martedì 22 aprile 2014

Rabbini per i diritti umani in Israele : gli effetti devastanti della demolizione delle case

 Foto: When the bulldozers come, more than just homes are destroyed. Administrative demolitions rip apart families and lives. From depression to plummeting grades to anxiety and loss of trust in parents, the list goes on and on.

And for what? Certainly not for security reasons. To maintain "law and order"? Hardly. These demolitions happen because of discriminatory building and planning policies intentionally manipulated to make it nearly impossible for Palestinians living in Area C to build. Without any Palestinian representatives on their own planning committees, it is no wonder that approval rates for building permits are less than 6%. In short, Palestinians have no other choice but to build illegally and risk demolition.

More on the Appeal --> http://bit.ly/1fryjdU

More on the absurdity and inequality of building in Area C -->http://bit.ly/1hOPEOp

So, when RHR goes before the High Court this coming Monday (APRIL 28th) and demands planning rights be restored to Palestinians in Area C of the Occupied Territories, we will have in our hearts all of the top students whose grades plummeted, the older children who wet their beds because they were too afraid to leave them in the middle of the night, the marital tensions and the families ripped apart. We will be thinking of the pain of parents whose children no longer had faith in them because they hadn’t been able to protect them. We will be thinking of the child who asked his parents whether he would be able to save his bicycle and computer if the bulldozers came again.

More on our promise to families and children--> http://bit.ly/1k0es4C

Full report on the impact of demolitions on Palestinian children and families --> http://bit.ly/1ibUnnH

Please SHARE in order to honor the thousands of men, women and children whose lives have been torn apart by demolitions. Help us raise awareness of this issue before we go before to the High Court so the world will know we remember them.

When the bulldozers come, more than just homes are destroyed. Administrative demolitions rip apart families and lives. From depression to plummeting grades to anxiety and loss of trust in parents, the list goes on and on.

And for what? Certainly not for security reasons. To maintain "law and order"? Hardly. These demolitions happen because of discriminatory building and planning policies intentionally manipulated to make it nearly impossible for Palestinians living in Area C to build. Without any Palestinian representatives on their own planning committees, it is no wonder that approval rates for building permits are less than 6%. In short, Palestinians have no other choice but to build illegally and risk demolition.

More on the Appeal --> http://bit.ly/1fryjdU

More on the absurdity and inequality of building in Area C -->http://bit.ly/1hOPEOp

So, when RHR goes before the High Court this coming Monday (APRIL 28th) and demands planning rights be restored to Palestinians in Area C of the Occupied Territories, we will have in our hearts all of the top students whose grades plummeted, the older children who wet their beds because they were too afraid to leave them in the middle of the night, the marital tensions and the families ripped apart. We will be thinking of the pain of parents whose children no longer had faith in them because they hadn’t been able to protect them. We will be thinking of the child who asked his parents whether he would be able to save his bicycle and computer if the bulldozers came again.

More on our promise to families and children--> http://bit.ly/1k0es4C

Full report on the impact of demolitions on Palestinian children and families --> http://bit.ly/1ibUnnH

Please SHARE in order to honor the thousands of men, women and children whose lives have been torn apart by demolitions. Help us raise awareness of this issue before we go before to the High Court so the world will know we remember them.


Sintesi personale 
 Quando le ruspe arrivano,non solo  le case sono distrutte. Demolizioni amministrative lacerano  le famiglie e le vite. Dalla depressione all' ansia ,alla perdita  di fiducia nei genitori, la lista potrebbe continuare all'infinito.
E per che cosa? Cer tamente non per motivi di sicurezza. Per mantenere  "legge e ordine"? Difficilmente. Queste demolizioni avvengono a causa di politiche edilizie e urbanistiche discriminatorie intenzionalmente, manipolate  per rendere quasi impossibile per i palestinesi che vivono in Area C di costruire. Senza i rappresentanti palestinesi nei propri comitati di programmazione, non c'è da meravigliarsi che i permessi di costruzione siano meno del 6%. In breve, i palestinesi non hanno altra scelta, che costruire illegalmente  anche a rischio. di demolizione Maggiori informazioni  -> http://bit.ly/1fryjdU
Altro su l'assurdità e la disuguaglianza di costruire in Area C -> http://bit.ly/1hOPEOp
Così, quando RHR va dinanzi alla High Court il prossimo Lunedi (28 aprile) e richiede che i  diritti di pianificazione siano ripristinat  per i i palestinesi in Area C dei Territori Occupati, avremo nei nostri cuori tutti i migliori studenti i cui voti sono crollati, i bambini più grandi che bagnano i loro letti perché avevano troppa paura di lasciarli nel mezzo della notte, le tensioni coniugali e le famiglie strappate. Penseremo al dolore dei genitori i cui figli non hanno più fiducia in loro perché non sono stati in grado di proteggerli. Penseremo al bambino che chiese ai suoi genitori se sarebbero stati in grado di salvare la sua bicicletta e il computer se le ruspe fossero tornate .
Altro sulla  nostra promessa alle famiglie e ai bambini -> http://bit.ly/1k0es4C
Relazione completa sull'impatto delle demolizioni sui bambini palestinesi e le famiglie -> http://bit.ly/1ibUnnH
Si prega di condividere, al fine di onorare le migliaia di uomini, donne e bambini le cui vite sono state distrutte dalle  demolizioni. Aiutaci a sensibilizzare su questo problema prima di andare davanti alla High Court ,così il mondo saprà.


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A longstanding promise to end administrative home demolitions
blogs.timesofisrael.com
Monday morning April 28th the Israeli High Court will hear a petition submitted by Rabbis For Human Rights and......

3   http://bit.ly/1fryjdU

rhr.org.il
RHR Area C Planning Appeal: End Demolitions once and for all  Background on the Planning Appeal Back in 2004 RHR's legal department was

Vogliono andare in Europa, ma da Israele li portano in Cambogia, Thalilandia o Vietnam


Vogliono andare in Europa, ma da Israele li portano in Cambogia, Thalilandia o Vietnam




Pubblichiamo questo articolo tratto dal giornale on line Popoli, il mensile internazionale dei gesuiti italiani. Le restrizioni del governo di Gerusalemme. Nelle mani dei trafficanti israeliai, eritrei, sudanesi. Sei mila dollari a persona per chi fugge da Eritrea, Somalia e Sudan

ROMA - Sempre più profughi che cercano di fuggire da Israele verso l'Europa e l'Australia, vengono dirottati da trafficanti senza scrupoli in Cambogia, Thailandia e Vietnam. A denunciarlo è Alganesh Fessaha, eritrea naturalizzata italiana, responsabile dell'Ong Gandhi, che da sempre si occupa dei flussi migratori che dal Corno d'Africa si dirigono a Nord. "Il fenomeno è ancora limitato, ma sta velocemente prendendo piede - spiega Alganesh - e va bloccato prima che assuma dimensioni incontrollabili".La nuova legge israeliana sui migranti illegali. La nuova rotta è stata "inaugurata" da pochi mesi, subito dopo l'approvazione della nuova legge sull'immigrazione da parte di Israele il 10 dicembre 2013. La normativa prevede l'incarcerazione per un anno per gli immigrati illegali e, al termine della detenzione, il rimpatrio. La legge ha messo in allarme gli stranieri presenti nel Paese. E, in particolar modo, gli eritrei, per i quali il rimpatrio significherebbe ritornare sotto il controllo di un regime particolarmente duro, con il rischio di essere deportati in campi di concentramento e di subire torture.
Seimila dollari ai trafficanti israelliani. Così una cinquantina di loro, in Israele da alcuni anni ma senza permesso di soggiorno, hanno deciso di affidarsi a trafficanti israeliani. Questi hanno promesso agli immigrati (che hanno pagato circa seimila dollari) di portarli in Europa o in Australia. Invece li hanno imbarcanti su voli verso Cambogia, Thailandia e Vietnam. "Se Cambogia e Thailandia li hanno accolti - continua Alganesh -, il Vietnam li ha espulsi e ora si trovano all'aeroporto in attesa di sapere dove possono essere mandati. Io continuo a chiedere ai Paesi occidentali di creare corridoi umanitari che permettano a questi ragazzi di emigrare senza rischi. Ma su questo fronte non succede nulla e i ragazzi continuano non solo a essere ingannati da trafficanti senza scrupoli, ma anche a rischiare la vita".

Lungo la rotta classica migliaia di morti. Intanto, dal Corno d'Africa eritrei, somali, etiopi e sudanesi continuano a fuggire. La maggior parte di essi segue la rotta classica che, attraverso il Sudan, li porta in Libia e poi in Italia. "È una rotta molto battuta - continua Alganesh - e i trafficanti sono perlopiù eritrei in combutta con sudanesi e libici. Moltissimi migranti muoiono nella dura attraversata del deserto. Altri nel tratto di mare tra la Libia e Lampedusa. Non ci sono stime dei morti, ma sono nell'ordine delle migliaia".

Sembra arrestarsi il flusso verso il Sinai
. A scoraggiare i migranti, più che il muro costruito da Israele al confine con l'Egitto, è il pericolo del rimpatrio e il rischio di cadere nelle mani dei trafficanti beduini. "Negli ultimi mesi - spiega Alganesh - l'esercito egiziano ha condotto operazioni su vasta scala per riportare l'ordine nel Sinai. Al Cairo non interessava reprimere il traffico di esseri umani quanto contenere la minaccia del fondamentalismo islamico. Le operazioni hanno portato al bombardamento di alcune basi dei beduini e all'arresto di molti di essi. Quindi anche il traffico di esseri umani ne ha risentito parecchio. Attualmente non più di una trentina di migranti sono nelle mani dei beduini. Mentre 150 sono nelle carceri egiziane con l'accusa di immigrazione illegale".

Le alternative: dalla Nigeria in Sud America o negli Usa.
Chiuse le porte del Sinai, rischiosa la rotta verso la Libia, i migranti cercano alternative. Piccoli gruppi si stanno spostando dall'Est verso l'Ovest dell'Africa. L'obiettivo è raggiungere la Nigeria e da lì il Sudamerica e poi gli Stati Uniti. "Sono ancora piccoli gruppi - conclude Alganesh -, ma stanno tracciando un nuovo percorso. La disperazione non può essere arginata. Chiusa una rotta, se ne cerca un'altra".

* Articolo tratto da Popoli il mensile dei gesuiti italiani
p Ebook Le comunichiamo che... di Giuseppe Di Somma

Vogliono andare in Europa, ma da Israele li portano in Cambogia ...








Mo: Gaza; aviazione Israele colpisce tre obiettivi, feriti

) - TEL AVIV/GAZA, 21 APR - In seguito al lancio di razzi da Gaza, l'aviazione israeliana ha attaccato oggi tre obiettivi "terroristici" situati nel settore centrale e in quello meridionale della Striscia. Lo riferisce un portavoce militare, secondo cui questi obiettivi sono stati centrati con precisione. Fonti palestinesi aggiungono da Gaza che due persone sono rimaste ferite in una delle località colpite, un avamposto di Hamas.

Mo: Gaza; aviazione Israele colpisce tre obiettivi, feriti

Israele, 10 anni dopo il rilascio Vanunu ancora sottoposto a restrizioni



ieci anni esatti dopo aver terminato di scontare una condanna per aver rivelato alla stampa informazioni sul programma nucleare israeliano, l’ex tecnico dell’impianto di Dimona Mordechai Vanunu subisce ancora gravi restrizioni alla sua libertà di movimento, di espressione e di riunione.
La vicenda è nota. Nel 1986 Vanunu fornì al quotidiano britannico The Sunday Times informazioni sull’arsenale nucleare israeliano. Venne rapito a Roma, il 30 settembre dello stesso anno, da agenti dei servizi segreti israeliani e trasferito in Israele. Fu condannato a 18 anni di carcere, 11 dei quali trascorsi in isolamento.
Dal rilascio, avvenuto il 21 aprile 2004, Vanunu è sottoposto a sorveglianza di polizia. Tra i vari divieti che gli sono stati imposti, non può lasciare il paese, partecipare a chat online, entrare in ambasciate e consolati, avvicinarsi a meno di 500 metri dai confini internazionali, dai valichi di frontiera, dai porti e dagli aeroporti. Deve inoltre chiedere l’autorizzazione per comunicare con cittadini stranieri, giornalisti compresi.
Nel maggio 2010, Vanunu è stato imprigionato per tre mesi per aver parlato con cittadini stranieri. Ha trascorso il periodo di carcere in isolamento ad Ayalon, in un’unità speciale per detenuti pericolosi, con una sola ora d’aria al giorno, ufficialmente per proteggerlo da attacchi da parte di altri prigionieri.
Le autorità israeliane sostengono che le restrizioni alla libertà di Vanunu sono necessarie per impedirgli di divulgare ulteriori segreti circa il programma nucleare. Vanunu ha più volte dichiarato che tutto ciò che sapeva lo ha già reso noto e che non è in possesso di ulteriori informazioni. Le informazioni che aveva al momento dell’arresto sono di pubblico dominio e sono vecchie di 30 anni. Quale senso ha continuare a perseguitarlo per motivi di sicurezza nazionale?
In vista del loro rinnovo, previsto a maggio, Amnesty International ha sollecitato le autorità israeliane a rimuovere tutte le restrizioni nei confronti di Vanunu. di Riccardo Noury - Amnesty International

Israele, 10 anni dopo il rilascio Vanunu ancora sottoposto a restrizioni


Chiedere perdona a Vanunu e denuclearizzare il Medio-Oriente di Yitzhak Laor

Israele impedisce a Vanunu di recarsi a Berlino per ritirare il Premio Carl von Ossietsky.

Video di un gruppo evangelico : Gesù muore ad Auschwitz



Video da «Ebrei per Gesù",un gruppo evangelico , si propone di convertire gli ebrei al cristianesimo e il video  intenzionalmente è stato rilasciato in concomitanza con la Pasqua.Il titolo è : "Un  ebreo è morto per te"


La sinistra italiana a sostegno di Tsipras

 http://znetitaly.altervista.org/wp-content/uploads/2014/04/Immagine1_640.jpg
 la sinistra italiana a sostegno di Tsipras
Di Roberto Musacchio
18 aprile 2014
Nel 2009 la soglia del 4% ha impedito alle due  liste di sinistra, il Partito della Rifondazione Comunista (PRC)  e Sinistra Ecologia Libertà (SEL) entrambe le quali hanno ricevuto soltanto poco più del 3%,  di entrare nel Parlamento Europeo. Tuttavia, questo nuovo progetto non è una pura coalizione elettorale  formata per liberarsi da questo ostacolo. Nella sua fondazione e struttura c’è infatti, qualcosa di diverso.
Prima di tutto questo progetto è stato fondato come atto di solidarietà con le lotte di Alexis Tsipras e di SYRIZA. Durante i 10 mesi prima dell’annuncio della sua candidatura, questo giovane leader della Sinistra greca ha ottenuto appoggio in molte diverse e  parti di Italia si  è fatto capire che la sua candidatura per la presidenza della Commissione Europea rappresenterebbe un passo decisivo e importante non soltanto in questa elezione, ma nella lotta totale contro l’austerità e la Troika e nel lottare per un’Europa diversa. Molti politici  hanno detto così, ma anche importanti intellettuali hanno espresso la loro ammirazione per Tsipras. Una di loro è Barbara Spinelli, editorialista e figlia di Altiero Spinelli (un famoso teorico italiano di politica), che ha messo in rilievo nei suoi scritti l’importanza delle scelte che stava facendo.
Il PRC ha formalizzato la proposta della candidatura di Alexis per la quale  è stata presa la decisione e che è stata lanciata dalla Sinistra Europea nel corso del suo congresso a Madrid. Nel frattempo, un gruppo di intellettuali, compresa Barbara Spinelli, ha preso l’iniziativa di contattare Alexis per chiedergli di appoggiare la loro idea di presentarlo come candidato del movimento di base popolare che è stata principalmente un’espressione di cittadini e di vari movimenti. Hanno parlato delle difficoltà all’interno della Sinistra italiana, delle sue debolezze e dei suoi problemi di  frammentazione e anche del bisogno di un nuovo inizio, che deve cominciare a livello popolare.
Alcuni punti che hanno incluso nelle loro argomentazioni sono, naturalmente, degni di essere discussi, come la differenza tra il concetto di un movimento e la partecipazione dei cittadini, e ciò che comporta  mettersi insieme  come partito politico. Inoltre, non possiamo negare che l’enfasi e  le opinioni  sui vari argomenti sono sempre state e continuano a essere in disaccordo.
Il collante che tiene insieme tutto è mettere l’argomento dell’Europa al centro così come il collegamento emotivo con la lotta di Tsipras e delle persone contro l’austerità e la lotta per un’Europa diversa. Una connessione con una lotta giusta per cui è necessario venga dato in contributo.  Se qualcosa di buono e di nuovo emergerà  per la Sinistra italiana da questa legittima lotta, ancora meglio.
Questo approccio ha dato inizio a un processo di unificazione di cui non si era stati
testimoni in Italia da lungo tempo. Fondamentalmente ha portato SEL a decidere, al loro congresso nazionale, di impegnarsi  e di fare parte della lista Tsipras.
La struttura della lista riflette, in grande misura, il rispetto per l’idea iniziale di mettere la lotta europea al centro e proporre specialmente uomini e donne che sono molto noti per aver condotto delle lotte e  per il loro modo di pensare critico. Inoltre sono state formulate alcune regole obbligatorie come quella (che è stata discussa ampiamente) di non proporre per la candidatura nessuno che abbia avuto responsabilità di governo o politiche al massimo livello negli scorsi dieci anni. Questa è una regola molto stretta che non mira a penalizzare nessuno dei nostri compagni, ma piuttosto è un tentativo di prendere sul serio la nostra responsabilità (questo si applica anche all’autore di questo articolo) e di agire contro i problemi che affrontiamo in quanto Sinistra. Inoltre questa regola favorisce le nuove candidature che troviamo nella lista e che sono eccellenti e svariate. Abbiamo un numero uguale di candidati maschi e femmine, molti dei quali sono impegnati nei principali movimenti italiani di lotta. Comprendono i lavoratori  e coloro che sono attivi nel settore culturale. Ci sono anche i rappresentanti dei partiti, ma in numero limitato, e in tutti i casi hanno un rapporto con ail movimento di lotta e con l’esperienza del cambiamento.
Sta quindi andando tutto liscio? Naturalmente no. Abbiamo affrontato e stiamo ancora affrontando molti problemi: discussioni sulla relazione tra la lista e i differenti partiti, discussioni sui molti argomenti che hanno portato a una divisione proprio tra i fondatori dell’idea, 6 italiani e lo stesso Tsipras. C’è stato un certo dibattito sui nomi scelti per la lista. Chiaramente sono stati fatti anche alcuni errori. Ma il tempo è stato un grosso fattore a causa dell’assurda legislatura elettorale italiana che richiede che nuove liste come la nostra che vogliono presentare la loro candidatura, raccolgano più di 150.000 firme, con una quota di 3.000 in regioni molto piccole come la Valle d’Aosta.
Questo ha richiesto uno sforzo gigantesco che, tuttavia, è stato accolto con grande entusiasmo da molti attivisti che si sono mobilitati grazie alla lista Tsipras  e che trovano una grande eco tra i cittadini  che danno le loro firme ai numerosi banchetti per le informazioni che ci sono in tutta Italia,  fornitio di bandiere rosse, il simbolo della lista. Rappresentano un segnale che ci dice che possiamo farcela, che la Sinistra italiana può non soltanto tornare nell’Unione Europea per sostenere Tsipras nel combattere le nostre lotte, ma contribuire alla lotta per un’Europa diversa e per rigenerare – speriamo – la nostra forza e unità.
Insieme alla raccolta delle firme, seguiremo le lotte in corso e quelle emerse ultimamente. Mi riferisco a quelle contro il TTIP, il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Stati Uniti e Unione Europea riguardante il commercio e gli investimenti, che rappresenta ancora un altro terribile attacco alla democrazia e ai nostri diritti. E la lotta contro il tentativo sempre più esplicito in Italia di mettere la Sinistra italiane definitivamente nella posizione di non avere nessuna possibilità di avere affatto una  qualsiasi rappresentazione. La legge elettorale che si sta introducendo in base a un accordo tra Renzi, Segretario del Partito Democratico e  Primo ministro, e Berlusconi, rappresenta esattamente questo: qualcosa che non ha nulla a che fare con la democrazia.
E’ anche per questo, ma soprattutto per cambiare l’Europa, che “L’Europa diversa” con Alexis Tsipras vuole ottenere il maggior numero possibile di voti e quelli più sentiti.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/the-italian-left-backing-tsipras
Originale: Transform Network
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Meretz : I Palestinesi hanno fatto bene a richiedere il riconoscimento all'ONU e a firmare i 15 trattati internazionali

 
 Sintesi personale
"I palestinesi hanno fatto bene a richiedere il riconoscimento alle Nazioni Unite Non avevano altra scelta"  Questa posizione sorprendente è espressa dal presidente del partito Meretz , membro della Knesset, Zehava Gal-On, in un'intervista con Al-Monito che   si rifiuta di adottare la narrazione insultante e accusatoria del ministro delle Finanze Yair Lapid e del ministro della Giustizia Tzipi Livni,  capi dei partiti centristi della coalizione  :  la responsabilità per il blocco del processo diplomatico è di Mahmoud Abbas  che ha presentato domande per 15 trattati internazionali  come Stato .
" Io davvero non capisco perché dovremmo avere paura se i palestinesi   vanno alle Nazioni Unite. Non capisco tutte le isterie di Tzipi Livni e Yair Lapid . Io davvero non sono turbata da questo . Non credo che  i Palestinesi volessero far fallire i negoziati , ma nel momento   che Israele ha rifiutato di attuare il quarto turno e  di  rilasciare i prigionieri, ha fatto la cosa giusta.  Lo Stato di Israele potrebbe tenere negoziati con uno Stato palestinese dopo il suo riconoscimento alle Nazioni Unite. Forse è preferibile,  perché in questo modo i negoziati si svolgerrebbero tra due governi di pari status, non nella posizione dell'occupante e degli occupati ".. Nell'ultimo sondaggio globale pubblicato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, il 14 aprile, dopo la rottura del processo diplomatico, Meretz ha ricevuto 10 seggi - quasi il doppio dei sei  che ora detiene alla Knesset.
Il resto dei dati di questo sondaggio non è meno interessante. Lapid e Yesh Atid si riducano  a 10 seggi, il ministro degli Esteri Avigdor Liberman ed ex ministro del Likud Moshe Kahlon, a capo di partiti indipendenti, potrebbero  vincere 10 posti; il Likud scende a 22  seggi e Isaac (Buji) Herzog cresce di un seggio, arrivando a 16.
"Guardo questo sondaggio  e sono convinta che non abbiamo bisogno di un candidato specifico per fronteggiare Bibi . Io dico che alle prossime elezioni, ci potrebbe essere l'unità tra tutte le forze del centro-sinistra ".
L'intervista:
Al-Monitor: Chi potrebbe guidare questo blocco unificato? Buji?
 
Gal-On: Si potrebbe certamente essere Buji.  Chiunque nel campo di centro-sinistra dovrebbe capire che questo governo non ha interesse a giungere ad un accordo [con i palestinesi]. Se oggi il punto di partenza è che il Meretz e Kahlon otterrebbero  20 seggi e  i laburisti 16, potremmo stabilire un governo di centro-sinistra  dove Meretz sarebbe un giocatore chiave. .
La maggior parte degli Israeliani supporta un compromesso. In tutti i sondaggi si può vedere che quasi il 70%  supporta  un compromesso a due stati e sarebbe disposto a pagare un prezzo per questo. E 'vero che c'è un nucleo di coloni che vorrebbe opporsi,ma se ci fosse un leader coraggioso sarebbe possibile un accordo.
 
Al-Monitor: E la possibilità di creare un governo alternativo a Netanyahu in questo Knesset? Quanto è realistico?
Gal-On: Non sembra un'ipotesi  realistica, perché Tzipi [Livni] e Yair [Lapid] sostengono il governo di Netanyahu. Essi gli danno legittimità e il sigillo di approvazione   garantendogli la  sopravvivenza. 
E cosa hanno fatto quando i negoziati si sono interrotti? Sono stati i primi a unirsi al coro di critiche contro  Mahmoud Abbas.. Non ho un problema con [il ministro delle Finanze Naftali] Bennett o Liberman, o con [Likud membro della Knesset] Danny Danon, ma Livni e Lapid ingannano  l'opinione pubblica . Collaborano con un governo che continua a inviare denaro agli insediamenti  e Yair è il ministro delle finanze.
Il loro comportamento è corruzione politica, attaccamento al potere. Entrambi temono anche le elezioni adesso,  non hanno alcun interesse a smantellare il governo.
 
Al-Monitor: Avete creduto Netanyahu, quando ha detto   di avere intenzione ad arrivare a un accordo con i palestinesi?
Gal-On: No. Dal momento in cui ho visto che Bibi è prigioniero dall'estrema destra con Danny Danon e [coalizione Presidente] Ofir Akunis. Tutto ciò che ha fatto ,ha portato allo stallo dei negoziati . Dopo tutto cosa c'è dietro la richiesta che i palestinesi ci riconoscono come stato ebraico? :  una tattica di stallo.Una richiesta che non ha alcun significato. Io non ne ho bisogno. E anche mi imbarazza.
Accetto che alla fine del conflitto ogni Stato debba riconoscere la sovranità dell'altro,  ma non è necessario il sigillo di approvazione dei palestinesi. Questo problema non fa parte delle questioni centrali nei negoziati tra noi e loro,
 
Al-Monitor: E i palestinesi?Non fanno errori? 
Gal-On: Sono sicuro che i palestinesi hanno commesso molti errori. Non credo che siano perfetti, ma molto spesso ho la sensazione che il pubblico israeliano dimentica che i rapporti tra noi ei palestinesi non sono uguali. Il governo di Israele è il potere sovrano e non c'è simmetria tra l'occupante e l'occupato.
Quando il ministro della Difesa [Moshe] Bogie Ya'alon ha annunciato il 13 aprile che circa 1.000 dunam [247 acri] nel blocco di insediamenti Gush Etzion diventeranno terre statali, cosa ci aspettiamo  che  i palestinesi  facciano ? Non è che io li sto difendendo, mi chiedo dove tutto questo porterà.
Ero con Mahmoud Abbas, il giorno in cui Bibi ha incontrato [il presidente Usa Barack] Obama [3 marzo]. Mi ha detto che se i negoziati non avanzeranno sarà lui a mettere le chiavi sul tavolo e dire a Netanyahu di assumersi la responsabilità di ciò che sta accadendo nell' Autorità palestinese. Mi ha detto che insiste sul quarto ciclo di rilascio dei prigionieri  e,  se questo non accade, si rivolgeranno  alle Nazioni Unite. Ho capito che è serio. Abbas stima che Bibi vuole lo  stallo e lui non vuole concedergli ciò .
 
Al-Monitor: D'altra parte, c'è la tesi che Abu Mazen vuole anche lui uno  stallo a causa di problemi interni.
Gal-On: non credo che lui voglia lo stallo. Mi ha detto alla stessa riunione che ha problemi con l'opposizione interna , ma certamente ha parlato degli aspetti positivi di un accordo e di normalizzazione. E 'preoccupato per le esplosioni nei campi profughi e la possibilità di un focolaio di terrorismo.
 
Al-Monitor: Dove pensi che si stia andando?
Gal-On: In questo momento, sembra che i negoziati siano in uno stato di morte clinica Con Bibi non si arriverà   a nulla

Moni Ovadia : uno schiaffo contro la morte (Iran)

L'Unità - Voce d'Autore - 19 aprile 2014

Uno schiaffo contro la morte

Il gesto della madre iraniana che con uno schiaffo ferma la condanna a morte di un giovane colpevole dell'uccisione del proprio figlio, al di là di ogni questione culturale o rituale specifica, sollecita una riflessione universale sulla cieca assurdità delle condanne capitali e della loro esecuzione. Tanto più un crimine è atroce e smisurato, tanto meno ha senso l'uccisione "legale" di chi lo commette. Non è difficile capire il perché. Una volta che al più efferato criminale si sia tolta la vita, per quanto riguarda lui, nulla può essergli più chiesto, nulla di più ci si può attendere da lui. Con la sua morte il cerchio si chiude. Una volta che abbia ricevuto la condanna e la certezza della sua messa in atto, un attimo prima che essa si compia, il criminale paradossalmente riceve una titolarità che nessuno gli può negare: quella, se lo ritiene, di dire allo Stato che sceglie di togliergli la vita: "Adesso il conto è chiuso. Più della vita non potete prendermi. Fatela finita con il vostro sdegno per i crimini di cui mi sono macchiato, con le vostre giaculatorie morali su ciò che è giusto e ciò che è infame. Da me la vostra giustizia umana, non ha più nulla a pretendere". Per i credenti, ovviamente, le cose si pongono in modo diverso: c'è l'incontro ultimo con la giustizia divina. Ma comunque sia, uomini di fede o atei, di fronte all'occorrenza della pena di morte hanno lo stesso problema. Si tratta di un omicidio e il fatto che sia legale, non ne cambia il senso. La frase di rito che viene pronunciata dopo l'esecuzione della sentenza, giustizia è fatta, è un autentico obbrobrio. Lo è per la vittima che non verrà mai risarcita, lo è per i suoi cari che avranno al massimo avuto vendetta, lo è per la società che contrappone all'omicidio criminale, l'omicidio di Stato. Quella madre iraniana, con quello schiaffo che ha fermato la morte di un giovane assassino 18 enne, ha fatto un atto grandioso. A noi non è lecito sapere fino in fondo quali sentimenti l'abbiano mossa, quali pensieri, quali emozioni abbiano suscitato la sua decisione, ma con quel gesto memorabile, quella madre ha costituito un esempio memorabile. Il giovane uccisore che lei ha schiaffeggiato, potrà accedere ad un'espiazione della sua pena nella vita per la vita. L'esistenza che ha tolto al figlio di quella madre potrà risarcirla in sé, avrà la possibilità di diventare "fratello" di chi ha ucciso. Non è detto che sappia farlo, ma almeno ci sarà una possibilità. Con l'esecuzione dell'impiccagione ci sarebbe stata solo l'oscurità e il gelo in cui la morte trionfa. Lo schiaffo di quella madre merita di diventare il simbolo della lotta all'orrore della pena di morte.

Moni Ovadia

Israele: la destra radicale teme il rilascio dei prigionieri e l'estensione dei colloqui

Ad Haaretz contro i prigionieri palestinesi stampa, 2014/04/20
 Sintesi personale
Netanyahu ha probabilmente trascorso la sua vacanza Pasqua nel tentativo di raggiungere un accordo che permetta ai coloni di salvare la faccia e rimanere nel governo, mentre i colloqui di pace continuano. La destra sta lanciando campagne per convincere i politici di destra di votare 'no'.
Da parte israeliana, i migliori indicatori sulla ripresa dei colloqui  - come sempre - provengono dall'estrema destra . Il ministro Avigdor Liberman ha annunciato la sua opposizione a un rilascio di prigionieri che permetterebbe un prolungamento dei colloqui, anche se ministri del suo partito voteranno sì
Tutto questo è parte delle tensioni interne del Likud fra gruppi di coloni radicali e la vecchia guardia che sostiene ancora Netanyahu.
Un altro fronte di battaglia per i sostenitori della linea dura si svolge all'interno della casa del partito ebraico, dove il leader del partito Naftali Bennett si oppone con minacce al rilascio dei prigionieri, mentre altri - in particolare  il  ministro Housing Uri Ariel - vorrebbero mantenere il loro posto nel governo, anche se continuano i negoziati  creando più fatti sul terreno in Cisgiordania.Sono sempre più frequenti le voci di un accordo tra lui e Netanyahu per mantenere la casa ebraica nella coalizione, uno dei suoipubblica un chiarimento su Facebook , affermando che "il ministro sostiene completamente il presidente del partito Naftali Bennett contro la richiesta del rilascio dei  terroristi .
Secondo recenti rapporti, un accordo per estendere i colloqui dovrebbe includere il rilascio degli ultime 26 prigionieri   tra cui 14 cittadini di Israele. Gli Stati Uniti rilascerebbero Jonathan Pollard, il cittadino americano condannato per spionaggio a favore di Israele.
Credo che l'obiettivo di Netanyahu sia di continuare il processo senza un rimpasto  della  sua coalizione. Bibi semplicemente non si fida che il partito laburista e il centro lo sostenerebbero nel caso in cui perda i elettori a destra : la battaglia politica si riduce al confronto tra i coloni radicali, che vogliono impedire il rilascio di prigionieri  ed i coloni più pragmatici, che pensano che questo governo li serve così bene che sarebbe completa follia  minarlo, visto che non porterà alla creazione di uno stato palestinese in ogni modo.
Netanyahu sta probabilmente cercando di raggiungere un accordo che permetta ai  coloni di salvare la faccia e rimanere nel governo Così potremmo vedere ancora una volta che i colloqui di pace vanno di pari passo con più insediamenti. Questo la dice ovviamente molto su questo processo; la linea di fondo è che fintanto che i coloni sono nel governo , i  negoziati sono  abbastanza insignificanti .
Netanyahu ha un'alternativa: Labor potrebbe sostenere il governo, se i colloqui  diventano seri, e  si potrebbe invitare gli ultra-ortodossi ad unirsi alla coalizione . Yair Lapid non è pacifista, ma non sarà in grado di abbattere una coalizione che raggiunga un  accordo sulla questione palestinese e,ancora più importante, lui semplicemente non vuole le elezioni. In altre parole, il problema non è con la Knesset, ma con Bibi stesso.

Settlers fear prisoner release deal, extension of talks



Gideon Levy: Quando i coloni di Yitzhar attaccano


Fuad Shehadeh and his son Mohammed at Ichilov Hospital
Sintesi personale
Egli soffre per non meno di 10 fratture - otto lungo la gamba destra e due al braccio sinistro - e contusioni dolorose sulla sua testa e sul suo braccio destro. E ' trascorso un mese e mezzo da quando Fuad Shehadeh è stato picchiato selvaggiamente da individui mascherati armati di spranghe di ferro che venivano dalla direzione del villaggio Yitzhar, vicino a Nablus. E 'ancora nell' ospedale Ichilov di Tel Aviv, gemendo di dolore. Da un mese e mezzo non è in grado di stare in piedi;da un mese e mezzo il figlio vive in una poltrona accanto al suo letto, loro due soli in un ospedale in una grande città.
Per anni, coloro che sono stati impauriti per i violenti attacchi contro soldati israeliani da parte dei coloni di Yitzhar hanno chiuso un occhio alla violenza di quegli stessi coloni contro i loro vicini palestinesi. L'assalto contro Shehadeh non era nemmeno riportato dai media israeliani e la polizia di Israele non ha ancora  ascoltato la sua testimonianza. Una banda di 15 persone  acon  i volti coperti, attaccano un contadino impotente nel suo uliveto, lo picchiano senza pietà con barre di ferro, rompendo le ossa in 10 posti diversi, un soldato israeliano guarda senza muovere un dito e nessuno di loro  è   sotto inchiesta .
Shehadeh, un decoratore di 54 anni , sposato e padre di tre figli, gestisce una piccola impresa nella sua città natale di Hawara, alla periferia di Nablus. Nel  mese passato è stato nel reparto ortopedico di Ichilov Hospital, dopo aver trascorso circa due settimane al  Rafadiya Hospital di Nablus. Dopo aver subito un intervento chirurgico a Ichilov ,  ha una lunga strada da percorrere prima di poter stare di nuovo in piedi. Il suo vicino nella stanza d'ospedale è un Ebreo religiosamente osservante ; Shehadeh gli ha detto solo che è caduto ed è stato ferito. "Lui pensa che io sia un buon arabo. Se gli dico che i coloni hanno fatto questo a me, potrebbe avere paura di me ", dice Shehadeh. La nostra conversazione si svolge in un sussurro, per timore che l'Ebreo religioso scopra la verità sul suo vicino arabo.
L'incidente è avvenuto  Venerdì 28 Febbraio. Quella mattina l'amico di Shehadeh ,Ahmed Oudeh, propose di andare insieme a un oliveto che appartiene alle loro famiglie sul pendio della collina sopra Hawara, a circa 500 metri dalla città. Era la stagione della potatura degli alberi.
Hanno lavorato fino a mezzogiorno, insieme con lo zio di Shehadeh e i suoi figli. .Verso le 01:30, erano quasi pronti a tornare a casa e hanno fatto un piccolo fuoco per bruciare i rami che avevano potati. Lo zio ei suoi figli hanno camminato giù per la collina. Shehadeh e Oudeh hanno raccolto gli strumenti di lavoro   e sono  saliti sul furgone per il breve viaggio di ritorno.
Mentre innestavano la  retromarcia , il furgone è stato improvvisamente bersagliato da una raffica di pietre:  l'ouverture del pogrom. Una decina di individui mascherati, Shehadeh dice, dalla direzione di Yitzhar, incombevano davanti a loro, armati di spranghe di ferro e pietre. Non avevano armi da fuoco. Oudeh ha provato a girare il veicolo per scappare,inutilmente . Era in preda al panico : . "Andiamo fuori e corriamo " ha esortato Shehadeh, spaventato a morte.Le pietre hanno continuato a essere lanciate  contro il furgone.
I due hanno cominciato a correre giù per la collina verso Hawara, lasciando la Renault alle spalle :.Shehadeh   viene colpito da un'asta di terra di ferro sulla gamba . Per l' intensità del colpo e per il dolore, cade a terra sulla schiena. Sei vandali mascherati si dirigono verso di lui su per la collina. Essi lo colpiscono con le aste metalliche mentre giaceva inerme a terra. Shehadeh ha  cercato di proteggere la testa con le mani :
" Colpiamolo alla testa " Shehadeh, che parla correntemente l'ebraico, ha  sentito uno degli assalitori affermare ciò . "Ho visto la mia tomba con gli occhi della mente", ricorda.
Uno dei colpi ha spezzato in due punti la mano con la quale stava proteggendo la testa. Gli altri infieriscono  sulle gambe, fratturazione  in otto posizioni lungo tutta la sua lunghezza. Inoltre è stato colpito sulla  testa, causando  un rigonfiamento   e sull' altro braccio. "Tutti e sei erano su di me e tutti mi stavano battendo."
Un soldato dell'IDF  ,che si trovava non lontano,non ha fatto nessuno sforzo per fermare gli assalitori che stavano sopra Shehadeh, ferito  a terra. Oudeh è venuto in aiuto di Shehadeh lanciando pietre contro gli aggressori. Solo allora, secondo Shehadeh, il soldato  ha ordinato agli aggressori di desistere dicendo :. "Yallah, abbastanza," .
A quel punto gli assalitori lo  hanno lasciato. Amici da HARAWA sono stati convocati urgentemente e hanno portato Shehadeh all'ospedale di Nablus. Il 16 marzo, è stato trasferito al reparto ortopedico a Ichilov. dove ha subito un intervento chirurgico.  E 'stato informato dal Coordinamento palestinese e dalla  Liaison direzione che la Polizia Israele aveva arrestato (e rilasciato) gli assalitori che affermavano che il palestinese voleva bruciare Yitzhar ,distante da tre a quattro chilometri dall' uliveto dove Shehadeh era al lavoro . L'unico fuoco che aveva acceso doveva bruciare i rami secchi.
  Il fratello di Shehadeh, che ha un permesso di lavoro in Israele, gli fa visita ogni tanto.Al resto della famiglia è negato l'ingresso in Israele. Nessuno appartenente alla polizia di Israele  gli ha chiesto di fare una dichiarazione, nemmeno adesso  che à  ricoverato  in Israele. . Personale di collegamento palestinese gli ha consigliato di andare alla polizia per  denunciare il fatto dopo che è stato  dimesso. Non c'è fretta - in ogni caso, non si farà nulla
Dice che non sarebbe in grado di identificare gli assalitori  perché erano mascherati. "Se la polizia vuole, li può   trovare ",ma può identificare il soldato che  non ha fatto nulla. "Buone vacanze", ci augura quando   ce ne andiamo alla vigilia di Pasqua.
L'organizzazione israeliana Yesh Din - Volontari per i Diritti Umani, che sta gestendo il caso di Shehadeh con le autorità di polizia israeliane, la scorsa settimana ha pubblicato i dati delle loro inchieste degli ultimi due anni.  Il  97,3 per cento de  gli episodi di violenza denunciati  nella zona Yitzhar, dove gli attacchi da parte dei coloni sono dilaganti, si è conclusa senza risultati. Per dirla in un altro modo: le inchieste sono fallite . Dei 45 casi che sono stati investigati, solo uno ha prodotto un atto d'accusa.
Ahmed Oudeh, ha presentato una denuncia il giorno dopo l'attacco. Shehadeh è ancora in attesa  che la polizia venga in ospedale per ascoltare la  sua testimonianza. Il portavoce del distretto di Giudea e Samaria della polizia, in risposta a una query di questa settimana, ha spiegato a Haaretz che  non era a conoscenza dell'incidente a Hawara. Dopo aver ricevuto il numero di file della polizia da noi, il portavoce frettolosamente ha  promesso di inviare un investigatore da Shehadeh - un mese e mezzo dopo l'attacco e la presentazione di un reclamo. E poi ha inviato la seguente dichiarazione: "Dopo aver ricevuto una richiesta da Yesh Din per quanto riguarda l'indagine dell'attacco reciproca tra palestinesi e coloni mascherati, adiacente a Hawara, un investigatore è stato inviato a prendere la testimonianza della parte lesa  e di continuare l'indagine per determinare l'identità degli aggressori. Presso la direzione del distretto un ufficiale è stato nominato per verificare la gestione delle indagini. "
Gideon Levy : When Yitzhar settlers attack

Gideon Levy : When Yitzhar settlers attack

 Fuad Shehadeh and his son Mohammed at Ichilov Hospital

He is suffering from no fewer than 10 fractures – eight along his right leg and two in his left arm – and painful bruises on his head and his right arm. It is a month and a half since Fuad Shehadeh was beaten savagely by masked individuals wielding iron rods who came from the direction of the Yitzhar settlement, near Nablus. He is still in Ichilov Hospital in Tel Aviv, groaning with pain. For a month and a half, he hasn’t been able to stand; for a month and a half, his son has been living in an armchair next to his bed, the two of them alone in a hospital in the big city.
For years, those who were appalled at the violent attacks on Israeli soldiers by Yitzhar settlers have turned a blind eye to the violence of those same settlers against their Palestinian neighbors. The vicious assault on Shehadeh wasn’t even reported in the Israeli media, and the Israel Police have not yet bothered to take his testimony. A gang of 15 or so people, their faces covered, attack a helpless farmer in his olive grove, bludgeon him mercilessly with iron rods, breaking his bones in 10 different places, an Israeli soldier looks on without lifting a finger – and no one is even questioned.
Shehadeh, a decorator aged 54, married and the father of three, runs a small curtain-making business in his home town of Hawara on the outskirts of Nablus. For the past month he’s been in the orthopedic department of Ichilov Hospital, after having spent some two weeks in Rafadiya Hospital in Nablus. After undergoing surgery at Ichilov and spending weeks on his back in bed, his leg and arm are still in a cast and he has a long way to go before he can stand on his feet again. His neighbor in the hospital room is a religiously observant Jew; Shehadeh told him only that he fell and was injured. “He thinks I am a good Arab. If I tell him that settlers did this to me, he might be afraid of me,” Shehadeh says. Our conversation is conducted in a whisper, lest the religious Jew on the other side of the divider overhears and discovers the truth about his Arab neighbor.
The incident occurred on Friday, February 28. That morning, Shehadeh’s friend Ahmed Oudeh suggested they go together to the olive grove that belongs to their families on the slope of the hill above Hawara, some 500 meters from the town. It was the tree-pruning season, so they took some tools and drove to the site in Oudeh’s car.
They worked until midday, together with Shehadeh’s uncle and his children, who had joined them. At about 1:30, they were almost ready to head back home, and they made a small fire to burn the branches they’d pruned. The uncle and his children walked down the hill. Shehadeh and Oudeh collected the tools, loaded them into the latter’s Renault Express and got into the van for the short trip home.
As they drove in reverse on their way out of the grove, the van was suddenly pelted by a volley of stones – the overture to the pogrom. A dozen or so masked individuals, who came, Shehadeh says, from the direction of Yitzhar, loomed before them, armed with iron rods and stones. They did not have firearms. Oudeh tried to turn the vehicle around to get away, but he was in a panic and it stalled. “Let’s get out and run for it,” Shehadeh urged, deathly afraid. Stones continued to smash against the van.
The two started to run down the hill toward Hawara, leaving the Renault behind. After taking a few steps, Shehadeh saw an iron rod land on his leg. “The leg was broken on the spot,” he says. Staggered by the intensity of the blow and the pain, he fell to the ground on his back. Then he saw six more masked vandals coming toward him up the hill, in addition to the dozen charging from above. They rained down blows with the metal rods as he lay helpless on the ground. Shehadeh tried to protect his head with his hands, “so they wouldn’t smash it open.”
“On the head, give it to him on the head,” Shehadeh, who speaks fluent Hebrew, heard one of the assailants say. “I saw my grave with my mind’s eye,” he recalls.
One of the blows struck his hand, with which he was protecting his head, fracturing it in two places. The others hammered down on his legs, fracturing one of them in eight places, along its entire length. He was also struck on the side of the head, causing the area to swell up, and on his other arm. “All six of them were on me and all of them were beating me.”
An Israel Defense Forces soldier who was standing not far away observed the scene. He made no effort to stop the assailants, who stood above Shehadeh, who lay wounded on the ground. Oudeh came to Shehadeh’s aid by throwing stones at the attackers. It was only then, according to Shehadeh, that the soldier who was watching the incident ordered the attackers to desist. “Yallah, enough,” he heard the soldier say.
At which point the assailants left. Friends from Harawa who were summoned urgently to the scene rushed Shehadeh to the hospital in Nablus. On March 16, he was moved to the orthopedic department at Ichilov. There he underwent surgery and has been hospitalized since. He was informed by the Palestinian Coordination and Liaison Directorate that the Israel Police had detained (and released) the assailants, who claimed that “he was going to burn Yitzhar” and that “he is not allowed to be there.” Yitzhar is three to four kilometers from the olive grove where Shehadeh was pruning trees. The only fire he lit was to burn the deadwood.
Now and then his son Mohammed, 20, wheels him down to the hospital courtyard in the bed. Shehadeh’s brother, who has a permit to work in Israel, visits him occasionally. The rest of the family is denied entry into Israel. To this day, Shehadeh has not heard anything from the Israel Police. No one has asked him to make a statement, not even now, when he is hospitalized in Israel. He was told they might phone him, but they did not. Palestinian liaison staff told him to go to the police and give testimony after he is discharged. There’s no rush – in any case, no one will do anything with the testimony.
He says he would not be able to identify the assailants, because they were masked. “If the police want to, they could find them,” he says. But he can identify the soldier who stood by and did nothing. “Happy holiday,” he tells us as we part on Passover eve.
The Israeli organization Yesh Din – Volunteers for Human Rights, which is handling Shehadeh’s case with the Israeli law enforcement authorities, last week published the data from their inquiries of the past two years. No fewer than 97.3 percent of the investigations of violent events in the Yitzhar area, where attacks by settlers are rampant, ended with no results. To put it another way: The probes failed. Of 45 cases that were investigated, only one produced an indictment.
Shehadeh’s case is likely to be added to these disgraceful statistics, which tell the whole story. Yesh Din has approached the Justice Ministry’s department for the investigation of police officers and the headquarters of the Samaria and Judea District police. Shehadeh’s friend, Ahmed Oudeh, filed a complaint the day after the attack. Shehadeh is still waiting for police to come to the hospital and take his testimony.

The spokesperson for the Judea and Samaria district of the police, in response to a query this week, told Haaretz that, after checking, it had no knowledge of the incident at Hawara. After receiving the police file number from us, the spokesperson hastily promised to send an investigator to Shehadeh – a month and a half after the attack and the filing of a complaint. It then sent the following statement:  “After receiving an inquiry from Yesh Din regarding the investigation of the mutual attack between Palestinians and masked settlers, adjacent to Hawara, an investigator was sent to take testimony from the injured party, and to continue the investigation to determine the identity of the attackers. At the direction of the district command, an officer was appointed to check the handling of the investigation.”


When Yitzhar settlers attack - Twilight Zone

sintesi in italiano

Gideon Levy: Quando i coloni di Yitzhar attaccano

GERUSALEMME : sequestrate bancarelle che vendono prodotti lievitati. Esulta la destra

 Sintesi personale
Gerusalemme ispettori comunali  hanno confiscati stand bagel e altre bancarelle che vendono prodotti lievitati nei pressi della Porta di Giaffa nella Città Vecchia di Gerusalemme, Sabato. Secondo il comune gli stand non sono stati chiusi per violazione delle leggi legate alla vendita di prodotti lievitati a Pasqua, ma piuttosto per problemi di licenza.
Tuttavia  l' assessore Aryeh King , del partito della destra United Gerusalemme ,vanta sulla sua pagina Facebookche tali azioni fanno parte del suo piano di "giudaizzare Gerusalemme".
"Grazie ai miei amici di Facebook e al comune di Gerusalemme per la sua cooperazione intensa, decine di stand-chametz vendita sono state chiuse nei pressi della Porta di Giaffa. Abbiamo promesso che avremmo giudaizzare Gerusalemme e stiamo cercando di mantenere  le  promesse fatte agli elettori."
Un funzionario del Comune ha smentito le accuse di King, affermando non c'era alcun legame tra la chiusura degli stand e il fatto che vendevano prodotti lievitati a Pasqua. Il funzionario ha aggiunto che i prodotti lievitati vengono ancora venduti in decine di luoghi in tutta la città vecchia. Secondo il comune gli stand sono stati chiusi dopo aver ricevuto numerose multe per operare senza licenza. Il Comune ha iniziato chiudendo questi stand down  per evitare che  non si accumulano ingenti debiti.
C'è una legge  che permette al Comune di vietare la vendita al pubblico di prodotti lievitati di Pasqua, ma non è stata applicato negli ultimi anni, nonostante gli sforzi da parte della comunità ultra-ortodossa.
Eppure, contrariamente alle affermazioni del comune, sembra che questi stand siano stati confiscati solo nel Jaffa Gate - la zona più sensibile per i visitatori ebrei della Città Vecchia. Stand simili hanno continuato a operare in aree meno frequentate dagli ebrei, come la Porta di Damasco.
In risposta alle richieste la municipalità di Gerusalemme ha dichiarato: "Il Comune lavora per fermare i venditori abusivi, non solo durante la Pasqua, ma durante  tutto l'anno, in ogni zona della città, in conformità a leggi e regolamenti  e senza alcun collegamento con le richieste fatte dai membri del consiglio cittadino. Durante il fine settimana, gli ispettori municipali hanno lavorato in coordinamento con la polizia per garantire la sicurezza pubblica, l'ordine e la pace per le migliaia di persone che hanno visitato dentro e intorno alla Città Vecchia. Come risultato, numerosi venditori senza licenza sono stati allontananti dalla zona. Gli oltre 50 rivenditori autorizzati all'interno della Città Vecchia e Gerusalemme Est nel suo complesso non sono stati disturbati in alcun modo. "

Jerusalem cracks down on Old City bagel stands during Passover

City Hall says stalls were confiscated for licensing issues, but right-wing councillor calls it part of 'Judaize Jerusalem’ campaign.

 Bagels on sale in JerusalemBy | Apr. 20, 2014 | 2:36 PM | 7

Jerusalem municipality inspectors confiscated bagel stands and other stalls selling leavened goods near the Jaffa Gate in Jerusalem’s Old City on Saturday. According to the municipality, the stands were not shut down for violating laws related to selling leavened goods on Passover, but rather for licensing issues.
However, Jerusalem councillor Aryeh King – from the right-wing United Jerusalem party – took credit for the actions, boasting on his Facebook page that the actions resulted from pressure he has applied as part of his plan to “Judaize Jerusalem.”
“Thanks to my Facebook friends and the Jerusalem municipality for its intense cooperation, dozens of chametz-selling stands have been shut down near the Jaffa Gate,” wrote King. “We promised that we would Judaize Jerusalem, and we are trying to live up to the promises we made to voters.”
A municipality official denied King’s claims, stating there was no connection between shutting down the stands and the fact they were selling leavened goods on Passover. The official added that leavened goods are still being sold in dozens of places throughout the Old City. According to the municipality, the stands were shut down after receiving numerous fines for operating without a license. The municipality has begun shutting these stands down – as opposed to continually fining them – to ensure that the vendors don’t accumulate large debts.
There is a law on the statute books that allows the municipality to prohibit the public sale of leavened goods on Passover, but it hasn’t been enforced in recent years, despite efforts by the ultra-Orthodox community.
Yet contrary to the municipality’s claims, it seems that these stands were only confiscated in the Jaffa Gate – the most sensitive area for Jewish visitors to the Old City. Similar stands have continued to operate in areas less frequented by Jews, such as the Damascus Gate.
In response to inquiries, the Jerusalem municipality stated, “The municipality works to stop unlicensed, illegal vendors not only during Passover but throughout the year, in every area of the city, in accordance to laws and regulations, and without any connection to requests made by city council members. During the weekend, the municipality inspectors worked in coordination with police to ensure public safety, order and peace for the thousands of people that visited in and around the Old City. As a result, numerous unlicensed vendors were dispersed from the area for operating without a license.
“Complaints were received from licensed vendors, and, accordingly, the illegal vendors were dispersed in accordance with regulations – something that occurs numerous times throughout the year – after they were issued numerous warnings and fines. The 50-plus licensed vendors within the Old City and East Jerusalem as a whole were not disturbed in any way.”

sabato 19 aprile 2014

ISRAELE, estremisti di destra incendiano ingresso moschea di Um el Fahem -





Gerusalemme, 18 aprile 2014, Nena News –  L’ingresso di una moschea di Um el-Fahem, in bassa Galilea, la più popolosa città araba in Israele dopo Nazareth, è stato incendiato la scorsa notte da estremisti della destra ebraica. Prima di fare fuoco alla porta hanno lasciato sulle mura vari slogan, fra questi: ”Arabi, fuori”, riconducibili ai gruppi più radicali che praticano il “Tag Mehir” (Price Tag, prezzo da pagare). Si tratta della profanazione sistematica di siti religiosi islamici e cristiani e della distruzione di proprietà palestinesi in apparente rappresaglia contro quelli che gli estremisti considerano “cedimenti” agli arabi da parte del governo. Il “Tag Mehir” è attuato anche dai coloni israeliani che risiedono nella Cisgiordania palestinese sotto occupazione militare.

A Um el Fahem ora la tensione è alta. Molti dei suoi abitanti sembrano decisi a protestare con forza per questo attacco alla moschea e biasimano la polizia per non aver ancora arrestato i responsabili di attacchi analoghi perpetrati in passato. Di recente sono state attaccate proprietà e automobili arabe in Galilea, una istituzione cristiana e a Gerusalemme Est gli estremisti hanno tagliato le gomme di una quarantina di automobili palestinesi.

Il governo Netanyahu continua a ripetere, di volta in volta, che userà il pugno di ferro contro gli estremisti ma sino ad oggi sono state minime le azioni punitive, di polizia e magistratura, nei confronti di chi pratica il “Tag Mehir”. A conferma che gli estremisti, in particolare i coloni, godono di forti sostegni ai livelli più alti della politica israeliana.

In questo clima ieri si è svolta una nuova riunione, senza alcun risultato positivo, dei negoziatori palestinesi e israeliani incaricati di salvare ed estendere la trattativa bilaterale oltre la data limite del 29 aprile. Il tentativo fa seguito alla crisi causata dalla decisione del governo Netanyahu di non liberare lo scorso 29 marzo il quarto e ultimo gruppo di una trentina di detenuti politici che si era impegnato a scarcerare lo scorso luglio e dalla conseguente risposta del presidente dell’Anp Abu Mazen che ha  chiesto l’adesione dello Stato di Palestina a 13 trattati e convenzioni internazionali.

All’incontro di ieri a Gerusalemme ha partecipato anche l’inviato Usa nella regione Martin Indyk ma “dopo ore di discussione il gap tra le due parti è rimasto molto ampio”, ha riferito una fonte palestinese. Oggi Indyk vedrà separatamente israeliani e palestinesi.

Ieri Nabil Abu Rudeina, portavoce di Abu Mazen, aveva detto in una conferenza stampa che l’Anp è ”aperta” a discutere tutti i temi con gli americani, inclusa un’estensione dei negoziati”. Ha poi sottolineato che questo aspetto ”non ha nulla a che fare con la liberazione della quarta tranche di prigionieri palestinesi”.

Alcuni deputati israeliani che mercoledì avevano incontrato Abu Mazen a Ramallah affermano che il presidente palestinese sarebbe intenzionato a estendere i negoziati per altri nove mesi, ma vuole che i primi tre mesi siano concentrati sui confini del futuro Stato palestinese e che sia fermata l’espansione della colonizzazione israeliana in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Nena News
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