venerdì 24 febbraio 2017

Le iene a Hebron, Terribilmente falso, eppure sembra vero!

Patrizia Cecconi - 24 febbraio 2017


C'è una realtà tra le tante, in Palestina, che può a buon titolo essere definita il quadro esemplare e inequivocabile dell'illegalità israeliana, dell'apartheid verso i palestinesi - per di più in casa loro - della  prepotenza, dell'arroganza e della violenza quotidiana esercitata su 200.000 cittadini autoctoni da parte di 700 coloni protetti ? e sostenuti?  da circa 2.000 militari ben armati.

Questo posto si chiama Al Khalil, meglio conosciuto in occidente col nome di Hebron.

Chiunque ne conosca la storia - ma purtroppo sono pochi - e chiunque conoscendone la storia si trovi a visitare questa città, non può che chiedersi come sia possibile che una tale situazione, creata dallo stato di Israele, consenta al mondo di definire Israele un paese democratico.

Forse la risposta a questa domanda la si trova nella narrazione manipola?toria e nella scelta dello stile narrativo, cose in cui Israele è realmente maestro, ?o forse
nell'ignoranza - reale o studiata - che copre la vera realtà che vivono ?i palestinesi  di Al Khalil. Tutti, ma in particolare quelli della città vecchia, cioè quelli che hanno visto alcune loro abitazioni prese d'assalto dai coloni che, armati e assistiti da?i soldati ?israeliani, si sono insediati con la violenza in abitazioni palestinesi  rivendicando un titolo di proprietà di natura divina che farebbe ridere se fosse recitato a teatro ma che, nel caso specifico, è solo foriero di odio che chiama altro odio e di violenza capillare e quotidiana  che chiama altra violenza che periodicamente esplode.

Ogni tanto capita di leggere o di vedere in Tv qualche servizio di cosiddetto approfondimento della realtà palestinese, normalmente definita "conflitto arabo-israeliano" in modo tale che, in buona o malafede che sia, già ?il titolo porta vagamente fuoristrada perché il termine conflitto dà idea di qualcosa sostanzialmente alla pari e non mette in luce che, invece, c'è un occupante, aggressore e rapinatore di terre e di diritti ed un aggredito, privato di beni e di diritti e sottoposto a vessazioni quotidiane nell'ambito della più ampia delle vessazioni collettive possibili e cioè l'occupazione militare dell'intera regione, nonché l'assedio di una parte della Palestina:  la Striscia di Gaza.
?Quindi, leggere o vedere servizi mediatici che impostano su una premessa sbagliata la loro osservazione, talvolta definita pomposamente "analisi", fa capire come mai una situazione come quella di Hebron-Al Khalil non venga conosciuta per quel che è ?o, addirittura, fornisca ad Israele la possibilità di porsi nel ruolo di vittima pur essendo a tutti gli effetti carnefice.

Un servizio alla Tv italiana del 19 febbraio dal titolo "?Come vivono insieme ebrei e musulmani" fornisce un bell'esempio di quanto appena affermato. Il giornalista è Marco Maisano, giovane talento che parla arabo e che sembra voler dare una lettura obiettiva della situazione di Hebron. Ma Maisano salta completamente alcune pietre miliari.

Già il titolo, a volerne analizzare bene i termini è deviante. Maisano parla di ebrei e musulmani come si trattasse di un conflitto religioso. Se proprio di conflitto si volesse parlare si dovrebbe parlare di conflitto territoriale in cui la religione, ed esat?tamente la religione ebraica, entra strumentalmente per giustificare il furto di terra altrui. Inoltre, il confronto ebrei / musulmani prende due categorie disomogenee perché, mentre gli ebrei si presentano come entità che va oltre il confine religioso fino ?a considerarsi unico "popolo" ovunque nel mondo, i musulmani sono tanti diversi popoli sparsi in particolare tra Africa e Asia che si riconoscono in una religione la quale, peraltro, ha grandi differenze nelle diverse correnti, basti pensare solo alla divisione fondamentale tra sunniti e sciiti.

Allora, viene da chiedersi, il giovane talento che parla bene l'arabo, si è limitato ad imparare la lingua o ha studiato anche la storia dei popoli di cui vuole parlare?  Altra domanda che sale spontaneamente alle labbra è se, invece, il giovane talento conosce la storia ed è semplicemente caduto in un lapsus culturale oppure se, magari, ha scientemente optato per un termine assolutamente improprio che ha sostituito all'unico termine in questo caso corretto  e cioè "palestinesi", connotandoli ?quindi ?per la loro identità territoriale e culturale piuttosto che religiosa, tanto più che i palestinesi sono, sì, in grande maggioranza musulmani, ma non lo sono nella loro totalità.

Il  prodotto mediatico che stiamo analizzando, prendendolo come esempio di raffinata manipolazione della verità, è una trasmissione televisiva ancora  scaricabile dal sito Rai e quindi ancora fruibile e confrontabile con quanto stiamo scrivendo.

Il giornalista esordisce commentando le parole di Trump e parlando di "una pace che si cerca di raggiungere da più di 70 anni". Sembra qualcosa di astratto questa pace sfuggente. Non si parla dell'origine di quel che comunemente viene chiamato "conflitto", ma viene mostrata Hebron - sempre chiamata soltanto col nome ebraico benché sia residenza di 200 mila parlanti arabo e 700 parlanti ebreo - come luogo simbolo del "conflitto" pluridecennale in cui fili spinati, blocchi di cemento, militari armati (ovviamente israeliani) servono a tener "separati questi due popoli perché il loro incontro genera violenza". Parole pronunciate dal giornalista a commento delle immagini.
 Messa così sembrerebbe una reazione chimica tra acidi e basici, ma lo spettatore ignaro della realtà storica, nonché di quella attuale, non se ne accorge e viene catturato in un discorso che in soli 20 minuti mostrerà il falso pur parlando, parzialmente, del vero. Ma solo chi già conosce la storia della Palestina, e la realtà di Hebron-Al Khalil in particolare, scoprirà il falso coperto dal vero, perché il giornalista usa un'ottima miscela di detto e non detto, di vero e non vero  come, ad esempio, il dichiarare come semplice dato di fatto che la città è stata divisa dopo gli accordi Oslo in zona H1 e H2. L'una vietata ai palestinesi e l'altra ai coloni ebrei, che lui chiama israeliani. In realtà gli accordi di Oslo sono del 1993, ma la città viene divisa nel 1997 e la divisione è conseguente al massacro nella moschea di Ibrahim commesso dal criminale colono ebreo Baruch Goldenstein del 1994. Criminale al quale i coloni hanno eretto un monumento!

Dimenticare un episodio così importante può essere casuale? La chiusura di shara Shuada, la strada commerciale più importante per i palestinesi, può essere casuale? O, per fare un altro esempio, evitare di dire come il rabbino Levinger occupò con la forza dopo la guerra dei sei giorni  il più importante albergo di Hebron-Al Khalil e di come successivamente venne "fondata" la colonia illegale di Kiryat Arba o di come la moglie del rabbino guidò all'occupazione di un vecchio ospedale nel centro di Hebron facendone un nuovo insediamento sostenuto dai soldati (e quindi dal governo) israeliani è casuale? E' casuale ignorare le aggressioni quotidiane dei coloni armati nei confronti dei bambini palestinesi? E casuale, nel momento in cui il giornalista mostra le reti che sovrastano il vecchio suq senza spiegarne la vera ragione, dimenticare che qualche anno fa, nel tentativo di stroncare le attività commerciali palestinesi, i fuorilegge detti coloni saldarono con la fiamma ossidrica le serrature di tutti i  negozi e si firmarono dipingendo una stella gialla su ogni porta bloccata? E' casuale ignorare ciò che sembra la tristissima emulazione di una notte tedesca di molti anni fa conosciuta col nome di "notte dei cristalli"?

Va tuttavia riconosciuto che il servizio  mostra la vergogna e la mortificazione del passaggio attraverso le sbarre di ferro dei check point cui sono soggetti i palestinesi, ma il montaggio delle riprese è magistrale. Diciamo che è magistralmente filosionista. Lo è, ad esempio, mostrando il ragazzo che così, come fosse un esaltato qualunque, animato da odio ingiustificabile, si getta col suo coltello da cucina contro il soldato che per farlo passare gli chiede i documenti. Le parole di Maisano sono piane, sembrano neutrali, esattamente dice che il militare "come da procedura chiede i documenti". Maisano vive in Italia, sa cosa significherebbe avere la propria libertà conculcata ad ogni passo e quali reazioni comporterebbe, eppure afferma bonariamente che "è per episodi come questo che si sono prese ulteriori precauzioni, cioè ulteriori barriere".

Ma la Tv italiana vuole essere obiettiva e la trasmissione in questione ( Le iene) è famosa per essere "libera" e quindi il giornalista intervista un negoziante palestinese  che lo conduce nella sua casa dove mostra la finestra murata dall'esercito perché l'altra metà del suo appartamento è stato preso da una famiglia di coloni. Il negoziante, di nome Shadi, mostra anche la ferita sul viso di sua figlia di pochi anni provocata da una bottiglia lanciatale contro dai coloni mentre era vicino alla finestra e il giovane talento che parla bene arabo a questo punto esordisce con una frase assolutamente veritiera e terribilmente mistificatoria. Dice semplicemente che “una convivenza in spazi così stretti può sfociare in vere e proprie aggressioni”. Ma va? Niente da eccepire,ovviamente, se non il piccolo particolare che si tratta di spazi rubati con la forza dagli stessi aggressori della piccola figlia di Shadi. E' forse un particolare irrilevante? E ancora Maisano chiede a Shadi perché non ha rapporti amichevoli con i suoi vicini, aggiungendo che in fondo con i vicini è giusto parlare.

"Vicini". Ecco la creatività di Maisano, giustamente definito giovane talento. Vicini! Gli occupanti della tua casa, quelli che ti rapinano e ti aggrediscono, quelli che ti sono fisicamente  "vicini" perché si sono insediati nella tua casa, sono i tuoi “vicini” con i quali tu, palestinese poco disponibile, non vuoi parlare!

Ma la vera perla arriva poco dopo, quando il giornalista intervista la bambina chiedendole perché mai non gioca con i suoi "vicini" e alla risposta della bimba che i suoi “vicini” non sono buoni, il giovane talento commenta che una bimba di 5 anni ripete quel che sente in casa e quindi  chiede al padre, con un vago  tono di accusa "perché instillare odio nel cuore dei bambini?".

E voila, la vittima è diventato un fomentatore di odio. La bimba aggredita una futura minaccia!

Eppure il bravo giornalista ha intervistato il negoziante, ha mostrato in Tv la chiusura della sua finestra e la ferita sul volto della piccola. Fantastico! A questo punto la trasmissione sta nella seconda parte, quella che, come il dolce a fine pasto, resterà più impressa. A questo punto il crescendo di faziosità avanza al galoppo andando a intervistare la famiglia occupante  e anticipando l'intervista con un tocco più che magistrale. Infatti Maisano, prima di aprire la porta della famiglia occupante, con tono molto partecipe afferma "Se da una parte c'è Shadi con le sue bambine, dall'altra parte del muro (cioè dello stesso appartamento di Shadi, ndr) c'è la famiglia israeliana con le sue sofferenze".

Infatti questa famiglia ha subito un lutto tristissimo: un ragazzo palestinese di 17 anni è entrato in casa ed ha ucciso l'unica persona che c'era, cioè una bambina di 13 anni ed è stato ucciso poco dopo a sua volta all'arrivo del padre della bambina e di alcuni amici. Che dire? L’episodio è tristissimo e non va fatta la conta dei morti. In questo ringraziamo Maisano, anche se forse qualche accenno ai bambini palestinesi schiacciati dalle ruote dei coloni all'uscita dall'asilo avrebbero fatto capire meglio che c'è un odio di andata ed uno di ritorno. Ma ormai la trasmissione è vicina alla chiusura e gli ultimi minuti sono destinati alla scoperta dell'ebreo che cercava la pace facendo amicizia con i musulmani. Ma ecco che il suo progetto venne "bruscamente interrotto" da un uomo che gli avrebbe detto "tu sei un nemico dei musulmani" e gli avrebbe sparato in pieno petto. Ma Dio lo avrebbe salvato e ora lui va avanti nel suo progetto di pacificazione e dopo di lui arrivano un altro ebreo e un musulmano che vogliono portare avanti il dialogo.

E alla fine tutti vissero felici e contenti e lo spettatore che non sapeva prima, non saprà neanche ora che cosa significa l'occupazione militare e quale sia il progetto israeliano di annessione totale del territorio palestinese. E l'opinione pubblica, per quel che conta, dirà che finalmente si potrà ?chiudere il "conflitto" ? ma, ovviamente, a patto che i "musulmani" accettino le proposte di chi, per loro conto, lavora per la pace.

 
 
 
 
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