domenica 1 maggio 2016

Jerry Haber : Anti-Palestinianismo e antisemitismo . Pregiudizi non differenti


Sintesi personale

Con il termine "anti-Palestinianism si conferma il pregiudizio contro gli arabi palestinesi sulla base di qualità negative percepite culturalmente e naturalmente , per cui  la "cultura arabo-palestinese è una cultura di morte e di martirio",  gli "arabi palestinesi odiano gli ebrei e incitano contro di loro ," "il lavoro arabo-palestinese è inferiore" . I tentativi di giustificare questi pregiudizi sono inevitabilmente basati su dati selettivi, generalizzazione e pregiudizi.
Con il termine "antisemitismo," si conferma il pregiudizio contro gli ebrei sulla base di qualità negative percepite culturalmente, naturalmente e religiosamente : "gli ebrei amano solo il denaro," "C'è una cospirazione mondiale ebraica contro pagani", "gli ebrei sono rozzI ", ecc sono esempi di questo pregiudizio. I tentativi di giustificare questi pregiudizi sono inevitabilmente basati su dati selettivi, generalizzazione e pregiudizi.
Quello che vorrei discutere qui è come la moda corrente di identificare l'antisionismo con l'antisemitismo è anti-Palestinianist .
"Anti-Palestinianism" e "anti-semitismo" devono essere esaminati alla luce del fenomeno più ampio di pregiudizi. Purtroppo, spesso non lo sono. L'antisemitismo è considerato  una grave mancanza nella società occidentale oggi, mentre l'anti-Palestinianism non è nemmeno riconosciuto come un fenomeno da studiare. La ragione di questo ha molto a che fare con l'importanza riconosciuta dell'   antisemitismo nella coscienza occidentale per ben note ragioni storiche. Il fondatore del sionismo moderno, Theodor Herzl, ha visto uno stato-nazione degli ebrei come soluzione  per l'antisemitismo. L'Olocausto ha rafforzato questo punto di vista .
Il cosiddetto "nuovo antisemitismo" è nato dalla individuazione crescente, condivisa da alcuni sionisti e antisemiti,  tra israelismo e  'ebraismo. Anche se il sionismo come movimento di rinascita nazionale presentava posizioni diverse  (alcuni sionisti  si opposero attivamente alla creazione di uno stato etnico-esclusivo ebraico), oggi  il sionismo si identifica con lo stato di Israele tout court. Per sionisti come David Ben-Gurion  un Ebreo doveva essere un sionista  ossia  essere un cittadino dello Stato di Israele, dove  lo "statalismo" (mamlakhtiyyut) era  un valore supremo. La sua opinione è stata contrastata da molti altri ebrei, sionisti, non-sionisti e antisionisti, anche dopo la creazione dello stato nel 1948 (l'attuale versione  è stata abbracciata negli ultimi giorni da  ideologi sionisti come lo scrittore, AB Yehoshua ).Dopo  la conquista di Israele nel 1967 dei territori di importanza storica per gli ebrei, la crescente accettazione della diversità etnica nelle società occidentali, la crescente importanza dell'Olocausto nella cultura popolare, Israele è diventato una componente importante dell'identità per molti ebrei.
Soprattutto per la generazione del 1967   opporsi al sionismo vuol dire  contrastare l'autodeterminazione del popolo ebraico  e affermare che gli ebrei ,come popolo, hanno meno diritti di autodeterminazione rispetto ad altri popoli. Questa presunta "individuazione" degli ebrei è stato considerato da alcuni come 'antisemitismo. E poiché l'antisemitismo, come il razzismo, è diventato un termine di obbrobri morale nella società moderna, il termine "anti-semita" è stato applicato a coloro che volevano sostituire lo Stato di Israele con un altro sistema politico  anche se questo poteva essere positivo per gli ebrei 
Oggi   se si respinge le pretese degli ebrei ad uno stato loro in Palestina, vale a dire, se si rifiuta il sionismo statalista,  si viene considerati antisemiti Lo stesso vale se si vuole sostituire lo stato sionista con uno stato civile  costituito da musulmani,da  cristiani e da ebrei. Lo stesso vale se si pensa  che  la fondazione dello Stato di Israele, nel modo in cui  si è realizzata,  sia stato un male per gli ebrei e per gli arabi.
Ne consegue che se  un palestinese  condivide una delle opinioni  riportate nel post , è un  antisemita. e da ciò deriva la definizione di  anti-Palestinianist :  i palestinesi  si oppongono allo  stato ebraico in quanto odiano   gli  ebrei, deefinizione estesa anche ai simpatizzanti palestinesi  . Queste affermazioni oltre a banalizzare l'antisemitismo  in chiave  anti-Palestinianist , implica che i palestinesi non devono meritare una così estesa simpatia , sia perché la loro sofferenza non è stata così grande, o, peggio, sono loro ad esserne la causa  Poichè l'accusa di "antisemitismo" porta con sé un particolare tono di riprovazione morale, dopo l'Olocausto, l'accusa è molto più pesante dei termini  "antisionismo" o "anti-israelismo"
La mia affermazione che l'individuazione di antisionismo con l'antisemitismo è  funzionale alla definizione di  anti-Palestinianist . Ciò esclude la possibilità che ci siano  anti-sionisti  che sono anti-semiti, o che, più probabilmente, usano  stereotipi negativi  sugli ebrei- Ciò dovrebbe essere denunciato  Idem per l'impiego di stereotipi antisemiti da parte di alcuni sionisti. Alcuni sionisti "bollano la diaspora" in attesa di un nuovo , "muscolare" Ebreo  atto a sostituire i deboli, effeminati, Ebrei della diaspora , per cui, tali sionisti  godono quando un  Ebreo della diaspora  è criticato per "kowtowing per i goyim", o chiamato un "Jewboy" ( yehudon , in ebraico) da un politico israeliano di destra.
Se ne deduce che esistono  " forme antisemite  nell'  antisionismo " e  tropi antisemiti entro il sionismo  Quando  si bolla l'antisemitismo per l' infamia morale che ciò comporta,ma  non si  riconoscere l' anti-Palestinianism, si perde la superiorità morale e si diventa  pappagalli 
Tutti i bigottismo dovrebbero  essere condannati   e dovrebbe essere denunciato  il  fanatismo  verso il più  debole, dal momento che tali conseguenze saranno terribili . L'antisemitismo non può mai essere giustificato e , quando si individuano elementi antisemiti, ciò deve essere denunciato   Il  movimento pro-palestinese lo ha fatto . L'insufficiente  sensibilità anti-Palestinianism è, nelle circostanze attuali, un peccato grave per coloro che hanno a cuore le reali conseguenze dei  pregiudizi e  dell' intolleranza.
. Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono generalmente tattiche legittimi, si può discuterne e non concordare ,ma  delegittimare o demonizzare  o criminalizzare  il movimento BDS è, nella maggior parte dei casi, frutto dei pregiudizi anti-Palestinianist e  questa posizione dovrebbe essere respinta dalle  persone oneste .



By “anti-Palestinianism” I understand prejudice against Palestinian Arabs based on perceived negative qualities of Palestinian cultural or natural identity. Views such as “Palestinian Arab culture is a culture of death and martyrdom,” “Palestinian Arabs hate Jews because of incitement,” “Palestinian…
jeremiahhaber.com|Di Jerry Haber
 

sabato 30 aprile 2016

Max Blumenthal intervista Gideon Levy (VIDEO)

Nel ’44 Toaff venne salvato da un portiere d’albergo di Città di Castello

 
 
 
 
 
Elio Toaff era dal 1999 cittadino onorario di Città di Castello, ultimo testimone del filo rosso che da secoli lega tifernati e comunità ebraica. Il sindaco tifernate Luciano Bacchetta in una lettera inviata alla Comunità ebraica di Roma nei giorni scorsi ha espresso vicinanza “per la perdita di un…
umbriadomani.it





Elio Toaff era dal 1999 cittadino onorario di Città di Castello, ultimo testimone del filo rosso che da secoli lega tifernati e comunità ebraica. Il sindaco tifernate Luciano Bacchetta in una lettera inviata alla Comunità ebraica di Roma nei giorni scorsi ha espresso vicinanza “per la perdita di un fautore del dialogo e della convivenza in un frangente internazionale in cui le contrapposizioni ideologiche sembrano riacquistare vigore e proseliti”. Così Città di Castello ha salutato Elio Taoff, morto a 99 anni domenica scorsa. Il rapporto fra il rabbino e la città era profondissimo, perché durante la Shoa, Città di Castello nascose e protesse dalla deportazione nazista, Elio Toaff, uno dei molti ebrei che i tifernati salvarono dai campi di sterminio.
La storia che lega Toaff a Città di Castello risale a 71 anni fa, nell’ inverno del 1944, quando un treno proveniente dal sud dell’Umbria si fermò a Città di Castello e, a causa di un guasto, non ripartì più. Dentro quei vagoni c’era Elio Toaff con la sua famiglia. Quello che sarebbe stato il futuro capo della comunità ebraica di Roma era già ricercato dalla polizia politica e stava tornando nella sua città natale, Livorno, ma si ritrovò bloccato alla stazione tifernate. Con la moglie e il figlio Ariel andarono verso l’albergo Tiferno. All’ingresso c’era lo storico portiere Sante Bernardini al quale chiese una camera. Ma l’albergo era pieno. Il portiere così ospitò la famiglia in una cameretta. La notte successiva l’albergo fu oggetto di una perquisizione: Santino guidò la ronda armata nelle stanze dell’albergo evitando il nascondiglio di Toaff. Il giorno dopo la famiglia ripartì, sana e salva.
Ricordando la statura umana e morale del rabbino capo, il sindaco Bacchetta ha sottolineato come “gli episodi della storia sono il riflesso di una comunanza di valori e di sentire, che stiamo mantenendo e trasmettendo alle nuove generazioni, attraverso l’esempio di persone che come Elio Toaff seppero lavorare ad una prospettiva di pace duratura. Con questo spirito Città di Castello e la Comunità ebraica di Roma hanno piantato qualche anno fa l’ulivo in memoria di un altro grande e coraggioso tifernate, mons. Beniamino Schivo, giusto delle nazioni. Con questo spirito oggi ricordiamo Elio Toaff, testimone dell’orrore dell’uomo ma anche del suo riscatto”.

Fulvio Scaglione : La Siria è un dramma solo quando fa comodo


 
 
 
 
 
 
 
Uno legge certi giornali e si sente proiettato in una barzelletta dei carabinieri. In particolare, in quella in cui una pattuglia ferma un’automobile per un controllo. Il maresciallo chiede all’appuntato: “Funziona la freccia?”. L’appuntato risponde:…
occhidellaguerra.it/la-siria-e-un-…|Di Fulvio Scaglione



Uno legge certi giornali e si sente proiettato in una barzelletta dei carabinieri. In particolare, in quella in cui una pattuglia ferma un’automobile per un controllo. Il maresciallo chiede all’appuntato: “Funziona la freccia?”. L’appuntato risponde: “Adesso sì, adesso no, adesso sì, adesso no…”.
Per questi giornali la guerra in Siria c’è, è drammatica, brutale, orrenda. Ma a giorni alterni. Lo è quando si possono accusare i siriani di Assad e i russi di ogni nefandezza. Non lo è, e comunque se lo è non vale la pena di raccontarlo, quando a colpire sono i miliziani di al Nusra, dell’Isis o di una qualunque delle decine di formazioni più o meno “radicali” o “moderate”. Non lo è quando sparano i turchi. E così via. Adesso sì, adesso no…
Il caso di Aleppo è tipico. Passato il periodo di Pasqua la tregua è andata via via sgretolandosi. E le milizie di Al Nusra e Isis, comunque escluse dalla tregua ma pronte ad approfittare del rallentamento delle azioni militari per rinserrare i ranghi, hanno ripreso le loro operazioni. Ad Aleppo, due terzi della città controllati dai governativi e un terzo nelle mani dei miliziani, in queste ultime settimane la morte ha visitato centinaia di persone. Non è difficile scoprirlo, basta telefonare a chi vive laggiù. Migliaia di missili e di colpi di mortaio sparati dai ribelli anti-Assad hanno martellato i quartieri e ucciso civili, come peraltro fanno da anni.
In quel caso, però, tutto taceva. Non c’era alcun “attivista” (bellissima parola, fa venire in mente qualcosa di nobile, ma: attivista di che? Sarebbe utile saperlo) a tenere il conto delle vittime. Poi viene colpito l’ospedale dei Medici senza Frontiere e tutto cambia: paginate, sdegno, dolore. E conoscenza perfetta di chi, come e quando ha commesso il crimine. Perché? Perché lo dicono gli “attivisti”, improvvisamente ridestatisi dal coma. Adesso sì, adesso no…
E invece la guerra non è una barzelletta. È una cosa seria, schifosamente seria. E lo è tutti i giorni, non solo quando fa comodo alla propaganda di questo o di quello. Perché la realtà della Siria è una sola e non è cambiata da quando Obama, nell’estate del 2013, si fece venire in mente di bombardare le truppe di Assad e anche papa Francesco dovette intervenire per fermarlo: eliminare Assad vuol dire sbandare quel che resta dello Stato siriano e lasciare campo libero all’Isis e ad Al Nusra (cioè ad Al Qaeda). Vuol dire creare in Siria e in Iraq una situazione come quella della Libia, solo cento volte peggiore.
Per carità, ci sono anche quelli a cui questo scenario va benissimo. Sauditi, turchi, kuwaitiani, israeliani alla Netanyahu, funzionari della Nato, forse anche un po’ di americani e dei loro amici italiani. Secondo noi sarebbe il più atroce dei disastri. Ma in ogni caso, il giochino dei morti “buoni” e dei morti”cattivi”, quindi inesistenti, ormai fa più che vergogna: fa vomitare.
Eppure viene ripetuto con cinismo in ogni occasione. Con Aleppo, ovviamente. Potrei raccontare ogni giorno una storia come quella del pediatra Mohammed, morto nel bombardamento dell’ospedale pediatrico. Per esempio quella di Safa, una mamma di 36 anni: un missile dei ribelli ha colpito l’automobile su cui viaggiava e le ha portato via il marito, tre figlie e un figlio di due anni e mezzo. Tutta la famiglia tranne lei, viva per miracolo. Ne avete sentito parlare? No, nessun “attivista” si è fatto vivo con le redazioni. Adesso si, adesso no…
E così via. Abbattuto l’aereo della Malaysia sull’Ucraina? Giusto lutto globale. Abbattuto l’aereo russo sul Sinai? Quasi indifferenza. A proposito: perché della tragedia del Sinai sappiamo tutto e di quella dell’Ucraina ancora nulla? Non è strano? L’artiglieria ucraina uccide civili nel Donbass? Quattro righe a fondo pagina, anche se è successo ieri e tra i morti c’è una donna incinta. Un attivista indipendentista filorusso muore in carcere a Odessa dopo mesi di torture e percosse? Questa volta due righe a fondo pagina, nulla a confronto delle decine di pagine dedicate a Nadiya Savchenko, la pilota di elicotteri militari processata e condannata in Russia.
E così via. In Siria, l’assedio per definizione è quello di Madaya, 40 mila persone tormentate dalla fame nella città tenuta dai miliziani e bloccata dalle forze leali ad Assad. Quello dell’area di Deir Ezzor, dove 250 mila siriani sono circondati dall’Isis, non è un assedio. Semplicemente non è, non se ne parla, non deve esistere. Adesso sì, adesso no.
È questo il sistema con cui l’Occidente ha perso ogni credibilità in Medio Oriente. E l’ha persa non presso gli islamisti con il pugnale tra i denti, che sono pericolosi ma non importanti. L’ha persa presso la gente comune, quella che alla fine farà la differenza.

About Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista dal 1981. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e il Medio Oriente. Ho pubblicato questi libri: “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003), “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008)

Gideon Levy: 83 ignoranti senatori americani stanno permettendo la distruzione da parte di Israele








Sintesi personale

Gli  83 senatori degli Stati Uniti. che hanno  invitato il presidente ad aumentare l'assistenza militare a Israele, sono 83 ignoranti e la loro lettera è una vergogna.

Aumentare gli aiuti militari non  solo non  aggiungerà un briciolo di sicurezza ad Israele,  armato fino ai denti,ma lo danneggerà .Questi 83 senatori basano la loro straordinaria domanda sulla tesi :  "drammaticamente sono in aumento le sfide  per  Israele."

Di cosa stanno parlando?Quale "l'aumento  di sfide"? L'aumento dell' 'uso di coltelli da cucina come arma di  guerra in Medio Oriente? La sfida,  per uno degli eserciti più forti del mondo , è costituita da ragazze giovani armati di forbici? Sono una sfida i tunnel di Hamas 'nella sabbia? gli  Hezbollah   impegnata in Siria? L'Iran, che ha preso una nuova strada?

La loro  visione ristretta  dimentica che Israele è  uno dei maggiori esportatori di armi al mondo
Agli Stati Uniti è consentito, ovviamente,  sprecare il suo denaro come meglio ritiene opportuno,ma  è lecito domandarsi, senatori, se ha senso investire somme sempre più fantastiche per  armare una potenza militare, quando decine di milioni di americani non hanno ancora alcuna assicurazione sanitaria e il vostro Senato sta stringendo i cordoni della borsa, nonostante le sfide derivanti dal cambiamento climatico.

Una potenza mondiale sta armando una potenza regionale, questo è un  corrotto, marcio affare. Il vostro denaro, senatori, è in gran parte speso per il mantenimento di una brutale, occupazione illegale al quale il  vostro paese sostiene di opporsi , ma  che finanzia .

Le armi sono fornite per uno stato di bronzo che osa sfidare l'America più di qualsiasi altro  tra i suoi alleati : ignora il parere degli Stati Uniti e persino umilia il suo presidente  e ,nonostante ciò, ottiene due volte di più rispetto   all' Egitto, un alleato che ha bisogno di finanziamenti , tre volte  di più   dell' 'Afghanistan,devastato  anche  a causa vostra , 'quasi quattro volte di più della Giordania,uno stato in grave difficoltà  a causa dei rifugiati e dello Stato islamico. Per il Vietnam, che avete distrutto, avete dato milioni di $ 121, al Laos che avete rovinato, $ 15 milioni. La  Liberia ha ricevuto $ 156 milioni  e il  Sud Africa $ 490 milioni  Per  Israele  $ 3 miliardi di dollari l'anno non sono sufficienti , vuole $ 4 miliardi   e l' impegno incondizionato per un decennio.
Se il finanziamento è per le armi perché non imporgli un comportamento adeguato nella regione? Che cosa avete nella legislatura più importante al mondo? Una macchina che  firma automaticamente  per le lettere di supporto a  Israele? Un bancomat per ogni capriccio della lobby ebraica ? Solo 17 dei 100 senatori sono stati abbastanza coraggiosi  o hanno riflettuto un momento,   prima di firmare  quanto   l' AIPAC e l'ambasciata israeliana  chiedono. I soldi per armare Israele finiranno nel sangue.  Ci sono vecchie armi che devono essere utilizzate e nuove armi devono essere provate (e poi venduto in Azerbaigian e in Costa d'Avorio).
Questa  forza omicida  e distruttiva cadrà di nuovo sulle case devastate a Gaza  e l'  America finanzierà tutto ancora una volta. Il denaro  corromperà anche Israele. Se questo è il premio per il suo rifiuto di fare la pace e il suo farsi beffe del diritto internazionale, perché dovrebbe  rinunciare a comportarsi  questo modo? Zio Sam pagherà.
I senatori che hanno firmato la lettera non hanno agito per il bene di Israele, probabilmente  non sanno quello che hanno firmato e quale  sia la reale situazione. Forse tra loro ci sono persone di coscienza o persone che hanno familiarità con gli interessi nazionali del loro paese,ma il prezzo del sangue  non servirà né gli interessi  nazionali né la  morale.
 

Gideon Levy :America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel


Gideon Levy :America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel


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Your money, senators, is being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose.
haaretz.com


The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It's doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.
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Gideon Levy

Haaretz Correspondent
read more: http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.716703

venerdì 29 aprile 2016

Gazzella – Resoconto del viaggio a Gaza – marzo 2016


Relazione del viaggio a Gaza – marzo 2016

Pubblicato il 28 aprile 2016 da Gazzella
 
Gazzella Onlus

Gazzella – Resoconto del viaggio a Gaza – marzo 2016

Ritorno nella Striscia di Gaza dopo 3 mesi. Fa freddo in questi giorni: piogge e vento rendono più difficile la vita alle famiglie palestinesi che ancora non hanno trovato sistemazione dopo l’aggressione “margine protettivo” dell’agosto 2014. Solo una parte dei nuclei famigliari sfollati, circa 20.000, che fino a giugno 2015 erano nelle scuole Unrwa, sono riusciti a trovare sistemazione in appartamenti presi in affitto dall’Unrwa o hanno potuto ricostruire la loro casa; altri continuano ad occupare i moduli prefabbricati che diverse ONG internazionali hanno messo a disposizione. Sulle strade che collegano Rafah a Gaza City sono numerosi i camion che transitano con materiali per la ricostruzione anche se sono ancora migliaia le case ridotte in macerie in attesa di ricostruzione. L’entrata dei materiali di ricostruzione nella Striscia di Gaza è un reddito per l’industria israeliana essendo Israele ad esercitare il controllo e l’autorizzazione delle entrate nella Striscia di Gaza: dalla distruzione causata dall’operazione “margine protettivo” il mercato israeliano trae benefici economici.

I quartieri di Shejaiya, Kuzah‘a, Beit Hanun, fortemente danneggiati dai bombardamenti, lentamente riprendono il loro assetto urbano: gli abitanti raccontano che grazie agli aiuti dell’Unrwa, del Governo locale, con i finanziamenti del Qatar e con il contributo di diverse ONG è stato possibile acquistare i materiali per sistemare le case danneggiate. Alcune famiglie che vivono in affitto, ancora in attesa di poter ricostruire e tornare nella loro casa, lamentano che l’Unrwa da mesi non è più in grado di pagare gli affitti e temono di dover abbandonare le case senza avere una adeguata sistemazione. Se le infrastrutture sono state parzialmente sistemate, un piccolo segnale di lenta ripresa, l’elettricità è stata invece ridotta a fasce di 6 ore e per rifornirsi di acqua e gas bisogna ancora fare lunghe code nei punti di distribuzione.

Durante il periodo della visita nella Striscia di Gaza ci sono stati scioperi del personale sanitario e dei lavoratori pubblici. I dipendenti del governo locale denunciano che da più di un anno percepiscono solo il 40% del salario e la situazione è insostenibile. Ho incontrato il direttore dello Shifa Hospital di Gaza City che ha rappresentato le difficoltà dei lavoratori. “I dipendenti del Governo Locale”, precisa, “hanno sempre prestato servizio anche quando, per alcuni mesi, durante e subito dopo l’aggressione “margine protettivo”, hanno lavorato senza percepire alcun salario”. Era profondamente avvilito e aggiungeva: “lo sciopero del personale sanitario non è uno sciopero contro il Governo Locale che, con la chiusura dei tunnel, con l’isolamento dei paesi arabi, in primis Egitto, non può più sostenere l’economia della Striscia, ma uno sciopero contro l’occupazione e l’assedio israeliano. Paradossalmente con la nostra protesta stiamo portando un danno ai malati, che già sono in misere condizioni e questo non è accettabile”. La grave crisi sanitaria nella Striscia di Gaza non vede fine: negli ospedali persiste la carenza di medicinali, materiali e attrezzature adeguate alla prevenzione e cura. I presidi sanitari, primary health care, presenti sul territorio della Striscia di Gaza sono gestiti da diversi soggetti sanitari locali, non tutti con un buon livello di qualità prestazione servizi. Il governo di Ramallah dal 2007 ha fatto un significativo taglio alle risorse economiche destinate alla sanità per la popolazione di Gaza e alle forniture di farmaci essenziali. Dal Ministero della Salute di Gaza denunciano la mancanza di circa 150 tipi di farmaci, il 30% di quelli essenziali, antibiotici e vaccini. L’impossibilità di trattare pazienti affetti da cancro, malattie croniche del sangue, costringe i malati a tentare di uscire dalla Striscia di Gaza per trasferirsi all’estero per ricevere cure adeguate, tutto ciò non con poche difficoltà e tra l’altro solo per pochi pazienti è possibile lasciate la Striscia di Gaza. Infatti alle note difficoltà di transito per il valico di Erez, controllato da Israele, la totale chiusura di Rafah e la politica del governo egiziano hanno peggiorato la possibilità di movimento. In collaborazione con UMMI e l’Ass.ne la Talpa, la nostra Associazione ha fatto arrivare a Gaza farmaci per diabetici per il fabbisogno di 2 mesi per 100 pazienti, (valore di 5.000 euro). I farmaci sono distribuiti gratuitamente ai malati . Ancora una volta, non con poche difficoltà, Gazzella è riuscita a portare un sostegno concreto.

Un aspetto inquietante, come riferiscono i medici dello Shifa Hospital, sono i casi di suicidio: infatti da qualche mese ci sono stati ricoveri, o nel peggiore dei casi decessi, per tentati suicidi. Palestinesi senza speranza che si danno fuoco, che si gettano nel vuoto. Anche le violenze in famiglia sono aumentate; conseguenze derivanti dall’assedio che da 9 anni attanaglia il popolo di Gaza.

Durante la permanenza a Gaza sono stata a Kuzha’a dove ho accompagnato i contadini a lavorare nei loro campi che si trovano a ridosso del confine. Siamo arrivati sul posto con carretti trainati da cavalli: i contadini dovevano ripulire i campi dalle erbacce prima della raccolta. Hanno lavorato dalle 7 alle 10.30 di mattina, sotto lo stretto controllo dei soldati israeliani a pochi metri di distanza del “confine”. I campi a ridosso del ” confine israeliano” sono aree dove è difficile poter accedere e molto spesso l’esercito israeliano attacca i contadini. Un recente accordo tra Croce Rossa Internazionale, i contadini proprietari di terre, e Israele dovrebbe permettere di lavorare la terra senza subire attacchi, ma, troppo spesso, l’accordo non viene rispettato e l’esercito impedisce con la violenza una delle poche attività redditizie nella Striscia.

Le bombe israeliane continuano a mietere vittime. Durante la permanenza a Gaza un bambino di cinque anni, Suhayb Saqir di Jabalya, è stato ucciso, suo fratello Musab di 6 anni ferito, da un ordigno israeliano inesploso. Secondo un rapporto dell’OCHA sono circa 7.000 gli ordigni inesplosi rimasti sul terreno della Striscia di Gaza dopo l’aggressione israeliana “margine protettivo”. Il 13 agosto 2014 Simone Camilli, giornalista-fotografo, restava ucciso insieme ad altri cinque palestinesi mentre assumeva informazioni sulle bombe inesplose che Israele aveva sganciato durante l’operazione “margine protettivo”. Un lavoro per la ricerca di verità da raccontare, da far conoscere perché poco si parla dei danni collaterali delle bombe inesplose; crimini che chiedono e aspettano giustizia.

Lascio la Striscia di Gaza dopo due settimane, diretta a Gerusalemme. Negli ultimi mesi il turismo in Palestina, in particolare a Gerusalemme, ha subito un forte calo con esiti negativi sull’economia; soprattutto sono diminuite le visite dei gruppi provenienti dai paesi Europei restando invariata la presenza turistica di americani e russi. Nei territori occupati gli spostamenti sono resi difficili a causa dei tanti posti di blocco: da Gerusalemme a Nablus, circa 40 km, con i mezzi pubblici ho impiegato quasi 4 ore 

Mi raccontano gli amici palestinesi di Nablus che per andare a lavorare a Ramallah, Qalqilia o Jenin non si spostano più con il proprio mezzo, per timore di subire, durante il tragitto, attacchi dai coloni, ma utilizzano il mezzo pubblico che richiede più tempo nello spostamento con significativi ritardi sul lavoro. La situazione nei territori resta molto critica e continuano gli attacchi dei coloni contro i Palestinesi e le perquisizioni nelle case da parte delle forze di occupazione israeliane, che giornalmente fanno arresti.

Le visite ai nostri bambini e bambine, come sempre, sono state fatte con la collaborazione dei nostri partner a Gaza: Medical Relief, Emaar, Hanan e Aisha. Mi sono mossa da Beit Hanun a Rafah e ho incontrato bambini/e che sono nel progetto Gazzella da anni a quelli più recenti dopo l’aggressione dell’estate 2014. Le famiglie ci hanno accolto, come sempre, con calore, e non mancano mai, anche se con poche possibilità economiche, di offrire una tazza di tè, di caffè o frutta. Per i casi che sono in adozione da anni ogni volta si rinnova la felicità dell’incontro, di vederli crescere; a tutti gli adottanti porto un abbraccio e un ringraziamento da parte delle famiglie e dei bambini e bambine.

Pubblicato il 28 aprile 2016 da Gazzella Gazzella – Resoconto del viaggio a Gaza – marzo 2016 Ritorno nella Striscia di Gaza dopo 3 mesi. Fa freddo in…
bocchescucite.org

 

 

Il frate che salva dall’Isis la cultura cristiana






Da Erbil “È  di carta giapponese, preziosissima”, spiega il frate in tunica bianca rigirando fra le mani una scatola grigia: uno dei suoi ferri del mestiere. Padre Najeeb Michaeel è un domenicano di sessantuno anni che ha dedicato la propria vita a salvare dalla furia dell’Isis i documenti e i manoscritti della comunità cristiana di Qaraqosh, nel nord dell’Iraq.
Najeeb è fuggito nell’agosto 2014 con altri centomila cristiani, posti di fronte all’alternativa fra la conversione all’islam e la morte certa: perseguitato dal Califfo, vive da sfollato ad Erbil, in uno dei tanti campi profughi che punteggiano la periferia della capitale del Kurdistan iracheno.
Avvolto nella sua veste candida, dirige quello che la voce popolare ha ribattezzato “lo scheletro”: un palazzo in costruzione abbandonato, che doveva ospitare un albergo a cinque stelle e per ironia della sorte ha finito per dare rifugio a centinaia di profughi cristiani e yazidi. In questo girone dantesco dove le donne lavano la verdura nell’acqua sporca e i bimbi giocano nella polvere, Najeeb lavora sodo per salvare dall’oblio i venti secoli di storia della Chiesa cattolica irachena.
Ci accoglie calorosamente nel suo “laboratorio di restauro”: una stanzetta a fianco della cappella, affollata di incartamenti e scatoloni. Qui riporta in vita e archivia i documenti del convento che ha dovuto ad abbandonare a Qaraqosh. Il lavoro di inventario è iniziato ormai molti anni fa, ai tempi della Seconda guerra del Golfo: all’inizio era solo, spiega, ma col tempo sempre più amici e conoscenti hanno iniziato a collaborare all’opera di conservazione della memoria storica.
“Da molti anni stavo riordinando l’archivio storico del mio convento, volevo raccogliere tutti i documenti della comunità – racconta in ottimo francese, mentre muove le mani paffute – Nell’agosto 2014, quando le milizie del Califfo sono arrivate alle porte della città, ho caricato su tutto un camion e sono fuggito a est, fino ad Erbil.” Najeeb calcola di aver sottratto alla furia del Califfo almeno quattromila manoscritti. Quel che viene lasciato nelle mani dell’Isis va perduto: nella regione di Mosul gli invasori jihadisti sono entrati nel cimitero e hanno distrutto persino le lapidi delle tombe cristiane.  Una vera e propria damnatio memoriae, che però non scoraggia il religioso. Pennelli e carta assorbente alla mano, il domenicano ha raccolto intorno a sé una piccola squadra di ricercatori ed esperti di restauro, impegnati nella cura di un giardino di cultura di inestimabile valore.
La metafora botanica è di Najeeb: “L’Isis vuole annientare la presenza e persino la memoria dei cristiani in questi territori. La nostra sfida è salvare l’albero, che sono le persone, ma anche le radici, che affondano nella storia.”

L’obiettivo dei tagliagole è cancellare la storia dei cristiani, per raccontare ai propri figli che queste terre sono musulmane da sempre. Una colossale bugia. La regione di Mosul – oggi capitale irachena del Califfato – è stata evangelizzata sul finire del primo secolo, direttamente dagli ultimi Apostoli: una primogenitura di cui i preti iracheni vanno fieri ancora oggi. “Noi siamo fra i pochissimi a parlare ancora l’aramaico, la lingua di Gesù – aggiunge con orgoglio il frate – Per questo è essenziale alimentare la speranza e resistere al terrore conservando la propria identità.”
Certo, molti manoscritti sono andati perduti per sempre, ma la sfida è vinta. Con le sue scatole di cartone, i barattoli di colla e i nastri di tela Najeeb ha sconfitto Isis: anche i fedeli analfabeti, che nei corridoi dello Scheletro gli baciano le mani secondo l’usanza delle campagne, gli sono riconoscenti. È grazie a uomini come lui che la Chiesa può sopravvivere, pensano in molti.
Il frate sorride e scrolla la testa di fronte ai complimenti. “Salvare i documenti è stato qualcosa di naturale – ride – Le famiglie mettevano in salvo i bambini: io non sono sposato e quindi ho portato via i manoscritti. Che sono un po’ come i miei figli”.
Foto e video di Gabriele Orlini

Non dimentichiamo i cristiani perseguitati. Se volete passare un paio d’ore del fine settimana del primo maggio toccando con mano il dramma dei cristiani in Siria non potete mancare all’incontro al Giornale con monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo. . Una città martire, dove la guerra non ha risparmiato, neppure i luoghi di culto a cominciare dalle chiese. L’incontro con Sua Eccellenza si terrà alle ore 16 di sabato 30 aprile presso la redazione milanese de il Giornale in via Gaetano Negri 4. Per ulteriori informazioni e per confermare la propria presenza potete scrivere a donazioni@gliocchidellaguerra.it o chiamare il numero: 02 8566445.

About Giovanni Masini

Milanese, classe 1990. Ho studiato filosofia a Milano e giornalismo a Londra. Collaboro con il sito del Giornale dal 2014, con Gli Occhi della Guerra dal 2015. Ho seguito gli immigrati alle frontiere d'Italia prima, in Francia e Germania poi. A settembre 2015 sono partito per la Turchia e ho viaggiato sulla rotta dei migranti fino a Monaco di Baviera. Dopo mesi sono tornato in Germania per reincontrarli. Mi sono occupato dei cristiani perseguitati dall'Isis con un reportage nel Kurdistan iracheno. Autore, con altri, del volume "Immigrazione Spa", edito da ilGiornale. Altrove scrivo di economia.



La bambina che racconta la guerra


 
 
 
 
 
Janna Jihad Ayyad, con i suoi dieci anni di età, è probabilmente la più giovane reporter al mondo. Gira video in zone di conflitto ma non è un'inviata: l'oggetto dei suoi filmati sono infatti gli scontri che si verificano a Nabi Saleh in Cisgiordania,…
letteradonna.it



Janna Jihad Ayyad, con i suoi dieci anni di età, è probabilmente la più giovane reporter al mondo. Gira video in zone di conflitto ma non è un’inviata: l’oggetto dei suoi filmati sono infatti gli scontri che si verificano a Nabi Saleh in Cisgiordania, proprio dove è nata. Per questo l’emittente araba Al Jazeera le ha dedicato un servizio, sottolineando come la ragazzina abbia cominciato a girare già nel 2013, quando aveva solo sette anni.

SCONTRI PER LA TERRA E L’ACQUA
A Nabi Saleh i palestinesi accusano l’esercito israeliano di espropriazione di terra e di una fonte di acqua a favore del vicino insediamento di Halamish. In Cisgiordania gli scontri, che sfociano spesso in violenti incidenti, sono all’ordine del giorno e Janna Jihad vi partecipa regolarmente insieme ad altri ragazzini del posto, come ha raccontato a Al Jazeera. E, infatti, la giovane reporter è parente di Mustafa e Rushdie Tamimi, due ragazzi uccisi in scontri con l’esercito israeliano. Da questa perdita è scattata in lei la voglia di documentare quello che succede nella sua città: «Non sono molti i giornalisti che inviano i nostri messaggi dalla Palestina al mondo, così ho pensato di farlo io. La mia telecamera è il mio fucile ed è più forte del fucile».
BOOM DI VISUALIZZAZIONI SU FB
I video di Janna Jihad sono molto apprezzati su Facebook, dove la ragazzina ha 22 mila fan. In famiglia, se la madre Tamimi ha ammesso di essere al tempo stesso orgogliosa e preoccupata per l’attività della figlia, lo zio Bilal, fotografo, ha aggiunto che Janna dovrebbe dedicarsi allo studio, aggiungendo però: «Nella nostra vita non c’e’ scelta. Non possiamo insegnare ai nostri bambini il silenzio, devono lottare per per la loro libertà». Intanto, Janna Jihad Ayyad continua a sognare un futuro alla Cnn o a Fox News.
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Janna Jihad Ayyad, reporter a 10 anni in Cisgiordania: "La mia telecamera è il mio fucile ed è più forte del fucile"

 

 
 
 
 
 
Si definisce tra i più giovani giornalisti del mondo: Janna Jihad Ayyad ha da poco compiuto 10 anni e l'emittente araba Al Jazeera le ha dedicato un servizio…
huffingtonpost.it
Si definisce tra i più giovani giornalisti del mondo: Janna Jihad Ayyad ha da poco compiuto 10 anni e l'emittente araba Al Jazeera le ha dedicato un servizio sottolineando che la ragazzina ha cominciato a girare video quando ne aveva solo sette. L'oggetto dei suoi servizi sono gli scontri che, da anni avvengono, dove è nata: a Nabi Saleh in Cisgiordania. Scontri tra manifestanti palestinesi ed esercito israeliano ai quali - a detta della stessa tv - Janna Jihad "partecipa regolarmente insieme ad altri ragazzini del posto". Le proteste, che poi sfociano in incidenti spesso violenti, sono dirette contro quella che i palestinesi indicano come espropriazione di terra a favore del vicino insediamento israeliano di Halamish e la presa di possesso dai coloni di una fonte di acqua.


"Non molti giornalisti inviano i nostri messaggi dalla Palestina al mondo - ha raccontato ad Al Jazeera Janna Jihad Ayyad, che sulla sua pagina Facebook ha 22mila amici - così ho pensato 'perchè non farlo io...e mostrare cosa succede nel mio villaggio'". La ragazzina è parente di Mustafa e Rushdie Tamimi due ragazzi uccisi, in differente occasioni, in scontri con l'esercito israeliano. Due episodi che hanno fatto scattare nella ragazzina la voglia di documentare "quello che succede".

 

"La mia telecamera - ha spiegato - è il mio fucile ed è più forte del fucile". La madre, Nawal Tamimi, ha detto ad Al Jazeera di essere al tempo stesso "orgogliosa e preoccupata" e lo zio Bilal, fotografo - ricordando che la famiglia è da sempre "attivista" - ha raccontato che la ragazzina dovrebbe "studiare". "Ma - ha aggiunto con l'emittente araba - nella nostra vita non c'è scelta. Non possiamo insegnare ai nostri bambini il silenzio, devono lottare per per la loro libertà". Janna Jihad Ayyad ha confessato di vedere per se "un futuro alla Cnn o a Fox News".

Antisemitismo nel partito laburista e l'importanza di un dibattito onesto


Chi dice che la politica in Gran Bretagna sia noiosa? Da mesi il partito conservatore è in guerra aperta sulla Brexit. E ora Labour sta implodendo, il leader Jeremy…
huffingtonpost.it






Chi dice che la politica in Gran Bretagna sia noiosa? Da mesi il partito conservatore è in guerra aperta sulla Brexit. E ora Labour sta implodendo, il leader Jeremy Corbyn accusato di non agire in maniera decisiva per eradicare l'antisemitismo fra i ranghi del suo partito.
Protagonista dell'ultimo sviluppo è Ken Livingtone. Non lo chiamano Red Ken, Ken il rosso, per niente. Sindaco di Londra dal 2000 al 2008, prima ancora capo del Greater London Council negli anni 80, è un personaggio chiave di Labour da più di 40 anni. Apertamente pro-palestinese, con opinioni forti e spesso contro corrente. Davanti ai microfoni di BBC London Radio (dove stava difendendo la parlamentare labourista Naz Shah, sospesa il giorno prima dal partito per un post di Facebook che proponeva che lo stato di Israele fosse 'trasportato' in America) afferma che Hitler era uno sionista perché all'inizio del suo governo aveva proposto di trasferire gli ebrei europei in Medio Oriente.
Le accuse di antisemitismo arrivano subito, le più vocali sono proprio da un'altro membro del partito laborista, John Mann, che fronteggia Livingtone fuori gli uffici della BBC davanti ai media inglesi, chiedendogli di spiegare la sua versione della politica di Hitler e se abbia letto Mein Kampf. Livingstone viene sospeso dal Labour poco dopo, e si parla di una possibile espulsione.
Ammetto di non aver letto Mein Kampf. Il mio tempo sulla terra è limitato e non ho intenzione di sprecarlo leggendo le teorie di un matto. Ma qualsiasi siano stati i piani di Hitler nel 1932 di mandare il popolo ebreo in Medio Oriente, chiamare il creatore del nazismo uno sionista e' tanto assurdo quanto offensivo.
So per esperienza personale che l'antisemitismo è vivo e vegeto in Europa. Mi è capitato spesso negli ultimi 10 anni che durante conversazioni private (e qui intendo con europei di origini cristiane, la situazione in Medio Oriente è un'altro blog) qualcuno esprima opinioni ovviamente anti semite, pensando che io le condividi semplicemente perché lavoro per un canale arabo. Sono poi sorpresi quando spiego che non sono d'accordo e che in effetti il mio partner e' ebreo. Non che questo sia in se uno scudo. Tanto per chiarire, io non sono antisemita perché non sono antisemita, non perché a casa mangiamo kosher e non mischiamo carne con latticini. Ma sicuramente fare parte in maniera adottiva della comunità ebraica a Londra mi ha dato una conoscenza più profonda delle loro preoccupazioni e, spesso, paure.
David Cameron in parlamento ha detto "L'antisemitismo è come il razzismo" ed ha perfettamente ragione. Non si può evidenziare casi di Islamofobia nel dibattito sul terrorismo, o di razzismo quando si parla di immigrazione, per poi ignorare l'antisemitismo nel dibattito su Israele. Ma questo non vuol dire non potere affrontare certi temi duramente.
Non è antisemitismo criticare specifiche azioni del governo israeliano, che spesso vengono criticate proprio dagli israeliani stessi. Non è antisemitismo credere che il conflitto Israele/Palestina sia un conflitto asimmetrico. Uno dei due popoli vive sotto occupazione, l'altro no. Non è antisemitismo ammettere che la continua costruzione di insediamenti israeliani in territori che dovrebbero in futuro fare parte di uno stato palestinese stia rendendo impossibile una futura soluzione di due stati per due popoli. Non è antisemitismo sostenere il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso Israele. Non è antisemitismo parlare di tutte queste cose, anche con toni forti. Il problema è che spesso tutto questo diventa un cancello che permette di validare opinioni che hanno molto più in comune con il razzismo verso il popolo ebreo dentro e fuori Israele che non con critiche legittime rivolte ad un governo democratico.La sfida è trovare il bilancio fra un dibattito onesto e la forza di riconoscere l'odio razzista quando emerge. Non è sempre facile, e ciò rende una conversazione già complicata in se ancora più spinosa.
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Hanno ucciso l'ultimo pediatra di Aleppo, mio collega ed amico




Conflitti - La lettera del dottor Hatem in ricordo del suo collega morto nel raid che ha colpito l'ospedale di Al Quds in Siria
peacelink.it|Di Redazione Peacelink
La lettera del dottor Hatem in ricordo del suo collega morto nel raid che ha colpito l'ospedale di Al Quds in Siria
29 aprile 2016 - Redazione Peacelink
Fonte: tpi.it

Cari amici,
sono il dottor Hatem, il direttore dell'Ospedale pediatrico di Aleppo. La scorsa notte, 27 persone fra personale medico e pazienti sono stati uccisi in un attacco aereo che ha colpito il vicino ospedale di Al Quds. Il mio amico dottor Muhammad Waseem Maaz, il pediatra più qualificato della città, è stato ucciso durante l'attacco.
Lui abitualmente lavorava presso l'Ospedale pediatrico durante il giorno, mentre durante la notte prestava servizio presso la struttura di Al Quds, dove si occupava delle emergenze.
Il dottor Maaz e io trascorrevamo sei ore al giorno insieme. Era cordiale, amichevole e aveva l'abitudine di scherzare molto con tutto il personale. Era il medico più amabile del nostro ospedale.
Ora mi trovo in Turchia e anche lui avrebbe dovuto far visita alla sua famiglia qui dopo il mio ritorno ad Aleppo. Non li vedeva da quattro mesi.
Nonostante tutto, il dottor Maaz è rimasto ad Aleppo, la città più pericolosa del mondo, per devozione verso i suoi pazienti. Gli ospedali sono spesso tra i bersagli dalle forze governative e dalle forze aeree russe.

Giorni prima che un raid aereo spazzasse via la vita del dottor Maaz, un altro attacco aereo era stato registrato a soli duecento metri dal nostro ospedale. Quando i bombardamenti si intensificano, il personale medico si ripara al piano terra dell'ospedale portando con sé le incubatrici con i neonati al loro interno, per proteggerli. Vigna dedicata al bombardamento di Aleppo

Come tante altre vittime, il dottor Maaz è stato ucciso per aver salvato delle vite umane. Oggi vogliamo ricordare la sua umanità e il suo coraggio. Speriamo che questa storia possa essere condivisa, in modo che altri possano sapere che cosa sono costretti ad affrontare i medici ad Aleppo e in tutta la Siria.
Oggi la situazione è critica, e Aleppo stessa potrebbe essere presto messa sotto assedio. Abbiamo bisogno che il mondo guardi.

Grazie per mantenerci nei vostri pensieri
Dr. Hatem
 
Questa lettera è stata scritta dal dottor Hatem, medico e collega del pediatra ucciso insieme ad altri cinque medici in un raid aereo ad Aleppo, che ha colpito alla mezzanotte di mercoledì 27 aprile una struttura ospedaliera di Medici senza Frontiere.

Secondo gli ultimi dati forniti dall'organizzazione non governativa, nel 2015 sono stati 150 gli attacchi contro le cliniche e gli ospedali in Siria, mentre dall'inizio del 2016 a oggi sono stati colpiti 14 ospedali.
(Il dottor Maaz visita una piccola paziente dell'ospedale pediatrico di Aleppo nel febbraio del 2016)
Anche il personale medico dell'Associazione medici indipendenti (IDA) con base in Turchia ha voluto rilasciare un comunicato per ricordare il loro amico e collega ucciso. Queste sono le parole scritte e pubblicate sulla pagina Facebook dell'associazione dal dottor Mahmoud Mustafa che opera a Gaziantep, nel sud della Turchia.

"Quello che è successo la scorsa notte nella città di Aleppo ci ha spezzato il cuore. Abbiamo perso il nostro stimatissimo collega, Muhammad Wassim Maaz". Questi attacchi da parte del governo siriano sono un crimine contro l'umanità e chiediamo alla comunità internazionale di individuare i responsabili e di porre immediatamente fine agli attacchi".
(Qui sotto il comunicato stampa pubblicato sulla pagina Facebook dall'Independent Doctors Association)
comunicato stampa pubblicato sulla pagina Facebook dall'Independent Doctors Association

Winston S. Churchill sul sionismo e distinzione tra ebrei nazionalisti e internazionalisti (in inglese)

Zionism versus Bolshevism.sionismoA Struggle for the Soul of the Jewish People
By the Rt. Hon. Winston S. Churchill.
SOME people like Jews and some do not; but no thoughtful man can doubt the fact that they are beyond all question the most formidable and the most remarkable race which has ever appeared in the world.
Disraeli, the Jew Prime Minister of England, and Leader of the Conservative Party, who was always true to his race and proud of his origin, said on a well-known occasion: "The Lord deals with the nations as the nations deal with the Jews." Certainly when we look at the miserable state of Russia, where of all countries in the world the Jews were the most cruelly treated, and contrast it with the fortunes of our own country, which seems to have been so providentially preserved amid the awful perils of these times, we must admit that nothing that has since happened in the history of the world has falsified the truth of Disraeli's confident assertion.
Good and Bad Jews
The conflict between good and evil which proceeds unceasingly in the breast of man nowhere reaches such an intensity as in the Jewish race. The dual nature of mankind is nowhere more strongly or more terribly exemplified. We owe to the Jews in the Christian revelation a system of ethics which, even if it were entirely separated from the supernatural, would be incomparably the most precious possession of mankind, worth in fact the fruits of all other wisdom and learning put together. On that system and by that faith there has been built out of the wreck of the Roman Empire the whole of our existing civilization.
And it may well be that this same astounding race may at the present time be in the actual process of producing another system of morals and philosophy, as malevolent as Christianity was benevolent, which, if not arrested, would shatter irretrievably all that Christianity has rendered possible. It would almost seem as if the gospel of Christ and the gospel of Antichrist were destined to originate among the same people; and that this mystic and mysterious race had been chosen for the supreme manifestations, both of the divine and the diabolical.
'National' Jews
There can be no greater mistake than to attribute to each individual a recognizable share in the qualities which make up the national character. There are all sorts of men -- good, bad and, for the most part, indifferent -- in every country, and in every race. Nothing is more wrong than to deny to an individual, on account of race or origin, his right to be judged on his personal merits and conduct. In a people of peculiar genius like the Jews, contrasts are more vivid, the extremes are more widely separated, the resulting consequences are more decisive.
At the present fateful period there are three main lines of political conception among the Jews. two of which are helpful and hopeful in a very high degree to humanity, and the third absolutely destructive.
First there are the Jews who, dwelling in every country throughout the world, identify themselves with that country, enter into its national life and, while adhering faithfully to their own religion, regard themselves as citizens in the fullest sense of the State which has received them. Such a Jew living in England would say, "I am an English man practising the Jewish faith." This is a worthy conception, and useful in the highest degree. We in Great Britain well know that during the great struggle the influence of what may be called the "National Jews" in many lands was cast preponderatingly on the side of the Allies; and in our own Army Jewish soldiers have played a most distinguished part, some rising to the command of armies, others winning the Victoria Cross for valour.
The National Russian Jews, in spite of the disabilities under which they have suffered, have managed to play an honorable and useful part in the national life even of Russia. As bankers and industrialists they have strenuously promoted the development of Russia's economic resources, and they were foremost in the creation of those remarkable organizations, the Russian Co-operative Societies. In politics their support has been given, for the most part, to liberal and progressive movements, and they have been among the staunchest upholder of friendship with France and Great Britain.
International Jews
In violent opposition to all this sphere of Jewish effort rise the schemes of the International Jews. The adherents of this sinister confederacy are mostly men reared up among the unhappy populations of countries where Jews are persecuted on account of their race. Most, if not all, of them have forsaken the faith of their forefathers, and divorced from their minds all spiritual hopes of the next world. This movement among the Jews is not new. From the days of Spartacus-Weishaupt to those of Karl Marx, and down to Trotsky (Russia), Bela Kun (Hungary), Rosa Luxembourg (Germany), and Emma Goldman (United States), this world-wide conspiracy for the overthrow of civilization and for the reconstitution of society on the basis of arrested development, of envious malevolence, and impossible equality, has been steadily growing. It played, as a modern writer, Mrs. Webster, has so ably shown, a definitely recognizable part in the tragedy of the French Revolution. It has been the mainspring of every subversive movement during the Nineteenth Century; and now at last this band of extraordinary personalities from the underworld of the great cities of Europe and America have gripped the Russian people by the hair of their heads and have become practically the undisputed masters of that enormous empire.
Terrorist Jews
There is no need to exaggerate the part played in the creation of Bolshevism and in the actual bringing about of the Russian Revolution, by these international and for the most part atheistical Jews, it is certainly a very great one; it probably outweighs all others. With the notable exception of Lenin, the majority of the leading figures are Jews. Moreover, the principal inspiration and driving power comes from the Jewish leaders. Thus Tchitcherin, a pure Russian, is eclipsed by his nominal subordinate Litvinoff, and the influence of Russians like Bukharin or Lunacharski cannot be compared with the power of Trotsky, or of Zinovieff, the Dictator of the Red Citadel (Petrograd) or of Krassin or Radek -- all Jews. In the Soviet institutions the predominance of Jews is even more astonishing. And the prominent, if not indeed the principal, part in the system of terrorism applied by the Extraordinary Commissions for Combating Counter-Revolution has been taken by Jews, and in some notable cases by Jewesses. The same evil prominence was obtained by Jews in the brief period of terror during which Bela Kun ruled in Hungary. The same phenomenon has been presented in Germany (especially in Bavaria), so far as this madness has been allowed to prey upon the temporary prostration of the German people. Although in all these countries there are many non-Jews every whit as bad as the worst of the Jewish revolutionaries, the part played by the latter in proportion to their numbers in the population is astonishing.
'Protector of the Jews'
Needless to say, the most intense passions of revenge have been excited in the breasts of the Russian people. Wherever General Denikin's authority could reach, protection was always accorded to the Jewish population, and strenuous efforts were made by his officers to prevent reprisals and to punish those guilty of them. So much was this the case that the Petlurist propaganda against General Denikin denounced him as the Protector of the Jews. The Misses Healy, nieces of Mr. Tim Healy, in relating their personal experiences in Kieff, have declared that to their knowledge on more than one occasion officers who committed offenses against Jews were reduced to the ranks and sent out of the city to the front. But the hordes of brigands by whom the whole. vast expanse of the Russian Empire is becoming infested do not hesitate to gratify their lust for blood and for revenge at the expense of the innocent Jewish population whenever an opportunity occurs. The brigand Makhno, the hordes of Petlura and of Gregorieff, who signalized their every success by the most brutal massacres, everywhere found among the half-stupefied, half-infuriated population an eager response to anti-Semitism in its worst and foulest forms.
The fact that in many cases Jewish interests and Jewish places of worship are excepted by the Bolsheviks from their universal hostility has tended more and more to associate the Jewish race in Russia with the villainies, which are now being perpetrated. This is an injustice on millions of helpless people, most of whom are themselves sufferers from the revolutionary regime. It becomes, therefore, specially important to foster and develop any strongly-marked Jewish movement which leads directly away from these fatal associations. And it is here that Zionism has such a deep significance for the whole world at the present time.
A Home for the Jews
Zionism offers the third sphere to the political conceptions of the Jewish race. In violent contrast to international communism, it presents to the Jew a national idea of a commanding character. it has fallen to the British Government, as the result of the conquest of Palestine, to have the opportunity and the responsibility of securing for the Jewish race all over the world a home and centre of national life. The statesmanship and historic sense of Mr. Balfour were prompt to seize this opportunity. Declarations have now been made which have irrevocably decided the policy of Great Britain. The fiery energies of Dr. Weissmann, the leader, for practical purposes, of the Zionist project. backed by many of the most prominent British Jews, and supported by the full authority of Lord Allenby, are all directed to achieving the success of this inspiring movement.
Of course, Palestine is far too small to accommodate more than a fraction of the Jewish race, nor do the majority of national Jews wish to go there. But if, as may well happen, there should be created in our own lifetime by the banks of the Jordan a Jewish State under the protection of the British Crown, which might comprise three or four millions of Jews, an event would have occurred in the history of the world which would, from every point of view, be beneficial, and would be especially in harmony with the truest interests of the British Empire.
Zionism has already become a factor in the political convulsions of Russia, as a powerful competing influence in Bolshevik circles with the international communistic system. Nothing could be more significant than the fury with which Trotsky has attacked the Zionists generally, and Dr. Weissmann in particular. The cruel penetration of his mind leaves him in no doubt that his schemes of a world-wide communistic State under Jewish domination are directly thwarted and hindered by this new ideal, which directs the energies and the hopes of Jews in every land towards a simpler, a truer, and a far more attainable goal. The struggle which is now beginning between the Zionist and Bolshevik Jews is little less than a struggle for the soul of the Jewish people.
Duty of Loyal Jews
It is particularly important in these circumstances that the national Jews in every country who are loyal to the land of their adoption should come forward on every occasion, as many of them in England have already done, and take a prominent part in every measure for combating the Bolshevik conspiracy. In this way they will be able to vindicate the honor of the Jewish name and make it clear to all the world that the Bolshevik movement is not a Jewish movement, but is repudiated vehemently by the great mass of the Jewish race.
But a negative resistance to Bolshevism in any field is not enough. Positive and practicable alternatives are needed in the moral as well as in the social sphere; and in building up with the utmost possible rapidity a Jewish national centre in Palestine which may become not only a refuge to the oppressed from the unhappy lands of Central Europe, but which will also be a symbol of Jewish unity and the temple of Jewish glory, a task is presented on which many blessings rest.

Churchill's 1937 warnings about 'Hebrew bloodsuckers' revealed: "the Jew is 'different'. He looks different. He thinks differently" | "... they are inviting persecution ... partly responsible" for their sufferings
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