mercoledì 10 agosto 2016

Alleanza Putin-Erdogan: articoli

1 Fulvio Scaglione 

 

 
 
 
 
Fanno sorridere i toni aciduli con cui molta stampa ha accolto l’incontro tra Recep Erdogan e Vladimir Putin a San Pietroburgo. I due presidenti sono stati trattati…
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Fanno sorridere i toni aciduli con cui molta stampa ha accolto l’incontro tra Recep Erdogan e Vladimir Putin a San Pietroburgo. I due presidenti sono stati trattati come reprobi che si stringono l’un l’altro in cerca di conforto dopo essere stati emarginati dal mitico Occidente. Nulla spes fuori dall’ombra degli Usa, insomma. E d’altra parte sono due dittatori, regnano su regimi impresentabili, che ci si poteva spettare? Ragionando in questo modo si corrono due rischi. Il primo è di far non sorridere ma proprio ridere.

Tutti i nostri Paesi, Italia compresa, intrattengono rapporti cordiali con regimi orribili. L’Unione Europea ha svolto la prima edizione dei Giochi Europei, l’anno scorso, in quell’Azerbaigian che è proprietà privata della famiglia Aliev e dove chi non è d’accordo finisce in carcere. La signora Clinton, che tutti vogliono vedere alla Casa Bianca, salda i conti con i denari gentilmente offerti dai sauditi, quegli stessi che poco tempo fa (si veda Wikileaks) lei stessa giudicava i primi finanziatori del terrorismo islamico. In Italia nessuno batte ciglio se il Qatar spende e compra, compresa mezza Milano.

È la politica. Pensare che le sue leggi valgano solo per noi è, appunto, ridicolo. Ancor più importante, però, è un’altra considerazione. Nel riavvicinamento tra Erdogan e Putin c’è, certo, la legge della convenienza. Prima che calasse il grande gelo, dopo l’abbattimento del caccia russo al confine con la Turchia nel novembre 2015, i rapporti tra Russia e Turchia erano ottimi e l’obiettivo comune era raggiungere i 100 miliardi di interscambio commerciale. Sempre nel 2015, la Russia era il secondo Paese per importazioni dalla Turchia e il terzo (con la Cina prima) per le esportazioni in Turchia. Ma questo secondo matrimonio Russia-Turchia ha anche ragioni più profonde. Diciamo pure strategiche. I due Paesi affacciano sullo stesso Mar Nero che è diventato uno dei luoghi centrali della geopolitica americana. Lì c’è l’Ucraina, che la Casa Bianca di Obama ha voluto sottrarre all’influenza di Mosca. C’è la Moldavia, dove da anni si sviluppa un confronto tra pro-Ue e pro-Russia che ricorda la crisi ucraina.

C’è la Romania, dove è appena diventato operativo il sistema missilistico Aegis varato, come il sistema gemello in Polonia, in funzione anti-russa. C’è la Bulgaria, che nel 2014 fu costretta dalla Ue a far saltare il gasdotto South Stream, sponsorizzato dal Cremlino, come reazione alla guerra in Ucraina e che ora medita di riprendere il progetto. Sull’altro lato c’è la Georgia, per anni feudo Usa affidato a Mikhal Saakashvili, non a caso nel 2015 richiamato in servizio contro i russi, questa volta da governatore della regione di Odessa in Ucraina. Quel che resta sono, appunto, Russia e Turchia. Paesi troppo grandi e forti per rassegnarsi al vassallaggio, ma non così grandi e forti per competere alla pari con gli Usa. Non è naturale che cerchino un rapporto? Le intese sul nucleare e sul gas, stipulate prima della "crisi del caccia abbattuto", andavano proprio in questa direzione e riconoscevano, prima che la reciproca convenienza, uno stato di fatto geopolitico.

Con quello che è successo in Ucraina e in Romania per la Russia, e ciò che Erdogan dice essere successo in Turchia, cioè un golpe tentato da personaggi protetti dagli americani, alle altre ragioni si è semmai sommata l’urgenza.E se davvero son stati i servizi segreti russi ad avvertire il Presidente turco del complotto, come si dice in giro, il quadro è completo. La stessa cosa avviene sul fronte del Medio Oriente. Sulla Siria, Putin diceva "Assad deve restare" ed Erdogan diceva "Assad deve andarsene". L’uno e l’altro hanno portato a casa un mezzo successo, cioè un mezzo insuccesso. Assad resiste, ma a capo di che? Senza un accordo politico che dia soddisfazione ai suoi burattinai, il Daesh non potrà essere eliminato. Nello stesso tempo, se Russia e Iran non portano a casa qualcosa, nessun cambio potrà avvenire a Damasco.

Sia Putin sia Erdogan hanno interesse, dopo anni di guerra, a trovare un compromesso, meglio se prima della probabile elezione di Hillary Clinton, che non sia generato dal trio Usa-Arabia Saudita-Curdi. Putin non può impantanarsi in una guerra eterna. Erdogan ha bisogno di andare d’accordo con la Russia e, tramite quella, con l’Iran e con l’Iraq influenzato dagli ayatollah, in un’area dove la penetrazione economica della Cina è sempre più forte. Il patto verrò forse siglato proprio sulla testa di Assad, che andrà all’esilio dorato di Mosca e lascerà spazio a un successore gradito ai belligeranti vicini e lontani. Di nuovo: convenienza ma, più ancora, una comune chiamata geopolitica.
 

Pace Putin-Erdogan, ma gli interessi dell’area restano un gioco a tre

Nonostante il riavvicinamento ufficializzato ieri dopo mesi di altissima tensione, Turchia e Russia non possono prescindere dagli interessi e dal coinvolgimento americano nell’area.
Il sultano e lo zar; la Seconda e la Terza Roma (Costantinopoli e Mosca), entrambi con l’aquila bicipite come stemma imperiale; e, per essere un po’ più attuali, la sempre più vasta “internazionale degli autocrati” alla quale indubbiamente i due leader appartengono di diritto, per parole e opere. Reminiscenze storiche e sintesi giornalistiche facilitano le suggestioni sul vertice di San Pietroburgo, inimmaginabile all’inizio dell’estate.
Che Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan s’incontrino così presto dopo essersi accusati dei peggiori crimini e delle più oscure intenzioni mediorientali, è il segno della mobilità dei tempi, dunque della loro pericolosità. I due presidenti sono uniti dall’idea che hanno della libertà di stampa, dello spazio di manovra che possono avere gli oppositori quando non sono in galera, dell’indipendenza del giudiziario. Entrambi sono stati eletti a furor di popolo, tecnicamente senza falsificare il voto, mostrando più che in ogni altro sistema quanto il potere della maggioranza non sia tutto in democrazia.
Basta questo per pensare che la Turchia guardi sempre più a Est che a Ovest, al punto da sguarnire il fianco Sud-orientale della Nato? O che, esortato da Putin, Erdogan riapra ai profughi le porte dell’Egeo e dei Balcani, mettendo in ginocchio l’Europa e garantendo alle prossime elezioni in Francia e Germania la vittoria dei populismi? È un’ipotesi, una prospettiva non così fantascientifica. Mentre a San Pietroburgo Erdogan e Putin si scambiavano complimenti e promesse di nuovi grandi affari – soprattutto nel campo energetico – dalla Turchia partivano le solite bordate contro la Ue e soprattutto gli Stati Uniti.
Ma in casi diplomatici delicati e di lunga prospettiva come questo, il tango si balla in tre. Russi, cinesi e americani lo fanno dagli anni ’70, quando Henry Kissinger orchestrò un inaspettato riavvicinamento con la Cina di Mao in chiave anti-sovietica, sfruttando l’inconsistenza della solidarietà socialista. Da allora tutti hanno avuto momenti tesi con tutti, ma nessuno ha creato un’alleanza con uno per eliminare l’altro. Esperti e giornalisti ci cascano sempre, ogni volta che uno dei tre paesi fa un accordo commerciale o un’esercitazione con uno e non con l’altro. Ma alla fine è sempre un gioco di sponda a tre, un equilibrio costante di interessi comuni e di concorrenze.
Riguardando gli avvenimenti dal giorno del golpe fallito in Turchia al vertice di ieri a San Pietroburgo, l’unico che ha parlato molto, spesso gridato, è Erdogan, non Putin. Nonostante fra i tre (compreso Barack Obama) sia lui che sta guadagnando di più: il presidente turco indebolisce a suo vantaggio la coesione della Nato che aveva appena deciso di rafforzare i confini polacchi e baltici; e minaccia la Ue che partecipa alle sanzioni economiche contro la Russia. In qualche modo Erdogan indebolisce anche se stesso, andando lui a San Pietroburgo da Putin e non viceversa. Probabilmente è proprio per questo che il presidente russo parla così poco: è stato il primo a dare la sua solidarietà a quello turco la notte del golpe, poi ha taciuto.
Perché anche fra due sistemi politici sempre più simili, le cose in comune hanno un limite. Più della religione (l’uso di quella ortodossa da parte di Putin e della fratellanza islamica di Erdogan) quello che più distingue i due regimi è il nazionalismo. E questo non è mai un collante quando due regimi molto nazionalisti sono geograficamente molto vicini; quando il Mar Nero, il Caucaso, alcune repubbliche asiatiche ex sovietiche sono da secoli il terreno di scontro fra Russia e Turchia, qualsiasi tipo di sistema li governi. La storia non è quasi mai acqua passata.
E c’è il presente, la cronaca bellica dei nostri giorni. Per quanto ieri a San Pietroburgo fingessero di passarci sopra, in Medio Oriente Russia e Turchia militano in campi opposti. Il vero grande scontro fra Erdogan e Obama è che la priorità del primo sono i curdi, quella del secondo l’Isis. Anche per Putin viene prima sconfiggere il califfato che discutere del futuro curdo quando l’Isis sarà sconfitto sul campo di battaglia: come Obama. Ma il presidente russo sta con Bashar Assad e gli iraniani; quello americano è dalla parte degli oppositori. Come il presidente turco che neppure in nome della ritrovata amicizia con Putin e degli interessi commerciali con la Russia (ne ha di più importanti con l’Occidente) non può abbandonare il campo sunnita né il sotto-settore sunnita dei Fratelli musulmani. È, appunto, il tango a tre.

 

 
 
 
 
Nonostante il riavvicinamento ufficializzato ieri dopo mesi di altissima tensione, Turchia e Russia non possono prescindere dagli interessi e dal
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