sabato 18 aprile 2015

Una giornata di protesta contro il trattato commerciale tra Stati Uniti e Unione europea

Nov 2014 10.24
 
 
 
Il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti tra l’Unione europea e gli Stati Uniti è pericoloso. Perché permetterebbe alle grandi aziende di citare i governi in tribunale. Al punto che perfino l’Economist lo ha definito “un modo per...
internazionale.it
L’anno scorso ero scoraggiato: un’ombra minacciosa si allungava sulle libertà che i nostri antenati hanno difeso a costo della vita. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, i parlamenti rischiavano di non poter più legiferare per il bene dei loro cittadini a causa di un trattato che avrebbe permesso alle grandi aziende di citare i governi in tribunale. E io cercavo di trovare il modo per impedire una cosa del genere.
Fino a quel momento, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) tra l’Unione europea e gli Stati Uniti lo conosceva solo chi che partecipava ai negoziati. E io sospettavo che nessun altro ne avrebbe mai sentito parlare. Perfino il nome sembrava fatto apposta per non suscitare interesse. Avevo scritto un articolo al riguardo per un solo motivo: poter dire ai miei figli che avevo cercato di fare qualcosa.
Con mio grande stupore, quell’articolo è diventato virale. In seguito alla reazione dell’opinione pubblica e al coinvolgimento di importanti attivisti, la Commissione europea e il governo britannico hanno dovuto dare una risposta. La petizione Stop Ttip ha raccolto più di 800mila firme; la petizione 38 Degrees ne ha raccolte 910mila. A ottobre ci sono state 450 azioni di protesta in 24 stati dell’Unione europea. La Commissione europea è stata costretta ad affrontare gli aspetti più controversi del trattato attraverso una consultazione pubblica che ha ricevuto 150mila risposte. Mai dire che le persone non possono affrontare questioni complesse.
La battaglia non è ancora vinta. Le aziende e i governi, guidati dal Regno Unito, si stanno mobilitando per placare le proteste. Ma la loro posizione si fa ogni mese più debole. All’epoca, il ministro britannico responsabile della questione era Kenneth Clarke. Il ministro rispose ai miei articoli ripetendo che “non c’era niente di più insensato” che rendere pubblica la posizione dell’Europa nei negoziati, come io avevo proposto. A ottobre, però, la Commissione è stata obbligata a fare proprio questo. La lotta contro il Ttip potrebbe diventare una vittoria storica dei cittadini contro lo strapotere delle aziende.
Il problema centrale si chiama “risoluzione delle controversie tra investitore e stato” (Investor-state dispute settlement, Isds). Il trattato consentirebbe alle aziende di fare causa ai governi citandoli davanti a un collegio arbitrale di avvocati esperti di diritto societario, un collegio dove le altre parti non avrebbero alcuna rappresentanza e che non sarebbe soggetto a un riesame dell’autorità giudiziaria.
Già oggi, grazie all’inserimento dell’Isds in trattati commerciali di portata minore, le grandi aziende sono impegnate in una girandola di vertenze che hanno come unico obiettivo quello di spazzare via qualsiasi legge che possa interferire con i loro profitti. La Philip Morris sta facendo causa ai governi di Uruguay e Australia, colpevoli di voler convincere la gente a non fumare.
L’azienda petrolifera Occidental ha ottenuto un risarcimento di 2,3 miliardi di dollari dall’Ecuador che aveva revocato la concessione per le trivellazioni in Amazzonia dopo aver scoperto che la compagnia aveva infranto la legge. La svedese Vattenfall è in causa contro il governo tedesco, responsabile di aver rinunciato all’energia nucleare. Un’azienda australiana ha presentato una causa da 300 milioni di dollari contro il governo di El Salvador per non aver dato le concessioni di sfruttamento di una miniera d’oro che rischia di inquinare l’acqua potabile.
In base al Ttip, si potrebbe usare lo stesso meccanismo per impedire alle amministrazioni locali del Regno Unito di annullare la privatizzazione delle ferrovie e della sanità pubblica, o per impedire di proteggere la salute dei cittadini e l’ambiente dall’avidità delle aziende. Gli avvocati all’interno di questi collegi arbitrali si sentono in obbligo solo nei confronti delle aziende che devono giudicare, e che in altri momenti sono i loro datori di lavoro.
Come ha commentato uno di questi legali, “quando penso all’arbitrato, mi stupisco sempre che degli stati sovrani abbiano potuto accettarlo. Tre privati cittadini ricevono il potere di vagliare, senza alcuna restrizione o procedura di appello, tutte le azioni del governo, tutte le decisioni dei tribunali e tutte le leggi e i regolamenti approvati dal parlamento”.
Questo accordo è talmente vergognoso che si è schierato contro perfino l’Economist (che di solito è il paladino delle aziende e dei trattati commerciali) definendo la risoluzione delle controversie tra investitore e stato “un modo per consentire alle multinazionali di arricchirsi a spese della gente”.
Quando David Cameron e i mezzi d’informazione legati al mondo imprenditoriale hanno lanciato la loro campagna contro la candidatura di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea, hanno sostenuto che l’ex premier del Lussemburgo fosse una minaccia per la sovranità britannica.
Ecco un perfetto esempio di capovolgimento della realtà. Juncker, fiutando la direzione che stava prendendo il dibattito pubblico, aveva promesso nel suo programma: “Non sacrificherò gli standard di protezione della sicurezza, della salute, della società e delle informazioni in Europa sull’altare del libero scambio. E non accetterò che la giurisdizione dei tribunali negli stati dell’Unione europea sia limitata da regimi speciali per le controversie con gli investitori”. La colpa di Juncker, dunque, era di aver promesso di non svendere ad avvocati esperti di diritto societario la sovranità di un paese, come volevano Cameron e i baroni dei mezzi d’informazione.
Adesso Juncker è sotto pressione. A ottobre i rappresentanti di 14 governi gli hanno scritto in privato e senza consultare i rispettivi parlamenti, per chiedere l’inclusione della Isds (la lettera è stata resa pubblica qualche giorno fa). E chi sta guidando questa campagna? Il governo britannico. Tanta doppiezza è difficile da comprendere. Mentre si proclama talmente preoccupato della nostra sovranità da essere pronto a lasciare l’Unione europea, il governo britannico insiste segretamente affinché la Commissione europea massacri la nostra sovranità a favore dei profitti delle aziende. Cameron è a capo di una congiura delle polveri contro la democrazia.
Né lui né i suoi ministri sono stati in grado di rispondere a una domanda tremendamente banale: cos’hanno che non va i tribunali? Se le aziende vogliono citare in giudizio i governi, hanno già il diritto di rivolgersi a un tribunale, come chiunque altro. Di sicuro, con gli enormi mezzi di cui dispongono, non sono svantaggiati di fronte alla legge. Perché dovrebbero avere il permesso di usare un sistema legale separato, al quale noi non abbiamo accesso? Che fine ha fatto il principio secondo cui tutti sono uguali davanti alla legge?
Se i nostri tribunali sono idonei a privare i cittadini della loro libertà, perché non dovrebbero essere altrettanto idonei a privare le aziende di profitti futuri? Non dovremo più prestare ascolto ai difensori del Ttip finché non avranno risposto a questa domanda.
Non potranno sfuggirle ancora a lungo. A differenza di quanto accaduto con altri trattati, il Ttip finalmente è di pubblico dominio e questo indebolisce gli argomenti in suo favore. Ci attende una dura lotta dal risultato incerto, ma ho la sensazione che alla fine vinceremo.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

di Noam Chomsky :I crimini degli altri

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di Noam Chomsky – 16 aprile 2015
Questo mese Dan Falcone e Saul Isaacson, entrambi docenti delle superiori, hanno incontrato Noam Chomsky nel suo ufficio di Cambridge, Massachusetts. In una breve conversazione, rivista e condensata qui per chiarezza, hanno passato in rivista una vasta gamma di temi: la proiezione all’estero della potenza statunitense e le storie raccontate per giustificarla; COINTELPRO e la repressione interna; le carenze dei media prevalenti; l’atteggiamento dell’occidente nei confronti di Putin, e molto altro. Come sempre siamo lieti di pubblicare le inestimabili idee del professor Chomsky.
***
Dan Falcone
Sono stato recentemente in corrispondenza con un suo buon amico, Richard Falk, e abbiamo discusso l’idea di Juan Cole dell’”essenzialismo” in rapporto con il mondo mussulmano.  E questo mi ha portato a pensare a come l’essenzialismo sia presente nell’istruzione liberale.
Prendiamo, ad esempio, una causa buona e appropriata come l’istruzione delle ragazze mussulmane e come queste subiscono l’oppressione talebana. E’ qualcosa per cui è importante battersi, ma spesso la lotta è insegnata senza citare la politica estera statunitense o i nostri crimini internazionali, isolati dalla completezza del fenomeno. Questo genere di pianificazione delle lezioni nell’istruzione superiore ottiene recensioni elogiative. Può aiutarmi a contestualizzare?
Noam Chomsky
Beh, prendiamo, per dire, l’istruzione talebana che si ottiene nelle madrasse in Pakistan ed è finanziata dal nostro principale alleato, l’Arabia Saudita, ed è stata appoggiata dall’amministrazione Reagan, poiché faceva parte del sostegno al Pakistan, principalmente come guerra contro i russi.
Bene, gli Stati Uniti cercarono di trattenere i russi in Afghanistan e l’obiettivo fu dichiarato molto esplicitamente dal capo della stazione CIA di Islamabad, che visse l’insurrezione. Ciò che egli disse fu: “Non ci interessa la liberazione dell’Afghanistan. Vogliamo uccidere i russi.” Gran parte di ciò fu anche per appoggiare la peggior dittatura in Pakistan, la dittatura del generale Zia-ul-Haq, cui fu consentito di sviluppare armi nucleari.
I reaganiani finsero di non sapere, ma naturalmente sapevano, per poter continuare a riversare fondi. L’altra cosa che stava facendo era “islamizzare” radicalmente la società pachistana. Dunque, i sauditi non sono solo i fondamentalisti radicali più estremisti del mondo islamico e i nostri principali alleati, ma anche una specie di missionari, e sono pieni di soldi. Hanno anche altri settori ricchi, ma riversano soldi nella costruzione di moschee, di scuole coraniche e via di seguito. E’ da lì che sono venuti molti talebani.
Dunque, sì, avemmo un grosso ruolo e inoltre è peggio di così. Voglio dire, se si dà un’occhiata alla storia seria dopo la ritirata dei russi, essi si lasciarono dietro il governo Najibullah, che era molto ragionevole per molti versi. In realtà le donne, almeno a Kabul e in luoghi simili, dall’arrivo dei russi stavano molto meglio di quanto fossero mai state.
E il governo Najibullah, che era parecchio popolare, restò in carica fino a quando non accaddero due eventi: (1) i russi si ritirarono, si tirarono fuori, interruppero il sostegno e (2) gli Stati Uniti mantennero il sostegno ai mujaheddin, che erano prevalentemente estremisti e fondamentalisti religiosi, tizi che gettano acido sulle donne se non indossano le vesti giusti, eccetera. E loro devastarono Kabul, praticamente la distrussero. Presero il potere. Il loro dominio fu così orribile che quando arrivarono i talebani furono realmente accolti come benvenuti.
Bene, anche questo fa parte della storia, sapete? Inoltre molto di quanto è accaduto dopo di allora non è granché bello. Dunque, sì, se si vuole studiare l’istruzione dei talebani, queste sono cose da considerare. E non è che non siamo in grado di leggere le cose, come ad esempio la storia di Malala Yousafzai, che è molto evocativa.
Lei parla della società dei signori della guerra, eccetera, istituita dagli Stati Uniti. Ci sono altre cose che si possono leggere. Intendo dire, c’è un ottimo libro di Anand Gopal, uscito di recente. Anche se mostra parecchia simpatia per la posizione statunitense, si occupa prevalentemente di quelli che egli chiama “errori”: il modo in cui gli Stati Uniti hanno essenzialmente ricostruito i talebani, fraintendendo la società.
Ma ciò che egli descrive è molto persuasivo. Va in profondità e conosce molto bene il paese. E descrive in grande dettaglio come i delinquenti e i signori della guerra e i criminali manipolavano le forze statunitensi. Un qualche gruppo diceva “dovete attaccare quei tizi là”, affermando che erano sostenitori dei talebani, e capitava fossero dei nemici personali. Così gli Stati Uniti inviavano le forze speciali e bombardavano e facevano a pezzi tutti … e aumentavano il sostegno ai talebani.
Gopal dice che i talebani fondamentalmente si ritirarono quando ci fu l’invasione statunitense. Ma poi noi li aiutammo a tornare con mezzi come questi; ricostruendo l’insurrezione, che il governo ora non è in grado di controllare.
DF
Così c’è un contemporaneo sostegno ai banditi …
NC
In parte fu fatto di proposito dall’amministrazione Reagan. In parte si tratta forse solo di una specie di ignoranza arrogante. Supponendo di sapere come fare le cose quando in realtà non si sa nulla della società e non si fa che usare la mazza e si finisce per appoggiare, forse inconsapevolmente, gli elementi più criminali che poi usano la mazza per i propri fini personali. Sapete, per schiacciare i loro nemici personali.
DF
Ricordo alcuni dei suoi discorsi dopo l’11 settembre 2001. Lei citava come ci fosse un mucchio di elogi per il lavoro in sociologia, in cui autori recensivano libri che dicevano che in realtà la sola colpa degli Stati Uniti era di non fare abbastanza in reazione ai crimini degli altri.
NC
Accade tuttora. Date un’occhiata all’ultimo numero del Middle East Journal. E’ una delle riviste professionali più libere, più aperte e più critiche. E’ stata parecchio buona in passato, ma c’è un simposio. Costituisce gran parte del numero e comprende ambasciatori, generali e ogni sorta di pezzi grossi. Dibattono i problemi in Medio Oriente, il caos totale e cosa possiamo fare meglio che in passato per stabilizzare il Medio Oriente.
Intendo dire, da dove è venuto il caos in Iraq e in Libia? Lo abbiamo provocato noi. Ma la sola domanda che si può porre è come possiamo far meglio per stabilizzare il Medio Oriente. Allora, naturalmente, ci sono questi elementi destabilizzanti, come l’Iran, uno stato canaglia e la maggior minaccia alla pace mondiale. Come vanno stabilizzati in Medio Oriente?
Se si guarda all’accordo sul nucleare, ci sono immediatamente moltissimi commenti. Il New York Times aveva una prima pagina, un articolo d’opinione, di uno dei suoi grandi pensatori, Peter Baker. Dice fondamentalmente che nell’accordo non ci si può fidare dell’Iran. Sapete, destabilizza il Medio Oriente e poi l’autore fornisce una lista di motivi, ciascuno molto interessante. Ma il più interessante è che uno dei maggiori crimini dell’Iran è che aveva appoggiato milizie che hanno ucciso soldati statunitensi.
In altre parole, quando siamo noi a invadere e distruggere un altro paese, quella è stabilizzazione e se qualcuno si difende quella è destabilizzazione. Ciò appare nella cultura popolare come nell’orribile film American Sniper. Guardatelo. La biografia è peggiore del film, ma vien fuori che la prima uccisione, quella di cui è veramente orgoglioso, è quella di una donna e di un bambino con in mano una granata quando la loro cittadina è attaccata dai marines statunitensi.
Sono selvaggi, mostri, li odiamo, devono essere uccisi, e tutti applaudono. Voglio dire, persino le pagine artistiche del New York Times hanno parlato di quanto meraviglioso fosse il film. E’ semplicemente sbalorditivo.
DF
Parlando di cose sbalorditive, e del terrorismo internazionale, volevo chiedere del terrorismo interno. Volevo chiederle di COINTELPRO. Non è citato molto nei programmi di sociologia o di storia. Può parlarmi di COINTELPRO e dell’importanza di insegnare e apprendere al riguardo nella società democratica?
NC
Dire che riceve scarsa attenzione significa minimizzare. COINTELPRO è stato un programma della polizia politica nazionale, dell’FBI, che è fondamentalmente questo.  Ha attraversato quattro amministrazioni, ed è stato condotto consapevolmente. E’ cominciato attaccando il Partito Comunista negli anni ’50. E’ stato esteso al movimento per l’indipendenza di portoricana e ai movimenti dei pellerossa statunitensi, al movimento delle donne e all’intera Nuova Sinistra. Ma il principale obiettivo era il movimento dei neri.
E’ stato un grosso programma di repressione e si è spinto fino all’assassinio politico diretto. Il caso peggiore è stato quello di Fred Hampton e di Mark Clark, che sono stati semplicemente assassinati dall’FBI in un attacco in stile Gestapo. Erano organizzatori neri molti efficaci. L’FBI non si curava molto dei criminali, ma voleva attaccare gli organizzatori efficaci. E’ stato denunciato in tribunali quasi contemporaneamente al Watergate. Voglio dire, in confronto con questo programma il Watergate è un intrattenimento sociale, un nulla.
Mi fu chiesto dalla New York Review di scrivere un breve articolo e di partecipare a un simposio quando fu denunciato il Watergate. Ma avevo appena letto a proposito di questo. Dissi: “Guardate, il Watergate sta dimostrando come gente famosa è insultata in privato e ciò scuote le fondamenta della repubblica? E contemporaneamente avete la rivelazione di questo programma incredibile, che si è spinto fino all’assassinio politico e dunque è molto più significativo.”
DF
Il seguito delle storie relative a crimini secondari isola i potenti dai crimini maggiori.
NC
Se si guarda il New York Times di ieri, c’è un paragone molto interessante tra due articoli. Uno di essi è un articolo di prima pagina, con un grossa pagina di continuazione. Parla del misfatto giornalistico scoperto in un articolo di Rolling Stone. E’ una grossa dichiarazione a proposito di pessimo giornalismo. Sapete, hanno detto che il crimine è consistito in assenza di scetticismo, un crimine giornalistico terribile.
C’è un altro articolo, sul Laos, che è molto interessante. Parla di una donna importante, una donna laotiano-statunitense che lavora per cercare di fare qualcosa riguardo alle bombe inesplose che stanno mietendo vittime nel Laos settentrionale. E cita una fonte, la fonte giusta, Fred Branfman, e il suo libro ‘Voci dalla Piana delle Giare’. Ed è da lì che sono ricavate le informazioni.
Poi dice che per gli Stati Uniti l’obiettivo dei bombardamenti era il Sentiero di Ho Chi Minh, da dove i nord-vietnamiti arrivavano nel Vietnam del sud, insieme con i collaboratori laotiani del nord-vietnamiti. Quali sono i fatti nel libro di Fred Branfman? Gli Stati Uniti stavano attaccando il Laos settentrionale. Di fatto è mostrato sulla mappa che stavano attaccando e ciò non aveva nulla a che fare con il Sentiero di Ho Chi Minh, né con i nord-vietnamiti.
Perché lo facevano? Fred lo ha documentato. Egli cita Monteagle Stearns, cui fu chiesto dal Comitato del Senato per le Relazioni con l’Estero: “Perché stiamo bombardando quest’area remota del Laos settentrionale e la stiamo spazzando via?” Ed egli risponde. Dice che c’era uno stop ai bombardamenti sul Vietnam del Nord. E avevano tutti quegli aerei in giro e non avevamo nulla da far fare loro. Così abbiamo distrutto il Laos settentrionale.
Sul New York Times ciò è tramutato in pura propaganda governativa. Ed è una menzogna assolutamente colossale. Ci sarà un’inchiesta della Columbia Journalism Review? Avremo articoli di prima pagina? No. E’ un confronto straordinario, e succede ogni giorno.
Saul Isaacson
Stephen Cohen ha sostenuto che siamo più prossimi a una guerra con la Russia di quanto lo siamo mai stati dopo la crisi dei missili cubani. Pensa che stia esagerando la crisi in Ucraina?
NC
No. Voglio dire, il governo ucraino salito al potere dopo il colpo di stato, il parlamento, ha votato quasi all’unanimità per perseguire l’adesione alla NATO.  Come ha segnalato Cohen, e molti altri, è qualcosa di totalmente intollerabile per qualsiasi leader russo. E’ un po’ come se il Patto di Varsavia si fosse impossessato dell’America del Sud e stesse per includere il Messico e il Canada. Dunque sì, è una cosa grave.
E’ interessante il modo in cui è trattato Putin. Penso sia stato sullo stesso Middle East Journal che ho letto recentemente, a proposito del sostegno della posizione statunitense sull’Ucraina, che alcune persone serie hanno affermato che a essa si opporranno la Corea del Nord, dallo Stato Islamico e da Stephen Cohen. [Mettere in discussione la posizione statunitense sull’Ucraina significa che riceverete minacce da] apologeti stalinisti e ricevere dure pronunce di disprezzo e ridicolo.
SI
Egli suggerisce anche che siamo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda.
NC
E’ grave. Voglio dire, Gorbaciov accettò l’unificazione della Germania e persino la sua incorporazione nella NATO, cosa che è una sorprendente concessione se si guarda alla storia. Ma c’era un quid pro quo: che la NATO “non si espanda di un centimetro a est”, quella era l’espressione, intendendo la Germania Est.
Una volta che la NATO si estese alla Germania Est, Gorbaciov s’infuriò. Fu informato dall’amministrazione 41 di Bush che si trattava soltanto di una promessa verbale. Non era scritta e l’implicazione era che se sei tanto scemo da accettare un accordo tra gentiluomini con noi, quello è un problema tuo. Poi è arrivato Clinton, ha esteso la NATO ai confini con la Russia. E oggi ci si è spinti più in là, persino in Ucraina che, a parte i legami storici, è al cuore degli interessi geostrategici russi. E’ molto grave.
SI
E ottiene così poca stampa, così poca copertura negli Stati Uniti.
NC
Non solo poca copertura, ma quella che c’è è folle. Voglio dire, è tutta su quanto è pazzo Putin. C’è un articolo in una delle riviste di psicologia sul fatto che deve essere malato di Asperger o alcuni altri articoli sul fatto che deve avere danni cerebrali. Voglio dire, può piacerci o no, ma la sua posizione è perfettamente comprensibile.
DF
Per finire, può commentare il Memoriale dell’Olocausto e come il museo si collega alla dottrina della “Responsabilità di Proteggere”? (R2P). Qual è l’interesse degli Stati Uniti alla R2P o “Responsabilità di Proteggere”?
NC
Il Museo Memoriale dell’Olocausto fu creato negli anni ’70, parte di un’enorme espansione degli studi sull’Olocausto, dei memoriali, eccetera. La data ha un certo significato. Il momento giusto sarebbe stato decenni prima, ma era prima che fossero stabilite tra USA e Israele relazioni nella loro forma attuale (dopo la guerra del 1967), e avrebbero potuto sorgere domande scomode sull’atteggiamento degli Stati Uniti riguardo all’Olocausto e particolarmente nei confronti dei sopravvissuti.
Impressionante è anche l’assenza di qualsiasi reazione remotamente paragonabile agli enormi crimini statunitensi, quali la virtuale eliminazione della popolazione indigena e i malvagi campi di lavoro schiavo che ebbero un ruolo enorme per la prosperità del paese. La lezione sembra essere chiara: possiamo lamentare i crimini odiosi degli altri, quando ci conviene, ma solo i crimini degli altri.
Quanto alla R2P, ci sono due versioni della dottrina. Una è stata adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU. I cambiamenti rispetto alle prime risoluzioni dell’ONU sono limitati e, crucialmente, sono conservate le prescrizioni essenziali della Carta dell’ONU che vieta l’uso della forza senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza (o in reazione a un’aggressione armata, irrilevante qui).
La seconda versione, in un rapporto di una commissione guidata da Gareth Evans, è quasi la stessa, ma con una differenza cruciale: autorizza gruppi regionali a intervenire con la forza, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza,  all’interno di quelli che ritengono propri domini. C’è un solo gruppo regionale che può agire in questo modo: la NATO.
Così la versione Evans essenzialmente consente alla NATO (cioè agli Stati Uniti) di ricorrere alla forza ogni volta che vuole. Questa è la versione operativa. Fa appello alla versione innocua dell’ONU per giustificare il ricorso alla forza.
Il caso nella mente di tutti è  l’attacco della NATO alla Serbia nel conflitto del Kosovo, duramente condannato dalla maggior parte del mondo, ma applaudito dai paesi della NATO come un magnifico tributo alla loro eccellenza.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-crimes-of-others/
Originale: Jacobin Magazine
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0


Israele : i campi di transito per gli ebrei Mizrahi cancellati dalla Storia di Israele

A poster from the state’s early years soliciting toys for transit-camp children at Hanukkah.






In un manifesto dei primi anni dello Stato si sollecitavano giocattoli per i bambini  del campo di  Hanukkah. Photo by Archives sionisti

Zoltan Kluger / GPO
 
 Sintesi personale
Beit Lid Ma'abara Photo by Zoltan Kluger / GPO
 Il protagonista della serie televisiva "Zagouri Empire", nel primo episodio della nuova stagione si chiede  come mai  Israele non abbia il "Day ma'abarot" - un riferimento ai campi di transito dei 1950 'che ospitavano  rifugiati ebrei  provenienti dal Medio Oriente e dal  Nord Africa.
Non troverete una voce per ma'abarot nell'Enciclopedia Hebraica,nè abbiamo un "Museo del ma'abarot."La povertà simboleggiata dai ma'abarot costituiscono una ferita ancora aperta
Nel 1951, un quarto di milione di persone vivevano in ma'abarot, l'80 per cento dei quali provenienti da paesi islamici. La maggior parte dei campi sono stati smantellati nel 1959. Dieci anni dimenticati. Ricordi cancellati. . I primi abitanti della ma'abarot vivevano in tende, uno per famiglia,sostituite  più  tardi da  baracche di latta e baracche di legno. Alcuni dei ma'abarot non erano collegati alla rete idrica , i  servizi igienici pubblici erano  sporchi ,utilizzati da decine di persone .
Nel 1949 Zalman Aranne, un membro di spicco del partito di governo Mapai (e più tardi ministro dell'istruzione), ha avvertito che una "situazione catastrofica" esisteva nel campo . Elihayu Dobkin, una figura di alto livello dell'Agenzia Ebraica, ha confermato.  Ben-Gurion affermò che le abitazioni migliori che venivano richieste  per i nuovi immigrati erano troppo costose
A partire dal  1949 gli ebrei della Polonia furono autorizzati  a emigrare nello  Stato ebraico nascente e  l'Agenzia dichiarò che   meritavano condizioni migliori di assorbimento rispetto agli immigrati precedenti . "Ci sono persone rispettabili, tra loro".
Per risparmiare  a questi nuovi arrivati ​​la sofferenza dei campi di transito, si propose di ospitarli negli  alberghi  e furono tenute riunioni tra le autorità per  creare in tempi brevi  alloggi permanenti - utilizzando anche gli appartamenti originariamente stanziati per gli immigrati provenienti dai paesi arabi.
"Erano consapevoli che dare la preferenza agli immigrati polacchi era sbagliato e così decisero di mantenere il segreto", ha scritto lo storico Tom Segev nel suo libro "1949. I primi israeliani"
Nel 1953  the Agency’s Immigrant Absorption Department in Jerusalem notò:  "La maggior parte delle famiglie europee ha da tempo lasciato il ma'abarot  e oltre il 90 per cento degli abitanti dei campi sono provenienti dalle  comunità orientali."

Prof. Dalia Gavriely-Nuri insegna nel dipartimento di politica e di comunicazione del Hadassah Academic College, Gerusalemme,

Why have transit camps for Mizrahi Jews been written out of Israeli history?

In 1951, a quarter of a million people were living in what was known as ma'abarot, 80 percent of them from Islamic lands. Most of the camps were dismantled by 1959. Ten forgotten years.





A poster from the state’s early years soliciting toys for transit-camp children at Hanukkah.
A poster from the state’s early years soliciting toys for transit-camp children at Hanukkah. Photo by Zionist Archives

Zoltan Kluger / GPO
Beit Lid Ma'abara Photo by Zoltan Kluger / GPO
An odd question is posed by the protagonist of the television series “Zagouri Empire,” in the first episode of the new season. Why, he asks, does the Israeli calendar have no “Ma’abarot Day” – a reference to the 1950s’ transit camps that mainly housed Jewish refugees from the Middle East and North Africa.
You won’t find an entry for ma’abarot in the Encyclopedia Hebraica. The 1978 edition contains a terse discussion of the subject (27 lines), but not as a separate entry, rather in the general volume devoted to the Land of Israel.
Nor do we have a “Museum of Ma’abarot.” We have an Israel Air Force museum and a Yitzhak Rabin museum and a Palmach museum and a Ya’ir Stern museum (commemorating the founder of the pre-state underground organization Lehi). But to learn about transit camps, you’ll have to poke around in archives or listen to old wives’ tales.
In a collection of Davar Le’Yeladim – the weekly children’s magazine published by the (now-defunct) Hebrew daily Davar, which was a mouthpiece for the ruling establishment – from 1951-1952, I found barely 15 articles on the subject, most of them written by young readers themselves.
Who is responsible for constructing our history? Who is charged with the role of filling with content that odd and self-interested concept referred to as “collective memory”?
When it comes to subjects like transit camps and poverty, this is not only a question for learned historians. Recent surveys have provided painful findings about the number of poor children in Israel. A heated debate has also arisen about who’s responsible for the fact that housing prices have lurched out of control – Benjamin Netanyahu or Ehud Barak, or maybe it was the other Ehud (Olmert), or possibly Menachem Begin, Golda or Ben-Gurion?
Perhaps the question should be rephrased: Who is responsible for the fact that there are some people who have no prospect of being able to buy an apartment today, whereas others own entire buildings? That’s a question that calls for a consideration of the history of poverty in this country.
The history of poverty here is a huge blank. Our great cultural repression. The ma’abarot, the product of Israeli poverty, are a historical wound that’s been removed from the map. And not by chance.
In 1951, a quarter of a million people were living in ma’abarot, 80 percent of them from Islamic lands. Most of the camps were dismantled by 1959. Ten forgotten years. Memories erased.
Here, in a nutshell, are a few important points which are apparently inconvenient to recall. The first inhabitants of the ma’abarot lived in tents, one per family. Afterward, an improved tent, hut-shaped but still made of canvas, came on the scene. Later, there were tin huts and wooden shacks. Some of the ma’abarot weren’t hooked up to the water or power supply, and filthy public toilets often served dozens of people.
In April 1949, Zalman Aranne, a leading member of the Mapai ruling party (and later minister of education), warned that a “catastrophic situation” existed in the camps. Elihayu Dobkin, a senior figure in the Jewish Agency, described the conditions as a “holy horror.” But David Ben-Gurion ruled that the improved dwellings that were being demanded for the new immigrants were too costly: “I don’t accept this pampering [approach] with respect to people not living in tents. We are spoiling them. People can live for years in tents. Anyone who doesn’t want to live in them needn’t bother coming here.”
Beginning in September 1949, the Jews of Poland were allowed to immigrate to the nascent Jewish state. Toward the end of that year, the Agency reached the conclusion that the new arrivals from Poland deserved better absorption conditions than the immigrants who preceded them. “There are respected individuals among them,” was its explanation.
To spare these newcomers the suffering of the transit camps, it was proposed to house them in hotels. At the same time, meetings were held among the authorities about speeding up the Poles’ placement in permanent housing – including in apartments originally allocated for immigrants from the Arab countries.
“They were all aware that giving preference to the Polish immigrants was wrong and so they resolved to keep it secret,” wrote historian Tom Segev in his book “1949: The First Israelis.”
In January 1953, the Agency’s Immigrant Absorption Department in Jerusalem noted, “Most of the European families have long since left the ma’abarot, and more than 90 percent of the camps’ inhabitants are from the Oriental communities.”
Shattered images
During the past month I’ve been visiting distressed areas in Israel – the winter 2015 version. Every morning I arrive in a different place. Kfar Shalem, Ofakim, Or Yehuda, Ramle, the long and depressing tenements of Jaffa Dalet. Distressed neighborhoods of Israeli Jews. Happily, I haven’t seen especially harsh sights. The images I had in my mind of the ma’abarot and other sorts of immigrant camps have been shattered. At the end of the 1970s, Project Renewal was launched to rehabilitate rundown neighborhoods, and outwardly the situation has over the years become fairly reasonable. But many of the people I’m meeting are unemployed; a great many lead hardscrabble lives.
It seems to me that before we talk about the distress of the retail price of Milky, the chocolate pudding snack that symbolizes the middle class, we should recall this country’s distressed neighborhoods. They are generally mute sites. They have generated a few outbursts in the past, such as the “Wadi Salib riots” in Haifa in 1959, and the Israeli Black Panthers protest movement in the 1970s. Lately we’ve heard about Givat Amal and Kfar Shalem. But generally, poverty here is mute.
Back to the Encyclopedia Hebraica. In large measure, the encyclopedia was responsible for constructing the canonical Israeli consciousness. A perusal of it shows that the fact that it was a Hebrew encyclopedia and that its authors were stuck in the Levant, did not prompt them to search under their very own, local streetlights.
For example, the entry “Karl” (the name of kings and emperors from the House of Habsburg and from Luxembourg) received two full pages. People named Rabinovich (or a variant spelling in English) were also given two pages. Krotoszyn, a town of 22,000 people in Poland with a highly developed Jewish community – got 25 lines. Kiryat Malakhi, with 12,000 inhabitants at the time, got 13 lines. But who’s counting?
And maybe it’s not by chance that when you Google “ma’abarot” in Hebrew, the first entry that comes up is Kibbutz Ma’abarot.
Prof. Dalia Gavriely-Nuri teaches in the politics and communications department of Hadassah Academic College, Jerusalem, and is a research fellow at the Hebrew University’s Truman Institute for the Advancement of Peace.

Who is responsible for constructing our “collective memory”?
HAARETZ.COM

Hamas sotto l’attacco israeliano in Cisgiordania e preda delle divisioni a Gaza

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Hamas sotto l'attacco israeliano in Cisgiordania e preda delle

Negli ultimi giorni decine di palestinesi, presunti affiliati del movimento islamista, sono stati arrestati dall’esercito israeliano. Nella Striscia crescono le tensioni con i gruppi islamisti radicali.
La scure israeliana torna ad abbattersi contro Hamas in Cisgiordania: in pochi giorni decine di presunti affiliati al movimento islamista palestinese sono stati arrestati dalle forze militari israeliane. Il raid più duro è stato compiuto ieri notte a Nablus: alle due del mattino circa 50 jeep dell’esercito sono entrate nella città, senza prima alcun coordinamento con le forze di sicurezza palestinesi (secondo gli Accordi di Oslo, nel caso di azioni in Area A – il 18% della Cisgiordania, sotto il controllo civile e militare palestinese – le autorità di Tel Aviv dovrebbe prima informare l’Autorità Palestinese).
I soldati hanno perquisito case nel campo profughi di Balata e in città vecchia, arrestando 31 palestinesi, di cui 20 presunti membri di Hamas. Molti degli arrestati sono ex prigionieri. L’operazione, di vasta scala, ha coinvolto non solo l’esercito, ma anche la polizia di frontiera e i servizi segreti interni, lo Shin Bet: “Gli arresti sono stati compiuti a seguito di un incremento dell’attività di Hamas nella zona di Hamas, attività volte a compiere attentati terroristici in Israele – si legge nel comunicato dell’esercito – Gli arrestati erano coinvolti nel finanziamento e la direzione di Hamas all’estero”.
Sale così a 49 il numero di presunti affiliati del movimento islamista arrestati da Israele dal primo aprile scorso. E sale il numero di prigionieri politici nelle carceri israeliane: alla vigilia della commemorazione della Giornata dei Prigionieri Palestinesi, che si celebra domani, sono 6mila i detenuti nelle prigioni israeliane. Tra loro 200 bambini, 23 donne, 450 prigionieri in detenzione amministrativa e 14 membri del Consiglio Legislativo Palestinese.
Martedì l’intelligence israeliana aveva arrestato due palestinesi, Muin Nour Shaer, 25 anni, del villaggio di Burqa (Nablus), e Daoud Adwan, 32, di el-Azzariya, con l’accusa di voler compiere – dietro presunto ordine di Hamas – un attacco al Container Checkpoint, posto di blocco israeliano tra Betlemme e Ramallah, unica via di collegamento tra la Cisgiordania del nord e quella del sud. Secondo lo Shin Bet, “la cellula” avrebbe progettato un attacco per la festa ebraica del Purim, dopo essersi addestrati all’uso delle armi automatiche. Arresti che seguono ad altre detenzioni: a marzo 6 palestinesi di Qalqilya e a febbraio 19 di Jenin sono stati arrestati con l’accusa di far parte di cellule di Hamas, considerata da Israele organizzazione terroristica.
L’obiettivo è chiaro: annientare il movimento islamista in Cisgiordania, dopo aver bombardato Gaza per 50 giorni per farlo scomparire dalla Striscia. All’epoca, Israele aveva come scopo – tra gli altri – quello di interrompere il processo di riconciliazione in corso tra Anp e Hamas, che avevano nella primavera del 2014 creato un governo di unità nazionale. Nella realtà dei fatti, quella riconciliazione non è mai avvenuta: le divisioni politiche tra Hamas e Fatah, il cui terreno di scontro è per lo più il rifiuto dell’Anp di Ramallah di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza, si traducono nell’incapacità – o meglio, la non volontà – di organizzare le tanto attese elezioni nazionali.
La tensione continua così a salire, danneggiando in primis il popolo palestinese, privo di una reale guida politica. Ma la tensione preoccupa anche Hamas, isolato nell’enclave di Gaza, con il solo supporto finanziario del Qatar. L’allontanamento dall’asse sciita è stato il primo grave errore compiuto dalla leadership islamista, che ha rotto l’alleanza con la Siria, e di conseguenza l’Iran, per puntare ai legami con la Fratellanza Musulmana nel resto del mondo arabo. Ma con il crollo dei Fratelli Musulmani e il colpo di Stato al Cairo, che ha deposto l’islamista Morsi, Hamas si è ritrovata sola, senza soldi e un concreto appoggio politico.
La crisi in corso è ben visibile a Gaza, dove il movimento tenta di rafforzare i controlli di una zona che gestisce con sempre minore forza. La conseguenza è la crescita di movimenti e gruppi islamisti radicali, alcuni che si richiamano all’Isis, altri che si definiscono salafiti, e che potrebbero destabilizzare ulteriormente una Striscia al collasso, dopo la violenta operazione militare israeliana della scorsa estate. L’attacco al Centro Francese a Gaza City lo scorso dicembre fu rivendicato da una presunta cellula Isis, seppur non si abbiano prove certe della presenza di membri del califfato nella Striscia.
Secondo il sito arabo al-Monitor, le tensioni tra sostenitori dell’Isis e Hamas a Gaza sono cominciate già a febbraio, per toccare l’apice agli inizi di aprile con l’arresto da parte delle forze di Hamas di sette affiliati allo Stato Islamico dopo l’uccisione di un capo della milizia Akfan Beit al-Maqdis, legata ad Hamas, nel campo profughi di Yarmouk in Siria. Eppure Hamas preferisce negare: “L’Isis non è presente a Gaza – ha detto il portavoce del Ministero degli Interni, Iyad al-Bozom – Le notizie pubblicate da alcuni media non sono vere”.
Oggi il quotidiano liberale israeliano Haaretz ha pubblicato le opinioni di una serie di esperti israeliani, secondo i quali la frattura interna tra ala politica e ala militare (le Brigate al-Qassam) potrebbe mettere a rischio il cessate il fuoco con Israele. Un cessate il fuoco in realtà rotto più volte dall’esercito israeliano, che non ha mancato da settembre ad oggi di aprire il fuoco contro i contadini a est di Gaza e i pescatori lungo le coste.

( Fonte: Nena News )

Expo 2015 : Ulivo simbolo e protagonista della Palestina a Milano




di Michele Monni) (ANSA) - RAMALLAH, 15 APR - "Vecchia come un albero di ulivo e giovane come un'oliva": questo lo slogan scelto dalla Palestina per la sua presenza all'Expo 2015 di Milano. A due settimane dall'apertura, le attività nella sede di Paltrade - l'organismo dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) per lo sviluppo economico capofila dell'evento - si intensificano. "Stiamo ultimando i lavori del Padiglione e mettendo a punto le attività che durante i sei mesi di Expo daranno possibilità ai visitatori di conoscere meglio la Palestina", ha detto all'ANSA Osama Abu Ali, direttore del settore esportazioni dell'organizzazione. Abu Ali ha sottolineato che il supporto del Consolato generale italiano di Gerusalemme e' stato ''fondamentale'' nella realizzazione del progetto. L'Anp ha messo a disposizione circa 400 mila dollari per il Padiglione che si estenderà su di una superficie di 250 mtq, e altri 220 mila dollari sono arrivati da aziende del settore privato, come Padico Group, Paltel e Bank of Palestine. Saranno due i principali espositori espositori: ''il Saint Gabriel Hotel di Betlemme - ha spiegato Abu Ali - fornirà il cibo nel nostro ristorante, mentre Ibrahim Najjar, un'autorità dei prodotti artigianali palestinesi, avra' l'incarico di gestire tutti nostri prodotti di artigianato e di qualità''. Oltre a quelli alimentari, come l'olio d'oliva, le spezie e i datteri, e ai piatti tradizionali palestinesi come il Makloubeh, il Mansaff e la Mussahan, il Padiglione proporrà il meglio della produzione di Cisgiordania e Gaza, come le ceramiche di Hebron, i ricami di Betlemme e il sapone di Nablus. Non ci saranno invece - ha aggiunto - i vini e le birre di Aboud e Taybeh per rispetto della tradizione musulmana. Ma ci saranno anche le compagnie di ballo tradizionale (Dabke), teatrali e band musicali palestinesi e inoltre seminari e dibattiti, insieme ad associazioni italiane, sulle difficoltà dell'agricoltura palestinese per l'occupazione israeliana nei Territori. Per Abu Ali, che ha confermato la presenza del presidente Abu Mazen il 19 settembre, l'Expo "rappresenta un'occasione imperdibile" non solo per creare relazioni economiche con i partner internazionali, ma anche per "proporre la Palestina come meta turistica e religiosa con un'altissima potenzialità di crescita". (ANSA). RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Akiva Eldar: Hillary Clinton e i parametri del 2000

Should Hillary promote the Clinton Parameters?

Sintesi personale

 Il 29 marzo  Il giornale Algemeiner ha riportato  di una telefonata tra Hillary Rodham Clinton e Malcolm Hohenlein, il vice presidente esecutivo della Conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni ebraiche americane. Secondo Hohenlein  Clinton gli ha detto: "Abbiamo bisogno di lavorare tutti insieme per ricostruire la speciale relazione tra USA e israele e  tornare ai comuni  interessi "La dichiarazione suggerisce il rapporto problematico tra i due paesi sotto il presidente Barack Obama, ma manda anche un messaggio rassicurante per il primo ministro Benjamin Netanyahu e i suoi sostenitori nella comunità ebraica statunitense. È vero, questa conversazione con un anziano leader ebreo americano ha avuto luogo pochi giorni prima che Clinton avesse annunciato ufficialmente la sua nomination democratica alla presidenza , per cui tutti i candidati camminano sulle uova quando si tratta di Israele. Tuttavia Clinton ha gettato al vento la prudenza con l'osservazione potenzialmente tendenziosa, "Dobbiamo fare in modo che Israele non diventi mai una questione di parte."

Lei certamente ricorda l'agguato  a Gerusalemme quando è stato proposto il trasferimento dell'ambasciata americana  in una Gerusalemme "unita". Netanyahu, allora capo dell'opposizione, era al lavoro dietro le quinte, facendo tutto il possibile per fare approvare questa proposta . Quello che ha fatto è stato di  costringere il presidente ed i membri democratici del Congresso a scegliere tra una crisi nel processo diplomatico già fragile tra Israele e i palestinesi allora in corso o una crisi con il  comitato  della potente lobby filo-israeliana American Israel Public Affairs (AIPAC). In questi giorni, Netanyahu, aiutato dal suo mecenate miliardario Sheldon Adelson , sta  tirando le fila per silurare l' accordo con l'Iran . In tal modo, ha presumibilmente costretto i democratici in generale e Clinton, in particolare, a scegliere tra una nuova crisi in Medio Oriente, seguita da serie ripercussioni nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi partner nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o una crisi con le potenti organizzazioni ebraiche americane 
Nelle elezioni presidenziali del 2012, il team Netanyahu-Adelson ha appoggiato  il candidato repubblicano Mitt Romney. Il miliardario ebreo   sta usando la sua fortuna e il suo potere contro  Clinton . Netanyahu sarà costretto a scegliere tra placare Adelson, l'uomo che ha creato un giornale  solo per lui ,e il suo innato desiderio di evitare di avere problemi con colei  che potrebbe diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti.
A partire da ora Netanyahu non ha assolutamente alcun motivo per dichiarare guerra alla Clinton. In una intervista completa con The Atlantic Jeffrey Goldberg nel 2014, ha  accusato l'ex leader dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina Yasser Arafat e il presidente palestinese Mahmoud Abbas di aver fatto fallire  i colloqui di pace con Israele  ,aggiungendo  che durante il suo primo mandato, Netanyahu si è mosso per la  la creazione di uno Stato palestinese. Ha ricordato come sia riuscito a convincere Netanyahu ad accettare  un congelamento  senza precedenti per la costruzione degli insediamenti. C Clinton  ha apparentemente dimenticato  che Netanyahu ha dato  una piccola striscia di terra a Hebron solo dopo che il marito ha esercitato pressioni su di lui  e che Netanyahu è stato "convinto" a congelare la costruzione nei territori dopo che  il presidente degli Stati Uniti  ha contorto il suo braccio.
Amici della Clinton,  attivi in ​​organizzazioni pacifiste ebraiche negli Stati Uniti e in  Israele, hanno in più di un'occasione espresso la loro delusione  Essi ritengono che il suo approccio cauto e talvolta anche favorevole verso Netanyahu sia destinato a conquistare il cuore dei donatori ebrei e dell'  AIPAC. Allo stesso tempo sperano che se lei diventerà Presidente , tornerà  ad essere la stessa  che nel 1998 ha inviato un messaggio video a un raduno di giovani israeliani e palestinesi, dove  ha detto, "Penso che sarà  nell'interesse a lungo termine del Medio Oriente, la  creazione di  uno stato palestinese   responsabile  del benessere dei suoi cittadini, uno stato  che deve accettare la responsabilità di governare ".Clinton ha già dimenticato l'espansione degli insediamenti  in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, la lotta intestina nella leadership palestinese e la mancanza completa di fiducia tra le due parti.Se Clinton decide di immergersi nel pantano arabo-israeliano, tutto quello che dovrà fare è cambiare il nome al Clinton parametri  del 2000 .Può anche aggiungere la  road map del presidente George W. Bush  basato sul piano arabo   per la pace  In questo modo sarebbe il primo  leader americano   a portare la pace in Medio Oriente

 

Global Week for Syria: di pace, di musica e di solidarietà


 
 
 
 
Un messaggio di pace al popolo siriano devastato dalla guerra, spesso relegato sullo sfondo dell’informazione e dei media, perché la sofferenza dei deboli "non fa notizia".
osservatorioiraq.it



un messaggio di pace al popolo siriano devastato dalla guerra, spesso relegato sullo sfondo dell’informazione e dei media, perché la sofferenza dei deboli "non fa notizia".


E allora ci pensano gli artisti, i musicisti, gli attivisti e gli intellettuali a non dimenticare: in occasione della Settimana mondiale per la Siria, che si terra dal 18 al 22 aprile, oltre 200 tra band, gruppi, filosofi, scrittori, performer, hanno deciso di unirsi superando le barriere politiche e geografiche, per condividere la loro arte e le loro idee e incoraggiare la speranza in un futuro positivo per il paese, nonostante tutto.
L’organizzazione è a cura dell’associazione "Music and Beyond", già promotrice del grande Syrian jazz festival di Damasco e di numerose conferenze e incontri per parlare della Siria al mondo.
Ricchissimo il programma di concerti ed eventi, tra cui: un festival di cinque giorni a Beirut che rappresenterà i vari stili musicali, dal rock al jazz alla musica etnica, e altri sei concerti live e serate di raccolta fondi per i rifugiati siriani in Libano, che si terranno nei Paesi Bassi, in Francia, in Austria e in Spagna.
Ancora, convegni con studiosi e attivisti culturali, che premeranno su temi come la salvaguardia del patrimonio culturale in caso di conflitto, più di cento spettacoli online, performance visive e tantissime interviste con autorevoli intellettuali siriani della diaspora, che si potranno seguire via streaming sul sito della manifestazione.
La chiusura sarà affidata infine a un grande concerto jazz all’Aja, per celebrare la Giornata Internazionale del Jazz stabilita dall’Unesco il 30 aprile.
"La Settimana Mondiale per la Siria vuole ridare a questo paese il posto che le spetta quale faro di cultura, storia e speranza incrollabile nella compassione e comprensione umana" commentano gli organizzatori.
Un bisogno oggi più che mai sentito, con l’acuirsi del conflitto che si fa sempre più complesso e cruento (si pensi anche alle ultime vicende del campo profughi di Yarmouk). Ma sono in tanti a non voler dimenticare la Siria, perchè sebbene i concerti non risolvano certo le cose, è importante anche non girare la testa dall'altra parte di fronte alla sofferenza ma almeno provare a fare qualcosa, con i mezzi a propria disposizione.
Ed ecco che, per quanto riguarda gli artisti arabi, a dividere il palco di Beirut artisti come la band "arabic rock" dei Tanjaret Daghet‎, il rapper libanese Fareeq El Atrash e il siriano Hani Sawah aka Sayyed Darwish, insieme alla cantante hip hop svizzero-libanese Karine Guignard aka La Gale, mentre tra le band jazz non potevano mancare i siriani Fattet Le3bet, e tanti altri.
In Europa, invece, troveremo il cantante e musicista tradizionale siriano Ibrahim Kevo, il grande batterista jazz di Damasco Modar Salameh, o il danzatore derviscio Ahmad Alkhateeb (aka Broukar). Accanto a loro, tanti importanti nomi europei e non solo, come il trombettista norvegese Nils Petter Molvaer, pioniere "future jazz", la pop band olandese dei 3JS, l’originale trio jazz olandese dei Tin Men and the Telephone, il Marc Perrenoud Trio dalla Svizzera, e così via.
Il coinvolgimento è globale, e sebbene il programma cominci ufficialmente il 18, la preparazione in realtà va avanti da diversi mesi, attraverso un crowdfunding e soprattutto con la partecipazione in rete di tantissime persone comuni (soprattutto musicisti): giovani, uomini, donne, professionisti e non, che per far sentire anche loro la propria solidarietà hanno inviato un video "fatto in casa" di una loro performance preceduta dalle parole "For Syria", con tanto di hashtag #ForSyria e #4Peace nel titolo, da diffondere su Youtube e su tutti i social network.
[Per chi volesse ancora partecipare, il video dev’essere semplice ma con una qualità del suono discreta – basta anche una registrazione da smartphone – e non dovrebbe superare i 6 minuti. Da inviare alla mail info@syrianmusiclives.com]
"Siamo rimasti colpiti dal numero di persone provenienti da diverse parti del mondo, che hanno espresso la loro volontà di contribuire e partecipare al nostro progetto" hanno scritto i promotori.
Che hanno elencato in un paio di punti il perché di questo mega-evento: "I nostri messaggi principali sono questi: la vera crisi umanitaria sta fermentando all'interno del paese e deve ancora essere affrontata; proseguire con il conflitto armato significa la creazione di condizioni irreversibili e l’aggravamento della crisi; la guerra civile in Siria richiede un approccio che punti alla costruzione della pace per ridurre gradualmente e infine porre fine alla violenza; le persone e i governi possono e devono svolgere un ruolo attivo per risollevare le sorti della pace".

12 Aprile 2015
di: 
Anna Toro
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Ramzy Baroud : Fate qualcosa, qualsiasi cosa: rivelare e svergognare a Yarmouk

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Fate qualcosa, qualsiasi cosa: rivelare e svergognare a Yarmouk
Di Ramzy Baroud
15 aprile 2015
La popolazione del Campo profughi palestinese di Yarmouk, in Siria che una volta superava i 250.000 e che si è ridotta  durante la guerra civile siriana a 18.000 – è un  microcosmo della storia di un’intera nazione, il cui dolore perpetuo ci disonora  tutti, nessuno escluso.
I profughi fuggiti dalla guerra siriana o che si sono spostati nella Siria stessa, stanno sperimentando la realtà crudele nei violenti e inospitali terreni  di guerra e dei regimi arabi. Molti di coloro che sono rimasti a Yarmouk, sono stati fatti a pezzi dalle bombe barile* dell’esercito siriano o tormentate dai gruppi malvagi, violenti che controllano il campo, compresi il Fronte al-Nusra, e, di recente, l’IS.
Coloro che in qualche modo sono riusciti a evitare ferite corporali, stanno morendo di fame. L’inedia a Yarmouk è anche responsabilità di tutte le parti coinvolte e le “condizioni inumane” in cui essi sopravvivono – specialmente fin dal dicembre 2012 – è un simbolo di vergogna sulla fronte della comunità internazionale in generale, e della Lega Araba in particolare.
Questi sono alcuni dei colpevoli delle sofferenze di Yarmouk:
Israele
Israele ha la responsabilità diretta per la situazione difficile dei profughi di Yarmouk che sono per lo più i discendenti dei profughi palestinesi  della Palestina storica, specialmente dalle città del nord, compresa Safad che è ora dentro Israele. Il campo è stato istituito nel 1957, quasi dieci anni dopo la Nabka – la “Catastrofe” del 1948 che ha visto l’espulsione di quasi un milione di rifugiati dalla Palestina. Doveva essere un rifugio temporaneo, ma è diventata una dimora permanente. I suoi residenti non hanno mai abbandonato il loro diritto di ritorno in Palestina, un diritto conservato nella risoluzione 194 dell’ONU.
Israele sa che la memoria dei profughi è il suo più grande nemico, e così, quando la dirigenza palestinese ha richiesto che Israele permettesse ai profughi di Yarmouk di trasferirsi in Cisgiordania, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha messo una condizione: rinunciare al loro diritto al ritorno. I palestinesi hanno rifiutato. La storia ha dimostrato che i palestinesi sopporterebbero sofferenze indicibili, e non abbandonerebbero i loro diritti in Palestina. Il fatto che Netanyahu abbia posto questa condizione, non è soltanto una testimonianza della paura che ha Israele della memoria palestinese, ma dell’opportunismo politico e della pura crudeltà del governo di Israele.
L’Autorità Palestinese (AP)
L’AP è stata istituita in Siria nel 1994 ed era basata su una carta chiara dove in piccolo gruppo di palestinesi “ritornava” nei territori occupati, creava delle istituzioni e spillava   miliardi di  di dollari di aiuti internazionali in cambio dell’abbandono del diritto o del  ritorno per i profughi palestinesi, e della rinuncia a qualsiasi rivendicazione sulla reale sovranità e status di nazione autonoma. Quando la guerra civile in Siria ha iniziato a travolgere rapidamente i profughi, e sebbene ci si dovesse aspettare  tale realtà, l’autorità del Presidente Mahmoud Abbas ha fatto così poco, come se la faccenda non avesse alcuna rilevanza per il popolo palestinese nel suo insieme. E’ vero, Abbas ha fatto qualche dichiarazione chiedendo di risparmiare ai profughi  quella che era essenzialmente una lotta siriana, ma non molto di più. Quando l’IS ha preso il campo, Abbas ha inviato in Siria il suo ministro del lavoro, Ahmad Majdalani che ha fatto una dichiarazione che le fazioni e il regime siriano si sarebbero uniti contro l’IS – il che – se vero, è probabile che avrebbe assicurato la fine di molti altri.
Se Abbas avesse investito il 10% dell’energia che ha speso nella battaglia dei media del suo ‘governo’ contro Hamas oppure una piccola parte del suo investimento nel vano “processo di pace”, avrebbe potuto almeno  guadagnare  la necessaria attenzione e appoggio internazionale per trattare la difficile situazione dei profughi palestinesi  a Yarmouk, in Siria,  con un certo grado di urgenza. Invece sono stati lasciati morire da soli.
Il regime siriano
Quando i ribelli si sono impadroniti di Yarmuk nel dicembre 2012, le forze del Presidente Bashar al-Assad hanno bombardato il campo senza pietà mentre i media siriani non hanno mai smesso di parlare della liberazione di Gerusalemme. Le contraddizioni tra parole e fatti quando si tratta della Palestina, sono una sindrome araba che ha tormentato ogni singolo governo e governante arabo da quando la Palestina è diventata la “”questione palestinese” e i palestinesi sono diventati “il problema dei profughi”.
La Siria non fa eccezione, ma Assad, come suo padre Hafez prima di lui, è particolarmente furbo  nell’utilizzare la Palestina come uno sloga  mirato soltanto a legittimare il suo regime e allo stesso tempo  a porsi come una forza rivoluzionaria che combatte il colonialismo e l’imperialismo. I palestinesi non dimenticheranno mai l’assedio e il massacro  di Tel al-Zatar (dove i profughi palestinesi in Libano sono stati assediati, massacrati, ma anche fatti morire di fame, come conseguenza di un attacco e di un massacro compiuto dalle milizie libanesi di destra dall’esercito siriano nel 1976),  come non dimenticheranno o non perdoneranno quello che sta avvenendo oggi a Yarmouk.
Molte delle case di Yarmouk sono state trasformate in  macerie a causa delle ‘barrel bomb * e degli attacchi aerei.
I ribelli
Il cosiddetto  Esercito Siriano Libero (FSA) non sarebbe mai dovuto entrare a Yarmouk,  indipendentemente da quanto  disperato bisogno avessero di un vantaggio nella loro guerra  contro Assad. Era una cosa vergognosamente irresponsabile, considerando il fatto che, al contrario dei rifugiati siriani, i palestinesi non avevano nessun posto dove andare e nessuno a cui rivolgersi.  L’FSA  ha suscitato  la collera del regime e non ha potuto neanche controllare il campo che è caduto nelle mani delle varie milizie che stanno complottando e  contrattando  tra di loro per sconfiggere i loro nemici che potrebbero probabilmente diventare i loro alleati durante le loro prossime patetiche battaglie nelle strade per avere il controllo sul campo.
L’accesso  a Yarmouk che l’Isis ha guadagnato si dice che sia stato facilitato dal Fronte al-Nusra che è nemico dell’IS in tutti i luoghi tranne che a Yarmouk. Nusra ora spera di usare l’IS per sconfiggere la maggior parte dell’opposizione locale nel campo, che è organizzata da Aknaf Beit al-Maqdis, prima di cedere di nuovo le redini del campo assediato al gruppo affiliato ad al-Qaida. E mentre le bande criminali stanno    complottando e  barattando, i rifugiati palestinesi stanno morendo in massa.
Per avere il controllo sul campo.e nelle strade obabilmente  diventare i loro alleati durante le loro prossime patetiche battagk

L’ONU e la Lega Araba
Grida di aiuto sono riecheggiate per anni da Yarmouk, e tuttavia nessuna è stata ascoltata. Di recente, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha deciso di tenere un incontro e di discutere la situazione lì come se il problema non fosse una priorità già anni fa. A parte dichiarazioni della stampa fatte con ostentazione  e preoccupazione, l’ONU per lo più ha abbandonato i rifugiati. Il bilancio per l’UNRWA (L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione) che cura i quasi 60 campi palestinesi in tutta la Palestina e il Medio Oriente, si  è ridotto  così  tanto, che l’agenzia spesso si trova sull’orlo della bancarotta.
L’agenzia dell’ONU per i rifugiati, finanziata meglio e attrezzata per occuparsi delle crisi, fa poco per i rifugiati palestinesi in Siria. Le promesse di fondi per l’UNRWA che francamente avrebbe potuto fare di meglio per sensibilizzare e affrontare la comunità internazionale riguardo al loro disprezzo per i rifugiati, vengono raramente mantenute.
La Lega Araba è ancora più responsabile. La Lega era stata in gran parte istituita per unire gli sforzi dei paesi arabi per replicare alla crisi in Palestina, e si supponeva che fosse un difensore fedele dei palestinesi e dei loro diritti. Anche gli arabi, però, hanno disconosciuto i palestinesi dato che sono concentrati con attenzione su conflitti per interessi più strategici: creare un esercito arabo con chiare intenzioni settarie e mirato in gran parte a sistemare una vecchia questione.
Molti di noi
Il conflitto siriano ha introdotto grande polarizzazione  all’interno di una comunità che una volta sembrava unita per i diritti palestinesi. Coloro che stavano dalla parte del regime siriano non ammettevano neanche per un momento che il governo siriano  avrebbe potuto fare di più per ridurre le sofferenze nel campo profughi. Coloro che sono contro Assad insistono  che tutte  le azioni cattive sono opera sua e dei suoi alleati.
Entrambi questi gruppi sono responsabili  di aver perso tempo, di aver confuso la discussione e di avere sprecato energie che si sarebbero potute usare  per creare una campagna internazionale bene organizzata per  sensibilizzare, per creare fondi e meccanismi pratici di supporto per aiutare in particolare Yarmouk, e i rifugiati palestinesi in generale.
Dovremmo però ricordare che ci sono ancora 18.000 persone intrappolate a Yarmouk e organizzarci a nome loro in modo che, anche se in modo intempestivo,  è necessario fare qualcosa. Qualsiasi cosa.
*“Le barrel bomb sono barili di nafta – ma per confezionarle va bene qualsiasi contenitore metallico, anche un vecchio scaldabagno – riempiti di esplosivo (di solito TNT e combustibili liquidi o fertilizzanti come il nitrato di ammonio) e di ferracci (“shrapnel” si dice in gergo militare, come quelli usati dalla Raf nella Seconda Guerra Mondiale) – trucioli, bulloni, pezzi. Vengono sganciate dagli elicotteri: nei primi utilizzi la detonazione era avviata da micce accese prima dello sgancio, negli ultimi modelli è stato inserito un fusibile ad impatto. Ai danni dell’esplosione, si aggiungono quelli derivanti dal lancio di quei proiettili incandescente.” (Da: http://www.danemblog.com/2014/01/barrel-bomb-molto-peggio-delle-armi.html)
Ramzy Baroud – www.ramzybaroud.net è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, è consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri
e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Attualmente sta completando i suoi studi per il dottorato all’Università di Exeter. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story (Pluto Press, Londa).  [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata].
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:  http://zcomm.org/znet/article/dfo-something-anything-naming-and-shaming-in-yarmouk
B Originale: non  indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0