mercoledì 2 settembre 2015

Profughi : Ora ha un nome il bambino della spiaggia

foto di Sulaiman Hijazi.




È stato identificato il bambino la cui foto ha fatto il giro del mondo,si chiama aylan alkordi , purtroppo non era solo  E' morto anche un  altro fratello   che  era insieme a lui. Un terzo è stato salvato

“Striscia di Gaza inabitabile fra 5 anni”: l’allarme dell’Onu



Palestina, "Striscia di Gaza inabitabile fra 5 anni": l'allarme dell'O





Per gli abitanti della Striscia di Gaza si preannunciano tempi duri, almeno secondo l’Onu. Nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, si afferma infatti che se la situazione economica non cambierà entro il 2020, il territorio diventerà invivibile. Per la prima volta infatti dal 2006 il Pil è negativo e la condizioni socio-economiche sono le peggiori dal 1967.
Per le Nazioni Unite una delle cause principali di questa situazione è l’instabilità politica. Dagli accordi di Oslo (1993-1995) ad oggi nei periodi di maggiori tranquillità politica si sono registrati i trend economici più virtuosi. Nei periodi invece “più caldi” si è registrata una contrazione economica.  in momenti più critici sono stati nel 2000, inizio della seconda Intifada, e negli ultimi sei in cui ci sono stati tre interventi militari.
A rendere la situazione ancora più difficile è il blocco economico degli ultimi otto anni. Dal 2007, infatti, l’esportazioni dalla Striscia di Gaza sono state vietate e si sono molto ristrette le importazioni e i trasferimenti di denaro. Inoltre le infrastrutture sono sempre più povere, in particolare quelle base, come elettricità e acqua potabile. Ma se le condizioni di vita per gli abitanti di Gaza peggiorano, diversa è la situazione nella West Bank, l’altra zona della Palestina, quella più ricca di risorse naturali.
In questo territorio vivono la maggior parte dei coloni israeliani, quadriplicati dagli accordi di Oslo. Nel 1995 il Pil della Striscia di Gaza e della West Bank non erano molto distanti. Oggi il Pil della zona abitata da israeliani è oltre il doppio di quello della Striscia. E all’orizzonte non sembra esserci un’inversione di tenden

Israele, scuole cristiane in sciopero




 


Centinaia di cristiani hanno manifestato oggi, davanti alla Basilica dell'Annunciazione a Nazareth, contro la discriminazione subita dalle scuole cristiane, che hanno annunciato uno sciopero a tempo indeterminato. "Quello che chiediamo non è un privilegio - ha detto monsignor Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale del Patriarcato latino di Gerusalemme per Israele - chiediamo giustizia e parità, per le nostre scuole come per tutti gli altri istituti".

Il prelato ha parlato davanti a una grande folla che si è riunita sotto lo slogan: "Il governo vuole la fine delle scuole cristiane" e "le scuole cristiane reclamano l'uguaglianza". Così, le porte di 47 scuole cristiane d'Israele sono rimaste chiuse. E ci resteranno finché, dicono, non si sia trovata una soluzione perché, ha aggiunto il vescovo, "se le scuole cristiane sono minacciata, alla lunga sarà la presenza cristiana ad essere minacciata".

La manifestazione avviene alla vigilia dell'incontro tra papa Francesco e il premier israeliano Reuven Rivlin, previsto giovedì 3 settembre. Lo scorso lunedì 24 agosto a Gerusalemme era avvenuto un incontro tra il Comitato negoziale delle Scuole cristiane, presieduto dal vescovo Marcuzzo, e il presidente Rivlin. L'incontro era stato definito "un passo positivo" dal Segretariato generale dell'Ufficio delle Scuole cristiane in Israele.

Intervistato da Radio Vaticana, padre Marwan Dedes, direttore generale delle Scuole della Custodia francescana di Terra Santa, ha ricordato che le scuole cristiane in Israele "accolgono più di 10 mila ragazzi" e che "la retta scolastica a carico dei genitori non arriva a coprire nemmeno il 50% delle spese necessarie". "Praticamente dipendiamo dal sussidio che prendiamo dal governo e lì nasce il vero problema. Le condizioni per poter prendere i sussidi che si davano prima, e che si dovrebbero dare ancora, non possono essere da noi accettate facilmente, perché limitano la libertà della scuola cristiana privata nel suo lavoro e nel suo modo di agire".

Padre Dedes ha aggiunto: "Le nostre scuole, e parlo delle scuole cristiane non solo della Custodia ma di tutte le congregazioni che ci sono in Terra Santa, sono sempre state aperte a tutti. In alcune ci sono addirittura ragazzi ebrei. Ma in genere la popolazione scolastica è composta da cristiani e musulmani che vivono bene insieme, in sintonia e in quei luoghi possiamo trasmettere i nostri valori comuni: fratellanza, pace, amore, carità, volontariato". Un patrimonio spirituale e una serie di opportunità messi a rischio dalle nuove norme per i sussidi.

Le 47 scuole cristiane presenti in Israele sono frequentate da 33mila studenti (di cui solo la metà sono battezzati) e impiegano 3mila insegnanti. I sussidi statali, che fino a qualche anno fa coprivano il 65% delle rette, sono stati drasticamente ridotti e adesso non coprono nemmeno il 30% delle spese di gestione.

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Cosa c’è intorno ai video dalla Palestina

Nei giorni scorsi è stato pubblicato su diversi mezzi di informazione internazionali e sui social network un video che mostra un soldato israeliano che cerca di immobilizzare in maniera piuttosto violenta un bambino palestinese disarmato. Il video è diventato “virale” prima in Medio Oriente e poi sui media occidentali, per i modi molto spietati del soldato e per la successiva reazione di una bambina e alcune donne palestinesi, che hanno aggredito il soldato riuscendo ad impedirgli di arrestare il bambino. Haaretz, uno dei più importanti giornali israeliani, ha riportato la versione dell’esercito israeliano secondo cui il soldato coinvolto voleva arrestare il bambino per aver tirato delle pietre e senza essersi reso conto si trattasse di un minore. Jonathan Pollak, un attivista israeliano di sinistra, ha invece detto ad Haaretz che il bambino non aveva tirato nessuna pietra. Nel corso degli scontri avvenuti durante l’episodio, fra l’altro, l’esercito israeliano ha arrestato un attivista italiano che si trovava sul posto.
La storia mostra una dinamica molto chiara e familiare al pubblico internazionale delle tensioni dei passati decenni in Palestina. Diversi siti di news in lingua inglese la titolano in maniera molto forte: il Telegraph ha pubblicato un articolo intitolato “Alcune donne palestinesi liberano un bambino ferito bloccato da un soldato israeliano”, mentre il titolo del tabloid Daily Mail è “Incredibile: palestinesi disperate lottano e mordono un soldato israeliano che aveva immobilizzato e puntato la pistola contro un ragazzino con un braccio rotto”. Il Telegraph ha però poi rimosso l’articolo, e il Daily Mail ha invece ammorbidito il titolo, vedremo perché. In Italia, Repubblica – fra gli altri ha ripreso la notizia spiegando che il soldato israeliano «ha evidentemente perso il controllo» e fermato «con la violenza» un ragazzino, mostrando la foto del soldato che sembra prendere per il collo anche una ragazzina al suo fianco. Ma al di là della dinamica esatta della scena violenta di questa occasione, il video racconta soprattutto una storia vecchia di meccanismi di propagande contrapposte tra filopalestinesi e filoisraeliani, a cui partecipano media, siti e organizzazioni in tutto il mondo.
Dove siamo
Nabi Saleh è un piccolo paese palestinese di circa cinquecento abitanti, dove molte persone sono imparentate fra loro e portano il cognome Tamimi. Nel 2013 il giornalista del New York Times Ben Ehrenreich ci passò circa tre settimane, provando a spiegare le origini delle proteste e le abitudini del villaggio.
I problemi erano iniziati nel 1977, quando un gruppo di fondamentalisti israeliani fondò la colonia di Halamish, posta praticamente dal lato opposto della valle. Come moltissime altre colonie israeliane, Halamish esiste ancora oggi nonostante questo tipo di insediamento sia formalmente ritenuto illegale dall’ONU. Via via, la popolazione di Halamish è aumentata fino a diventare il doppio di quella di Nabi Saleh. Nel 2008, come racconta Ehrenreich, alcuni coloni israeliani decisero di costruire alcune vasche vicino a una sorgente d’acqua storicamente usata dagli abitanti palestinesi, che possedevano anche alcune terre negli immediati dintorni.
Il percorso per andare in macchina da Nabi Saleh a Halamish
Nel 2009, di conseguenza, gli abitanti di Nabi Saleh organizzarono una prima marcia per protestare non solo contro l’occupazione della fonte da parte dei coloni, ma in generale per la sfinente rete di posti di blocco e controlli a cui sono sottoposti gli abitanti della Cisgiordania e in generali quelli che vivono nei pressi di una colonia. Più o meno da allora, le proteste vengono organizzate ogni venerdì dopo la preghiera settimanale per i musulmani. E ogni venerdì, da anni, i soldati israeliani sorvegliano la zona impedendo ai dimostranti di avvicinarsi ad Halamish con l’uso di armi con proiettili di gomma, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua riempiti di “skunk”, un liquido non tossico ma estremamente maleodorante.
PALESTINIAN-ISRAEL-CONFLICT-DEMO
Per sua stessa ammissione, l’esercito israeliano compie raid notturni in alcuni villaggi della Cisgiordania – un suo portavoce le ha definite delle “misure preventive” – e inoltre arresta molti dei dimostranti. Dal 2009 a oggi più di 100 abitanti di Nabi Saleh sono finiti in prigione. Uno degli attivisti più noti di Nabi Saleh si chiama Bessem Tamimi ed è stato imprigionato per aver organizzato manifestazioni considerate illegali e per “aizzamento”.
Gli abitanti di Nabi Saleh, nonostante si definiscano non violenti, si presentano alle manifestazioni con sassi e fionde, che usano contro veicoli militari e soldati israeliani. Di solito hanno la peggio. La moglie di Tamimi nel 2013 ha raccontato a Ehrenreich che secondo i suoi calcoli i soldati israeliani avevano causato 432 ferite agli abitanti del villaggio, metà delle quali nei confronti di minorenni.
MIDEAST ISRAEL PALESTINIANS
Poco dopo l’inizio delle proteste, quando già Nabi Saleh era diventato un caso molto noto, l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem decise di donare alcune videocamere agli abitanti di Nabi Saleh per filmare le loro proteste e documentare così eventuali maltrattamenti subiti dai soldati israeliani. A Bilal Tamimi – che è l’uomo della famiglia Tamimi che gestisce il canale YouTube dove sono pubblicati la maggior parte dei video delle proteste – fu data una videocamera proprio da B’Tselem. Sulle prime, la cosa funzionò: un articolo del New York Times del 2011, per esempio, cita la storia di un video girato a Nabi Saleh durante una protesta del 2011 e trasmesso all’epoca anche da una tv israeliana. Mostra alcuni soldati israeliani prendere per il collo e i capelli una ragazza palestinese, che durante l’arresto venne anche presa a calci e insultata.
La grande visibilità di quello che avviene a Nabi Saleh avviò però presto dinamiche nuove legate esattamente a questa stessa visibilità. Negli anni le proteste di Nabi Saleh sono diventate famose anche per il fatto che vi partecipano attivamente diversi bambini e ragazzini, che secondo i critici vengono istigati a lanciare pietre – come gli adulti – e a provocare i soldati israeliani. La versione degli abitanti di Nabi Saleh è che sia troppo pericoloso lasciarli da soli in casa. Ancora oggi, raccontano di una volta in cui radunarono i bambini in un’unica casa durante una manifestazione, e di come l’esercito israeliano abbia attaccato proprio quella casa. Ad ogni modo, è diventato frequente che fotografi delle agenzie internazionali – spesso presenti a Nabi Saleh – e i video diffusi dagli stessi abitanti del paese si dedichino ai bambini che manifestano o tirano pietre, subendo poi le reazioni dell’esercito israeliano.
10835243_829929647093959_125243289051529155_oPagina Facebook: Janna Jihad
Nel 2012 divenne virale un video della bambina Ahed Tamimi che urlava dietro ad alcuni soldati israeliani, “minacciandoli” anche con un pugno. In seguito al video, Ahed fu invitata a ricevere un “premio per il coraggio” in Turchia, dove incontrò anche l’allora primo ministro Recep Tayyip Erdoğan (oltre a diverse persone con la sua foto sulla maglietta). Un blogger israeliano di destra, allora, la soprannominò “Shirley Temper”, paragonandola alla famosa attrice-bambina Shirley Temple. Su YouTube circola una raccolta di suoi video in cui viene ripresa mentre spintona alcuni soldati e urla contro di loro.
Un’altra bambina di nome Janna, che si definisce cugina di Ahed, ha una pagina Facebook – “Janna Jihad” – con quasi 20mila follower in cui sono pubblicate foto e video delle sue marce di protesta, oppure di discorsi e canzoni propagandistiche pro-Palestina. Nel campo informazioni della sua pagina Facebook, c’è scritto «la più giovane giornalista palestinese».
La complessità della questione è ben rappresentata dall’esperienza di Ehrenreich, il giornalista del New York Times, che racconta di aver vissuto piuttosto pacificamente a Nabi Saleh, nonostante a un certo punto sia stato arrestato dall’esercito israeliano – che in seguito ha negato di averlo fatto – e malgrado abbia vissuto con un certo disagio l’attaccamento che alcuni abitanti di Nabi Saleh avevano nei confronti di un loro concittadino che ha aiutato un attentatore suicida nel 2001.
L’ultimo video
Le accuse reciproche di propaganda artificiosa riflettono e complicano la comprensione esatta delle vicende: si è creato un contesto in cui spesso si ha l’impressione che non tutte le violenze mostrate dai video avverrebbero in quei termini – nel bene e nel male – se non ci fossero i video; ma anche che nessuna delle accuse di messinscena arrivino da fonti credibili e obiettive, e che siano diventate a loro volta un’arma anti-palestinese, pronta a sostenere ogni volta che ogni violenza da parte dei soldati israeliani sia inventata.
Pubblicando il video integrale dell’episodio della settimana scorsa, però, l’associazione UK Media Watch ha sostenuto che il video metta invece in mostra «la moderazione» del soldato israeliano: «è stato picchiato, spintonato e morso eppure ha mantenuto la sua disciplina per tutto il tempo, finché un comandante ha annullato l’arresto» (va aggiunto, però, che andandosene via il soldato ha lanciato una granata stordente). C’è poi un altro importante elemento della storia, citato solamente da alcuni dei maggiori media occidentali: la ragazzina con la maglietta rosa che si vede nel video mentre morde il soldato è ancora Ahed Tamimi.
La quale Ahed Tamimi, in pratica, viene ripresa durante tutte le manifestazioni di protesta contro Israele che ogni venerdì si tengono nel villaggio di Nabi Saleh, che si trova in Cisgiordania a circa 40 chilometri a nord della capitale Ramallah. I video hanno come protagonisti Tamimi o altri bambini che secondo i loro critici vengono incoraggiati a provocare i soldati israeliani. Il padre di Ahed è Bessem Tamimi, che è stato spesso accusato di “usare” sua figlia e gli altri bambini del villaggio a scopo di propaganda. I video vengono pubblicati dall’account YouTube gestito da Bilal Tamimi e fatti circolare sui social network, prevalentemente su Facebook: spesso finiscono con l’esercito israeliano che usa la forza contro i manifestanti, fra cui ci sono anche i bambini.
imma 2000 palestina
Lo storico americano Richard Landes ha introdotto un termine per descrivere questa e altre pratiche simili, termine che è oggi molto popolare nei più aggressivi siti filoisraeliani: “Pallywood“, cioè l’atto di manipolare informazioni e testimonianze sui palestinesi in modo da influenzare la loro percezione di vittime innocenti delle violenze di Israele. Uno dei casi più famosi di “Pallywood” avvenne per esempio nel 2000: durante alcuni violenti scontri fra soldati israeliani e cittadini palestinesi nella spianata delle moschee di Gerusalemme, finì su molti media occidentali – fra cui il New York Times – la foto di un ragazzo col volto insanguinato raffigurato vicino a un soldato che impugnava minacciosamente un manganello. Associated Press, che diffuse la foto, spiegò erroneamente nella didascalia che si trattava di un ragazzo palestinese. Più tardi, venne fuori che il ragazzo era un 20enne americano di origini israeliane che si trovava a Gerusalemme per motivi di studio, e che era stato picchiato e accoltellato da una folla di palestinesi nonostante non stesse partecipando agli scontri. Il New York Times si scusò e la vera storia della foto divenne nota – esiste persino una pagina Wikipedia che la ricostruisce – ma negli anni i media arabi e gruppi di propaganda hanno continuato ad usare la prima “versione” della storia.
Ma diversi siti filoisraeliani usano il termine “Pallywood” dispregiativamente nei confronti di moltissime proteste palestinesi più fondate, nel tentativo di sminuirle o negarne la veridicità. Ed è questo il contesto in cui ogni nuova immagine che arriva dalle violenze di Gaza e Cisgiordania viene strumentalmente usata dalle parti opposte con maggior rumore di quello provocato da chi cerca di comprendere di caso in caso la verità di quel che accade, che a sua volta sta dentro a una questione tragicamente complicata a priori.
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Pallywood : Nabi Sali , la famiglia Tamimi nella narrazione dei media pro hasbara



I difensori di Israele sui social media stanno utilizzando il termine "pallywood"  come reazione al video  che documenta il  brutale trattamento di un soldato verso un bambino nel villaggio occupato di Nabi Salih  Poco dopo Daily Mail ,  nel  titolo, sosteneva  che l' adolescente palestinese Ahed Tamimi è una "prolifica  'pallywood stella'" e  si poneva la domanda   sull'autenticità ..." dell'evento e la proliferazione  del  video.
Il britannico The Guardian :   si chiedeva :"che cosa  le immagini mostrano? La realtà è complessa inquietante e contraddittoria . "
E Ynet   ne deduce  che l'intero incidente è stato organizzato.
L'hashtag #Pallywood è prolifico su Twitter: esempio da infame  esempio  israeliano  del gruppo Shurat HaDin:
Cerchiamo di essere chiari circa la tendenza dei media: l'hasbara israeliana sta combattendo contro  queste  foto imbarazzanti   e contro il il video. Non c'è dubbio che la  famiglia Tamimi  sia  nota, ma . questo è perché si rifiuta di fermare   la protesta contro il furto della loro terra e la sorgente di acqua .Non hanno altro mezzo di autodifesa, se non  quello di esporre  al mondo la realtà della loro vita con le telecamere ,. Non hanno armi o bombe, combattono con i media e l'esposizione,ma le scene che registrano sono reali. Il nodo centrale  è quello di catturare le violenze di routine   con la macchina fotografica. Rosa Parks  aveva pianificato la sua azione eroica su un autobus di Montgomery nel 1955. Ma era  una messa in scena? Ovviamente no.
Sembra che alcune persone stanno solo ora svegliandsi di fronte a  questa realtà. Queste proteste, come le altre proteste e dimostrazioni nel corso della storia, hanno lo scopo di destare l'attenzione e produrre cambiamenti . Se le telecamere non  fossero state lì, le forze armate israeliane avrebbero  inseguito  e arrestato  i palestinesi, compresi i loro figli. La  famiglia Tamimi  voleva mandare un  messaggio al mondo.

Sono i soldati che vengono creati   come star cattivi in ​​un video "pallywood"? Se è così  Israele dovrebbe smettere di prendere  di  mira i bambini palestinesi, di invadere i villaggi nel bel mezzo della notte.  Ayed Abu Eqtaish,  ha confermato  che 700 bambini sono stati messi sotto processo   dai  tribunali militari israeliani nel 2014.
La detenzione di ciascuno di questi bambini è profondamente dolorosa per le famiglie.  I media ci  raccontano che Israele agisce come reazione,  ma i  palestinesi protestano a Nabi Saleh e  aBil'in e in altri villaggi e città in tutta la Palestina  come reazione al furto della loro terra e dell'  acqua,  per opporsi alle condizioni di vita  esistenti sotto l'occupazione. Essi pagano un prezzo per questo. Israele arresta i bambini per reprimere la resistenza non violenta al furto della loro terra.
Stranamente, questa rivelazione sta producendo grandi onde . Questa è una buona cosa.
Forze israeliane  che inseguono e catturano i bambini palestinesi è  di routine. Israele cerca di sopprimere le notizie arrestando e attaccando i giornalisti e i  fotografi. . Rompe le loro attrezzature come documentato nel candidato  documentario all'Oscar : 5 Broken Cameras. Pallywood incontra Hollywood? Giudicate voi. Documentari come Budrus e 5 Broken Cameras non sono solo arte, raccontano storie reali  ed eventi reali.
Anche i bambini  e gli adulti  palestinesi morti sono sospettati di agire  come  pallywood . Secondo il blogger Thomas Wicker, Salem Shamaly, ucciso  da un cecchino israeliano è  un altro esempio di pallywood. Ma torniamo ai ragazzi.
Jana Jihad


Jana Jihad 
Quando i bambini palestinesi  documentano sono particolarmente pericolosi,in quanto corrono il rischio  di avere un  seguito internazionale  e di apparire ragazzi normali. Nabi Salih  è stata soprannominata  la più giovane giornalista dilettante nei territori palestinesi". Jana registra la sua vita su un telefono cellulare  e racconta la storia del suo paese attraverso l'occhio di un bambino palestinese, testimonia dei lanci dei  lacrimogeni israeliani  ,   dei raid notturni , dell'infanzia non interamente vissuta come tale a Nabi Saleh. 
Lei è diventato popolare su Facebook, molti dei suoi video sono diffusi .  Nel 2011 Mustafa Tamimi è stato ucciso dalle forze militari israeliane. anche questo è  un falso di Pallywood? O  è vita reale.?  
Jana Jihad ha  riferito alla  CNC (video):
Noi vogliamo  che i   bambini palestinesi , siano come tutti i bambini del mondo ,  noi vogliamo essere liberi e  vogliamo la pace . E noi non vogliamo che qualcuno  della nostra terra diventi terrorista 
Larry Derfner ha  evidenziato la smentita alla versione data dai militari  dopo la pubblicazione di un video   sull' uccisione di due ragazzi palestinesi, Nadeem Mohammad Mahmoud Nawara e Odeh Abu Daher durante la Nakba Day . Una catastrofe per i teorici della cospirazione  'pallywood' 
Secondo la difesa di Children International / Palestine, nel  gennaio 2015 163 bambini palestinesi sono stati giudicati dal  sistema giudiziario militare israeliano  . February – 182, March – 182, April – 164.   Non è pallywood  è la realtà 
Gli abitanti del piccolo  villaggio di Nabi Salih rappresentano una minaccia per la sicurezza di IsraeleLa realtà è un'altra .   La terra del villaggio e la  sorgente villaggio, come le terre della Cisgiordania, ricche  di risorse , sono desiderate  . Così   desiderate che Israele ha dichiarato "il sito archeologico " per evitare che i residenti di Nabi Salih  potessero accedere ai campi intorno alla  sorgente . Eppure, curiosamente,  siti  archeologici  non vengano danneggiati dai coloni, solo dai  palestinesi.
Un modo per affrontare questo problema potrebbe essere quella di consentire ai residenti di Nabi Salih accesso alla loro sorgente .
Secondo Brad Parker,i bambini palestinesi sperimentano violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani a causa della prolungata occupazione militare israeliana .Eppure l'idea che i bambini palestinesi siano  in grado di pensare con la propria testa,   di raccontare le proprie storie ha creato una situazione del tutto aberrante per Israele advocacy.
Quindi gruppi di difesa israeliane, come   UK Media Watch and CAMERA" temono  che i bambini possano minare  la  propaganda", e  i media flessibili seguono rapidamente l'esempio  rinnovando completamente la loro copertura. Il soldato "è caduto nell' 'imboscata  della giovane ragazza", il Daily Mail sostiene. Questi bambini non hanno scelto di crescere sotto l'occupazione. I Tamimi stanno  documentando le loro vite in modo che il mondo li possa ascolatare . Stanno facendo questo per ottenere la vostra attenzione.
.
Allora, dov'è il Gandhi palestinese? Alcuni di loro vivono a Nabi Saleh. Gandhi ,oggi come oggi, sarebbe considerato  una stella pallywood e sarebbe condannato per le proteste organizzate e per la partecipazione a cortei illegali. Guardate questo  esempio sulla condanna a Nabi Salih  di Bassem Tamimi .Ha ottenuto  l'attenzione del mondo? No. Bassem e sua moglie sono  stati arrestati di nuovo.
Le carceri sono piene di bambini dei villaggi palestinesi che protestano per la confisca delle loro terre. I soldati detengono il bambino sottoponendolo a pressioni fisiche e psicologiche , fino a che non  firmerà qualcosa in ebraico contro il leader  che ha organizzato le proteste.  Questi villaggi hanno la misera fortuna di essere sottoposti ad Israele  che brama loro terra, dove i coloni stanno espandendo attivamente insediamenti illegali contro il diritto internazionale  e i soldati sono lì per proteggere  l'espansione. È per questo che vanno in questi villaggi.
 La ragazza palestinese  così spiega il motivo della sua protesta :
"Se ci fermiamo a protestare, prenderanno il resto delle terre",

Bassem Tamimi, uno dei leader del movimento di resistenza popolare a Nabi Saleh ha detto che il suo gruppo è stato oggetto di critiche perchè permette  ai bambini di partecipare alla protesta. Ha sottolineanto che non esiste un posto sicuro per i bambini del villaggio.
Una bomboletta di gas lacrimogeno ha rotto il braccio di mia figlia mentre lei era seduta a casa. Ci preoccupiamo   sempre dei  nostri figli".
Genitori palestinesi insegnano ai loro figli  la vita perché l'occupazione  li costringe a  questa vita  Se si pensa che l'esercito israeliano  sia caduto in una trappola, potrebbe semplicemente cambiare le sue politiche.
Mentre ìthe Daily Mail, Shurat HaDin, Michael Oren, CAMERA and pro Israel trash sites like Algemeiner e decine di altri,utilizzono il  calunnioso termine  pallywood,  si può anche solo immaginare la reazione al termine  Jewywood   riferito  alla sofferenza ebraica  e  alla morte?
A proposito di Annie Robbins

martedì 1 settembre 2015

Bradley Burston : You Love Israel. You Hate the Occupation. A New Year's Dawning. What's Your Move?


 
 
 
 
 
There's a certain freedom in a time of extremism and obsession and chaos. Freedom to chart a new course. Freedom to love Israel. Freedom to help undo...
haaretz.com


Let's say you're one of those North Americans who loves Israel.

A New Year is dawning. And while you love Israel, you may well be one of those Jews whose thoughts of atonement – of reconsideration, of addressing wounds long left gaping and jagged and raw – extend to the Israeli government's policies in the West Bank and East Jerusalem.

Let's say you believe those policies to be anti-democratic and inhumane.

And let's say you feel alone with this. On your own.

Little wonder. In these days of polarization in the Jewish community, fueled by an all-encompassing focus on Iran, it may seem that no one's noticing or doing anything to undo an ever-worsening, ever-deepening occupation.

Maybe it's because some of the groups who say they're standing up for Israel, often seem more interested in slamming Palestinians, Islam, and the President of the United States, than doing anything to change the Holy Land's reality for the better.

Or maybe it's because some of the groups who hate occupation also truly hate Israel, and give the distinct impression that they are more interested in hurting Israel than they are in helping Palestinians.

But you're not alone with this. More and more, there are people thinking of and acting on ways to try to save Israel and undo what occupation destroys, even if it's only one small mitzvah at a time.

1.  A little over a month ago, terrorists firebombed the West Bank home of the Dawabsheh family, killing 18-month-old Ali and his father, and critically burning his mother and brother, who are being treated in Israel's Sheba Medical Center, Tel Hashomer.

The government said the perpetrators, who are still at large, are believed to be Jewish terrorists. It later emerged that the family were ineligible for the government financial support which Israel automatically grants Israeli victims of terrorism, including West Bank settlers.

In an effort to address the problem, a number of groups, including Machsom Watch and Rabbis for Human Rights (RHR), collected small donations to help the Dawabsheh family, and RHR helped the family set up a special bank account, so that donations could be sent directly there.

At the same time, many other groups, among them the Tag Meir organization, whose focus is healing the deep social wounds opened by the so-called price tag attacks (in Hebrew, "tag mechir"), and The Parents Circle of bereaved families, have also been doing important work building bridges between Israelis and Palestinians.  The New Israel Fund coordinates support for a wide range of these groups.

Israeli and Jewish initiatives are helping expand medical care for Palestinians in other ways as well. (See 3, below).

But more, much more can be done.

Why not create an overall fund to help pay the expenses of victims of the so-called "price tag" and other extreme pro-settlement attacks, which target Palestinian lives, livelihoods, and property, as well as Holy Land mosques and churches?

There are signs that work is already beginning toward creation of such a fund.

2. All over the West Bank and in East Jerusalem, there are Palestinian villages, towns, and neighborhoods under imminent threat of demolition, expulsion, encroachment and replacement by settlers.

Why not explore the possibility of progressive synagogues and other organizations establishing a twinning or sister community relationship with the villages?

Among possible means of support might be contacting the villagers, learning about their plight, and creating a network that monitors and publicizes what's happening there; working with Israeli left parties to help them, pressuring the Israeli government through direct mail and contacting the consulates, helping NGOs which help the villagers, and organizing visits to the sister communities.

3.  One of the more important ways that concerned Jews can help Palestinians under occupation is by helping expand the availability of medical treatment.

At present, the Peres Center for Peace has an ongoing fund to help pay for medical treatment for Palestinian children.  Also, an organization called "The Road to Recovery" helps Palestinian kids with transportation to Israeli hospitals, with its volunteers using their private cars to drive the young patients.

And there's more. The pro-Israel, anti-occupation organization Ameinu is joining an effort by Project Rozana, founded two years ago as a multi-faith, international initiative which raises funds to expand health care in the West Bank and Gaza, as well as providing treatment in Israel for critically ill Palestinian children when proper care is not available in their own communities.

The project is not only intended to improve the state of health care for Palestinians, but also as an initiative toward building a future Palestinian state, alongside Israel.

Ameinu's emphasis will be on supporting training of Palestinian doctors, nurses and therapists as well infrastructure initiatives, including building a Pediatric Intensive Care Unit in Ramallah.

Medical institutions already involved on the ground include Hadassah Hospital, Wolfson Hospital, the Save a Child’s Heart organization and the St. Johns Eye Hospital in East Jerusalem.

Synagogues, churches, organizations and individuals that would like to get involved with this effort can contact Ameinu.

4. Another way to begin to undo the mechanics of occupation is to seek to make the North American Jewish community more transparent about the aid it gives the settlement enterprise.

J Street, through its student arm J Street U, has taken this on as a specific goal. Among the issues they intend to target this school year are the questions of whether Jewish community federations have a policy about not funding over the Green Line (Israel's pre-1967 war border), and if they make that policy public.

J Street and other groups may also fight the tax exemption given to contributions to non-profits that aid settlement expansion and the deepening of occupation.

There are many other groups which deserve mention here, for example, All That's Left: Anti-Occupation Collective.

If you would like to add to those listed here, by all means: Click Here.

All in all, there's a certain freedom in a time of extremism and obsession and chaos. Freedom to chart a new course. Freedom to make this coming New Year a better one, one mitzvah at a time.

Freedom to love Israel. Freedom to help undo what it's done in your name.
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Bradley Burston

Haaretz Correspondent
read more: http://www.haaretz.com/blogs/a-special-place-in-hell/.premium-1.673960

La famiglia Tamini: Se ami qualcuno lo proteggi

 

 

 

 

Parla la famiglia palestinese che ha respinto il soldato israeliano che voleva arrestare il loro ragazzo a Nabi Saleh, in Cisgiordania. Tratto da East middle eye, traduzione a cura di dinamopress.

La famiglia Tamimi ha dichiarato che la presenza dei giornalisti è stata cruciale per respingere il soldato israeliano che voleva arrestare il loro Mohammed di 11 anni. Nariman Tamimi racconta che lei e suo figlio stavano guardando la manifestazione da lontano quando ha notato che qualcosa non andava. I soldati, che di solito cercano di bloccare la protesta prima che raggiunga il ripido pendio del suo villaggio, sembrava stessero incoraggiando i dimostranti a scendere il pendio. Quando ha capito il motivo, era troppo tardi. Racconta che una dozzina di soldati si erano nascosti dietro gli alberi e dei massi lungo il fianco di una collina, saltando fuori per catturare manifestanti impreparati.

Abbiamo visto che i soldati avevano preso mio nipote e un’attivista straniero, stavano per arrestarli e tutti siamo corsi per aiutarli” dice Nariman. Quando gli altri manifestanti sono corsi in aiuto dei due manifestanti che erano stati arrestati, il figlio di Nariman, Mohammed Tamimi, 11 anni, è rimasto dietro e continuava a guardare a distanza. Questo è il momento in cui è stato catturato. Quello che è accaduto successivamente è stato ripreso da una macchina fotografica in una serie di foto, che ritraggono un giovane ragazzo buttato a terra da un soldato israeliano, mentre la madre del ragazzo, la zia e la sorella combattono per togliere l’uomo adulto via dal bambino.

Diffusione virale

Le foto e i video dell’ incidente si sono diffusi rapidamente attraverso i social media, catturando l’attenzione delle agenzie di stampa internazionali. La famiglia Tamimi, noti attivisti palestinesi, sono rimasti impressionati per quanto velocemente si fossero diffuse le foto. Bilal Tamimi, uno degli zii del ragazzino fermato nel filmato, ha ripreso l’intera aggressione.

(Uno dei miei video) ha raggiunto più di un milione di visualizzazioni solo oggi” Bilal ha dichiarato al Middle East Eye dalla casa della sua famiglia nel piccolo villaggio di Nabi Saleh appena fuori Ramallah. “Non ci posso credere, nessuno di noi può crederci

La zia di Mohammed, Nawal Tamimi che è stata ripresa nel video mentre disperatamente tirava e colpiva la faccia e il corpo del soldato – cercando con tutte le sue forze di tirare via il soldato da suo nipote – dichiara che è riconoscente del fatto che le telecamere fossero lì. Questi tipi di incidenti non sono rari per Nabi Saleh e per la Palestina”, dice Nawal. “Siamo grati del fatto che le persone stanno guardando queste foto e vedono cosa accade sotto l’occupazione, ma cose peggiori di queste si verificano sempre. Se non ci fossero state così tante persone con le telecamere, quel giorno loro ci avrebbero tranquillamente sparato e avrebbero preso Mohammed, non sarebbe stato anormale”.

Il villaggio di Nabi Saleh organizza settimanalmente la manifestazione del venerdì– senza alcuna eccezione – dal 2009, come protesta contro l’occupazione israeliana del territorio palestinese, e contro la confisca delle terre di Nabi Saleh ad opera del vicino insediamento illegale di Halamish. Il villaggio è conosciuto per l’intensità degli scontri che ci sono durante le proteste e per l’organizzazione del suo comitato di resistenza popolare. La forza del movimento di resistenza di Nabi Saleh significa che le forze israeliane effettuano incursioni nelle case durante la notte e che gli scontri sono frequenti.

Nessun luogo è sicuro

Tutti i bambini di Nariman, anche il suo figlio più piccolo, prendono parte alle manifestazioni di Nabi Saleh. Spiega che durante le proteste non tiene a casa i suoi figli perchè nemmeno nelle loro case sono al sicuro. Nelle foto, il giovane ragazzo che è stato immobilizzato, indossa un gesso al braccio, una ferita, dice sua madre, che è stata causata quando le forze israeliane hanno attaccato la loro casa solo due giorni prima dell’incidente di Venerdì. “Si può vedere dalle foto che indossa un gesso” afferma Nariman “I soldati hanno lanciato lacrimogeni dentro casa e rotto le finestre, uno di questi contenitori di metallo che è caduto dentro, ha colpito il suo braccio e gli ha rotto il polso”.

Quindi, a Nabi Saleh non esiste un luogo sicuro nè dentro nè fuori, ma i bambini sono meno traumatizzati restando fuori ed affrontando le loro paure piuttosto che stare qui a nascondersi, li fa sentire meglio, psicologicamente” insiste Nariman.

Se ami qualcuno lo proteggeresti

I fotografi sono stati i primi a raggiungere Mohammed, riprendendo i momenti iniziali dell’incidente di venerdì, mentre urlavano contro il soldato affinchè rilasciasse il ragazzo e avvertendolo che il braccio del ragazzo era rotto. La sorella di Mohammed, Ahed, 14 anni, è stata la prima che fisicamente è arrivata in suo aiuto. “All’inizio ho provato a parlare con il soldato per convincerlo a lasciare andar via Mohammed, ma lui non voleva così ho fatto qualsiasi cosa in mio potere per liberare mio fratello da lui. Chiunque avrebbe fatto lo stesso per il proprio fratello o per qualcuno che si ama, se ami qualcuno lo proteggi” ha spiegato Ahed.

Una delle foto più condivise tra la serie di immagini virali, mostrano Ahed mordere la mano del soldato durante lo scontro per liberare Mohammed. “Non so cosa stessi facendo, stavo solo facendo qualsiasi cosa per liberare mio fratello” afferma. Ahed e la madre di Mohammed possono essere viste mentre graffiano la faccia e la maschera del soldato condividendo lo stesso sentimento. Nariman è arrivata sulla scena subito dopo Ahed. Nel video, prima che raggiungesse lo scontro tra i suoi due figli e il soldato, la si sentiva urlare “Mio figlio, mio figlio” ripetutamente. “Non stavo pensando ad altro tranne che a togliere il soldato da sopra mio figlio, non importa come” afferma Nariman quando le viene chiesto se a un certo punto si fosse spaventata delle possibili conseguenze di un contatto fisico con un soldato israeliano. “Quella mitragliatrice stava penzolando lì vicino alla testa di mio figlio e la sua mano era attorno alla sua gola.

Quando Nariman ha visto le foto per la prima volta, dice che è stata attraversata da un turbine di emozioni. “Ridevo e piangevo. In un primo momento, quando ho visto la faccia mia e di mia figlia mentre lei mordeva il soldato e io lo colpivo e lo sguardo sulla faccia del soldato, ridevo”. Esclama. “Ma quando ho visto e realizzato la paura nel volto di Mohammed mi sono messa a piangere. Nessuna madre vorrebbe vedere sulla faccia del proprio figlio una tale paura”.

Mentre Mohammed guarda terrorizzato le foto, subito scarta l’idea che l’incidente sarebbe potuto essere il momento piu spaventoso dei suoi 11 anni di vita. “Il momento più pauroso della mia vita non è stato venerdì” spiega Mohammed, raccogliendo la stoffa sfilacciata sul braccio gessato. “è stato quando avevo nove anni. I soldati arrivarono al villaggio nel mezzo della notte e allora non c’era nessun giornalista a guardare e ci siamo messi a correre via da loro, ma i bambini più grandi erano più veloci

Come venerdì, Mohammed è stato separato dal gruppo, il resto dei suoi cugini più grandi, si erano messi su una collina, ma lui e un altro cugino erano ancora in basso, con i soldati vicino, racconta. I soldati stavano per arrestarci, ma i nostri cugini iniziarono a buttare i sassi e noi siamo riusciti a scappare, ma quando ho raggiunto il resto dei ragazzi hanno sparato a mio cugino giusto di fronte a me. Questo è stato il momento più pauroso, non ieri.

Nariman non è estranea a situazioni intense, ma spiega che ogni madre potrebbe fare quello che lei ha fatto di istinto, senza curarsi del rischio. “Sei sei una madre proteggeresti i tuoi figli senza pensarci. Anche un gatto, se vede qualcosa che sta ferendo il suo piccolo, lei lo attaccherebbe, e questo è quello che ho fatto io.” Nariman insiste con fervore. “Loro non stavano solo provando ad arrestarlo, il modo in cui la mano del soldato era attorno al collo di mio figlio lo avrebbe potuto uccidere.”

*Tratto da eastmiddleeye.net, traduzione a cura di dinamopress.


Se ami qualcuno lo proteggi

Uri Misgav: La scena da Nabi Salih racchiude tutta la follia, l'ingiustizia, la stupidità e inutilità dell'occupazione.



 
 Sintesi personale

Il video da Nabi Salih è difficile da guardare. Questo è esattamente il motivo per cui dovrebbe essere visto più e più volte.

Il soldato ha agito bene, date le circostanze e non sto facendo del sarcasmo. Un soldato è colui che obbedisce agli ordini. Il suo margine di discrezionalità è molto limitato. Questo soldato è stato inviato dai suoi comandanti per porre fine a  una sassaiola   e neutralizza ,pertanto, un ragazzo di 12  anni  sospettato di lanciare pietre.

E 'una scena difficile da guardare  e  da affrontare .

Decine o centinaia di scene simili si svolgono ogni giorno nei territori occupati. In molti casi la violenza è  molto più grave  e ,  a volte, le pistole sono anche utilizzate . Molte centinaia di bambini palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza da quando la prima intifada è scoppiata alla fine del 1980, bambini uccisi da colpi di armi leggere(una minoranza)   e dal  fuoco dell' artiglieria o dei  bombardamenti aerei  (una maggioranza).

Il soldato in questo video clip non  ha cercato neppure per un momento di usare la sua pistola. Se non ci fosse stata una  telecamere nelle vicinanze, forse l'avrebbe usata. Qui non ha perso la testa anche se donne e ragazze  hanno combattuto contro di lui e una  ragazza lo  ha morso.

E 'sorprendente che i suoi compagni non  siano accorsi in suo aiuto , ma questo ordine deve partire dall'alto e nulla esclude che  fossero a caccia di  altri bambini.

Il soldato  ha maledetto la "sinistra". Lo si può capire date le circostanze  e ,  in ogni caso, questo è quello che gli hanno insegnato  (la sinistra è  responsabile di tutto ) .

Il momento più sconvolgente è quando le donne palestinesi strappano la  maschera  dal viso del soldato. Fino ad allora  abbiamo visto solo i suoi occhi e la sua bocca.

La moda delle maschere  è stata adottata dalle forze di difesa israeliane negli  ultimi anni. E 'stata  copiata  dagli eserciti stranieri  in conflitti lontani, soprattutto utilizzata nei combattimenti   della  penisola di Crimea. Il loro scopo è duplice:  intimidire, ma soprattutto  evitare di essere identificati e incriminati  dalla fotocamera.

Sul piano metaforico  sembra  un'inversione o una fusione di ruoli con  gli uomini mascherati dei palestinesi, ma non  stiamo analizzando il simbolismo cinematografico. Siamo nella realtà. Il ballo in maschera è terminato.

Tutto è diventato chiaro  anche il soldato  è un bambino spaventato.Quando il suo compagno lo trascina in disparte, un attimo prima che la maschera sia rimossa, decide improvvisamente di lanciare una granata stordente   contro i suoi nemici. Sembra più un  ateggiamento infantile che  un'operazione militare.

E qual è stata la reazione della destra  a questa scena fondamentale che, come ogni essere senziente capisce, racchiude tutta la follia ,  l'ingiustizia ,  la stupidità , l'inutilità  dell'  occupazione e  degli insediamenti  ? E ' stata una reazione una pavloviana  reazione sanguinaria, priva  di logica Come cani  ululavano sulle "regole d'ingaggio"  gemendo che "le mani del dell'IDF e dei suoi soldati  siano legate ."

Lo   hanno fatto  i lettori che commentano su siti di notizie su Internet,   Miri Regev  ,  organizzazioni extraparlamentari  come Ronen Shoval, esperti  come Yoaz Hendel.

Che cosa avrebbero tutti  voluto  che  il soldato usasse il fuoco automatica contro donne e bambini ? 
Questa è la vera maschera che è stata rimossa:  tutte queste persone non hanno risposte,usano i luoghi comuni  circa l'uso della forza. La loro percezione della realtà è fondamentalmente errata. La destra israeliana non vive in un video clip; vive in un film di fantasia.
 

 

Uri Misgav : The scene from Nabi Saleh encapsulates all the insanity, injustice, stupidity, purposelessness and pointlessness of the occupation.


 
 
 
 
 
HAARETZ.COM

The video from Nabi Saleh is hard to watch. That’s exactly why it should be viewed again and again.

The soldier acted well under the circumstances, and I’m not being sarcastic. A soldier is someone who obeys orders. His margin of discretion is very limited. This soldier was sent by his commanders to put a stop to stone-throwing. He physically overcame a 12-year-old boy who was suspected of throwing stones and neutralized him.

It’s a difficult scene to watch. Deal with it.

Dozens or hundreds of similar scenes take place every day in the occupied territories. In many cases, much more serious violence is employed; sometimes, guns are even used. Many hundreds of Palestinian children have been killed in the West Bank and Gaza Strip since the first intifada erupted in the late 1980s. The minority were killed by shots from light weapons; the majority by artillery fire or aerial bombings.

The soldier in this video clip didn’t try even for a moment to use his gun. Had there not been cameras in the vicinity, perhaps he would have used it. But here, he didn’t lose his head even as more and more Palestinian women and girls fought with him. One girl even bit him.

It’s surprising that his comrades in this mission didn’t hasten to his aid, but that’s an issue for an operational inquiry at the squad or platoon level. It’s also possible that they were busy chasing other children.

The soldier cursed a bit and spoke rudely to the “leftists.” One can understand him given the circumstances, and in any case, that’s what they’re teaching him in this country nowadays (the left is to blame for everything, etc.).

The most upsetting moment comes when the Palestinian women tear off the soldier’s face mask. Until then, we saw only his eyes and his mouth peeping out of black holes.

The new fashion of masks reached the Israel Defense Forces over the last few years. It was copied from foreign armies and distant conflicts, especially the fighting in the Crimean Peninsula. Their purpose is twofold: to intimidate, but primarily to avoid being identified and incriminated by the camera.

On the poetic level, this reflects an inversion or a merger of roles with the Palestinians’ masked men, but we’re not in a class on cinematic symbolism. We’re in reality. The masked ball has ended.

All at once, it has become clear that the soldier, too, is essentially a child – a frightened child. He’s the child of all of us, the one who is starting first grade this morning and in another 12 years will graduate to Nabi Saleh.

When his buddy drags him aside, a moment before the mask is removed, he suddenly decides to throw a stun grenade at his enemies. It looks more like a childish act ending a nursery school spat than the deployment of weapons in a military operation.

And what was the right’s reaction to this foundational scene, which, as any sentient being understands, encapsulates all the insanity and the injustice and the stupidity and the purposelessness and the pointlessness of the occupation and the settlement enterprise? It’s a reaction that managed to overshadow even the video clip itself. A Pavlovian, bloodthirsty reaction, devoid of either context or logic. Like a pack of moonstruck, salivating dogs, they’ve been howling about the “rules of engagement” and moaning that “the hands of the IDF and its soldiers are tied.”

It’s not just the readers commenting on Internet news sites. Nor is it just their equivalent in the cabinet, like Culture Minister Miri Regev, one moment after allegedly tailoring a tender and coordinating testimony. Nor is it just their equivalent among extra-parliamentary organizations, like Ronen Shoval, the Professors for a Strong Israel chairman who isn’t a professor. It’s even level-headed pundits like Yoaz Hendel.

What would they all prefer – for the soldier to draw his gun and spray the Palestinian child and the Palestinian women and the effing leftists with automatic fire? And who exactly are their complaints aimed against, at the height of a series of right-wing governments headed by Benjamin Netanyahu?

This is the real mask that has been removed: All these people have no answers, only clichés about the use of force. Their perception of reality is fundamentally flawed. The Israeli right doesn’t live in a video clip; it lives in a fantasy movie.
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Uri Misgav

Haaretz Contributor
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Vasta operazione militare israeliana contro il campo profughi: due arresti tra membri di Hamas, numerosi feriti, missili contro le abitazioni e una casa demolita.
Gli scontri di ieri notte a Jenin (Fonte: Twitter)
Gli scontri di ieri notte a Jenin (Fonte: Twitter)
della redazione
Gerusalemme, 1 settembre 2015, Nena News – Una notte di scontri a fuoco e tensioni quella appena trascorsa nel campo profughi di Jenin, nord della Cisgiordania, con le notizie che rimbalzavano sui social network e tra gli attivisti. Una vera e propria battaglia scatenata dal raid compiuto dalle forze militari israeliane: una vasta operazione per l’arresto di un sospetto membro della Jihad Islamica, che ha visto coinvolti 40 tank, fanteria, unità anti-terrorismo, bulldozer e anche qualche elicottero.
Gli scontri sono scoppiati nella tarda serata di ieri e sono proseguiti per ore. I primi resoconti che arrivavano dalla città parlavano di sei morti tra i palestinesi, ma in tarda notte è giunta la smentita: sei palestinesi sono rimasti feriti da proiettili di gomma, tanti altri hanno sofferto per l’inalazione di gas lacrimogeni. Tra i feriti anche un soldato israeliano dell’unità speciale anti-terrorismo, secondo fonti mediche in condizioni stabili ed ora in cura all’ospedale di Haifa. A colpirlo, però, non sono stati i combattenti palestinesi – che hanno usato le armi in risposta al raid – ma fuoco amico.
I resti del fuoco israeliano (Fonte: Twitter)
I resti del fuoco israeliano (Fonte: Twitter)
L’obiettivo del raid sarebbe stato un leader anziano del partito della Jihad Islamica, Bassem al-Sa’di, ex prigioniero politico rilasciato nel 2011 nell’ambito dell’accordo Shalit. Le forze israeliane hanno circondato la sua casa, non lo hanno trovato e si sono spostate verso quella della famiglia Abu al-Hija, sospettata di affiliazione ad Hamas. Stamattina la loro casa è scomparsa: ridotta in macerie dai bulldozer israeliani. Prima l’esercito ha usato l’esplosivo per distruggere il cancello di ingresso, poi ha arrestato il sospettato, Majdi al-Hija, suo fratello Ala’a (anche lui considerato essere membro di Hamas), suo figlio Soheib di 18 anni e anche sua madre. Majdi e Ala’a sono figli del prigioniero politico palestinese e leader del movimento, Jamal Abu al-Hija.
La casa della famiglia al-Hija dopo la demolizione (Fonte: Twitter)
La casa della famiglia al-Hija dopo la demolizione (Fonte: Twitter)
Secondo testimoni, le forze israeliane hanno circondato molte case del campo e lanciato missili contro due abitazioni, mentre Hamas confermava l’arresto di due suoi membri. Dall’esercito israeliano non arrivano commenti di sorta, se non uno scarno comunicato: il raid è stato compiuto “per arrestare un membro anziano di Hamas. Una sommossa violenta di centinaia di palestinesi è scoppiata nell’area. La folla ha lanciato pietre e Molotov. Un poliziotto di frontiera è rimasto moderatamente ferito”.
Nessun intervento da parte delle forze dell’Autorità Nazionale Palestinese, nonostante Jenin si trovi in Area A (secondo gli accordi di Oslo, sotto il controllo civile e militare palestinese). L’esercito israeliano, come accade ogni settimana in tutta la Cisgiordania e come previsto dai protocolli sul coordinamento alla sicurezza tra Tel Aviv e Ramallah, è entrato senza ostacoli e compiuto il raid. Di poliziotti palestinesi nemmeno l’ombra.
(Fonte: Twitter)
(Fonte: Twitter)
Le tensioni esplose nel campo di Jenin si sono presto allargate a macchia d’olio al resto della Cisgiordania e di Gaza: nella notte si sono registrati scontri ad al-Bireh (Ramallah) e Betlemme, mentre un missile veniva lanciato dalla Striscia verso il territorio israeliano. Forse per la rabbia latente o per i tanti ricordi e simboli che il campo di Jenin porta con sé: la battaglia del 2002, dal primo all’11 aprile, sono ancora bene impressi nella memoria del popolo palestinese. Israele operò con un vero e proprio assedio, come stava accadendo in altre città della Cisgiordania, ma a Jenin gli scontri si trasformarono in una guerra: 23 morti tra i soldati israeliani, 53 tra i combattenti e i civili palestinesi. Che pagarono cara la resistenza opposta all’esercito: il campo fu raso al suolo dai bulldozer e i tank israeliani. Nena News

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nena-news.it

lunedì 31 agosto 2015

Mons. Michel Sabbah in una manifestazione repressa dall’esercito israeliano a Beit Jala


Mons. Michel Sabbah in una manifestazione repressa dall’esercito israeliano a Beit Jala

di Joshua Lapide



Gerusalemme (AsiaNews) – L’ex patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, era fra coloro che ieri, dopo la messa a Beit Jala hanno manifestato contro la costruzione del muro che divide Gerusalemme dai Territori palestinesi occupati.
La manifestazione aveva radunato centinaia di persone, rappresentanti palestinesi, autorità religiose e fedeli cristiani che, alla fine della messa hanno marciato sul luogo dove i bulldozer dell’esercito israeliano hanno sradicato diverse antiche piante di ulivo per far posto a una nuova sezione del muro che divide Gerusalemme dai Territori occupati. I lavori della sezione sono iniziati da due settimane.
Parlando alla folla, Michel Sabbah ha detto: “Questa terra ci appartiene… Qualunque cosa facciate, qualunque cosa i vostri tribunali dicano, questa terra appartiene a noi e tornerà a noi un giorno”. Poi rivolgendosi ai soldati israeliani, ha aggiunto: “Voi siete forti per i vostri fucili, ma non siete i più forti in umanità”.
Col salire della tensione, le forze israeliane hanno lanciato bombe lacrimogene contro i manifestanti; due di loro hanno lanciato pietre contro i soldati e sono stati arrestati.
Lo scorso aprile la Corte suprema aveva fermato la costruzione del muro a Beit Jala, ma il 6 luglio scorso è ritornata sulla sua decisione cambiandola.
Israele giustifica la costruzione del muro - iniziato nel 2002, nel pieno della Seconda Intifada – come una barriera di protezione contro il terrorismo. Ma il muro per la città di Betlemme è diventato una morsa che distrugge la sua economia. Le comunicazioni fra Gerusalemme e il resto dei territori palestinesi è divenuto complicato e agli abitanti richiede molte ore poter passare da una parte all’altra per visitare i parenti, lavorare, sottoporsi a visite mediche.
Assieme al muro, che di fatto separa Gerusalemme – futura capitale dello Stato palestinese – dal resto della terra di Palestina, vi è tutta la serie di insediamenti di coloni israeliani, considerati illegali dalle leggi internazionali.
I manifestanti temono che con la costruzione della nuova sezione del muro, saranno ingranditi i due insediamenti ebraici illegali di Gilo e Har Gilo, sorti nei pressi di Beit Jala.

Diffido di chi è innamorato dell’Africa

Diffido di chi è innamorato perso dell’Africa. Sono quelli che possono permettersi costosi safari nelle savane, sono i volontari spinti da tanta passione (o solo voglia di viaggiare nel continente?), sono i cooperanti animati di tanto zelo (o solo voglia di un’esperienza esotica, per giunta pagata?), sono i giornalisti che “ve lo dico io come stanno le cose“. Quante critiche e scudi levati solleverà quello che dico. Il fatto è che chi davvero vive l’Africa dal di dentro, anche solo una minuscola parte di essa, non può essere un romantico che usa cuoricini al posto di parole.
No, chi è innamorato perso dell’Africa, l’Africa proprio non la conosce. Non conosce la lotta quotidiana per avere cose scontate in quell’Occidente innamorato dell’Africa – come l’acqua o la corrente elettrica, che lussi! Non conosce la realtà di quei bambini che “sorridono sempre, ma come sono belli!” Ma come vivono e cosa pensano di voi, lo sapete davvero? E se lo sapete, cosa cambia per voi?
Non conosce la realtà della corruzione costante – cari africani che mi leggete e che vi sentite offesi, sì la corruzione è ovunque (e voi lo sapete bene) per qualunque cosa ti occorra.  Non conosce l’imbroglio degli aiuti e finanziamenti delle varie banche mondiali o fondi monetari internazionali che finiscono nelle tasche dei politici per, diciamo il 70%? Altrimenti che diamine, che bisogno ci sarebbe per ONG e Charity di continuare a inviare fondi e volontari per cose basilari come cessi, ospedali, pozzi?
E non conosce neanche il razzismo nei confronti di noi bianchi, cari volontari, espatriati e cooperanti, che dopo un po’ tornate a casa a raccontare quanto amate l’Africa. E non conosce la falsità su cui sono costruiti i rapporti tra bianchi e neri (sì, diciamola come va detta: “bianchi e neri”).
Pensate, cari amanti persi dell’Africa, che i “neri” che incontrate nell’Africa nera non vedano in voi un essere diverso? Pensate che non pensino come sottrarvi pietà e soldi? Pensate che vi amino e vi rispettino come esseri umani? Li abbiamo rispettati noi come esseri umani, quando gli mettevamo le catene e usavamo la frusta? Ma davvero pensate che l’abbiano dimenticato?
Gli intellettuali africani usano la Storia per argomentare (a proposito, voi amanti persi dell’Africa quanti ne conoscete di questi intellettuali africani?) ma gli africani con poca o scarsa cultura usano la Storia per continuare a sentirsi vittime e in debito. E voi, cari amanti persi dell’Africa siete il loro riscatto, il loro portafoglio.
Sapete perché non ve ne accorgete? Perché nessuno di voi – di questo sono certa, altrimenti non sareste innamorati persi – ha mai vissuto davvero l’Africa. Un mese, tre mesi, sei mesi, un anno. È nulla, scusate se ve lo dico. Provate a vivere l’Africa dal basso, in un villaggio qualsiasi, come quello in cui vivo io per esempio, senza filtri e senza la protezione di una qualsiasi ONG o agenzia internazionale. Poi mi dite.
Diffido degli amanti persi dell’Africa. Che continuano a diffondere sogni anziché realtà. Che continuano a diffondere cliché, che continuano a stimolare il disagio della diversità.
Cari amanti persi dell’Africa, se pensate di essere amati su questo continente ricordatevi sempre del colore della vostra pelle e siate consapevoli che non esiste reciprocità. Lo so è difficile, ma almeno di questo dovreste cominciare ad essere consapevoli.
Siete troppo deboli in esperienza, cari amanti persi dell’Africa. Perché solo quando l’Africa comincerà ad amare sé stessa, allora anche voi potrete amarla come amanti persi. Nel frattempo fareste meglio a conoscerla davvero l’Africa. E l’Africa – ah, quanto questa generalizzazione mi pesa, ma devo usarla – farebbe meglio ad amare di più se stessa e a fare di più per se stessa.
Io continuo a “volere” il luogo dove sono, la vita che ho scelto di vivere. Ma le cose che non amo sono tante. E del mio amore sono consapevole e critica, non persa. Diffido di chi ama l’Africa. Chi ama l’Africa e si perde in questo amore, credetemi, l’Africa non la conosce.