai scelto noi fra tutti i popoli” con il latte materno. 
Questo ha portato a  dare alle fiamme una famiglia che Dio non aveva scelto. Nessun principio nella società israeliana è così distruttivo o maggiormente pericoloso . Né, sfortunatamente, più comune. Se esaminerete attentamente cosa si cela sotto la pelle della maggior parte degli israeliani, trovereste: il popolo eletto. Quando questo diventa un principio fondamentale, la prossima bomba di fuoco sarà solo una questione di tempo.  
I loro complici sono ovunque, e la maggior parte di essi sta ora disapprovando ed esprimendo sgomento per quanto accaduto. Ma quanto accaduto sarebbe potuto non accadere; quanto accaduto è stato dettato dalle esigenze della  realtà di Israele e del suo sistema di valori. Quanto accaduto accadrà di nuovo e nessuno sarà risparmiato. Tutti noi abbiamo dato alle fiamme la famiglia Dawabsheh.

I

Gideon Levy :All Israelis are guilty for setting a Palestinian family on fire



 
 
 
 
It’s simply not possible to cheer for the brigade commander who shoots a Palestinian teenager, and then be shocked by settlers who set a family on fire.
www.haaretz.com|Di Gideon Levy



All Israelis are guilty for setting a Palestinian family on fire ...


Israelis stab gay people and burn children. There isn’t a shred of slander, the slightest degree of exaggeration, in this dry description. True, these are the actions of a few. True, too, that their numbers are increasing. It’s true that all of them – all the murderers, everyone who torches, who stabs, who uproots trees – are from the same political camp. But the opposing camp also shares the blame.
All those who thought that it would possible to sustain islands of liberalism in the sea of Israeli fascism were shown up this weekend, once and for all. It’s simply not possible to cheer for the brigade commander who shoots a teenager, and then be shocked by the settlers who set a family on fire; to support gay rights, and hold a founding conference in Ariel; to be enlightened, and then pander to the right and seek to partner with it. Evil knows no bounds; it begins in one place and quickly spreads in every direction.
The first breeding ground of those who torched the Dawabsheh family was the Israel Defense Forces, even if the offenders didn’t serve in it. When the killing of 500 children in the Gaza Strip is legitimate, and doesn’t even compel a debate, a moral reckoning, then what’s so terrible about setting a house on fire, together with its inhabitants? After all, what’s the difference between lobbing a fire bomb and dropping a bomb? In terms of the intention, or the intent, there is no difference.
When the shooting of Palestinians becomes an almost daily occurrence – two more have already been killed since the family was burned: one in the West Bank, another on the border of the Gaza Strip – who are we to complain about the fire throwers in Duma? When the lives of Palestinians are officially the army’s for the taking, their blood cheap in the eyes of Israeli society, then settler militias are also permitted to kill them. When the IDF’s ethic in the Gaza Strip is that it is permitted to do anything in order to save one soldier, who are we to complain about right-wingers like Baruch Marzel, who told me this weekend it was permissible to kill thousands of Palestinians in order to protect a single hair from the head of a Jew. Such is the atmosphere, such is the result. Original responsibility for it goes to the IDF.
No less to blame, of course, are the governments and politicians who vie with each other over who can suck up the most to the settlers. Whoever gives them 300 new homes in exchange for their violence at the flagship settlement of Beit El is telling them not only that violence is permissible, but also that it pays. It is already hard to draw the line between throwing bags of urine at police officers and fire bombs into people’s homes.
Also to blame, of course, are the law enforcement authorities, starting with the Judea and Samaria District Police – the most ridiculous and scandalous of all police districts, and not by chance. Nine Palestinian homes were torched in the past three years, according to B’Tselem. How many people have been prosecuted? None. So what happened in Duma on Friday? The fire was simply better, in the eyes of the arsonists and their minions.
Their minions also include the silent, the forgiving and all those who think the evil will remain forever within the confines of the West Bank. Their minions also include the Israelis who are convinced that the People of Israel is the chosen people, and as a result is permitted to do anything – including torching the homes of non-Jews, with their inhabitants inside.
So, too, many of those who were shocked by the act, including figures who have visited the victims in Sheba Medical Center, outside Tel Aviv – the president, the prime minister, the opposition leader and their aides – imbibed the racist, infuriating “You have chosen us from all the peoples” with their mothers’ milk.
At the end of a terrible day, it is this that leads to the burning of families whom God did not choose. No principle in Israeli society is more destructive, or more dangerous, than this principle. Nor, unfortunately, more common. If you were to examine closely what is concealed beneath the skin of most Israelis, you would find: the chosen people. When that is a fundamental principle, the next torching is only a matter of time.
Their minions are everywhere, and most of them are now tsk-tsking and expressing dismay at what happened. But what occurred couldn’t have not happened; what happened was dictated by the needs of reality, the reality of Israel and its value system. What happened will happen again, and no one will be spared. We all torched the Dawabsheh family.

Noam Sheizaf : senza la fine dell'occupazione non si sconfiggerà il terrorismo ebraico


 No way to defeat Jewish terrorism without ending the occupation
By

Sintesi personale

Per l'estrema destra  la violenza contro i civili palestinesi   è   una forma di controllo.

La stragrande maggioranza dei coloni non sono violenti, anche se diversi livelli di violenza nei confronti della popolazione palestinese nei territori occupati hanno accompagnato lo sviluppo degli  insediamenti   fin dal suo inizio. Questi atti di violenza  sono una diretta conseguenza della situazione  esistente in Cisgiordania.
Il pubblico chiude un occhio ogni volta che questi eventi accadono. Le risposte all' omicidio di  Ali Dawabshe , sono un segno che continueremo ad ignorare il quadro più ampio.
I soldati israeliani sono visti davanti alla casa danneggiata della famiglia Dawabsha, che è stata data alle fiamme da coloni ebrei e dove 18 mesi bimbo palestinese Ali Saad Dawabsha morì, nel villaggio cisgiordano di Duma, il 31 luglio 2015 . (Ahmad Al-Bazz / Activestills.org)

I poliziotti di frontiera israeliani   davanti alla casa della famiglia Dawabsha,(Ahmad Al-Bazz / Activestills.org)
La  prima  caratteristica che definisce l'occupazione :  due popolazioni civili vivono l'una accanto all'altra  soggetti a due ordinamenti diversi . I palestinesi vivono sotto un regime militare, mentre ogni israeliano che vive o visita gli insediamenti "porta" la legge israeliana con sè  , comprese tutte le protezioni legali concesse .La seconda caratteristica che definisce l'occupazione è il desiderio di Israele di  ampliare  lentamente il territorio e   ottenere , così,  risorse per la popolazione ebraica  , mentre lentamente diminuisce il territorio palestinese. Queste combinazioni rendono  l'occupazione israeliana simile al  colonialismo e all' 'apartheid , anche se non vi è una sovrapposizione esatta. Questa è l'essenza del regime a prescindere dalla questione se questa è la terra dei nostri antenati  o di chi vi abitava prima .Il colonialismo va sempre di pari passo con il razzismo, il razzismo è sempre accompagnato dalla violenza. Anche se la motivazione originale che determina una situazione coloniale non è razzista, a un certo punto il gruppo dirigente deve in qualche modo giustificare i propri privilegi e ciò  porta inevitabilmente a visioni del mondo razziste. Ad esempio : la popolazione occupata non è "pronta" ad avere diritti ,  è intrinsecamente debole e violenta,  non apprezza la vita come noi, preferisce vivere in quartieri degradati  ecc La lotta contro il razzismo in Israele  non  finirà finché esisterà l'occupazione, dal momento che ci sarà sempre bisogno di razzismo al fine di giustificare l'occupazione,ma il razzismo non può spiegare pienamente la violenza verso i civili palestinesi. Alcuni dei tentativi più infami di danneggiare i palestinesi,  comeJewish Underground,    si ponevano   come obiettivo di  prevenire la possibile evacuazione degli insediamenti, rafforzando il dominio ebraico sulla popolazione locale attraverso la paura,  l'  intimidazione e "la punizione a " figure di spicco, come è avvenuto  attaccando i sindaci palestinesi. La scusa è sempre la "debolezza" del regime centrale in quanto esita ad attuare la sovranità israeliana nei confronti della popolazione palestinese. La violenza è e rimane una forma di controllo.
Benzi Gopstein, un attivista colono noto e leader di estrema destra organizzazione Levaha, sconvolge raccolta delle olive a Hebron. (Activestills)


Benzi Gopstein, un attivista colono noto leader di estrema destra della  organizzazione Levaha, disturba la raccolta delle olive a Hebron. (Activestills)
La storia del colonialismo è piena di esempi del genere.  L'  Organisation armée secrète , un gruppo paramilitare di estrema destra ,ha usato il terrorismo per cercare di prevenire l'indipendenza dell'Algeria . Ad un certo punto il gruppo ha iniziato il targeting  dei cittadini francesi contrari a proseguire l'occupazione francese  .
Un modello simile ha preso forma qui. L'idea centrale dietro i cosiddetti attacchi "del tag-price "è politica e punta  a  rafforzare il controllo sui palestinesi attraverso la "punizione" (degli innocenti) . E' una risposta   agli attacchi contro gli ebrei o   a quanto viene percepita  come l'indebolimento del dominio ebraico in Cisgiordania : demolizione di strutture  negli avamposti e negli  insediamenti . La maggior parte di molestie  verso i palestinesi sono di solito accompagnati dall'espressione verbale:  "la necessità di dare loro una lezione", " di insegnare loro il rispetto," e così via.
Durante il mio servizio militare nei territori occupati   ho visto molti  di questi atteggiamenti , soprattutto a Hebron, dove l'attrito tra ebrei   e palestines  rimane intenso  . A volte si è manifestato  con la rottura dei  finestrini dell'auto o dei  serbatoi d'acqua riscaldati  dal sole in cima alle case palestinesi. In altri casi è stato un schiaffo al viso o  uno sputo in direzione di un passante. A Gaza e nella regione di Nablus, gli incidenti di solito hanno avuto luogo in prossimità dei posti di blocco. Ricordo casi in cui coloni armati uscivano dalle  loro auto (soprattutto quando c'era una lunga fila, o lo svincolo era stato bloccato per qualche motivo), rimproveravano e minacciavano i palestinesi . 'Difficile anche solo pensare che lo stesso cittadino israeliano esca dalla  sua auto in un ingorgo a Haifa,  agiti le armi e urli contro la polizia  senza essere arrestato . Perché la stessa persona agissce  diversamente sull'altro lato della linea verde? La differenza sta nell'occupazione e  tutti lo sanno
Coloni israeliani Purim parata dell'insediamento ebraico di Hebron sulla città di Shuhada Street. Itamar Ben Gvir (L), è vestito come un prigioniero palestinese in sciopero della fame. 24 febbraio 2013 (Activestills.org)


I coloni israeliani nella parata Purim annuale sulle di Hebron Shuahda Street. La strada è stata chiusa  ai palestinesi per diversi anni, 24 febbraio 2013 (Activestills.org)
Naturalmente anche i palestinesi cercano di danneggiare gli ebrei nei territori occupati , ma la differenza è che non vi è un intero sistema funzionale a sostenere la loro violenza . E' un sistema basato  sulla  forza e utilizza strumenti   inaccettabili nel sistema legale israeliano: arresti di massa senza processo , ricerche senza mandato (anche in case di persone non sospette), tortura , punizione collettiva (annullando i permessi di ingresso ai palestinesi il cui membro della famiglia è stato coinvolto nel terrorismo) , omicidi mirati , ecc
Dopo l' omicidio orrendo della famiglia Fogel nel 2011  l'esercito ha messo il villaggio palestinese di Hawara sotto coprifuoco, ha fatto irruzione nelle case e con forza ha  preso campioni di DNA a tutti gli uomini del villaggio.
Se palestinese  avesse scritto un manifesto criminale come quello pubblicato da Moshe Auerbach [ebraica]  dove spiegava come incendiare le  case palestinesi  , bloccando l'ingresso della casa in modo che le vittime non  fossero in grado di  fuggire, sarebbe essere bloccato per molti anni o  tenuto in detenzione amministrativa.  Auerbach  è stato rilasciato a seguito di un errore procedurale da parte dell'accusa.
Soldati israeliani impediscono ai palestinesi di arare loro terra dopo le interruzioni da parte dei coloni, Sinjil, Cisgiordania. (Foto: Oren Ziv / Activestills)


Soldati israeliani impediscono ai palestinesi di arare loro terra dopo le interruzioni da parte dei coloni, Sinjil, Cisgiordania. (Foto: Oren Ziv / Activestills)
Quando ho servito nell'esercito, l'IDF  uno degli obiettivi era quello di garantire la sicurezza di tutti gli abitanti dei territori occupati. Oggi, tuttavia, si precisa  che il primo obiettivo è quello di proteggere gli ebrei e l'idea che tutti i palestinesi sono nemici - anche i "non combattenti" - è in crescita.
  La popolazione palestinese è vulnerabile alle molestie arbitrarie  sia dei soldati  che dei coloni.
  e l'Autorità Palestinese spende il 25 per cento del suo bilancio per la sicurezza, ma  il suo ruolo principale è quello di garantire la sicurezza degli israeliani . Un poliziotto palestinese non può arrestare un colono, anche se  l'attacco  avviene  davanti ai suoi occhi. I palestinesi sono quindi dipendenti dalla  volontà dell'esercito, della polizia o  dello Shin Bet e questi corpi non danno molta importanza alla protezione della vita palestinese.
Sottolineamo  che la maggior parte dei civili palestinesi uccisi in Cisgiordania viene  uccisa dall'esercito   e la violenza  dell' IDF è trattata   con estrema indulgenza  anche  nei casi  dove vi è un chiaro sospetto di omicidio da parte dei soldati israeliani. L' 'indagine  è svolta molto tempo dopo  che l'incidente ha avuto luogo e con risorse limitate (972 ha pubblicato una serie di episodi che  riportano storie di soldati che hanno ucciso i palestinesi senza subire conseguenze ) La punizione è quasi inesistente o  ha valore simbolico.
In effetti la ragione principale per cui  l'esercito indaga  in questi casi è dovuta alla necessità di mantenere la disciplina sui soldati  e al  desiderio di proteggere la leadership militare da indagini della  Corte penale internazionale .
Il Comando Centrale dell'IDF stesso, che ha il compito di garantire la sicurezza dei  palestinese , è stato coinvolto nella uccisione di un inerme palestinese  Il comandante della Brigata regionale Binyamin  ha sparato contro un lanciatore di piete che stava scappando; un video  ha rivelato che la versione del IDF  era imprecisa , per non dire altro. Questi eventi che avvengono regolarmente, illustrano l'assurdità  dell' idea che l'esercito protegga  i civili palestinesi.
I membri della famiglia di 17 anni, Mohammed Sami al-Ksbeh piange durante il suo funerale nel campo profughi di Qalandiya, vicino alla città cisgiordana di Ramallah 3 luglio 2015. Un alto ufficiale dell'esercito israeliano sparato e ucciso Ksbeh che stava tirando pietre vicino a un posto di blocco in Cisgiordania il Venerdì, 3 giugno 2015. (Foto: Yotam Ronen / Activestills.org)


I membri della famiglia diMohammed Sami al-Ksabeh durante il suo funerale nel campo profughi di Qalandiya, vicino alla città cisgiordana di Ramallah 3 luglio 2015
Comunque io non sostengo di  utilizzare  tutti  i mezzi a disposizione dell'  l'IDF e  dello Shin Bet contro la destra ebraica estremista.  Come ho scritto in precedenza, la violenza è inseparabile dalla realtà coloniale  esistente nei territori occupati : senza porre fine a questa realtà, non vi è alcuna possibilità di trattare correttamente tale  violenza e  la situazione non potrà che peggiorare. .Le uniche soluzioni sono l'evacuazione degli insediamenti o diritti uguali per tutti.
Ci sono persone di sinistra che accusano  il Primo Ministro Netanyahu e il ministro dell'Istruzione, Naftali Bennett  di essere responsabili per l'omicidio di Ali Dawabshe,ma  ai miei occhi la loro responsabilità non è maggiore di quella  dei centristi che credono che l'occupazione  sia  tollerabile o che non  ci sia  un "partner" o  "alternative", e quindi lo status quo nei territori occupati deve rimanere per il momento . L'occupazione e gli insediamenti creano violenza. E 'vero che la guerra contro il terrorismo ebraico non deve attendere la fine del regime militare , ma senza combattere l'occupazione non vi è alcuna possibilità di vincere la battaglia contro il terrorismo ebraico.
Questo articolo è stato pubblicato in ebraico Leggetelo qui .

Chemi Shalev : l'omicidio del bambino palestinese non cambierà nulla

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1Sintesi personale


 Il bambino palestinese di 18 mesi bruciato vivo  nel villaggio cisgiordano di Douma causerà molto rumore per nulla  Mentre non vi è alcun motivo di dubitare delle espressioni genuine di shock e  di orrore da parte dei leader e dell'ala giusta dei coloni , è improbabile  che  qualcuno faccia  il collegamento tra l'orrore inflitto alla famiglia Dawabsheh e l'occupazione continua, l' odio  verso gli arabi ,il  sabotaggio dello stato di diritto che molti di loro hanno garantito per decenni. E chi dice  ciò viene accusato di essere  un demagogo della diffamazione e della demonizzazione.
I  coloni e i  leader della destra  rifiutano di riconoscere il fatto inattaccabile che tutti i terroristi ebrei , nessuno escluso, viene da loro ranghi. Essi preferiscono dedicare le loro energie per gonfiare il danno fatto da una piccola frangia  della sinistra  e chiudere un occhio  dinanzi alle "erbacce selvagge " che hanno preso il controllo del proprio cortile    In Israele  la sinistra e il centro sono visti  come cospiratori  volti  a distruggere gli insediamenti .

L'incendio doloso Douma non sarà ricordato come un punto di svolta per l'immagine di Israele negli Stati Uniti . I media hanno riferito su di esso, ma  hanno dato più rilievo all' 'accoltellamento dei sei partecipanti alla marcia del Gay Pride di Gerusalemme . Un confronto drammatico  per capire le radici della violenza dei coloni , richiederà una scossa molto più profonda e intensa .Questi  eventi, però, insieme alla  guerra dello scorso anno a Gaza,  al confronto con Obama sull' Iran e  ad altri incidenti simili, negli ultimi anni, stanno cementando il marchio di Israele  visto come un paese   estremista, religioso   e un po' disturbato.

Chemi Shalev : Like the Newtown massacre, the Palestinian baby’s murder won’t change a thing

 

 

2

 
 
 
 
La condanna fatta dal premier Benyamin Netanyahu dell'uccisione del piccolo palestinese è lontana dalla realtà sul terreno. Gli ultimi giorni per i coloni che vivono insediati in Cisgiordania e per i palestinesi sotto occupazione sono stati...
nena-news.it

Chemi Shalev : Like the Newtown massacre, the Palestinian baby’s murder won’t change a thing

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Israeli right-wing leaders and NRA supporters in America view calls for change as cynical ploys by political opponents.
HAARETZ.COM|Di Chemi Shalev



Adam Lanza entered the Sandy Hook Elementary School on December 14, 2012 carrying a .223-caliber Bushmaster XM15-E2S rifle, a 10mm Glock 20SF handgun, and a 9mm SIG Sauer P226 handgun. He proceeded to murder six adults and 20 angelic little children aged five to seven. President Obama, in one of his more impressive addresses, said: “We can’t tolerate this anymore.  These tragedies must end.  And to end them, we must change.”
At first it seemed that the presidential message was having an impact: a shocked public seemed to be demanding an end to the lunacy that allows a disturbed young man to acquire an arsenal worthy of a military commando unit. But then the powerful National Rifle Association stepped in: together with Republican leaders and conservative commentators, it accused the president of exploiting the tragedy in order to impose his reviled liberal gun-control agenda. A few short months later, Congress rejected efforts to ban the sale of assault rifles and to mandate automatic background checks for all gun purchasers.
The burning of 18-month-old Ali Saad Dawabsheh in the West Bank village of Douma is completely different, of course, but it is destined to go through a similar process of much ado about nothing. While there is no reason to doubt the genuine expressions of shock and horror voiced by right wing and settler leaders, there is also no expectation that they might recognize any connection between the horror inflicted on the Dawabsheh family and the continued occupation, hatred of Arabs and sabotage of the rule of law that many of them have promoted for decades. And anyone who says so is nothing more than a defaming demonizing demagogue.
Just as the champions of unencumbered gun sales in America refuse to come to terms with the United States being the world’s unchallenged leader in mass shootings and gun-related homicides, so settler and right-wing leaders refuse to recognize the unassailable fact that all Jewish terrorists, bar none, come from their ranks. They prefer to devote their energies to inflating the damage done by a handful of fringe leftists while turning a blind eye to the “wild weeds” that have taken control of their own back yards. And in Israel, mind you, we don’t have a president who will confront this right wing, but a prime minister who is one of their own.
Opponents of gun control view the incredible homicide rates in the U.S. as either completely unrelated to the mass distribution of guns or as regrettable collateral damage that does not justify any curtailment of the individual freedoms supposedly guaranteed by the U.S. Constitution. Since Obama came to power, many of them view gun control initiatives as barely disguised conspiracies aimed at disarming them in advance of a hostile Federal takeover. In Israel, calls by the left and the center are similarly viewed as barely disguised plots aimed at destroying the settlement enterprise.
Since the Newtown massacre there have been almost 900 incidents of mass shootings in the U.S., with or without casualties, including the June murder of nine African-Americans in a Charleston church. The racist backdrop of the crime did lead to a sea change in the public’s attitude toward the Confederate flag, but suggestions made by Obama and others to review gun control laws were seen as no more than going through the motions. The lobby for continued fostering of slavery-related symbols of the long gone South is only a shadow of what it was in the past, but for serious changes to gun control – just like for any dramatic confrontation with the roots of settler violence – a much deeper shock will be needed.
The Douma arson won’t be remembered as a turning point for Israel’s image in the U.S. either. The media reported on it, but not in it its main headlines: the stabbing of six participants in the Jerusalem Gay Pride march drew far more attention. Both events, however, together with last year's war in Gaza, the confrontation with Obama over Iran and other, similar incidents in recent years, are cementing the branding of Israel as an extremist, religious and slightly disturbed country.
The only sector completely immune to this perception is the American right, which, coincidentally or not, is the same right that will make any sacrifice in order to ensure that Americans can keep on killing each other wholesale, and not just one by one.

Ali Abunimah : COME ISRAELE PROTEGGE I SUOI COLONI


How Israel protects its settlers who burn Palestinian children alive

Ali AbunimahSintesi personale
Prima dell'alba di Venerdì mattina, Ali Dawabsha, un neonato palestinese di 18 mesi, è stato bruciato vivo in un incendio doloso appiccato a due case nel villaggio di Duma nel nord della West Bank occupata.
Data l'impunità che Israele concede ai suoi coloni che possibilità ci sono davvero che gli assassini di Ali siano portati davanti alla giustizia?
"Abbiamo visto quattro coloni in fuga che mantenevano la distanza tra di loro", il 23enne Musallam Dawabsha, uno degli abitanti del villaggio che ha cercato di portare aiuto, ha detto a Ma'an News Agency [https://www.maannews.com/Content.aspx?id=766758]. "Abbiamo cercato di inseguirli, ma sono scappati  nel vicino insediamento di Maaleh Efraim".
Gli assalitori hanno anche lasciato dei graffiti chiarendo le loro motivazioni razziste: hanno dipinto una stella di David e le parole "vendetta" e "Viva il Re Messia" sui muri.
La madre di Ali è ora in condizioni critiche con gravi ustioni su oltre il 90 per cento del suo corpo. Suo padre ha ustioni sull'80 per cento e il fratello di Ali, di 4 anni, ha ustioni sul 60 per cento del corpo.

In seguito a questo orrore, i funzionari del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu [https://electronicintifada.net/tags/benjamin-netanyahu] hanno inscenato un ostentato spettacolo di condanna e dolore e promessa di portare gli assassini alla giustizia. (NdA: vedere foto n. 1 sotto il post)
Allo stesso tempo, l'occupazione ha iniziato la sua punizione collettiva nei confronti dei palestinesi, spostando i rinforzi in Cisgiordania [http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4686046,00.html] per reprimere eventuali proteste e bloccando l'accesso alla Moschea al-Aqsa nella Gerusalemme occupata [https://www.maannews.com/Content.aspx?id=766764].
È difficile immaginare una visione più ipocrita delle lacrime di coccodrillo degli stessi leader che hanno perpetrato il massacro di 2.200 palestinesi a Gaza lo scorso anno, oltre 500 dei quali bambini, fingendo ora indignazione per l'assassinio di un altro [https://electronicintifada.net/…/balance-un-gaza-report-can…].
Naturalmente le dichiarazioni israeliane hanno un obiettivo preciso: cercare di dipingere l'uccisione di Ali Dawabsha come un atto eccezionale e oscurare la realtà che la violenza dei singoli coloni è parte integrante della struttura dell'occupazione coloniale israeliana e dell'apartheid.
Per Israele si tratta di una semplice crisi di pubbliche relazioni e le espressioni di indignazione e "dolore" non sono altro che l' “hasbara” [https://electronicintifada.net/tags/hasbara]
Altrettanto ipocrite sono alcune condanne da parte dell'amministrazione americana del presidente Barack Obama [https://electronicintifada.net/tags/barack-obama] che regolarmente si vanta di quanto ha fatto per armare e finanziare Israele e proteggerlo da qualsiasi responsabilità.
"Un bambino bruciato vivo era solo questione di tempo", ha dichiarato il gruppo israeliano per i diritti umani “B'Tselem” dopo l'attacco di questa mattina [http://www.btselem.org/pre…/20150731_killing_of_baby_in_duma]. "Ciò è dovuto alla politica delle autorità per evitare di far rispettare la legge agli israeliani che danneggiano i palestinesi e le loro proprietà", il gruppo ha aggiunto. "Questa politica crea l'impunità per i crimini di odio e incoraggia gli assalitori a continuare, portando al risultato orribile di questa mattina. Negli ultimi anni, civili israeliani hanno dato fuoco a decine di case palestinesi, Moschee, imprese, terreni agricoli e veicoli in Cisgiordania", dichiara B'Tselem. "La stragrande maggioranza di questi casi non sono mai stati risolti  e spesso  la polizia israeliana non si prende nemmeno la briga di intraprendere le più elementari azioni investigative".
Impunità e lassismo è la norma, anche nei casi più brutali e eclatanti.
Poco più di un anno fa un gruppo di giovani israeliani ha rapito e bruciato vivo l'adolescente Muhammad Abu Khudair nella Gerusalemme orientale occupata [https://electronicintifada.net/tags/muhammad-abu-khudair].
In questo caso la polizia israeliana ha impiegato tempo  per individuare i sospetti, nonostante il fatto che avesse  le riprese del video che immortalava i loro volti e la macchina utilizzata per la fuga (pubblicato in esclusiva da The Electronic Intifada - https://electronicintifada.net/…/video-shows-faces-suspecte…).
È stato forse soltanto a causa della massiccia indignazione internazionale che si son presi la briga di trovarli tutti.
Questo mese  due israeliani che hanno bruciato una scuola arabo-ebraica a Gerusalemme, hanno ottenuto una condanna leggera, nonostante il fatto che essi fossero totalmente impenitenti. Uscendo dal tribunale  hanno dichiarato che il crimine è "valso la pena", al fine di scoraggiare ebrei ed arabi all' "assimilazione" [http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4682990,00.html].
Ricordiamo  il caso della famiglia bruciata viva dai coloni il 16 agosto del 2012. Jamila Hassan, suo marito Ayman e i loro figli Iman, 4 anni, e Muhammad, 6 anni, erano a bordo di un taxi a sud di Betlemme, in Cisgiordania, insieme ad un altro passeggero e  al conducente.
L'auto è stata colpita da una bomba Molotov. Ayman e i due bambini sono stati gravemente feriti. Muhammad ha subito gravi ustioni su tutto il corpo  ed è appena uscito da  un altro intervento chirurgico. "Lui urla molto per dolore", ha detto la madre.
La polizia ha arrestato tre minorenni da un vicino insediamento ebraico e ha detto al giudice che avevano trovato le impronte digitali sulla scena che collega i sospettati al crimine.
Secondo Haaretz il giudice Yaron Mintkevich ha stabilito di tenere i ragazzi in custodia "con il cuore pesante, a causa della lorogiovane  età" .
 Nel gennaio 2013, i pubblici ministeri israeliani hanno chiuso il caso, citando la "mancanza di prove" [http://www.haaretz.com/…/case-dropped-against-israeli-teen-…].
Se fossero stati bambini palestinesi accusati di lanciare pietre contro i soldati dell'occupazione, sarebbero stati tenuti in custodia per mesi, sottoposti a orribili abusi  e costretti a confessare [https://electronicintifada.net/…/palestinian-child-fa…/14707].
Ovviamente   non è così che Israele tratta i propri coloni, che sono soggetti al diritto civile israeliano, mentre i palestinesi, compresi i bambini, sono soggetti ai tribunali militari di Israele [https://electronicintifada.net/…/israeli-military-court-sys…].

La disuguaglianza coloniale integratata ci rammenta che i coloni non sono la causa, ma semplicemente una brutta manifestazione di violenza coloniale israeliana, radicata nel sionismo, che viene alimentata dall'alto.
Chi può credere che un ministero di "giustizia" guidato da Ayelet Shaked [https://electronicintifada.net/tags/ayelet-shaked],  che, nel suo famoso appello genocida dello scorso anno, ha chiesto l'assassinio delle madri palestinesi che partoriscono "piccoli serpenti" [https://electronicintifada.net/…/israeli-lawmakers-call-gen…] - possa fare giustizia per i palestinesi?
Forse i coloni che hanno bruciato vivo il piccolo Ali avevano preso in parola Shaked o uno qualsiasi degli altri politici israeliani che ordinariamente incitano contro i palestinesi nei termini più estremi e violenti .
La linea di fondo è questa: l'assassinio di centinaia di bambini a Gaza la scorsa estate, Muhammad Abu Khudair arso vivo, l'attentato che ha ucciso il piccolo Ali Dawabsha, sono tutti parte del prezzo che i palestinesi devono pagare ad Israele per continuare ad esistere ed espandersi nella loro terr" [https://electronicintifada.net/…/gaza-massacre-price-jewish…].
L'unico modo in cui Ali Dawabsha o qualsiasi altro palestinese potrà mai ottenere giustizia  consiste nello smantellare  sistema di apartheid israeliano .
Di Ali Abunimah


Bibi and lib Zios like the Zionist Union are cryin' crocodile tears over the poor Palestinian baby murdered by what even they now concede are Jewish terrorists. But none of them make the connection between Jewish terror and Israel's rejectionism. It is rejectionism that is the real terrorism. It's a shame and a pity.



"Ceux qui brûlent par les bombes et ceux qui brûlent par les cocktails Molotov, ceux qui brûlent avec les mots et ceux qui brûlent avec les balles, sont tous des doigts de la même main et du même bras.
La responsabilité de cela et de tous les autres crimes depuis l'assassinat de Rabin jusqu'au massacre d'hier doit être remise à qui elle appartient, dans les mains du gouvernement israélien avec sa politique meurtrière sanglante."