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martedì 21 ottobre 2014

Hebron : l'IDF arresta adolescente palestinese handicappato (video)


Human rights watchdog publishes video of incident, which followed a rock attack in Hebron
timesofisrael.com


Hebron ieri. Soldati israeliani arrestano un adolescente palestinese di 11 anni, handicappato, sordomuto e minorato mentale, accusandolo di far parte di un gruppo di giovani che lanciava pietre. All'arresto del ragazzino cerebroleso i coloni,  uomini, donne e bambini, hanno applaudito con entusiasmo . Il video di B'Tselem ha costretto l'IDF ad aprire l'ennesima inchiesta (The Times of Israel).


The daily reality of the occupation: Soldiers detain developmentally-disabled child in Hebron, 19 Oct. 2014

Yesterday, soldiers briefly detained a developmentally disabled Palestinian boy, who is under the age of criminal responsibility, on suspicion that he had thrown stones. The boy, A. a-Rajbi, (full name withheld in interest of privacy) who will be 12 in a month, was detained after Palestinian children threw stones at soldiers on the main road of the Jabel Johar neighborhood in Hebron, close to the settlement of Kiryat Arba. A-Rajbi was handcuffed, blindfolded, and held on the floor of an army jeep for some 15 minutes until his father arrived and convinced the soldiers to release his son, who is mentally disabled and cannot speak.

In the video footage, filmed by B’Tselem volunteer Samih Da’na from his window, soldiers are seen holding the boy, handcuffing him, blindfolding him and closing him in the jeep, despite cries by Palestinian residents that the boy is mentally disabled. The footage also shows settlers from Kiryat Arba, watching the incident from behind the settlement’s fence. Some are seen calling out encouragement to the soldiers, including several racist remarks.


VIDEO

domenica 19 ottobre 2014

Amira Hass: Diversamente Occupati / Il comandamento di espellere i Palestinesi

sintesi personale

Verso i discendenti di un popolo, che fu bandito nel corso della storia dalle sue case e da  diverse patrie,  noi israeliani abbiamo sviluppato le nostre capacità di espulsione per non mettere in imbarazzo i re, i  nobili e i funzionari del goyim.
Dopo la grande espulsione  tra 700.000 e 800.000 palestinesi nel 1948, abbiamo fatto espulsioni più piccole camuffate  sotto varie definizioni giuridiche o variabile teorie circostanziali .Avigdor Lieberman, Naftali Bennett, Rehavam Ze'evi e Yosef Weitz stanno  guardando dall'alto.
Ecco un inventario dei metodi di espulsione :
1.
"Stop residenti." Il controllo di Israele del Registro  della popolazione palestinese ha permesso di espellere circa 250.000 palestinesi dalla Cisgiordania e  dalla Striscia di Gaza tra il 1967 e il 1994, revocando il  loro status di residenti (perché sono rimasti all'estero per oltre sette anni). Questi dati sono stati forniti dal Ministero della Difesa  ad HaMoked: nel 2011 e 2012 . Dobbiamo  aggiungere circa 100.000 palestinesi (almeno) a questo numero  fuggiti oespulsi dalla Cisgiordania e da  Gaza durante la guerra del giugno 1967  e  che non erano presenti durante il censimento condotto quell'estate. Essi non sono stati autorizzati a ritornare alle loro case. Gli israeliani emigrati a Los Angeles  continuano ad essere israeliani.
2.
"Inganno." Gli Accordi di Oslo parlano di un meccanismo per il graduale ritorno alla Cisgiordania e Gaza di coloro che hanno "perso" le loro carte di identità nel 1967 Più tardi rappresentanti israeliani nei negoziati hanno affermato che ciò si riferiva a  chi aveva fisicamente perso le carte d'identità, non allo status di residenza per sé.  Prova evidente   che Israele non sta rispettando il contratto , mentre chiede ai palestinesi di seguire i loro impegni in pieno.
3.
Il controllo continuo della popolazione nel Registro palestinese in Cisgiordania e  a Gaza, 20 anni dopo la creazione dell'Autorità Palestinese, permette a Israele di continuare  a proibire a centinaia di migliaia   di palestinesi di tornare alle loro case e  alle loro famiglie. Solo a poche decine di migliaia è stato concesso con un   gesto di buona volontà il "ricongiungimento familiare".
4.
Definire i palestinesi nati a Gerusalemme Est come "residenti permanenti". Ciò è visto come  un  favore, ma  è un favore condizionato Chi vive all'estero per sette anni vedrà questo favore revocato  Il suo status di residente permanente sarà revocato,ma i palestinesi nati a Gerusalemme non hanno scelto di vivere sotto il governo israeliano; è Israele che ha scelto di occupare loro  decidendo che chi vive e lavora all'estero (anche in Cisgiordania, un chilometro a nord delle loro case) perderà il suo status di residente permanente. In  sintesi  non sarà  loro consentito di tornare. Dal 1967 fino alla fine del 2013, Israele ha espulso 14.309 palestinesi nati a  Gerusalemme (in base alle informazioni che il Ministero dell'Interno ha dato a HaMoked). Non sono tanti? Pensate alle 7.000 "vittime", ossia ai coloni espulsi dalla Striscia di Gaza e al rumore che stanno ancora facendo perché il loro progetto di furto di terra e di rapina dell'  acqua  si è concluso nel 2005, La spada dell' espulsione è tranquillamente in bilico sopra le teste di tutti i palestinesi di Gerusalemme, nascosta sotto la copertura delle leggi di Israele e della sua gloria.
5.
Beduini. Chi li conta? Sono sempre espulsi.dalle loro  fonti d'acqua, dai  pascoli  a causa dei poligoni di tiro militari o  a causa delle riserve naturali. Nel 1990 sono stati banditi  dalla  discarica di Abu Dis per fare spazio a un altro quartiere di Ma'aleh Adumim. Ora ci sono piani per espellere altri gruppi di beduini per una città che sarà costruita a nord di Gerico.
6.
Beduini ,Chi li (II) conta?Nel silenzio dei media, poche decine di beduini della tribù Kaabneh,  residenti   a Gerusalemme Est dal 1950, sono stati espulsi in Cisgiordania.
7.
"Area C" Anche prima di essere definita come tale, l'IDF   e l' 'Amministrazione Civile  hanno attuato norme draconiane (solo per i palestinesi) per l'edilizia abitativa, per edilizia in generale e per l' agricoltura.  I residenti dei villaggi "non riconosciuti" sono tenuti a trasferirsi nelle enclavi di aree A e B.
8.
Nel 2002, Israele ha espulso i  26  assediati nella Chiesa della Natività a Betlemme a Gaza ,promettendo loro che potevano tornare dopo due anni.  Da allora  essi, le loro mogli e i loro figli vivono a Gaza  in esilio, a 70 chilometri dalle  case dove sono nati. Gli ebrei sono un popolo misericordioso : due o tre volte hanno permesso ai genitori anziani di visitare i loro figli.
9.
Rendere la vita nelle enclavi insopportabile  Le probabilità di un giovane palestinese di trovare lavoro sono in calo, soprattutto a causa del controllo israeliano su gran parte del territorio della Cisgiordania  e  per le  limitazioni di movimento imposte Il venti per cento dei residenti della Cisgiordania e il 40 per cento dei residenti nella Striscia di Gaza, dicono che vorrebbero emigrare. E non dimentichiamo i giovani di Gerusalemme Est  spesso in  una trappola per gli attacchi razzisti. E 'possibile che gli esperti demografici israeliani non siano consapevoli del legame esistente  tra difficoltà economiche, mancanza di un orizzonte politico e professionale  e gli attacchi razzisti e il desiderio di andarsene?

Amira Hass: Otherwise Occupied / The commandment to expel

As the descendants of a people which was banished throughout history from its homes and various homelands, we Israelis have developed our own expulsion skills – skills that would not embarrass the kings, nobles and officials of the goyim. Our contribution to the family of banishing nations is great, especially considering our short existence as a sovereign entity.
After the big expulsion of between 700,000 and 800,000 Palestinians in 1948, we have made do with smaller expulsions, and excel in camouflaging them under various legal definitions or varying circumstantial theories. The Israeli civil-military bureaucracy does not attempt to bathe its acts in any single guiding ideology. But the spirit of Avigdor Lieberman, Naftali Bennett, Rehavam Ze’evi and Yosef Weitz is watching from above.
Here is an inventory of the methods of expulsion in their various concealments:
1.
“Stop being a resident.” Israel’s control of the Palestinian Population Registry allowed it to expel some 250,000 Palestinians from the West Bank and Gaza Strip between 1967 and 1994 by revoking their status as residents (because they remained overseas for over seven years). These figures were provided by the Defense Ministry to HaMoked: Center for the Defence of the Individual, in 2011 and 2012. We must add about 100,000 Palestinians (at least) to this number, who fled or were expelled from the West Bank and Gaza during the June 1967 war and were not present during the census conducted that summer. They have not been allowed back to their homes. The Israelis who have emigrated to Los Angeles, it should be noted, continue to be Israelis.
2.
“Trickery.” The Oslo Accords speak of a mechanism for the gradual return to the West Bank and Gaza of those who “lost” their identity cards in 1967. Later, Israeli representatives in the negotiations claimed that the intention was for those who had physically lost their ID cards, not residency status itself. In the meantime, here we have another section of the agreement that Israel is not carrying out, while demanding the Palestinians follow their commitments in full.
3.
The continued control of the Palestinian Population Registry in the West Bank and Gaza, 20 years after the establishment of the Palestinian Authority, allows Israel to continue and prevent hundreds of thousands from returning to their homes and families. Also, to approve only a few tens of thousands to return through the goodwill gesture of “family reunification.”
4.
Defining the Palestinians born in East Jerusalem as “permanent residents” whose status is a sort of favor the country grants – like the favor it grants to a priest from the Philippines, for example, who wants to live in the Holy Land under Israeli rule. However, this is a favor with a condition: Whoever lives abroad for seven years will see this favor revoked. His status as a permanent resident will be revoked. But the Palestinians born in Jerusalem are what they are: Born there. In Palestinian Jerusalem. They did not choose to live under Israeli rule; it is Israel that chose to occupy them. And it is the one which decided that whoever lives and works abroad (even in the West Bank, a kilometer north of their homes) will lose his/her status as a permanent resident. In other, simpler, words to understand: They will not be allowed to return. Since 1967 through the end of 2013, Israel expelled 14,309 Jerusalem-born Palestinians that way (according to information that the Interior Ministry gave to HaMoked). Not so many? Think about the 7,000 “victimized” settlers from the Gaza Strip and the noise they are still making because their project of land theft and water robbery came to an end in 2005. The sword of expulsion is quietly hovering over the heads of all Jerusalem Palestinians, concealed under the cover of the laws of Israel and its glory.
5.
Bedouin. Who counts them? They are always being expelled. From water sources, pasture lands, because of military firing ranges. Because of nature reserves. In the 1990s they were banished to the garbage dump of Abu Dis to make room for another neighborhood of Ma’aleh Adumim. Now there are plans to expel other groups of Bedouin to a town to be built north of Jericho.
6.
Bedouin. Who counts them (II)? Under media silence, a few dozen Bedouin from the Kaabneh tribe, who had lived in East Jerusalem since the 1950s, were expelled to the West Bank.
7.
“Area C.” Even before being defined as such, the Israel Defense Forces and Civil Administration implemented draconian rules (for Palestinians only) on housing, construction and agriculture. This is the reason that only some 300,000 Palestinians – 12% of the residents – live on some 60 percent of the area of the West Bank. Residents of “unrecognized” villages are required to move to the enclaves of Areas A and B.
8.
In 2002, Israel expelled 26 of the Palestinians who were besieged in the Church of the Nativity in Bethlehem, to Gaza. They were promised they could return after two years. So they were promised. Since then, they, their wives and children are living in Gaza, in exile, 70 kilometers from the homes where they were born. The Jews are a merciful people – two or three times they allowed the aging parents to visit their sons.
9.
Making life in the enclaves insufferable. The chances of a young Palestinian finding work are shrinking, mostly because of Israeli control over most of the territory of the West Bank, and because of the limitations on movement it imposes. Twenty percent of the residents of the West Bank, and 40 percent of the residents in the Gaza Strip, say they would like to emigrate. And let us not forget the young people of East Jerusalem, whose odd jobs with the Jewish masters are often a trap for racist attacks. Is it possible that Israeli demographic experts are not aware of the link between economic hardship, a lack of a political and professional horizon, and military and racist attacks, and the desire to leave?

Peace Now: cattive politiche a Gerusalemme est :coloni a Silwan per cambiare lo status quo

Bad Policies in East Jerusalem: Anat Ben Nun

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At Tuwani: COMUNICATO STAMPA ‪-OperazioneColomba‬

Arresti e violenza in risposta alla resistenza palestinese contro l'espansione delle colonie, colline a sud di Hebron
L'esercito israeliano arresta due palestinesi e quattro attivisti israeliani vicino all'avamposto di Mitzpe Yair

19 ottobre 2014
At Tuwani - Sabato 18 ottobre, il Comitato Popolare delle Colline a Sud di Hebron ha organizzato due azioni nonviolente per rivendicare il diritto dei palestinesi ad accedere alle proprie terre. La prima nell'area di Umm Al Arayes, vicino l'avamposto israeliano di Mitzpe Yair; la seconda nell'area del villaggio di Susiya adiacente alla colonia israeliana di Suseya. Entrambe le terre di proprietà palestinese sono sotto minaccia di esproprio a causa dall'espansione illegale delle colonie.
Ad Umm Al Arayes, alle 9 del mattino, i proprietari palestinesi, insieme ad attivisti israeliani e volontari internazionali, si sono riuniti per reclamare il diritto di accesso alla loro terra. L'esercito israeliano, già presente sul posto, ha immediatamente fermato i partecipanti dichiarando "area militare chiusa", impedendo a chiunque di accedere al terreno. La polizia israeliana ha arrestato due palestinesi e quattro attivisti israeliani con l'accusa di essere all'interno dell'area interdetta. Sabato scorso, durante un'azione nonviolenta analoga, gli attivisti israeliani sono stati brutalmente attaccati dai coloni di Mitzpe Yair (video dell'incidente: http://goo.gl/qFE3fX).
Dal 2001 i palestinesi hanno affrontato le limitazioni nell'accesso a questi terreni. Nelle scorse settimane, in risposta ad una petizione presentata dall'avvocato dei palestinesi, la corte israeliana ha obbligato i coloni a smantellare diverse serre che avevano costruito illegalmente sugli stessi terreni.
A Susiya, alle 10 del mattino i proprietari palestinesi, accompagnati degli attivisti israeliani e da volontari internazionali, hanno marciato sulla loro terra per fare pressione contro l'espansione illegale della colonia. Per il terzo sabato di fila, i palestinesi hanno smantellato la tenda costruita illegalmente dai coloni ed utilizzata ogni pomeriggio impedendo ai proprietari del terreno di pascolare nell'area ed usare il pozzo. Alle 11:10 l'esercito israeliano ha dichiarato "area militare chiusa" ed ha iniziato a scacciare con violenza i palestinesi ed gli attivisti che stavano resistendo pacificamente allo sgombero, mentre alcuni coloni israeliani sono rimasti nell'area in questione.
Durante le due azioni, le forze israeliane hanno impedito ai proprietari palestinesi di accedere alla loro terra, permettendo invece ai coloni israeliani di appropriarsene e costruirci illegalmente strutture.
Ciononostante i palestinesi delle colline a sud di Hebron continuano a lottare in modo nonviolento per reclamare giustizia e fermare la continua confisca illegale di terra palestinese.
Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.
Foto delle azioni: http://goo.gl/dPcT2u
Per informazioni:
Operazione Colomba, +972 54 99 25 773
[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]
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PRESS RELEASE
Arrests and violence against Palestinians resisting settlers' expansion in the South Hebron Hills
Israeli forces arrest two Palestinians and four Israeli activists near Mitzpe Yair illegal outpost
October 19, 2014
At Tuwani - Saturday October 18, two nonviolent actions organized by the South Hebron Hills Popular Committee took place in the South Hebron Hills area, claiming the right of Palestinians to access their own lands. The first in the area of Umm Al Arayes, located near the Israeli outpost of Mitzpe Yair; the second in the area of the Palestinian village of Susiya, located close to the Israeli settlement of Suseya. Both Palestinian-owned lands are under threat of dispossession because of the illegal settlements' expansion.
In Umm Al Arayes, at 9 a.m. Palestinian owners of the land accompanied by Israeli activists and international volunteers gathered to claim the right to access their land. The Israeli forces already present on the place immediately stopped the participants and declared the area as "military closed", preventing anyone to access it. Israeli police arrested two Palestinians and four Israeli activists with the charge to have been in the forbidden area. Last Saturday, during a similar nonviolent action, Israeli activists were brutally attacked by settlers from Mitzpe Yair (video of the incident: http://goo.gl/qFE3fX).
Since 2001 the Palestinians have faced restricted access to these lands. In the past weeks, in response to a legal petition filed by Palestinians' lawyer, the Israeli Court forced the settlers to dismantle several greenhouses they illegally built on that same land.
In Susiya, at 10 a.m. Palestinian owners, accompanied by Israeli activists and international volunteers, marched on their land to make pressure against the settlement's illegal expansion. For the third saturday in a row Palestinians dismantled the tent built illegally by the settlers where they used to gather every afternoon preventing the owners to graze on the land and use the well. At 11:10 a.m. Israeli army declared the area as "military closed" and started to violently push away Palestinians and activists, as they were peacefully resisting the evacuation of the area while Israeli settlers were standing there.
In both nonviolent actions Israeli forces prevented the Palestinian owners to access their lands allowing Israeli settlers to grab those lands and illegally build structures on them.
Nevertheless, Palestinians from the South Hebron Hills keep struggling in a nonviolent way to claim justice and to stop the ongoing appropriation of Palestinian land.
Operation Dove has maintained an international presence in At-Tuwani and the South Hebron Hills since 2004.
Pictures of the actions: http://goo.gl/dPcT2u
For further information:
Operation Dove, 054 99 25 773
[Note: According to the Fourth Geneva Convention, the Hague Regulations, the International Court of Justice, and several United Nations resolutions, all Israeli settlements and outposts in the Occupied Palestinian Territories are illegal. Most settlement outposts, including Havat Ma'on (Hill 833), are considered illegal also under Israeli law.]
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Operation Dove - Nonviolent Peace Corps
Palestine/Israel
Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII
Email: tuwani@operationdove.org
Web: www.operationdove.org

Gaza Youth Breaks Out (GYBO) : opera d'arte a Gaza

Art work in Gaza!
Opera d'arte a Gaza! 

FOTO: i palestinesi guardano la stagione del raccolto sparire davanti ai loro occhi

Nel villaggio di Salem, come altrove in Cisgiordania, i palestinesi sono costretti a raccogliere le loro olive secondo i capricci e le restrizioni delle autorità israeliane.
Foto e testo di: Ahmad Al-Bazz / Activestills.org
I soldati israeliani guardano contadini palestinesi raccolta delle olive nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, il 9 ottobre, 2014 contadini palestinesi che hanno oliveti vicino insediamenti israeliani, basi militari o di strade di collegamento sono limitati nel loro accesso alla loro terra. Quest'anno, gli abitanti del villaggio di Salem è stato permesso di raccogliere la loro terra solo per cinque giorni.
  Sintesi personale

I soldati israeliani guardano  i contadini palestinesi   mentre raccolgono le olive nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, il 9 ottobre, 2014  I contadini palestinesi che hanno oliveti vicino aagli  insediamenti israeliani, basi militari o di strade di collegamento sono limitati nel loro accesso alla loro terra. Quest'anno agli abitanti del villaggio di Salem è stato permesso di raccogliere le olive solo  per cinque giorni. (Foto: Activestills.org)
Come ogni anno nel mese di ottobre, le famiglie palestinesi in Cisgiordania iniziano la stagione della raccolta delle olive. La vendemmia per ogni famiglia potrebbe richiedere alcuni giorni o alcune settimane a seconda del numero di olivi che hanno.
Nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, la routine quotidiana  è questa : uscire alle 6:00 del mattino e lavorare fino al tramonto. Tutti i membri della famiglia partecipano alla raccolta, dai bambini agli anziani. Le famiglie che hanno boschetti vicino alle loro case e lontano da insediamenti possono lavorare liberamente. Le famiglie che hanno boschetti vicino agli insediamenti israeliani, basi militari o strade bypass possono solo raccogliere secondo un calendario imposto dalle autorità israeliane.
Quest'anno le autorità israeliane hanno  concesso solo cinque giorni ai  residenti  di Salem che hanno le terre dietro la tangenziale e vicino all' insediamento avamposto israliano di Elon Moreh. Queste famiglie devono terminare il loro raccolto in questo tempo limitato indipendentemente dal loro numero di olivi.
Alcune famiglie hanno deciso di avviare la raccolta nei giorni precedenti  pianificati dalle autorità israeliane proprio per questo motivo. Alcuni ci sono riusciti , mentre altri sono stati impediti dalle autorità israeliane e costretti a smettere di lavorare e a lasciare la loro terra. Allo stesso tempo altri residenti hanno detto che i soldati li hanno costretti a fermare il raccolto a mezzogiorno anche nei giorni che avrebbero dovuto essere autorizzati secondo il calendario.
In aree come queste  le autorità israeliane permettono  a questi agricoltori di raggiungere le loro terre solo due volte all'anno: una volta nel mese di aprile per la lavorazione del terreno e di nuovo nel mese di ottobre per la raccolta delle olive. Dopo mesi  che gli è stato impedito di raggiungere la loro terra, gli agricoltori potrebbero scoprire nuovi problemi. Alcuni hanno riferito che hanno trovato decine di olivi danneggiati   e  vandalizzati da coloni israeliani. Altri hanno scoperto nuovi avamposti di insediamento in costruzione nelle vicinanze. La crescita degli insediamenti può significare una maggiore restrizioni alla circolazione negli anni a venire.
Negli ultimi anni, la raccolta delle olive ha visto un aumento della violenza da parte dei coloni israeliani verso i residenti palestinesi e i loro alberi. Una donna nel villaggio di Kfar Yassuf vicino a Nablus è stata ricoverata in ospedale all'inizio di questa settimana dopo essere stata picchiata con un bastone dai settler,  due coloni israeliani sono stati arrestati, uno dei quali minorenne,ma  tali arresti sono l'eccezione. Secondo il gruppo israeliano diritti umani Yesh Din la violenza contro i palestinesi e le loro proprietà durante la stagione del raccolto e durante tutto l'anno è raramente indagata. Dei 246 file aperti dalla polizia israeliana in Cisgiordania solo quattro hanno portato a rinvii a giudizio  e 223 file sono stati  chiusi a causa di errori investigativi. Questo tasso di fallimento del 96,6 per cento, secondo Yesh Din , mostra che la capacità delle autorità israeliane "per identificare e perseguire i colpevoli coinvolti nel danno intenzionale agli alberi palestinesi è particolarmente scarsa  ed effettivamente quasi inesistente."
Gli agricoltori si dirigono verso le loro terre nelle prime ore del mattino per raccogliere le olive, villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, 10 ottobre, 2014.
Gli agricoltori si alzano all'alba  per raccogliere le olive, villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, 10 ottobre 2014 (foto: Activestills.org)
Un palestinese cavalca un asino verso oliveti nelle prime ore del mattino prima del raccolto.
Un palestinese cavalca un asino verso gli oliveti nelle prime ore del mattino  (Foto: Activestills.org)
Una famiglia palestinese attraversa una tangenziale israeliano mentre si dirigono verso le loro terre per la raccolta delle olive, nel villaggio di Salem, West Bank, 8 ottobre 2014 Gli agricoltori che hanno boschetti dietro questa tangenziale israeliana sono autorizzati ad entrare nelle loro terre due volte l'anno: una volta durante olive stagione del raccolto e di nuovo per le lavorazioni del terreno nel mese di aprile.
Una famiglia palestinese attraversa una tangenziale israeliana mentre si dirige verso le proprie  terre per la raccolta delle olive, nel villaggio di Salem, West Bank, 8 ottobre 2014 Gli agricoltori che hanno boschetti dietro questa tangenziale israeliana sono autorizzati ad entrare nelle loro terre due volte l'anno: una volta durante il  raccolto delle olive  e di nuovo per le lavorazioni del terreno nel mese di aprile. (Foto: Activestills.org)
I soldati israeliani guardano contadini palestinesi raccolta delle olive nel villaggio di Salem, West Bank, 9 ottobre 2014.
I soldati israeliani guardano contadini palestinesi mentre raccolgono olive nel villaggio di Salem, West Bank, 9 ottobre 2014 (foto: Activestills.org)
Un uomo palestinese raccoglie le olive nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, 9 Ottobre 2014.
Un uomo palestinese raccoglie le olive nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, 9 ottobre 2014 (foto: Activestills.org)
Un nuovo avamposto insediamento israeliano è visto nei pressi di uliveti palestinesi nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, Cisgiordania, 9 ottobre 2014.
Un nuovo avamposto israeliano nei pressi degli uliveti palestinesi nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, 9 ottobre 2014 (foto: Activestills.org)
Un soldato israeliano guarda una donna palestinese mentre raccoglie le olive nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, 9 ott 2014.
Un soldato israeliano guarda una donna palestinese mentre raccoglie le olive nel villaggio di Salem, vicino a Nablus, in Cisgiordania, 9 ottobre 2014 (foto: Activestills.org)
Un bambino palestinese detiene olive appena raccolte, Salem, West Bank, 9 ott 2014.
Un bambino palestinese  tiene in mano  olive appena raccolte, Salem, West Bank, 9 ottobre 2014 (foto: Activestills.org

)Activestills' Ahmad Al-Bazz brings you the full story: http://bit.ly/1nunyvM

 Vedere su FB:
Rabbis for Human Rights

Fulvio Scaglione:BLASFEMIA: ASIA BIBI E LA BOMBA

 Asia Bibi blasfemia
articolo
Dopo una lunga serie di pretestuose esitazioni e di rinvii, l’Alta Corte di Lahore (Pakistan) ha respinto il ricorso dei legali e confermato la condanna a morte di Asia Bibi. Per la donna cristiana madre di cinque figli, messa in carcere nel 2010 in base alla terribile legge sulla blasfemia, l’unica possibilità resta ormai la Corte Suprema, terzo e definitivo grado del sistema giudiziario pakistano. Onestà impone di dire che a questo punto le speranze per Asia Bibi non sono molte, per le stesse ragioni che l’hanno tenuta in galera finora.

La legge sulla blasfemia è così vaga e pretestuosa da prestarsi a ogni sorta di abuso: da parte degli accusatori (che la usano quasi sempre per regolare questioni private), dei giudici (fanatici o pavidi) e anche di chi gestisce le carceri. Negli ultimi mesi sono stati uccisi in cella due uomini detenuti per blasfemia. Un musulmano di 65 anni, Khalil Ahmed, è stato eliminato da un ragazzo che, curiosamente, era riuscito a entrare nella prigione armato di pistola. E un cittadino scozzese di 69 anni, Muhammed Asghar, con precedenti di malattia mentale, è stato ferito a morte da una guardia. E la legge, che diventa micidiale con gli esponenti delle minoranze religiose come i cristiani, è peraltro spietata anche con i musulmani, che formano a oggi la maggior parte delle sue vittime.
Ma la ragione di fondo per cui non si riesce a curare questa piaga è poi un’altra: la debolezza delle autorità nei confronti dell’onda montante dell’estremismo islamico. Tutti certo ricordano i casi di Shabhaz Bhatti, il cristiano ministro delle Minoranze, e di Salman Taseer, il musulmano governatore del Punjab, che nel 2011 furono assassinati per aver difeso proprio Asia Bibi accusata di blasfemia. Ma forse pochi sanno che Muntaz Qadri, la guardia del corpo che assassinò il governatore Taseer, vive in carcere da eroe, rispettato e onorato; e che un noto esponente religioso islamico ha potuto mettere una taglia di 6 mila dollari sulla testa di Asia Bibi senza essere minimamente “disturbato” dalle autorità.

Blasfemia e wahabismo

Possiamo pensare che Nawaz Sharif, primo ministro del Pakistan, sia indifferente alla sorte degli imputati di blasfemia, essendo cresciuto nella dottrina wahabita di stampo saudita, forse la più integralista del mondo islamico. Ma solo la paura può spiegare come il presidente Manmoon Hussain, uomo colto e con fama di grande integrità, incarcerato durante la dittatura militare per le sue posizioni a favore della democrazia, riesca a esaltare il Nobel per la Pace assegnato alla pakistana Malala e pochi giorni dopo a tacere sul sopruso compiuto ai danni della pakistana Asia Bibi, perseguitata dalla stessa ideologia che voleva mettere a morte Malala per il semplice desiderio di avere un’istruzione.
Questa impotenza, per non dire vigliaccheria, dello Stato pakistano nei confronti della legge sulla blasfemia ma in realtà degli estremisti islamici è, oggi, uno dei fattori di rischio più forti del subcontinente indiano, oltre che la vera ragione per cui gli Usa si apprestano a lasciare in Afghanistan, dopo il ritiro delle truppe internazionale, un contingente di quasi 15 mila uomini. Quei soldati serviranno a custodire gli afghani ma soprattutto a tener d’occhio il Pakistan, minacciato appunto dalla deriva di cui la vicenda di Asia Bibi e quella di Malala sono dolorosi indizi ma che guadagna spazi crescenti di impunità in molte regioni del grande Paese.
Difficile capire come il Governo di Islamabad pensi di riprendere in mano la situazione mettere le redini agli estremisti se non riesce nemmeno a salvare la vita a una madre accusata di blasfemia che, se anche tornasse libera, dovrebbe andarsene dal Pakistan per non essere uccisa in strada. Ancor più difficile pensare di stare tranquilli a guarda se appena pensiamo che il Pakistan ha la bomba atomica e che il suo arsenale nucleare, di questo passo, potrebbe finire nelle mani degli stessi che oggi usano la legge sulla blasfemia come una clava contro la libertà di culto e, anzi, contro la libertà stessa. C’è tutto questo dietro il “caso Asia Bibi”. Una vita diventata, appunto, esemplare: sia per chi vuole spegnerla, sia per chi vuole salvarla.
Pubblicato su Avvenire del 17 ottobre 2014
Segui anche “Gerusalemme, Damasco e dintorni”, il blog sul Medio Oriente di Famiglia Cristiana
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Fulvio Scaglione

sabato 18 ottobre 2014

Sukkot 2014 con le comunità cattoliche di lingua ebraica

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11 ottobre 2014, una bella giornata passata in compagnia degli amici delle kehillot a Kiriat Yearim dove ogni anno si ritrovano per il sabato delle festività di sukkot. È un’occasione per rivedersi, conoscere persone nuove, pregare, iniziare l’anno insieme.
Quest’anno, durante la messa c’è stato il battesimo della piccola Sofia e una benedizione speciale per Benedetto e, insieme a lui, tutti quelli che sono in cammino verso il ministero o la consacrazione religiosa.
Per i dettagli della nostra festa di sukkot vi rimando all’articolo dal sito del vicariato – sito che non dovete perdere di vista! -. Scoprirete che Giacomo Bergamin ha presieduto la messa e che si è parlato del santo del giorno!
Mi piace molto il clima fraterno, accogliente che si respira tra queste persone, molto varie per provenienza, lingua, età, gusti, idee ma desiderose di vivere come “comunità”, che ti fanno facilmente sentire in famiglia.
Ecco le foto:
 http://www.andresbergamini.it/wp/sukkot-2014-comunita-cattoliche-lingua-ebraica.html

Noam Chomsky :Incombono nuvole nere

AtomicBomb

di Noam Chomsky – 18 ottobre 2014
A ottobre 2014 il Plymouth Institute for Peace Research ha chiesto a Noam Chomsky di commentare alcuni importanti sviluppi mondiali, tra cui la minaccia di una guerra nucleare, l’attuale aggravamento della violenza a Gaza e la crescita dell’ISIS in Iraq. Questi sviluppi tristi e pericolosi sono colpiscono particolarmente, considerato che sono coincisi con il centenario della prima guerra mondiale. Ciò ci offre un indizio non trascurabile a proposito di quanto governi e pubblici abbiano imparato da un secolo di guerre.
Quest’anno commemora il centenario della cosiddetta Grande Guerra. Quali sono le sue riflessioni?
C’è molta discussione a proposito dell’attribuzione della responsabilità/colpa per lo scoppio di questo orrendo conflitto e un generale accordo su un punto: ci fu un elevato livello di accidentalità e di contingenza; le decisioni avrebbero potuto facilmente essere diverse, evitando la catastrofe. Ci sono infausti paralleli con la catastrofe nucleare.
Un esame della storia dei quasi scontri con armi nucleari rivela quanto il mondo è arrivato vicino molte volte al virtuale auto-annullamento, tanto che sfuggirvi è stato quasi un miracolo, un miracolo che è improbabile si perpetui troppo a lungo. La storia sottolinea l’ammonimento di Bertrand Russell e Albert Einstein del 1955 che abbiamo di fronte una scelta che è “forte e spaventosa e ineluttabile. Dovremo mettere fine alla razza umana o dovremo rinunciare alla guerra?”
Una seconda osservazione non meno raggelante è l’alacrità della corsa alla guerra da parte di ogni schieramento, in particolare l’immediata dedizione degli intellettuali alla causa dei propri stati, con una piccola frangia di eccezioni notevoli, quasi tutte punite per la loro integrità e buonsenso; un microcosmo della storia dei settori istruiti e colti della società e dell’isterismo di massa che essi spesso esprimono.
Le commemorazioni sono iniziate quasi contestualmente all’Operazione Margine Protettivo. E’ una tragica ironia che Gaza sia sede di tombe commemorative della prima guerra mondiale. Quali sono state le ragioni vere – in contrasto con quelle retoriche – del più recente attacco di Israele contro Gaza?
E’ d’importanza critica riconoscere che quasi un decennio fa è stato elaborato un disegno che da allora è stato seguito regolarmente: si addiviene a un cessate il fuoco, Israele rende chiaro che non lo rispetterà e continua i suoi assalti contro Gaza (e l’appropriazione di tutto quel che vuole altrove nei territori occupati), mentre Hamas rispetta il cessate il fuoco, come Israele ammette, fino a quando l’intensificazione israeliana non provoca una reazione, offrendo a Israele il pretesto per un altro episodio di “falcio dell’erba” (nel raffinato gergo israeliano).
Ho esaminato in precedenti in altre occasioni; è insolitamente chiaro negli eventi storici. Lo stesso disegno vale nel caso dell’Operazione Margine Protettivo. Un’altra serie di cessate il fuoco era stata raggiunta nel novembre 2012. Israele l’ha ignorata come al solito; nonostante ciò Hamas l’ha rispettata. Nell’aprile 2014 Hamas, con sede a Gaza e l’Autorità Palestinese, della West Bank, hanno creato un governo d’unità, che ha immediatamente adottato tutte le richieste del Quartetto (Stati Uniti, Unione Europe, ONU e Russia) e che non compreso alcun membro di Hamas. Israele si è infuriato e ha lanciato un’operazione brutale nella West Bank, estendendola a Gaze e prendendo di mira principalmente Hamas. Come sempre c’è stato un pretesto, ma che non regge a un esame. Alla fine le uccisioni a Gaza hanno scatenato una reazione di Hamas, seguita dal ‘Margine Protettivo’.
I motivi della furia di Israele non sono oscuri. Per vent’anni Israele ha cercato di separare Gaza dalla West Bank, con il pieno sostegno degli Stati Uniti e in patente violazione degli Accordi di Oslo, firmati da entrambe le parti, che dichiarano che le due sono una singola entità territoriale indivisibile. Un’occhiata alla carta geografica spiega i motivi. Gaza offre l’unico accesso al mondo esterno per la Palestina; senza libero accesso a Gaza, ogni autonomia che potesse essere concessa a una qualche frammentata entità palestinese nella West Bank sarebbe, in effetti, imprigionata.
I governi di Israele, Gran Bretagna e Stati Uniti sono certamente eccitati dall’apparizione dell’ISIS, una nuova ‘minaccia’ che offre loro nuove scuse per la guerra e la repressione in patria. Quali sono le sue riflessioni sull’ISIS e il più recente bombardamento dell’Iraq?
Le notizie sono limitate e dunque quello che possiamo concludere è necessariamente costruito su prove sparpagliate. Per me è così:
l’ISIS è una vera mostruosità, una delle molte orripilanti conseguenze della mazza statunitense che, tra altri crimini, ha aizzato conflitti settari che a questo punto possono aver distrutto definitivamente l’Iraq e stanno facendo a pezzi la regione. La sconfitta quasi istantanea dell’esercito iracheno è stata un evento assolutamente sconvolgente. Si trattava di un esercito di 350.000 uomini, pesantemente armati e addestrati per più di un decennio dagli Stati Uniti. L’esercito iracheno aveva combattuto una guerra lunga e feroce contro l’Iran negli anni ’80. Non appena si sono trovati di fronte poche migliaia di militanti scarsamente armati gli ufficiali comandanti sono fuggiti e anche i soldati demoralizzati sono fuggiti con loro o hanno disertato o sono stati massacrati.
Ormai l’ISIS controlla quasi tutta la provincia di Anbar e non è lontano da Baghdad. Con l’esercito iracheno virtualmente svanito i combattimenti in Iraq sono nelle mani delle milizie sciite organizzate dal governo settario e che stanno attuando crimini contro i sunniti alla pari di quelli commessi dall’ISIS. Con la cruciale assistenza dell’ala militare dei curdi turchi, il PKK, i peshmerga curdi iracheni tengono apparentemente a bada l’ISIS. Sembra anche che il PKK sia la forza più significativa nel salvare gli yazidi dallo sterminio e stia fermando l’ISIS in Siria, compresa la cruciale difesa di Kobane.
Contemporaneamente la Turchia ha intensificato i suoi attacchi con il PKK con la tolleranza, se non il sostegno, degli Stati Uniti. Pare la Turchia sia soddisfatta nel vedere i propri nemici – ISIS e curdi – uccidersi a vicenda a vista d’occhio oltre il confine, con probabili conseguenze terribili se i curdi non riusciranno a sostenere gli attacchi dell’ISIS a Kobane e oltre.
Un altro grande avversario dell’ISIS, l’Iran, è escluso dalla “coalizione” statunitense per motivi politici e ideologici, così come lo è naturalmente il suo alleato Assad. La coalizione a guida statunitense comprende alcune dittature petrolifere arabe che esse stesse appoggiano gruppi jihadisti in competizione tra loro. La principale, l’Arabia Saudita, è stata a lungo la fonte principale di finanziamento dell’ISIS e delle sue radici ideologiche, non una faccenda minore.
L’ISIS è una progenie estremista delle dottrine saudite wahabite/salafite, esse stesse una versione estremista dell’Islam e una versione missionaria, che utilizza grandi risorse petrolifere saudite per diffondere i propri insegnamenti in gran parte del mondo mussulmano. Gli Stati Uniti, come in precedenza la Gran Bretagna, hanno teso ad appoggiare l’Islam radicale fondamentalista in contrasto con il nazionalismo laico e l’Arabia Saudita è stata uno dei principali alleati degli USA da quando la dittatura di famiglia si è consolidata e nel paese sono state scoperte grandi risorse petrolifere.
Il giornalista e analista oggi meglio informato sulla regione, Patrick Cockburn, descrive la strategia statunitense, così com’è, come una costruzione da Alice nel Paese delle Meraviglie, contro l’ISIS e i propri nemici e che incorpora debolmente dubbi alleati arabi e un limitato sostegno europeo. Un’alternativa consisterebbe nell’aderire alla legge nazionale e internazionale, fare appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e poi seguirne la guida e cercare vie politiche e diplomatiche per uscire dal pantano o almeno mitigare i propri errori. Ma ciò è impensabile nella cultura politica statunitense.
Mentre aumentano le operazioni militari in Iraq, la NATO destabilizza ulteriormente l’Ucraina. Quali sono i suoi pensieri a proposito del conflitto USA-Russia per procura e sul suo potenziale per una guerra nucleare?
E’ uno sviluppo estremamente pericoloso, che è andando fermentando sin da quando Washington ha violato le sue promesse verbali a Gorbaciov e ha cominciato a espandere la NATO a est, propri ai confini con la Russia, e minacciando di incorporare l’Ucraina che ha un grande significato strategico per la Russia e naturalmente ha stretti legami storici e culturali.
C’è un’analisi sensata della situazione sulla principale rivista del sistema, Foreign Affairs [Affari Esteri], dello specialista in relazioni internazionali John Mearsheimer, intitolata “Perché la crisi Ucraina è colpa dell’Occidente”. L’autocrazia russa è lungi dall’essere innocente, ma qui si torna ai commenti precedenti: siamo già arrivati pericolosamente vicini al disastro in passato, e stiamo di nuovo giocando con la catastrofe. Non è che manchino possibili soluzioni pacifiche.
Un pensiero finale a proposito di una nube nera e minacciosa che incombe su tutto ciò di cui discutiamo: come i proverbiali lemming, stiamo marciando risolutamente verso una crisi ambientale che può ben rimuovere altre preoccupazioni in un futuro non troppo distante.
Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/dark-clouds-loom/
Originale: The Plymouth Institute for Peace Research
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
 incombono nuvole nere

Combattere per la libertà e sperare: Kobani e oltre

DonneCurde
Combattere per la libertà e sperare: Kobani e oltre
Di Preeti Kaur
15 ottobre 2015
Nelle tre settimane scorse, Kobani, una città curda in Siria, situata al confine con la Turchia, è stata assediata dalle milizie dello Stato Islamico. Squadre di difesa curde – con donne coraggiose che difendono le barricate di Kobani – hanno finora condotto una resistenza eroica contro l’IS. (NBC, 11 settembre, 2014). I militanti dell’IS circondano Kobani minacciando un massacro come quello di Srebrenica (teleSUR, 12 ottobre, 2014). La Turchia in modo aggressivo si rifiuta di fornire ai curdi il necessario aiuto per sconfiggere l’IS. Invece, 30 dimostranti che chiedevano alla Turchia di farsi avanti e di difendere i curdi da un potenziale massacro, sono stati uccisi in Turchia. (NYTimes, 12 ottobre).
Il silenzio della Turchia in risposta alle richieste di assistenza a Kobani, è coerente con la decennale repressione che ha operato contro i curdi. Anche gli Stati Uniti implorano la Turchia di aiutare a difendere Kobani dall’IS. Gli Stati Uniti lo fanno malgrado la loro storia di incoraggiamento al terrorismo di stato turco, contro la minoranza curda. Per decenni il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha combattuto per l’autonomia dallo stato turco. Più di 35.000 curdi sono morti, milioni di curdi si sono dovuti trasferire, migliaia sono stati torturati, e le espressioni della cultura curda sono state represse. Come ha di recente messo in evidenza l’accademico e politologo Noam Chomsky, la repressione omicida e distruttiva della popolazione curda da parte della Turchia, specialmente negli anni ’90, era fondamentalmente dipendente da un enorme afflusso di armi statunitensi, dato che il terrore di stato turco contro i curdi in quel periodo stava aumentando (teleSUR, 29 settembre 2014). Più di recente, dei documenti di WikiLeaks hanno mostrato come gli Stati Uniti e la Turchia operassero insieme per chiudere una rete televisiva curda (Roy TV) che promuoveva la espressioni della cultura curda (teleSur, 29 settembre, 2014). Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la NATO e la Turchia continuano a definire e il PKK una “organizzazione terrorista” e a metterla nella propria lista.
I curdi sono una popolazione in gran parte musulmana, che è compresa in quattro paesi: Turchia, Iran, Iraq e Siria. Si parla ancora del PKK come se fosse un’organizzazione marxista che lotta per uno stato nazione indipendente. Tuttavia il leader del PKK, da anni detenuto, si sa che ha adottato la visione di “municipalismo libertario e di comunalismo ispirati dalla visione dall’ecologista sociale e anarchico, Murray Bookchin. Il municipalismo libertario chiede ai curdi di formare delle Comunità libere, che si governano da sole, basate su principi di democrazia diretta, in cui i confini nazionali diventerebbero, con il tempo, sempre privi di senso. In questo modo la lotta curda può essere considerata come un modello per un movimento a livello mondiale verso una democrazia genuina e un’economia cooperativa, simile, come molti hanno fatto notare, al movimento indigeno degli Zapatisti nel Chiapas (vedere, recentissimamente, per esempio, David Graeber sul Guardian dell’8 ottobre 2014).
Di fronte al silenzio perverso e ingestibile della Turchia per il disastro di Kobani, – migliaia di persone sono state allontanate dalle loro case e hanno cercato un rifugio. Migliaia di altre persone si sono radunate per protestare: questo è accaduto in città di tutto il mondo. (teleSUR, 10 ottobre 2014). Le azioni di solidarietà di questa natura si devono moltiplicare fino a quando la Turchia risponderà in maniera efficace, e appoggerà coloro che difendono Kobani e centri simili contro l’IS.
Mentre onoriamo le donne e gli uomini che stanno oggi combattendo l’IS, è importante non dimenticare le donne e gli uomini curdi che sono stati torturati, messi in prigione, soggetti a esecuzioni extragiudiziali, e quei prigionieri politici che restano in carcere accusati o condannati per reati dubbi. Oggi, una giovane donna curda – Zeinab Jalailan – condannata per “ostilità contro Dio” perché appartiene a un gruppo filo-curdo di opposizione, si trova in una prigione iraniana in condizioni di salute che si vanno deteriorando, e forse sta perdendo la vista. E’ stata arrestata a 24 anni e subito dopo condannata a morte con un “processo” che è durato soltanto pochi minuti, e dove nessuno la rappresentava legalmente. Sebbene questa sentenza sia stata commutata in ergastolo, sono venute fuori delle accuse che fanno pensare che Zeinab sia stata torturata e che abbia subito violenza sessuale durante la detenzione. A quanto si dice può parlare con la sua famiglia soltanto pochi minuti a settimana e le vengono negate cure mediche perché si rifiuta di venire sottoposta con la forza al test di verginità. (Amnesty International USA, 9 luglio 2010). A quanto si dice, Zeinab ha lasciato la sua casa paterna intorno ai 20 anni per assicurarsi che potesse ricevere un’istruzione, ed è stata poi impegnata in iniziative educative e di assistenza sociale nelle comunità curde all’interno dell’Iraq ed è stata arrestata, mentre stava tornando in Iran, nel 2008.
Mentre Malala Yousafzai, un’attivista pachistana per l’istruzione delle ragazze, che è diventata la più giovane assegnataria del Premio Nobel di qualsiasi categoria, vince il premio Nobel, e si sta rendendo onore alle donne che hanno scelto di combattere per la libertà in Siria, non dimentichiamo quei prigionieri politici che sono ancora detenuti oggi, e speriamo che tutti noi un giorno saremo liberi.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/fighting-and-hoping-for-freedom-kobani-and-beyond
Originale: TeleSUR English
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
 Combattere per la libertà e sperare: Kobani e oltre

Hasbara : la Palestina è uno stato secondo i criteri di Montevideo ?'

Una brevissima risposta      a chi  dichiara :
" La Palestina non risponde alle condizioni del diritto internazionale per essere uno stato, come stabilite dalla convenzione di Montevideo del 1933:
1) Una popolazione permanente.
2) Un territorio definito.
3) Un potere di governo esclusivo.
4) La capacità di intrattenere rapporti con altri stati."

Peccato  che sia sfuggito che se questi sono i criteri per essere stato, allora lo stato di Israele non è tale, perchè non soddisfa il secondo criterio, in quanto non ha mai definito in via definitiva i suoi confini. Se lo avesse fatto, avrebbe posto dei limiti alle sue ambizioni espansionistiche. Se la Palestina, secondo questi criteri applicati  non è uno stato, non lo è quindi per stessi criteri neanche Israele!
Dal 1933, i criteri di Montevideo non sono l'unico punto di riferimento che consente di determinare la statualità: il diritto internazionale riconosce uno stato anche se è stato riconosciuto da altri stati. Dal momento che la stragrande maggioranza delle nazioni del mondo ha votato a favore di uno stato palestinese, la Palestina deve chiaramente essere considerato uno stato.
Se i criteri per definire uno stato dipendessero contestualmente solo da quelli di Montevideo, allora la Repubblica turca di Cipro del Nord, ad esempio, dovrebbe essere considerata uno stato indipendente, perchè li soddisfa tutti,ma non è stata mai riconosciuta come tale dalla comunità internazionale.

Allegati

Uri Avnery :L'INCREDIBILE SCOPERTA DI NEWTON GINGRICH : il popolo palestinese non esiste

 

Shaul Arieli Quando Netanyahu ha parlato di Stato palestinese, era veramente questo che intendeva?

Avraham Burg "Riconosciamo la Palestina".e i confini del 1967

I palestinesi esistono di David Benkof

 

venerdì 17 ottobre 2014

B. Michael : il Kishinev Pogrom e le vittime civili della guerra di Gaza

Palestinian women look at the shattered remains of a building complex in Beit Hanun, Gaza Strip.
Donne palestinesi guardano i resti demoliti di un complesso edilizio a Beit Hanun, nella Striscia di Gaza il 29 agosto 2014, distrutto durante i combattimenti tra militanti palestinesi e Israele. Photo by AFP






Sintesi personale
Domenica segna i  109 anni da quando il "piccolo" Kishinev Pogrom  ha avuto luogo nell' ottobre del 1905 , esattamente due anni e mezzo dopo il primo, il più noto Kishinev pogrom che ha scioccato il mondo
A ogni giovane israeliano è stato spiegato il termine "Kishinev Pogrom", ed è giusto così. E 'stato un massacro barbaro,  di puro antisemitismo.  “On the Slaughter” and “The City of Slaughter  poesie scritte da Bialik lamentando il dolore, la rabbia e il tormento che provava dopo il pogrom. Le lunghe  poesie ferocemente formulate offrono una condanna penetrante degli assassini di Kishinev e sono rimaste parte integrante  della coscienza ebraica per generazioni. La memoria sarà sempre con noi.
All'inizio di ottobre, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha pubblicato il suo ultimo rapporto (ma non definitivo) sulla  guerra  a Gaza .
L'ONU può a volte fare errori, ma non utilizza  l'inganno.
Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite il numero di morti palestinesi durante la guerra di 50 giorni è stato di  2.189 vittime . Di questi, 1.486 sono già stati identificati come i civili, tra cui 269 donne e 513 bambini.146 devono ancora essere identificati, ma finora 1.486 persone sono state uccise dalle nostre mani. Per nessun motivo.
Ed,  ecco, due mesi dopo queste persone sono diventate invisibili. Scomparse. Un episodio dimenticato; le loro ceneri disperse al vento. Nessuno parla di loro. Nessuno chiede di loro. Nessuno sta indagando. Sono stati tutti nascosti dietro le  più scandaloso  scuse: "Sono terroristi ,erano rifugiati " o "Sono stati usati come scudi umani da parte di Hamas."
Tra l'altro, durante i primi pogrom di Kishinev, 49 ebrei furono crudelmente assassinati. Più di 100 anni sono passati e questo atto atroce non è stato dimenticato. Durante la guerra di Gaza, almeno 1.486 civili sono stati uccisi. Due mesi sono passati e sono  stati dimenticati, come se non fossero mai esistiti.
Visto che non vi è alcun Bialik di scrivere per loro o noi, ho deciso di usare  alcune dei suoi versi  tratti dalla La Città di Slaughter.": Your dead were vainly dead; and neither I nor you / Know why you died or wherefore, for whom, nor by what laws; / Your deaths are without reason; your lives are without cause ... For great is the anguish, great the shame on the brow; / But which of these is greater, son of man, say thou– / Or liefer keep thy silence, bear witness in My name / To the hour of My sorrow, the moment of My shame. And when thou cost return / Bring thou the blot of My disgrace upon thy people’s head, / And from My suffering do not part, / But set it like a stone within their heart! What is thy business here, O son of man? / Rise, to the desert fee! / The cup of affliction thither bear with thee! / Talc thou thy soul, rend it in many a shred! / With impotent rage, thy heart deform! / Thy tear upon the barren boulders shed! / And send thy bitter cry into the storm!

"" http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.621188

B. Michael : The Strip of Slaughter

More than 100 years ago, the Kishinev progroms shocked the world. Yet we have managed to forget the innocent dead of Gaza after less than two months.

Oct. 17, 2014 | 1:03 AM | 2
Palestinian women look at the shattered remains of a building complex in Beit Hanun, Gaza Strip.
Palestinian women look at the shattered remains of a building complex in Beit Hanun, Gaza Strip on Aug. 29, 2014, that was destroyed by fighting between Palestinian militants and Israel. Photo by AFP
Sunday marks 109 years since the “smaller” Kishinev Pogrom that took place in October 1905, exactly two and a half years after the first, better-known Kishinev Pogrom that shocked the world – from Theodor Herzl to Theodore Roosevelt, from Leo Tolstoy to Ze’ev Jabotinsky, and from Maxim Gorky to Haim Nahman Bialik.
Every Israeli youth has been exposed to the term “Kishinev Pogrom,” and rightly so. It was a barbaric massacre, pure anti-Semitism. Even in recent years – a period dubbed an “age of ignorance” by Dr. Tsvia Walden – it would be difficult to find an Israeli student unfamiliar with “On the Slaughter” and “The City of Slaughter,” the pair of poems penned by Bialik bemoaning the pain, anger and torment he felt after the pogrom. The long, fiercely worded poems offer a piercing condemnation of the murderers in Kishinev and have remained part of the Jewish consciousness for generations. The memory will always be with us.
At the beginning of October, the United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) released its latest (but not final) report about this summer’s war in Gaza.
In recent decades, I’ve been hard-pressed to find reasons to believe reports prepared by the IDF Spokesperson’s Unit or other Israeli government organizations. Evasion, deception, public relations and even mendacity are all too common from such sources. Therefore, in my opinion, the UN reports are preferable. The UN sometimes makes mistakes, but I’ve yet to find them practicing deception.
According to the UN's latest figures, the number of Palestinian fatalities during the 50-day war was 2,189. Of those, 1,486 have already been identified as civilians, including 269 women and 513 children. A further 146 have yet to be identified, but so far 1,486 people were killed by our hands. For no reason.
And, lo and behold, two months haven’t even passed and these people have become invisible. Disappeared. A forgotten episode; their ashes dispersed in the wind. No one speaks of them. No one wonders about them. No one is investigating. They’ve all been hidden behind the lamest and most outrageous of excuses: “They were sheltering terrorists”; or “They were used as human shields by Hamas.” They are lame because they come from a state that houses its military command center (the Kirya) in the heart of a bustling city (Tel Aviv), a stone’s throw from a huge hospital (Ichilov).
By the way, during the first Kishinev Pogrom 49 Jews were cruelly murdered. More than 100 years have passed and this heinous act has not been forgotten. During the Gaza war, at least 1,486 civilians were killed. Two months pass and they’re forgotten, as if they never existed.
Seeing as how there is no Bialik to write for them or us, I’ve taken it upon myself to use some of his lines from “The City of Slaughter.” They seem fitting to me, both for the living and the dead:
“Your dead were vainly dead; and neither I nor you / Know why you died or wherefore, for whom, nor by what laws; / Your deaths are without reason; your lives are without cause ... For great is the anguish, great the shame on the brow; / But which of these is greater, son of man, say thou– / Or liefer keep thy silence, bear witness in My name / To the hour of My sorrow, the moment of My shame. And when thou cost return / Bring thou the blot of My disgrace upon thy people’s head, / And from My suffering do not part, / But set it like a stone within their heart!
What is thy business here, O son of man? / Rise, to the desert fee! / The cup of affliction thither bear with thee! / Talc thou thy soul, rend it in many a shred! / With impotent rage, thy heart deform! / Thy tear upon the barren boulders shed! / And send thy bitter cry into the storm!” http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.621188