sabato 5 novembre 2016

Repressione interna e sogni neo-ottomani di Ankara preoccupano la comunità internazionale

Un tribunale ha ordinato la custodia cautelare in attesa di processo per nove giornalisti. In carcere anche i vertici del principale partito di opposizione curdo. Ankara accusa il Pkk dell’attacco di ieri a Diyarbakir, rivendicato dallo Stato islamico. Preoccupazione in Occidente per le migliaia di arresti, la democrazia è “al collasso”. Aleppo, Raqqa e Mosul nel mirino dell’espansionismo turco. 


Istanbul (AsiaNews) - Un tribunale di Istanbul ha disposto la custodia cautelare in carcere, in attesa di processo, per nove giornalisti del quotidiano di opposizione turco Cumhuriyet, già finito in questi mesi nel mirino delle autorità di governo. A darne la conferma è l’agenzia ufficiale Dogan, secondo cui fra le persone fermate a inizio settimana e rinchiuse in prigione vi sono anche i vertici del giornale, tra i quali il direttore Murat Sabuncu, l’editorialista di punta Kadri Gursel e il vignettista Musa Kart. Per tutti l’accusa è di essere legati ai ribelli curdi e di aver fiancheggiato il (fallito) colpo di Stato in Turchia del luglio scorso.
Ieri, intanto, le autorità turche hanno disposto la custodia cautelare per i due presidenti Selahattin Demirtas e Figen Yüksekda, e tre deputati di primo piano del principale partito di opposizione, il filo-curdo Partito Democratico dei Popoli (Hdp). Anche questi fermi sono da inquadrare nella politica di repressine lanciata dal governo e dal presidente Recep Tayyip Erdogan contro (presunti) autori del fallito golpe, fra i quali i sostenitori del predicatore islamico Fethullah Gülen, ritenuto la mente del colpo di Stato.
Dal suo esilio negli Stati Uniti, egli continua a negare ogni coinvolgimento nella vicenda, in cui sono morte 270 persone, migliaia i feriti.
A emanare il mandato di arresto nei confronti dei vertici dell’Hdp i giudici della Corte di primo grado di Diyarbakir, città del sud-est della Turchia a maggioranza curda teatro ieri di un attentato contro una caserma di polizia. Nello scoppio di un’autobomba sono morte nove persone, circa un centinaio i feriti.
Il primo ministro turco Binali Yildirim ha subito accusato i membri del Pkk [il partito indipendentista curdo] del gesto, che avrebbe “mostrato di nuovo il suo volto perfido”. In realtà, nel tardo pomeriggio di ieri l’agenzia Amaq, organo ufficiale di propaganda dello Stato islamico (SI), ha affermato che dietro l’esplosione a Diyarbakir vi sono i jihadisti del sedicente “Califfato”.
Dalla metà di luglio le autorità turche hanno arrestato 37mila persone; altre 100mila sono state indagate o sospese dal servizio. Le purghe hanno coinvolto intellettuali, oppositori politici, dissidenti, militari, funzionari pubblici, insegnanti, giudici e cittadini accusati di “simpatie” verso il predicatore islamico Gülen.
Un giro di vite che ha sollevato le proteste dell’opposizione interna e le preoccupazioni sempre più crescenti della comunità internazionale. Commentando gli arresti, il partito Hdp parla di “fine della democrazia” nel contesto di una campagna di repressione che ha portato anche al blocco di internet e dei social network per gran parte della giornata di ieri. Nel mirino Facebook, Twitter e YouTube.
Da qui la decisione dei vertici dell’Unione europea di “richiamare” gli ambasciatori ad Ankara dei Paesi membri Ue per una “riunione” urgente. Il ministro tedesco degli Esteri ha convocato l’incaricato d’affari turco a Berlino, per discutere “degli ultimi sviluppi” nel Paese. Anche gli Stati Uniti si sono detti “profondamente turbati” per gli ultimi fermi. Il portavoce del ministero degli Esteri di Parigi ha parlato di “viva preoccupazione” di fronte agli sviluppo di questi giorni.
Analisti ed esperti internazionali confermano i timori delle cancellerie occidentali per una campagna di repressione che rischia di “affondare” la democrazia in Turchia. Intervistato da L’Orient-Le Jour (LOJ) Jean Marcou, esperto di Turchia e professore alla Sciences Po di Grenoble, sottolinea che dietro questa campagna vi è il tentativo di Erdogan di “modificare gli equilibri” in Parlamento al fine di “riformare la Costituzione” in chiave presidenziale; in questo modo egli potrebbe accentrare nelle proprie mani tutti i poteri, riducendo l’opposizione “al silenzio”.
“La democrazia in Turchia - aggiunge l’analista - sta scomparendo, è al collasso” e questo emerge anche nella scelta dei rettori che, da oggi, è appannaggio esclusivo dell’esecutivo, “senza tenere conto delle indicazioni del consiglio universitario”. Questa campagna di repressione potrebbe infine spingere la minoranza curda a “rilanciare la lotta armata e violenta”, a fronte di una riduzione progressiva dello spazio in Parlamento. Una prospettiva che potrebbe riguardare soprattutto le nuove generazioni curde.
Alla repressione interna lanciata dai vertici di Ankara si affianca la politica estera in chiave imperialista, che mira - secondo i progetti dello stesso presidente Erdogan - a riformare quello che un tempo era l’impero Ottomano. La chiave di questo progetto ambizioso passa attraverso tre città strategiche, oggi al centro dell’attenzione del panorama internazionale: Mosul in Iraq, Raqqa e Aleppo in Siria. Coinvolte in una guerra regionale e internazionale che vede contrapposte Russia e Stati Uniti, Arabia Saudita e Iran, eserciti governativi e milizie ribelli, jihadisti e Stato islamico, queste tre realtà sono essenziali per ricostruire quello che un tempo era il dominio turco sulla regione. Da qui le tensioni fra Ankara e Baghdad, e l’ambivalenza del governo turco in politica estera nei riguardi di Mosca e Washington. A sostenere le mire imperialiste di Erdogan vi sono i media filo-governativi, come il quotidiano Yeni Safak secondo cui per ragioni storiche “Mosul e Aleppo devono essere restituite alla Turchia”.



Un tribunale ha ordinato la custodia cautelare in attesa di processo per nove giornalisti. In carcere anche i vertici del principale partito di opposizione curdo.…
Di AsiaNews.it


l giornalista turco Murat Cinar: «Erdogan ha cambiato strategia per salvarsi e ora colpisce chi due anni fa è stato protagonista del processo di pace con i kurdi»
Il leader dell'hdp, Demirtas






Il leader dell’hdp, Demirtas
di Emma Mancini – Il Manifesto
Roma, 5 novembre 2016, Nena News – Ieri le agenzie kurde aggiornavano di ora in ora l’inquietante elenco dei parlamentari dell’Hdp arrestati. A Diyarbakir, capoluogo simbolico del Kurdistan, città distrutta dalla violenza della repressione governativa, il clima è di profondo dolore. Murad Akincilar, direttore dell’Istituto di ricerca politica e sociale, al telefono non nasconde l’angoscia: «Forse voi avete più informazioni di noi. Qui non abbiamo internet, i telefoni non funzionano, le strade sono chiuse. Non sappiamo neppure quante persone abbiano perso la vita stamattina. Alla stampa è vietato coprire quanto accaduto, ma sembra che il numero sia molto più alto di quanto dichiarato ufficialmente».
«Abbiamo di fronte un concetto nuovo di repressione: vogliono incrementare al massimo la pressione sulla comunità kurda – ci spiega – Da tempo si preparavano a questo, una politica strettamente connessa con quanto succede in Siria e Iraq. Il governo sa che le ambizioni kurde non saranno del tutto soffocate ma cerca di allontanare il più possibile la soluzione politica del conflitto, di guadagnare tempo uccidendo ogni avanzata kurda sia in Siria che in Turchia».
Non è sorpreso neppure Murat Cinar, giornalista turco, con cui parliamo dei numerosi arresti di ieri.
Perché una simile ondata di arresti proprio in questo momento?
Facciamo un passo indietro: a maggio hanno rimosso l’immunità parlamentare perché volevano processare i deputati dell’Hdp. Tolta l’immunità, i processi si sono aperti e tutti e 55 i parlamentari del partito sono stati convocati per gli interrogatori. Hanno rifiutato di presentarsi perché non si fidano di un sistema giudiziario sotto il controllo di quello politico. Si arriva così all’oggi: il giudice ha chiesto alla polizia di portarli in tribunale con la forza. È la conseguenza di un percorso che l’Hdp aveva previsto.
Le accuse sono varie ma tutte collegate alla campagna in corso contro il Pkk e più in generale contro il popolo kurdo
Sono accusati di reati gravi: appartenenza ad organizzazione terroristica, propaganda terroristica, vilipendio del presidente della Repubblica, incitamento all’obiezione di coscienza. Non mancano accuse ridicole come la partecipazione a funerali di combattenti. Il caso più assurdo, ma che spiega il delirio del governo, è quello di Sirri Süreyya Önder: è accusato di propaganda terroristica sulla base di una lettera di Ocalan letta in piazza a Diyarbakir al Newroz di due anni fa.
Ma il contesto era del tutto diverso: Önder faceva parte di una delegazione parlamentare che, su autorizzazione del Ministero della Giusitizia e per volontà politica del governo, doveva incontrare Ocalan nell’ambito del processo di pace. Tanto che in quella lettera il leader del Pkk invitava all’abbandono della lotta armata, applaudita e apprezzata dal governo. Ma lo stesso governo un anno fa ha chiuso quella fase definendola un errore storico. E quegli atti, oggi, vengono riciclati per colpire i protagonisti del dialogo tacciandoli di terrorismo.
Come si è passati dal processo di pace alla guerra aperta?
La visione politica del governo è cambiata radicalmente per il bisogno di consenso politico. Quando il paese non ha avuto più bisogno del modo di governare dell’Akp, ovvero la paura, Erdogan ha perso le elezioni per la prima volta dopo 14 anni nel giugno 2015. I voti dei kurdi e dei turchi scettici sono confluiti all’Hdp che ha registrato un boom, mentre la destra estrema  e ultranazionalista  ha bollato l’Akp come traditore e girato il voto a partiti più piccoli.
Poi è ripreso il conflitto: a novembre 2015 le piccole formazioni di destra si sono ritirate e i loro voti sono tornati di nuovo all’Akp che ha sfruttato il conflitto che esso stesso aveva provocato. Ha vinto le elezioni con voti anti-Pkk, facendo capire che la carta panturchista vince sempre.
Come si inserisce in tale strategia il tentato golpe del 15 luglio?
La politica anti-democratica e aggressiva ha prevalso e oggi gode dell’enorme potenza mediatica del governo. I media delle opposizioni sono stati chiusi ed è stata recisa la stampa vicina a Gülen. È rimasta una fetta di canali tv, radio e giornali in mano a gruppi imprenditoriali che sono legati in modo diretto o indiretto all’Akp.
Con la scomparsa del sostegno della rete di Gülen, la carta che il governo poteva giocare era quella della lotta al terrorismo. E ha vinto perché questo non è un paese che cambia l’approccio militarista in due anni: la Turchia è piena di persone terrorizzate dall’idea di perdere il paese. Il kurdo separatista rappresenta quella minaccia che dà voti ai conservatori. Si tratta di un percorso politico e mediatico completo in cui realtà come Mosul e Raqqa sono strettamente connessi, è la stessa strategia di potenza.

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