venerdì 30 gennaio 2015

Manifestanti a Gaza irrompono negli uffici delle Nazioni Unite per i tagli ai finanziamenti


 Sintesi personale
 sintesi personale
di Mohammed Omer
Mercoledì 28 Gennaio 2015
GAZA CITY - Centinaia di palestinesi hanno fatto irruzione nella sede delle Nazioni Unite a Gaza City  per protestare contro la sospensione degli aiuti alle famiglie locali che lottano senza un riparo adeguato.
L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha dichiarato che una mancanza di fondi dei donatori internazionali l'ha costretta a sospendere il suo programma di assistenza in denaro  che pagava per le sovvenzioni di affitti , le riparazioni e la ricostruzione di abitazioni danneggiate durante la guerra di 51 giorni tra Hamas e Israele la scorsa estate.
"Non avremmo mai pensato di arrivare a questo punto", Adham Abu Selmia, portavoce del Comitato per rompere l'assedio, ha detto ai giornalisti al cancello dell'ufficio delle Nazioni Unite. "Il mondo sta prendendo parte a questa punizione collettiva insieme  all' occupazione israeliana . "
Più di 96.000 case palestinesi sono state danneggiate o distrutte durante la guerra  e la   comunità internazionale si era impegnata a contribuire con $ 5,4 miliardi per aiutare a ricostruire Gaza in una conferenza dei donatori ad ottobre al Cairo
" Questo è doloroso e inaccettabile", Robert Turner, direttore dell'UNRWA a Gaza, ha detto in un comunicato.
"Stiamo parlando di migliaia di famiglie che continuano a soffrire per questo inverno freddo con un riparo inadeguato. La gente sta letteralmente dormendo tra le macerie,.. I bambini sono morti di ipotermia"
Dalla fine della guerra, l'UNRWA ha ricevuto $ 135m in finanziamenti dei donatori; di cui $ 77m sono andati a 66.000 famiglie di rifugiati palestinesi per riparare le loro case o trovare una sistemazione alternativa.
Sono necessari  100 milioni di dollari per sostenere il programma di ricostruzione fino alla fine di marzo.
Il blocco israeliano-egiziano di Gaza ha reso quasi impossibile portare i materiali necessari per la ricostruzione nel territorio devastato dalla guerra.
Secondo la ONG israeliana Gisha, che monitora l'assedio, tra la fine della guerra e la fine dello scorso anno, 34.570 tonnellate di materiale ricostruzione sono entrate nella striscia  e  rappresentano solo il 3,9 per cento del fabbisogno di ricostruzione di Gaza che ammonta a cinque milioni di tonnellate di materiale.
Nel frattempo, la rabbia a Gaza continua a crescere.
l'UNRWA ha espresso la preoccupazione che, se non può fornire sussidi di affitto, molti possono tornare nei  centri delle Nazioni Unite, dove quasi 12.000 profughi palestinesi continuano a cercare rifugio.

t http://www.middleeasteye.net/…/gaza-protesters-break-un-com

Kobani liberata! Le forze curde cacciano fuori l’ISIS dalla città


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Kobane-libera 

Kobani liberata! Le forze curde cacciano fuori l’ISIS dalla città
Di Joris Leverink
29 gennaio 2015
Oggi i curdi che resistenti e i loro compagni a Kobani hanno ottenuto l’inimmaginabile: sono riusciti a espellere dalla città i combattenti dello Stato Islamico(ISIS).
Dopo 134 giorni di feroci battaglie tra le forze curde delle YPG e delle YPJ (Unità di difesa del Popolo e unità di difesa delle Donne), le truppe di Peshmerga ed elementi dell’Esercito Siriano Libero da una parte, e l’ISIS dall’altra, sembra che gli ultimi quartieri della città che erano sotto il controllo dei militanti jihadisti siano stati finalmente liberati.
Mentre il portavoce ufficiale delle YPG, Polat Can, annunciava (1) la liberazione completa della città tramite  Twitter, i media sociali si riempivano  di immagini che festeggiano (2) i combattenti della resistenza, di carri armati dell’ISIS incendiati e, naturalmente della emblematica bandiera rossa-gialla e verde del TEVEDEM, il Movimento per una Società Democratica, che sventola (3) in cima alla collina strategicamente importante di Mishtenur, che sovrasta la città.
L’avanzata dell’ISIS su Kobani è iniziata a metà settembre, quando le loro forze sono riuscite a conquistare la campagna che circonda la città nel giro di alcuni giorni      prima di marciare proprio sul centro urbano. Intanto centinaia di migliaia di persone sono stati costretti a lasciare le proprie case, scappando terrorizzati davanti ai jihadisti pesantemente armati che hanno lasciato dietro di loro soltanto carneficina e distruzione.
Circa 260.000 persone hanno cercato rifugio al di là del confine con la Turchia, ma parecchie centinaia di combattenti della resistenza sono rimasti indietro per proteggere la città. Con poco altro oltre ai loro fucili AK-47, e alla ferma determinazione di arrestare l’avanzata  dell’ISIS a Kobani, gli uomini e le donne delle YPG/YPJ sono riusciti a impedire che l’ISIS aggiungesse ancora un’altra città alla loro lunga lista di vittorie dei mesi recenti.
La resistenza dei combattenti curdi contro l’ISIS è stata  ostacolata  dalle politiche della vicina Turchia (4), che ha tenuto ermeticamente chiuso il suo confine con la città assediata, impedendo che qualsiasi aiuto raggiungesse la resistenza. Contemporaneamente molte fonti e osservatori hanno citato il suo presumibile appoggio militare, logistico, e medico ai jihadisti.
Nei mesi scorsi i combattenti curdi e i loro sostenitori in tutta la regione e in tutto il mondo si sono riuniti sul lato turco del confine per esprimere il loro appoggio e la loro solidarietà con la resistenza. La battaglia di Kobani non ha soltanto messo in luce l’efficacia delle milizia curde come una delle poche forze armate della regione in grado di combattere l’ISIS, ma, ciò che più conta, ha portato l’attenzione mondiale sulla brutta situazione della gente del Rojava e sulla sua rivoluzione sociale  (5) incentrata sulla democrazia diretta, sull’uguaglianza di genere e sulla sostenibilità dell’ambiente.
Inoltre, la città liberata di Kobani ora è in rovina. Il continuo bombardamento con i mortai, il fuoco dell’artiglieria pesante, e gli attacchi dell’ISIS con autobombe insieme ai bombardamenti aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti che prendevano di mira le posizioni dell’ISIS in città, hanno distrutto interi quartieri.
La liberazione di Kobani è di importanza militare strategica, ma, ciò che più conta, è una vittoria simbolica della democrazia sull’autoritarismo; del pluralismo sul fascismo; della libertà sulla repressione – e soprattutto è una vittoria che ha mostrato al mondo il vero potere di coloro che combattono per una liberazione genuina in opposizione al fanatismo di coloro che combattono soltanto per convinzioni finte.
Mentre Kobani era sotto assedio, nei cantoni confinanti di Afrin e Cezire,  la rivoluzione è  continuata (6): si sono costituiti consigli del popolo, si sono sviluppate cooperative di lavoratori, e le donne hanno iniziato attivamente a occuparsi di processi decisionali che stanno gettando le fondamenta per una nuova società dove il potere nasce dal basso verso l’alto invece che dall’alto verso il basso.
La sfida maggiore per il popolo di Kobani, e forse una prova cruciale per la forza della rivoluzione, sta per arrivare: non soltanto una città, ma un’intera società dovrà essere ricostruita quasi da zero.
La gente di Kobani ha  dimostrato la sua forza sul campo di battaglia e la sua eroica resistenza contro tutto e tutti è diventata una sorgente di speranza per tutti coloro che credono che la lotta contro tutte le forze repressive del fascismo, sotto qualsiasi forma, possono essere vinte.
L’attenzione internazionale che ha ricevuto la battaglia di Kobani può essere ora usata per mostrare al mondo che la gente del Rojava non sta facendo da guida  soltanto  nel combattere l’estremismo dell’ISIS, ma anche nel combattere contro le forze dell’imperialismo, del capitalismo e del patriarcato che hanno generato così tanti dei mali che attualmente  affliggono le società in tutto il globo – e in Medio Oriente in particolare.
Joris Leverink è un giornalista indipendente di base a Istanbul ed è uno dei redattori della rivista online ROAR Magazine (7).
1https://twitter.com/polatcano/status/559721755976400897
2https://twitter.com/search-home#kobane&src=typd&mode=photos
3https://twitter.com/search-home
4http://roarmag.org/2014/12/isis-attacks-kobane-from-turkey/
5http://roarmag.org/2014/12/isis-attack
6http://roarmag.org/2014/12/janet-biehl
7http://roarmag.org/
Joris Leverink è un giornalista indipendente di base a Istanbul ed è uno dei redattori della rivista online ROAR Magazine (7).
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/kobani-liberated-kurdish-forces-push-isis-out-of-town
Originale: Roarmarg.org
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0
 Kobani liberata! Le forze curde cacciano fuori l’ISIS dalla città

Una goccia di speranza per i disabili di Rafah, nella Striscia di Gaza

Una goccia di speranza per i disabili di Rafah, nella Striscia di Gaza

di Chiara Cruciati | 26 gennaio 2015
Iman al Kurd, una delle donne di Rafah che hanno tratto beneficio dalle iniziative del centro El Amal. (foto L. Ricciardi)
A Rafah, città dell'estremo confine meridionale della Striscia di Gaza, il centro El Amal da oltre vent’anni mantiene la promessa fatta dal nome che porta: amal, «speranza». Speranza per i disabili, persone ancora troppo spesso emarginate dalla società, speranza per le famiglie che stanno imparando a dare le giuste opportunità ai figli con handicap.
Rafah di per sé è lo specchio dell’assedio che Gaza subisce da otto anni: un angolo di territorio che guarda attraverso il confine con l’Egitto al mondo fuori, senza poterlo raggiungere. Durante la seconda Intifada (2000-2004), i bulldozer militari israeliani rasero al suolo quasi 500 abitazioni civili per fare spazio alla zona cuscinetto con lo Stato di Israele. Oggi, dall’altra parte della frontiera, l’Egitto fa lo stesso: sono già 800 le case egiziane distrutte.
Rafah, che negli anni passati faceva da collegamento con l’Egitto attraverso i tunnel sotterranei, vive oggi una crisi senza precedenti. Disoccupazione alle stelle, tasso di povertà in continua crescita, mancanza di fondi pubblici. A pagarne il prezzo sono i gruppi sociali più disagiati, già emarginati. Tra questi i disabili.
«Rafah è il governatorato più povero della Striscia – ci spiega Darwish Abu Jihad, direttore del centro di riabilitazione El Amal –. Molte famiglie non hanno più entrate economiche, dopo la chiusura dei tunnel e l’attacco israeliano della scorsa estate. Così tagliano dove pensano di poter tagliare: nei servizi per i figli disabili. A monte sta la concezione della disabilità che ancora pervade la società palestinese, in particolare comunità povere e marginali come Rafah: la disabilità è vista come un problema, uno stigma sociale, da nascondere».
Il nostro interlocutore incalza: «Le scuole non sono adatte ad accogliere bambini con problemi, le classi sono sovraffollate, fino a 40-50 bambini per ogni insegnante. Non sono accessibili a chi ha problemi motori e gli insegnanti non sono preparati a interagire con disabili fisici e psichici».
El Amal nasce così, sulla spinta dell’enorme divario da colmare. Erano gli anni della prima Intifada (1987-1993), quando in tutti i Territori Occupati erano i comitati popolari e di quartiere a gestire la vita quotidiana, le scuole, le cliniche, le terre: Israele, per rompere la resistenza popolare, aveva imposto la chiusura di ogni servizio. La risposta fu sorprendente: ogni membro della società, di qualunque età, classe sociale, condizione economica, prese parte all’auto-organizzazione della vita comunitaria, permettendo all’Intifada di proseguire per anni.
Successe anche a Rafah. Sulla spinta di quell’esperienza di autogestione nacque El Amal: «Prima del 1991 in tutta la Striscia esisteva un solo centro per disabili, a Gaza City – riprende Abu Jihad –. Grazie ai comitati che si occupavano dell’educazione ci rendemmo conto delle condizioni di vita dei disabili. Svolgemmo una ricerca, da soli, andando casa per casa: alla fine, contammo almeno 3.700 persone con disabilità. Non fu facile: molte famiglie negavano la presenza di un disabile per timore dell’esclusione sociale».
«Fu così – prosegue il direttore – che decidemmo di aprire un centro. All’inizio non avevamo niente, nessuno strumento né esperienza. Andavamo nelle case a convincere le famiglie a iscrivere il figlio o la figlia. Siamo partiti con 25 ragazzini. Oggi serviamo circa 800 disabili l’anno, per lo più affetti da sordità. La situazione è cambiata completamente: ora sono le famiglie a chiedere di iscrivere i figli, a premere per farli entrare nel programma».
I servizi che il Centro offre sono numerosi: dalle analisi mediche, alla scuola, ai club per giovani. Si parte dalla clinica, dove vengono offerti gratuitamente test dell’udito: «Ogni analisi medica è gratuita. Si tratta di test molto costosi, che le famiglie non potrebbero permettersi. Offriamo tutto noi e dopo il test si parte con l’inserimento del bambino nel percorso di El Amal».
La scuola ospita alunni dalla prima elementare alle superiori. Cinque anni fa il governo palestinese ha riconosciuto l’istituto e ciò ha consentito di ricevere finanziamenti pubblici e di consegnare agli studenti diplomi che aprono le porte dell’università. Alla scuola si affiancano un asilo per 250 bambini, spazi aperti (cinema, libreria, laboratorio di ricamo per donne disabili), un club giovanile autogestito dai ragazzi disabili che organizzano attività sportive, culturali, teatrali.
L’altro grande successo di quest’anno è stata l’adesione di El Amal al progetto Include, lanciato dall’ong italiana Educaid: un programma di micro finanziamento per piccole imprese di 34 donne disabili in tutta la Striscia. «Il progetto è partito nell’aprile 2014 – ci spiegano Doha e Zara, coordinatrici di Include per El Amal –. Abbiamo svolto diverse attività e formazione in gestione aziendale e media. Abbiamo poi visionato i progetti presentati dalle donne disabili e ne abbiamo scelti 34. Molti di questi sono già partiti: centri estetici e di parrucchiere, laboratori di ricamo, negozi di accessori, allevamento. Il finanziamento iniziale ha permesso loro di avviare la microimpresa che ora gestiscono in completa autonomia».
«Il progetto ha cambiato la loro vita: le donne disabili, prima escluse e marginalizzate perché considerate incapaci di assolvere ai loro compiti di madre e moglie, hanno dimostrato alle famiglie e alla società il proprio valore. Ora sono economicamente indipendenti e in molti casi sono il principale sostegno alla famiglia, dopo che molti uomini hanno perso il lavoro. È cambiata la prospettiva stessa della donna: si percepisce ora come soggetto con un ruolo sociale e comunitario, quando prima tendeva ad auto-escludersi».
È il caso di Iman al Kurd: da ottobre ha aperto un laboratorio dove produce decorazioni per i matrimoni. «Ho iniziato a produrre e ho aperto un sito web – ci racconta Iman mentre ci mostra fiori di plastica e spille da cerimonia –. In poco tempo le ordinazioni si sono moltiplicate, il mio nome ha cominciato a circolare. Mi chiamano anche dalla Giordania. Sto dimostrando a me stessa e agli altri che valgo. Il sostegno della mia famiglia è fondamentale: mia sorella e mia madre mi aiutano nella produzione, mio padre ha creato per me questo laboratorio nella sua casa. La mia più grande soddisfazione? Oggi sono io che sostengo la famiglia: mio marito ha perso il lavoro dopo che una bomba sganciata dall’esercito israeliano la scorsa estate ha distrutto il suo negozio. È il mio lavoro che permette a tutti di andare avanti. Un sogno fino a qualche mese fa».

Preghiera ecumenica a Gerusalemme: «Nella persecuzione più uniti»

Preghiera ecumenica a Gerusalemme: «Nella persecuzione più uniti»

di Carlo Giorgi | 29 gennaio 2015
Alcuni dei religiosi presenti nella basilica dell'Agonia, a Gerusalemme, per la preghiera ecumenica del 28 gennaio 2015. (foto C. Giorgi)
Di fronte all’avanzata del fondamentalismo islamico, a persecuzioni e sofferenze che subiscono oggi più che mai, i cristiani di Terra Santa devono offrire al mondo due segni: l’amore reciproco e la preghiera. È questo il cuore dell’omelia pronunciata ieri, 28 gennaio, dal Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa, in occasione della Preghiera solenne per l’unità dei cristiani celebrata al Getsemani nella basilica dell’Agonia. In Terra Santa la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si svolge in ritardo rispetto agli altri Paesi, per rispettare la celebrazione del Natale armeno ortodosso, che qui cade il 19 gennaio.
Nella basilica, gremita soprattutto da cristiani locali, canti e preghiere sono risuonati in molte lingue diverse tra cui etiopico, ebraico e arabo. I capi religiosi delle varie Chiese si sono disposti assieme al Custode intorno alla pietra dell’agonia, nel luogo dove Gesù pregò intensamente prima di venire tradito. E il Custode, nella sua omelia, ha commentato un passo della Prima lettera di san Giovanni (1 Gv capitolo 4, versetti 7-16) e il racconto dell’agonia di Gesù al Getsemani (Vangelo di Luca, cap. 22 vv. 39-46). «La Parola di Dio oggi ci richiama a due atteggiamenti tipici della vita cristiana – ha spiegato fra Pizzaballa –. Il primo è quello dell’amore reciproco. I cristiani devono farsi riconoscere non per la potenza delle loro opere o delle loro istituzioni. Non saranno le nostre strategie a salvarci! Il nostro amarci gli uni gli altri deve essere la luce che illumina e che rende presente concretamente nelle nostre opere l’amore di Dio per l’uomo. (…). Il secondo atteggiamento è la preghiera. Può sembrare strano oggi di fronte a tante ingiustizie e soprusi, limitarsi a reagire con la preghiera. (…) La preghiera non è la risposta contro il male del mondo, che richiede certo un’azione concreta (…) essa però ci consente di comprendere il modo nel quale stare dentro questa lotta contro il male (…). Per essere veri costruttori di pace abbiamo bisogno di imparare continuamente il modo di stare dentro la vita, dentro questa lotta, amando l’uomo appassionatamente, attingendo la forza dalla preghiera».
Fra Pizzaballa, incontrando i giornalisti alla vigilia della preghiera ecumenica, ha fatto il punto sul cammino ecumenico in Terra Santa. «Abbiamo avuto una forte accelerazione delle nostre relazioni – ha osservato il Custode -: prima era raro ritrovarsi a pregare insieme o firmare documenti comuni. Negli ultimi due anni, invece, sono accaduti avvenimenti che hanno mutato la nostra percezione: il sentirsi circondati dal pericolo del fondamentalismo ci ha avvicinato molto. Percepiamo infatti che nella nostra società il Califfato ha una forza di attrazione incredibile. I nostri cristiani, che vivono in mezzo alla gente, non riescono a capacitarsi di quello che sentono dire... In tutto questo non possiamo però rassegnarci alla prospettiva della guerra di civiltà – ha concluso il Custode –. Nel senso che la guerra di civiltà non può essere una prospettiva accettabile mai! L’unica prospettiva a cui aspirare è la convivenza di tutti secondo regole chiare e condivise. In questo discorso vale anche il punto di vista della fede: partendo da lì, infatti, non posso credere che ci siano un miliardo e 700 milioni di persone di cui essere antagonisti, così come non posso credere che quel miliardo e 700 milioni di persone siano tutte contro la Chiesa!».
Anche monsignor William Shomali, vicario del patriarcato latino, incontrando i giornalisti ha sottolineato la possibilità concreta di costruire relazioni di pace tra le Chiese. «L’ecumenismo è anche umiltà – ha spiegato mons. Shomali –. In questo senso Papa Francesco, nel corso del suo pellegrinaggio in Terra Santa ha insegnato molto a tutti noi. C’è stato un suo gesto che forse pochi hanno colto, durante la celebrazione comune con il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, al Santo Sepolcro. Tutto era stato studiato nei dettagli, per mettere il papa cattolico ed il patriarca ortodosso sullo stesso piano: La doppia lettura del vangelo, la doppia omelia e anche l’ingresso in basilica l’uno a fianco all’altro. Solo che in un certo punto nella basilica il passaggio diventa stretto e può passare una sola persona alla volta. A chi dare la precedenza tra i due pastori? Poteva nascere un caso diplomatico. Gli organizzatori hanno scelto di non scegliere, lasciando che scegliessero Francesco e Bartolomeo. Sul più bello, quando Francesco e Bartolomeo si sono trovati nel punto stretto, Francesco ha spinto avanti Bartolomeo, obbligandolo ad essere primo». Un altro segno di pace è la presenza, nella Chiesa latina di Terra Santa, di una piccola comunità di lingua ebraica: «Sono 500 persone, ebrei convertiti al cattolicesimo o immigrati. Pochi ma entusiasti! Roma ha deciso di non costituire una diocesi autonoma per questi cristiani di lingua ebraica, affidandoli invece alle cure del patriarcato “arabo”. Così noi cristiani di Terra Santa, di cultura araba e di lingua ebraica, viviamo insieme nella Chiesa, facendo la pace tra noi. E questo è un bel segno per tutti».

La battaglia dei giovani palestinesi per studiare fuori dalla Striscia

 Giovanni Vigna

 

È questo l’effetto della “politica di separazione”: Israele nega la libertà di movimento e viola il diritto all’istruzione, spiega Sari Bashi, cofondatrice di Gisha, organizzazione no profit israeliana.
“Esistono numerose limitazioni all’accesso alle università palestinesi. Alcune sono restrizioni generali per entrare a Gaza e in Cisgiordania che si applicano a tutti, compresi gli studenti e i professori. Altre limitazioni colpiscono specificamente gli studenti palestinesi, che Israele ha collocato nella categoria ‘profili a rischio elevato’, e le università palestinesi, che gli israeliani descrivono come ‘serre dove crescono i terroristi’. Anche se le preoccupazioni di Israele per la propria sicurezza sono legittime, in tutti i casi le restrizioni vanno oltre ciò che è necessario per garantire la sicurezza stessa. Al contrario, Israele promuove obiettivi politici e demografici finalizzati a consolidare il proprio potere sulla Cisgiordania, al fine di separare quest’area dalla Striscia di Gaza”.
L’analisi di Sari Bashi, autrice di un articolo pubblicato il 13 gennaio scorso sul magazine online +972 (http://972mag.com/israels-truthiness-on-palestinian-academic-freedom/101290/), concentra l’attenzione sulla “politica di separazione” applicata da Israele e sulla limitazione della libertà di movimento dei palestinesi che, tra le numerose conseguenze, ha prodotto anche l’impossibilità per la popolazione araba locale di accedere all’istruzione. Lo si evince da queste poche righe tratte dal pezzo firmato da Bashi, cofondatrice di “Gisha – Legal Center for Freedom of Movement”, organizzazione no profit israeliana, fondata nel 2005, alla quale collaborano anche docenti universitari ed esperti di diritto, il cui obiettivo è proteggere la libertà di movimento dei palestinesi, in particolare degli abitanti della Striscia di Gaza.
“In generale – ha dichiarato Bashi – Israele non consente di viaggiare all’estero da Gaza e non permette agli abitanti della Striscia di utilizzare il porto e l’aeroporto. Il valico di Rafah tra l’Egitto e Gaza è stato quasi sempre chiuso da ottobre a oggi. Egitto e Israele hanno deciso di effettuare alcune concessioni per permettere ad alcuni studenti di andare all’estero attraverso i loro valichi di frontiera, ma le restrizioni rimangono e impediscono a tanti altri giovani di dedicarsi ai propri studi. L’istruzione è la chiave in mano ai giovani per accedere al futuro”.
Come si evince dal sito internet dell’organizzazione (http://gisha.org/about/about-gisha), Gisha promuove alcuni diritti garantiti dalle leggi israeliane e internazionali. Fin dal 1967, anno dell’occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, le forze armate israeliane hanno sviluppato un complesso sistema di regole e sanzioni per controllare il movimento dei 4 milioni e 500mila palestinesi che vivono in quelle terre. Appare evidente che le limitazioni violano il diritto fondamentale dei palestinesi di esercitare la libertà di movimento.
Di conseguenza, altri diritti fondamentali sono negati, inclusi il diritto alla vita, il diritto alle cure mediche, il diritto all’istruzione, il diritto al proprio sostentamento, il diritto all’unità della famiglia e il diritto alla libertà di professare la propria religione. Gisha presta assistenza legale e fornisce un servizio di patrocinio gratuito per proteggere i diritti dei palestinesi. “Proprio per il fatto che la libertà di movimento è la precondizione per esercitare altri diritti basilari – si legge sul sito di Gisha – la nostra attività ha un effetto moltiplicatore nel tentativo di aiutare gli abitanti dei Territori Occupati ad accedere all’istruzione, al lavoro, all’assistenza sanitaria e ai ricongiungimenti familiari”.
La catalogazione degli studenti palestinesi come “soggetti ad alto rischio” viene messa in discussione dagli attivisti di Gisha che hanno scritto nella pagina del proprio sito internet http://www.gisha.org/UserFiles/File/publications/students/students-2012-eng.pdf: “I giovani, che costituiscono la maggior parte degli abitanti della Striscia, dovrebbero essere considerati per il loro potenziale come futuri dottori, insegnanti e avvocati di Gaza. Il caso delle quattro donne di Gaza sopra i 35 anni, alle quali nel 2000 l’esercito israeliano non ha rinnovato il permesso per completare gli studi alla Birzeit University, dimostra che il problema non è l’età degli abitanti della Striscia”.
L’organizzazione no profit israeliana sostiene che gli studenti palestinesi abbiano il diritto di studiare nelle università di Gaza e della Cisgiordania. Per Bashi, inoltre, Israele dovrebbe togliere il divieto posto nel 2000 che impedisce i viaggi di studio da Gaza e, al contrario, dovrebbe adottare una politica che tenga conto dei suoi obblighi e dei suoi interessi a lungo termine, oltre che delle sue preoccupazioni per la sicurezza.
“Le pur legittime rivendicazioni di Israele in merito alla propria sicurezza non trovano riscontro nella decisione di impedire agli abitanti della Striscia di Gaza, specialmente ai giovani, di accedere alle opportunità educative e professionali di cui hanno bisogno per costruire un futuro migliore”, affermano gli attivisti di Gisha che, nella stessa pagina del sito indicata in precedenza (http://www.gisha.org/UserFiles/File/publications/students/students-2012-eng.pdf), tentano di smontare le tesi con le quali Israele difende la propria “politica di separazione”.
Tale indirizzo del governo israeliano impone agli abitanti della Striscia di Gaza di non entrare nell’area della Giudea e della Samaria (Cisgiordania, ndr). Gisha riporta che, secondo lo Stato di Israele, “le situazioni in cui è consentito entrare in Cisgiordania sono limitate alle emergenze umanitarie e ai casi eccezionali”. Da parte loro, i volontari dell’organizzazione no profit intendono incoraggiare un dibattito approfondito e trasparente su questa politica che danneggia i diritti dei palestinesi residenti nei Territori Occupati e si pone in contrasto con gli stessi interessi di Israele.
Come si legge nel sito di Gisha, lo Stato di Israele sostiene che “dal mese di settembre del 2000, dopo lo scoppio della seconda Intifada, le organizzazioni terroristiche palestinesi avrebbero finanziato un conflitto armato contro Israele. Perciò le restrizioni di movimento imposte ai palestinesi, fatta eccezione per i casi umanitari ed eccezionali, rappresenterebbero “uno strumento per impedire l’espansione delle strutture terroristiche dalla Striscia di Gaza alla Giudea e alla Samaria”.
Inoltre, secondo Gisha, Israele afferma di avere il diritto di decidere chi far entrare nel proprio territorio. Tale diritto si fonderebbe sulla “piena autorità di Israele di determinare chi può entrare nella propria giurisdizione”. Pertanto i cittadini stranieri non avrebbero il diritto “di entrare nel territorio israeliano. Ancor di più quando l’individuo che vuole entrare è residente in un territorio ostile”. Gli attivisti che difendono i palestinesi ritengono invece che la questione di chi vuole entrare nel territorio di Israele sia irrilevante perché nulla vieta agli studenti di entrare in Cisgiordania dalla frontiera con la Giordania: “È proprio la presenza dei giovani in Cisgiordania ad essere in discussione, non il modo in cui vi arrivano”.
I giovani della Striscia di Gaza sognano di poter studiare all’estero e di condurre una vita normale. È questo il caso di Awni Farhat, giovane palestinese di Gaza, che ha ricevuto un’offerta per partecipare a un master sul tema “Violenza, conflitto e sviluppo” promosso dalla Scuola di Studi Orientali e Africani (School of Oriental and African Studies, ndr) dell’Università di Londra. “Così – spiega Awni – ho lanciato una campagna di raccolta fondi per intraprendere il master universitario a Londra. Ero riluttante a lanciare un appello per ricevere fondi dopo tutto quello che è successo, dopo gli attacchi e l’aggressione che abbiamo subito nella Striscia di Gaza l’estate scorsa. Pur dovendo affrontare continuamente ostacoli e sfide, dobbiamo continuare a lottare per raggiungere i nostri obiettivi”.
Farhat crede fermamente nella conoscenza intesa come un’arma efficace per resistere all’ingiustizia: “Grazie all’aiuto di chi vorrà sostenere il mio progetto, potrò forse diventare un leader e un modello positivo per le altre persone, specialmente i giovani, al fine di liberare la nostra terra dal giogo dell’oppressione e conquistare la pace e la giustizia in Medio Oriente”. Per ulteriori informazioni sul progetto e sulla raccolta fondi di Awni Farhat è possibile visitare la pagina Facebook https://www.facebook.com/Gazastudent.


( Fonte: NenaNews )

Paolo Branca:«La legge anti moschea è una mossa suicida»

di Martino Pillitteri

Il noto esperto di Islam spiega perchè la decisione presa al Pirellone danneggia anche gli altri culti e svela la complicità indiretta di chi predica bene solo sui comunicati stampa.

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«Una politica suicida. Quella del no, del no senza se e senza ma, istituita da una certa destra, senza valutare conseguenze né effetti collaterali».
Paolo Branca, professore di Lingua e Letteratura araba all’Università Cattolica di Milano, esperto di Islam e responsabile della diocesi di Milano per il dialogo interreligioso, boccia impietosamente la legge anti moschea votata martedi 27 gennaio dalla regione Lombardia.
«Siamo governati da una classe politica allergica al lavoro nei confronti dell’interesse collettivo. La legge anti moschea, danneggia tutti. Gli altri culti, che ora devono affrontare vincoli burocratici  e amministrativi che agiranno come deterrenti, e i musulmani stessi. Mi riferisco ai quei musulmani  che non appartengono a gruppi organizzati/policitizzati che meritano di professare la loro fede in luoghi di culto dignitosi e non nelle cantine. La politica deve promuovere e valorizzare le buone pratiche. Questo richiede lavoro, impegno, lungimiranza, e anche il coraggio di deludere la pancia del proprio elettorato. Invece, cosa hanno fatto? Impedire la costruzione di moschee decorose e trasparenti di fatto mantiene  vive più di 100 centri islamici che operano nelle cantine della Lombardia.
E’ una presa per il culto, espressione di un governo locale impreparato e pavido».
Ci spieghi meglio la battuta "E’ una presa per il culto"
«Sono anni che vengo interpellato e consultato dalla politica nazionale, regionale e comunale per ragionare  sulle sfide e sulle opportunità del pluralismo religioso in chiave di normalizzazione dei rapporti tra l’islam e le istituzioni, anche quelle non politiche».

Ebbene?
«Io non lavoro per nessun partito e per le mie consulenze non sono neppure retribuito. Ho fatto dei ragionamenti con la politica ( sia a destra che a sinistra) cercando di comunicare certi concetti in modo bipartisan facendo leva sull’interesse di tutti; ho cercato di far valorizzare le migliori pratiche o quelle che potenzialmente ritenevo tali; ho proposto master, trovato borse di studio da investire sulla formazione di nuovi leader religiosi. Ebbene, non sono sempre stato ascoltato e noto che le mie frasi sono state parole al vento. La politica aveva già deciso. Io, altri colleghi che ho convolto e giovani musulmani di seconda generazione che su certi temi sono all’avanguardia, siamo stati solo la parte di facciata delle prassi istituzionali. Non è stata una decisione unilaterale, qualcuno potrà dire. Abbiamo ascoltato tutti prima di decidere.
Ma anche chi a parole era in sintonia con i miei consigli e valutazioni, si è limitato al minimo sindacale e ai comunicati stampa su quanto sia bello e importante il dialogo interreligioso».

A chi si riferisce professore?
«Diciamo che in Piazza Duomo sono bravi a predicare bene, ma il dialogo della base, tra gente comune è ancora un miraggio».
  articolo

Anshel Pfeffer Whose Holocaust is it, anyway?


Global Holocaust remembrance deters denial and ignorance, but may cost Jews control of their narrative.
ebx.sh

Covering the events commemorating the 70th anniversary of the liberation of the Auschwitz-Birkenau death camp was in many ways a frustrating assignment. Nearly all the 800 journalists gathered from around the world were secluded from the actual ceremony for seven hours, stuck in a press center outside the camp, cut off from contact with the survivors and dignitaries within the main tent that had been built over the camp’s iconic gate house. Interviews with the survivors had been conducted in advance, in many cases weeks before in their home countries, and since the live stream of the events within was available online, with the exception of television broadcasters who had to be seen reporting with the snow-covered barracks in the background, the rest of us could have reported on the event much more effectively from the comfort of our own homes.
It was no different from most large international summits where the press are cordoned off and sequestered, sometimes miles away, from the actual proceedings. Of course we try and give an impression that we are in the middle of things but in reality, at events that include the sort of people who demand and receive protection and privacy, we are not even on the sidelines. And that is what the anniversary of Auschwitz’s liberation has become, a major gathering of world leaders to which 40 countries sent senior representatives. Putting aside a journalist’s frustrations, that surely is a good thing.
And it wasn’t only at Auschwitz of course. In just about every major capital in the Western world, there were state ceremonies for International Holocaust Remembrance Day with the prime minister or president (if he or she wasn’t in Auschwitz already) in attendance. Thousands of smaller events took place in towns and communities across Europe, North America and Australia, while schools in many countries held special sessions or lessons. Many countries that don’t yet have them are planning their own national memorials and Holocaust museums, and when you consider that some of these nations were not occupied by the Germans in World War Two, this is little short of astonishing.
Who would have imagined that Holocaust denial in the West and the trivialization of the Shoah could have been so emphatically vanquished, and not by legislation, but by a general acceptance that this was a historical event that must serve as an warning for mankind? Yes, it is still sneered at in other parts of the world, especially in Muslim countries, but this attitude is regarded by Westerners as one of the more backward aspects of those societies, like homophobia and discrimination against women.
Energy Minister Silvan Shalom, who represented the Israeli government at Auschwitz, told me on the flight to Poland that 10 years ago, when he, as foreign minister, launched the initiative to have January 27 recognized by the United Nations as International Holocaust Remembrance Day, few Israeli or Western diplomats believed it was possible. But though there were initially demands to include other genocides and attempts to water down the resolution, it eventually passed unanimously (with a few Muslim countries, including Iran, absenting themselves from the vote).
The UN resolution is interesting. It mentions the Jews in only one place, where it says that the General Assembly reaffirms “that the Holocaust, which resulted in the murder of one third of the Jewish people, along with countless members of other minorities, will forever be a warning to all people of the dangers of hatred, bigotry, racism and prejudice.”
That was the way the resolution finally passed, by adding in “other minorities.” And there is another word missing from the resolution, and that is “anti-Semitism.” So the Jews and “other minorities” suffered in the Holocaust, but hatred of Jews is not necessarily unique. And while this probably is just another example of how UN bureaucrats split hairs to reach a wording that can be voted on unanimously, there is a cautionary note here as well. Universalizing the memory and lessons of the Holocaust will naturally lead to it becoming less of a Jewish event. It may not be fair and many Jews, myself included, sometimes feel when hearing non-Jews speak of it that we want to shout, “Whose Holocaust is it, anyway?” but it’s unavoidable. In the marketing of history, the Holocaust has become a super-brand, and when a brand becomes so popular and widespread, its original owners lose a degree of control over it. Each of the major players who fought in the Second World War have their specific trauma or victory – the Battle of Britain, Pearl Harbor, Stalingrad, Hiroshima and Nagasaki, but the Holocaust has now transcended all of these to become a global symbol.
And such a symbol, particularly when it is accepted into the consensus of public opinion is also open to abuse. It is hard to argue that the Holocaust should not be used in other contexts, such as it has been wielded over the last year by either side in the Russia-Ukraine conflict, when it is a symbol that all the world is supposed to adopt for ultimate evil. And of course it is hard to make this demand when Israeli politicians routinely use the Holocaust as a reason for Israeli policy, or lack of it.
It will also become more difficult to avoid comparison with and inclusion of other genocides along with the Holocaust. In a sense, as it goes global and mainstream, the Holocaust inevitably loses some of its uniqueness, becoming instead a first among equals of genocides. President Rivlin was acknowledging this in his UN General Assembly speech this week, as part of the United Nations’ own Holocaust Remembrance Day events, in which for the first time an Israeli leader implicitly acknowledged the Armenian genocide.
Fighting against the comparisons being made between the Holocaust and various current events, including, yes, the actions of Israel, is a just fight, but also a losing battle. We can expect more, not fewer comparisons being made in the future, and by respectable figures and news organizations, not just bona fide anti-Semites. It is the inevitable side effect of the success in transforming the Holocaust into a tragedy for all mankind, and the only way of preventing it would be to go back to commemorating the 6 million Jews only within the family.
As the number of living survivors dwindles, we can be heartened by the centrality the Holocaust now has in Western culture, politics and history. We also have to get used to the idea that it doesn’t belong just to the Jews

Israele : 430 case per i coloni


 colonie



della redazione
Gerusalemme, 30 gennaio 2015, Nena News – I politici israeliani vivono in una costante campagna elettorale, ma a un mese e mezzo dalle elezioni si intensificano gli sforzi per accaparrarsi i voti dell’elettorato. Se per ora il conflitto con Hezbollah resta in sospeso, il governo Netanyahu punta sulle colonie: questa mattina l’esecutivo ha pubblicato un nuovo piano di appalti per la costruzione di 430 unità abitative per coloni in Cisgiordania.
A renderlo noto è l’ong israeliana che monitora le attività di espansione coloniale, Terrestrial Jerusalem: da ottobre è il primo piano pubblicato, fa sapere il direttore, Daniel Seidemann, e probabilmente non sarà l’ultimo prima del 17 marzo, data delle elezioni.
Il Likud preme sull’acceleratore per recuperare lo svantaggio: gli ultimi sondaggi attribuiscono con 25 seggi la maggioranza alla coalizione Campo Sionista, formata dal partito laburista e dalla compagine dell’ex ministro della Giustizia Livni, Hatnua. Al partito del premier ne andrebbero 20-22, 16 a Casa Ebraica (espressione del movimento dei coloni) e 5 a Yisrael Beytenu del falco Lieberman.
La mossa segue a quella del partito di Naftali Bennett, resa nota dal quotidiano Haaretz pochi giorni fa: il ministero della Casa, guidato da Uri Ariel di Casa Ebraica, ha erogato 850mila shekel (215 mila dollari) per ampliare l’insediamento di Efrat, vicino Betlemme, nonostante il blocco imposto dallo stesso Netanyahu per evitare le pressioni Usa. L’area scelta è strategica e da tempo nelle mire del movimento dei coloni che in passato hanno tentato più volte di occuparla.
Una mossa elettorale per raccogliere voti, secondo il direttore di Peace Now Yariv Oppenheimer, che ha l’obiettivo di stabilire “fatti sul terreno [...]  fatti che aggiungeranno benzina sul fuoco diplomatico, e danneggeranno gli sforzi di Israele di affrontare le pressioni internazionali che si muovono contro il Paese a L’Aia”.
A reagire è il ministero degli Esteri palestinesi che due giorni fa ha fatto appello alla comunità internazionale perché imponga sanzioni contro i progetti di espansione coloniale di Tel Aviv: “Si deve affrontare la questione delle colonie come un crimine di guerra che mette in pericolo la sicurezza – si legge nel comunicato del ministero – [I funzionari israeliani vanno perseguiti] per i continui crimini commessi contro i palestinesi, le loro terre e il loro stato”.
L’espansione coloniale israeliana non è mai cessata nel corso degli anni, nell’obiettivo di dividere in cantoni la Cisgiordania, annettere più terra possibile allo Stato di Israele e minare alla base ogni possibilità di dare vita ad uno Stato palestinese contiguo. Secondo le statistiche ufficiali israeliane, tra il 2009 e il 2014 – con Netanyahu come primo ministro del paese – la costruzione di colonie è aumentata del 25%. Oggi sono 600mila i coloni israeliani che risiedono in insediamenti illegali per il diritto internazionale, tra Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Dalla comunità internazionale arrivano, però, solo condanne verbali. A muoversi potrebbe essere l’Unione Europea, in passato protagonista di azioni un po’ più concrete di quelle statunitensi, ma ad oggi inefficaci. Pochi giorni fa al-Monitor ha riportato l’intervista con un funzionario di Bruxelles che, in condizione di anonimato, ha affermato l’intenzione europea di fare maggiori pressioni su Tel Aviv dopo le elezioni.
“Seguendo la campagna elettorale israeliana, siamo scioccati dal fatto che tutti i partiti sembrino ignorare la questione centrale riguardante il futuro di Israele: risolvere il conflitto con i palestinesi. Gerusalemme, 30 gennaio 2015, Nena News – I politici israeliani vivono in una costante campagna elettorale, ma a un mese e mezzo dalle elezioni si intensificano gli sforzi per accaparrarsi i voti dell’elettorato. Se per ora il conflitto con Hezbollah resta in sospeso, il governo Netanyahu punta sulle colonie: questa mattina l’esecutivo ha pubblicato un nuovo piano di appalti per la costruzione di 430 unità abitative per coloni in Cisgiordania.
A renderlo noto è l’ong israeliana che monitora le attività di espansione coloniale, Terrestrial Jerusalem: da ottobre è il primo piano pubblicato, fa sapere il direttore, Daniel Seidemann, e probabilmente non sarà l’ultimo prima del 17 marzo, data delle elezioni.
Il Likud preme sull’acceleratore per recuperare lo svantaggio: gli ultimi sondaggi attribuiscono con 25 seggi la maggioranza alla coalizione Campo Sionista, formata dal partito laburista e dalla compagine dell’ex ministro della Giustizia Livni, Hatnua. Al partito del premier ne andrebbero 20-22, 16 a Casa Ebraica (espressione del movimento dei coloni) e 5 a Yisrael Beytenu del falco Lieberman.
La mossa segue a quella del partito di Naftali Bennett, resa nota dal quotidiano Haaretz pochi giorni fa: il ministero della Casa, guidato da Uri Ariel di Casa Ebraica, ha erogato 850mila shekel (215 mila dollari) per ampliare l’insediamento di Efrat, vicino Betlemme, nonostante il blocco imposto dallo stesso Netanyahu per evitare le pressioni Usa. L’area scelta è strategica e da tempo nelle mire del movimento dei coloni che in passato hanno tentato più volte di occuparla.
Una mossa elettorale per raccogliere voti, secondo il direttore di Peace Now Yariv Oppenheimer, che ha l’obiettivo di stabilire “fatti sul terreno [...]  fatti che aggiungeranno benzina sul fuoco diplomatico, e danneggeranno gli sforzi di Israele di affrontare le pressioni internazionali che si muovono contro il Paese a L’Aia”.
A reagire è il ministero degli Esteri palestinesi che due giorni fa ha fatto appello alla comunità internazionale perché imponga sanzioni contro i progetti di espansione coloniale di Tel Aviv: “Si deve affrontare la questione delle colonie come un crimine di guerra che mette in pericolo la sicurezza – si legge nel comunicato del ministero – [I funzionari israeliani vanno perseguiti] per i continui crimini commessi contro i palestinesi, le loro terre e il loro stato”.
L’espansione coloniale israeliana non è mai cessata nel corso degli anni, nell’obiettivo di dividere in cantoni la Cisgiordania, annettere più terra possibile allo Stato di Israele e minare alla base ogni possibilità di dare vita ad uno Stato palestinese contiguo. Secondo le statistiche ufficiali israeliane, tra il 2009 e il 2014 – con Netanyahu come primo ministro del paese – la costruzione di colonie è aumentata del 25%. Oggi sono 600mila i coloni israeliani che risiedono in insediamenti illegali per il diritto internazionale, tra Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Dalla comunità internazionale arrivano, però, solo condanne verbali. A muoversi potrebbe essere l’Unione Europea, in passato protagonista di azioni un po’ più concrete di quelle statunitensi, ma ad oggi inefficaci. Pochi giorni fa al-Monitor ha riportato l’intervista con un funzionario di Bruxelles che, in condizione di anonimato, ha affermato l’intenzione europea di fare maggiori pressioni su Tel Aviv dopo le elezioni.
“Seguendo la campagna elettorale israeliana, siamo scioccati dal fatto che tutti i partiti sembrino ignorare la questione centrale riguardante il futuro di Israele: risolvere il conflitto con i palestinesi. A maggio l’Europa non potrà più far finta di niente. Abbiamo tra le mani una sfida strategica legata al mondo arabo”.
Per questo, ha detto la fonte, a primavera la Ue potrebbe portare avanti un’iniziativa dentro le Nazioni Unite, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chieda la ripresa del negoziato con un “linguaggio flessibile” che impedisca il veto statunitense: “La Ue farà del suo meglio per prevenire ogni tipo di espansione coloniale che ha caratterizzato il precedente governo israeliano”. Ovvero, ipotizza, una risoluzione Onu che congeli la costruzione di nuovi insediamenti. Pena le sanzioni: secondo la fonte, la Ue starebbe pensando all’esclusione dei beni prodotti nelle colonie israeliane dagli accordi di scambio tra Bruxelles e Tel Aviv e il divieto a fare affari non solo con le imprese israeliane nelle colonie ma anche con quelle che operano in Israele ma hanno filiali in Cisgiordania.
Infine, il risarcimento per i progetti pagati dalla Ue e danneggiati o distrutti da Israele nell’ambito dell’espansione coloniale. A sentire il governo israeliano, si tratta solo di minacce vuote, viste le esperienze passate. Nena News


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Richard Silvestrein : Israele: la nuova apartheid politica

Sintesi personale

La parola "A" è un anatema nei circoli pro-Israele, come la N per Nakba . Il termine apartheid  un  decennio fa era   applicato all'  Occupazione,in quanto  c'erano separazioni chiare tra ebrei israeliani e palestinesi,ma più di recente il termine è stato applicato a Israele stesso e alle sue relazioni con le minoranze considerate  di seconda o terza classe E'  necessario andare oltre  alla situazione del Negev beduini . Questi israeliani indigeni sono ammassati in città arretrate come Rahat, con  servizi  e abitazioni  scadenti , rimossi dalle loro terre e tradizioni ancestrali .Ogni beduino che resiste è trattato come quelle di Al Araqib che sono probabilmente al loro 100 ° giro di espulsone da parte  dei funzionari israeliani e del Fondo Nazionale Ebraico.Quasi nessuno indica la natura dell' apartheid politico in Israele  Uno dei motivi principali dell' impotenza palestinese non è tanto che non votano in numero proporzionale alla loro presenza nella popolazione (anche se questo è vero),ma perchè sono le coalizioni dominanti ebraiche  che hanno sistematicamente escluso i partiti palestinesi

Herzog Livni clinton Saban
E non un israeliano-palestinese tra di loro ...
Labor leader del Partito Isaac Herzog ha promesso ... che avrebbe portato un blocco centrista alla vittoria nelle prossime elezioni israeliane  sostituendo Benjamin Netanyahu . Ha aggiunto 
 che avrebbe formato una coalizione composta da tutte le componenti politiche  "da Lieberman a Meretz" e che avrebbe cercato di ottenere "il sostegno esterno" dei partiti arabi
Si capisce subito che sta affermando una forma di apartheid politico escludendo  un'eventuale partecipazione di soggetti non ebrei nella sua coalizione di governo. 
Subito dopo le ultime elezioni un raggiante Yair Lapid  alla domanda   se si sarebbe alleato anche con gli arabi    per creare  una "maggioranza di blocco" e  vanificare l'ordine del giorno del Likud, la sua risposta fu un categorico No   "Non lo farò con Haneen Zoabiz"
Ha così usato Haneen Zoabi per definire  l'intero settore politico palestinese  e ha utilizzato un  suffisso plurale come se tutti i palestinesi  fossero  Haneen Zoabi. Questo non è solo offensivo, ma palesemente razzista. Ma, come fa notare Mairav ​​Zonszein, la  cosa più inquietante  è che un non Ebreo israeliano non capisce perché questo è razzista.. Il  livello di razzismo in Israele vieta agli  ebrei liberali  di allinearsi con i palestinesi, s vuole vincere le elezioni . .La politica radicata in immoralità non merita di vincere.
 Preferirei  una coalizione di governo fascista in modo che il mondo veramente comprenda la natura di Israele degli ultimi giorni. Una coalizione di governo liberale  fornisce una foglia di fico   e impeisce al mondo di prendere ulteriori misure contro Israele per quanto riguarda la creazione di uno Stato palestinese e il  perseguire i crimini di guerra. Herzog ha suggerito che le componenti politiche palestinesi  hanno scelto di star fuori. Questo è falso. Anche se MKs palestinesi hanno giustamente criticato l'alleanza chiamata " Campo sionista , "per la sua presunzione, il nome alienante,   non hanno mai rifiutato la partecipazione a una coalizione di governo. Essi, tuttavia, conoscono le regole del gioco. Sanno di essere indesiderati nelle sale del potere   dove le offerte sono fatte e il bottino è distribuito.


Egitto : Il califfato attacca nella notte: 32 morti









AGGIORNAMENTO ore 12.45 – Sale a 32 il bilancio delle vittime degli attacchi islamisti della notte scorsa, fanno sapere le autorità egiziane.
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della redazione
Roma, 30 gennaio 2015, Nena News – L’Isis colpisce l’Egitto: ieri notte una serie di attacchi hanno avuto come target i simboli dell’autorità statale, uccidendo almeno 27 membri della sicurezza. A rivendicare l’azione, su Twitter, è stato il gruppo islamista Ansar Beit al Maqdis, lo stesso che nei mesi precedenti aveva giurato fedeltà al califfato di al-Baghdadi.
Le esplosioni avvenute a distanza di un’ora l’una dall’altra, una delle azioni più sanguinose nella Penisola del Sinai, hanno colpito prima base militari e un hotel nella città di El-Arish, uccidendo 25 persone e ferendone almeno 58. Il quotidiano Al-Ahram, legato al Cairo, è stato completamente distrutto perché si trovava dal lato opposto di una sazione militare. Più tardi un gruppo di miliziani ha ucciso un maggiore dell’esercito e ferito sei soldati ad un checkpoint a  Rafah. Infine, una bomba posta lungo la strada nella città di Suez ha ucciso un ufficiale della polizia.
Sarebbe invece stato fermato un uomo sospettato di voler mettere una bomba nel trasformatore d’energia a Port Said.
Un attacco di inaudita violenza diretto al cuore del nuovo Stato egiziano, a pochi giorni dagli scontri e i  25 morti di piazza nell’anniversario della rivoluzione. Dopo la deposizione del presidente Morsi, il 3 luglio 2013, e il colpo di Stato militare gli attacchi nella Penisola del Sinai da parte di gruppi islamisti si sono intensificati, diventando la migliore delle giustificazioni per il nuovo presidente al-Sisi per entrare nella coalizione anti-terrore lanciata dal presidente Obama e interferire così negli affari dei vicini.
Bombe ufficiose su Bengasi, lo sblocco degli aiuti militari miliardari da Washington, ma soprattutto la crociata contro Hamas e contro la Striscia di Gaza: è tuttora in corso la demolizione di altre duemila abitazioni civili egiziane nella città di Rafah per fare spazio ad una zona cuscinetto che isoli l’Egitto da Gaza, ultima forma di chiusura messa in atto dopo la distruzione di oltre mille tunnel sotterranei, solo strumento di ingresso di materiali e beni di prima necessità per la popolazione sotto assedio israeliano.
Immediata è giunta la condanna agli attacchi di ieri notte del Dipartimento di Stato Usa: “Gli Stati Uniti restano al fianco del governo egiziano negli sforzi per combattere la minaccia del terrore come parte del nostro continuo impegno della partnership strategica dei nostri due paesi”. A preoccupare, però, è la buona riuscita della riunione di investitori internazionali che giungeranno in Egitto a marzo, poco prima delle elezioni parlamentari: un’occasione d’oro per al-Sisi, per attirare investimenti e quindi voti. Tra i progetti in ballo, c’è quello di un secondo canale a Suez per migliorare la distribuzione dell’acqua. Nena News