martedì 19 luglio 2016

Ugo Tramballi :La sfida Usa-Russia dietro le quinte del fallito golpe turco

LA SFIDA USA-RUSSIA DIETRO LE QUINTE DEL FALLITO GOLPE TURCO

ilsole24ore.com
La sera del 19 agosto la “Banda degli otto” diceva di avere il potere in pugno, ma per le strade di Mosca non sembrava fosse in corso da due giorni un colpo di stato. La gente circondava i pochi carri armati agli incroci e discuteva con i soldati. Nessuno stava rispettando il coprifuoco. I golpisti avevano isolato Gorbaciov nella dacia di Soros, in Crimea. Ma alla Casa Bianca di Mosca dove si era barricato, Boris Eltsin lanciava proclami alla stampa russa, ebbra di glasnost, e a quella di tutto il mondo. Alla conferenza stampa convocata per annunciare il ritorno al vecchio comunismo, il portavoce degli otto golpisti si presentò ubriaco.

Ma almeno quell'improbabile colpo di stato durò quasi cinque giorni, dal 17 agosto quando arrestarono Gorbaciov, al 22, quando lo liberarono. L'evanescente golpe turco, molto più breve e più sanguinoso di quello sovietico, sembra il prodotto di un dilettantismo sconfortante. Interrogando alcuni esperti della materia, domenica il New York Times elencava il manuale del golpe tecnicamente perfetto che i militari turchi hanno ignorato. Una presa di potere così male organizzata e velleitaria da suscitare più di un sospetto e da esaltare i teorici del complotto. Perché come quello di Mosca che fu la pietra tombale dell'Unione Sovietica, anche il putsch di Istanbul/Ankara è gravido d'importanti cambiamenti.

Prima della sera di venerdì la visione geopolitica delle cose sembrava positiva. Il segretario di Stato John Kerry aveva appena incontrato a Mosca Vladimir Putin e Sergey Lavrov, il suo ministro degli Esteri: segno di un dialogo intenso per arrivare a obiettivi comuni in Siria e forse altrove. In Turchia Erdogan aveva rafforzato il controllo sul suo governo, mandando via ministri e arruolandone altri, più fedeli. Poco dopo aveva ripristinato le relazioni con Israele e con la Russia, partner militari ed economici strategici per la Turchia.


Poi il golpe: le grida anti-americane di Erdogan, l'imbarazzo di Washington, il pacato silenzio di Mosca. Perché è anche chiaro che in questa rappresentazione la scena appartiene al presidente turco ma dietro le quinte i protagonisti, i vincenti o i perdenti, sono gli Stati Uniti e la Russia. In questo golpe alla ricerca di un autore, quanto meno di un istigatore, il primo sospettato in ordine casuale è Vladimir Putin. Una settimana fa al vertice di Varsavia, la Nato aveva deciso di mettere più uomini e più armi ai confini russi.
Oggi, dopo un colpo volutamente fallimentare, la seconda forza armata dell'Alleanza, garante del suo fianco Sud-orientale, diventa anti-americana, circonda e fa chiudere per qualche ora la più importante base Nato della regione, accusa Washington di golpismo. Qualsiasi cosa accadrà, è difficile che in Medio Oriente la Turchia sunnita, governata dai Fratelli musulmani, passi dalla parte dell'Iran, di Bashar Assad e, per conseguenza, dei russi. Ma una Turchia anti-americana, contraria ad assecondare la prova di forza della Nato in Polonia e repubbliche baltiche, indebolisce l'Alleanza di fronte alla questione ucraina ancora aperta.

È circa mezzo secolo che la Cia commette errori imbarazzanti. Che non sapesse nulla di un golpe che stava maturando nei gangli di potere dell'alleato strategicamente più importante della regione, è un indizio di colpa o di mediocrità. La tardiva reazione a un golpe in un paese tecnicamente democratico, dimostra quanto poco Washington e l'Europa stimino Erdogan. È chiaro - ora anche più di prima - che il modello politico al quale aspira il presidente turco sia una versione islamica di Vladimir Putin. Gli Stati Uniti potrebbero avere istigato (più che organizzato) il golpe per questo e per impedire il riavvicinamento strategico fra Ankara e Mosca.

L'arresto di migliaia di persone in corso in Turchia non è un ripristino della legalità ma l'esecuzione di una lista di proscrizione preparata da tempo. È come se la struttura di potere di Erdogan aspettasse il momento opportuno: aiutati che Dio ti aiuta. Il golpe, soprattutto un golpe così fallimentare, è una fortuna per il presidente: potrà disfarsi di tutti gli oppositori, imporre la sua politica regionale, quella con i curdi amici degli americani, con l'Isis, la Russia e l'Iran, senza dover rendere conto.

La quarta e ultima variante è che il colpo di stato sia un semplice episodio accidentale nel percorso tormentato della vicenda euro-mediorientale. Come l'attentato di Gavrilo Princip all'erede al trono austriaco, a Sarajevo: l'evento imprevedibile che fa precipitare degli eventi. È estremamente probabile che anche dopo il golpe turco nulla resterà come prima.
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Ugo Tramballi.


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La crisi in Turchia influisce sull'assedio di Manbij Manbij (al-Hayat). L'affare a Manbij, nel nord della Siria, si complica. Per sconfiggere lo Stato Islamico nella sua roccaforte tra Aleppo e Raqqa doveva essere un'offensiva-lampo quella…
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La rassegna dal e sul Medio Oriente di oggi: la battaglia di Manbij nel nord della Siria rivela le tensioni tra Turchia e Usa; le paludi nel sud dell’Iraq diventano patrimonio dell’Unesco; gli Stati Uniti premono perché Israele e Libano collaborino nello sfruttamento dei giacimenti di gas contesi.
a cura di
La crisi in Turchia influisce sull’assedio di Manbij

Manbij (al-Hayat). L’affare a Manbij, nel nord della Siria, si complica.
Per sconfiggere lo Stato Islamico nella sua roccaforte tra Aleppo e Raqqa doveva essere un’offensiva-lampo quella delle “Forze democratiche siriane”, guidate dall’ala siriana del Pkk e sostenute dalla Coalizione anti-Is capeggiata dagli Stati Uniti.
Dopo le frizioni tra Ankara e Washington per il via libera americano al passaggio di forze affiliate al Pkk (“gruppo terroristico” secondo la Turchia) a ovest dell’Eufrate, il presidente turco Tayyep Recep Erdoğan si era convinto e aveva assicurato che oltre il fiume avrebbero partecipato all’assedio di Manbij in larga parte membri arabo-siriani – del Consiglio militare di Manbij, esuli fuggiti dalla cittadina nel 2013 – e non curdi.
Era la fine di maggio e le Forze democratiche si erano spinte nel cuore del territorio dell’Is fino a raggiungere in maniera relativamente facile la periferia di Manbij. Qui, l’Is aveva cominciato a mostrare la sua forza locale. La Coalizione bombardava ma le Forze democratiche siriane faticavano a penetrare in città. Sono passati circa due mesi e la situazione è in stallo. Ieri l’Is ha colpito postazioni delle forze curde e solo un intervento della Coalizione ha limitato i danni per le Forze democratiche.
In questo contesto di evidente difficoltà sul terreno, la Turchia del tentato-golpe a Erdoğan potrebbe tornare a dire di no all’influenza curdo-siriana tra Aleppo e l’Eufrate. A marzo, l’artiglieria di Ankara aveva bombardato forze curde che avevano tentato di varcare il fiume all’altezza di Jarablos, a ridosso del confine. E negli ultimi giorni Ankara sembra posizionarsi più vicina a Mosca che a Washington.
Certo, la Turchia continuerà a svolgere un ruolo nella Coalizione. Ma potrebbe ora chiedere maggiore influenza nel nord della Siria e in Iraq in cambio dell’uso della base aerea di Incirlik, il cui comandante è stato arrestato perché tra i golpisti.
Intanto domani si apre, vicino Washington, il secondo vertice dei paesi membri della Coalizione. Parteciperanno all’incontro più di 30 ministri della Difesa.
In questo contesto proseguono gli sforzi diplomatici tra Mosca e Washington per trovare una formula di accordo sulla questione siriana. Domenica scorsa le forze governative siriane avevano chiuso il cerchio attorno ad Aleppo est, controllata da insorti sostenuti anche dalla Turchia. E nei giorni scorsi, Ankara aveva aperto a Damasco per la prima volta dopo cinque anni.
Un segnale delle pressioni del presidente russo Vladimir Putin su Erdoğan in cambio del disgelo. Sempre Erdoğan aveva concesso un anno fa alla Coalizione la base aerea Nato di Incirlik solo dopo forti pressioni Usa. La carta Incirlik potrebbe tornare sul tavolo, anche perché i russi da tempo chiedono agli Stati Uniti una maggiore collaborazione nella “lotta al terrorismo”.
La Turchia potrebbe cercare di inserirsi chiedendo di essere il partner-cardine tra Mosca e Washington in cambio dell’influenza da Aleppo a Mosul. Soldati turchi sono da mesi posizionati in una base vicina a Mosul, ancora controllata dall’Is ma minacciata da sud dalle forze di Baghdad e da est dai curdo-iracheni alleati di Ankara.
In questo scenario, gli esiti della battaglia di Manbij sono più incerti che mai.

Idropolitica: le paludi irachene diventano sito protetto dall’Unesco
Nasiriya (al-Arabiya). La Turchia, e in misura minore la Siria e l’Iran, avranno un deterrente in più nel perseguimento dei propri interessi idropolitici a scapito dell’ecosistema delle paludi dell’Iraq sud-orientale.
Domenica tre siti archeologici e quattro paludi sono stati aggiunti alla lista dei siti protetti dall’Unesco, a coronamento di una “battaglia” irachena che va avanti dal 2003. L’area comprende i celebri siti archeologici mesopotamici di Ur, Uruk e Eridu, che risalgono al III-IV millennio a.C. e da cui deriva probabilmente la denominazione contemporanea del paese “Iraq”. Questa zona era stata oggetto di bonifiche a scopo agricolo e petrolifero sin dagli anni Cinquanta e Sessanta, ma la situazione era stata notevolmente aggravata dall’accanimento di Saddam Hussein contro gli abitanti della regione all’inizio degli anni Novanta, quando per punirli dell’insurrezione anti-governativa scoppiata all’indomani della Guerra del Golfo aveva accelerato le opere di prosciugamento e il conseguente spopolamento.
Deposto Saddam, il governo iracheno ha cercato di tutelare la regione attraverso una serie di iniziative culminate nella domanda presentata all’Unesco. Un simile traguardo rappresenta uno dei pochi bagliori significativi in un periodo quanto mai tetro per l’Iraq e dimostra come la tutela dell’ambiente possa essere concepita a beneficio delle popolazioni locali, non solo di circoli di attivisti occidentali dal pollice verde.
Detto ciò, le sfide che attendono l’Iraq sono ancora numerose: non basterà l’Unesco a far desistere i paesi che controllano a monte il flusso dell’Eufrate e del Tigri dai propri progetti idrici.

Gli Usa premono per una cooperazione israelo-libanese nei giacimenti di gas del Mediterraneo orientale 
Beirut (al-Akhbar). Gli alleati libanesi di Damasco e Teheran si trovano attualmente divisi tra “collaborazionisti” e fronte del No rispetto alla proposta statunitense di attuare una cooperazione nell’estrazione e nell’esportazione del gas situato nei giacimenti di Leviatano e Tamar.
Dalla scoperta israeliana di tali giacimenti, rispettivamente nel 2010 e nel 2009, il “bottino” è oggetto di una contesa tra Libano e Israele incentrata sulla delimitazione delle rispettive acque territoriali.
Il costo dell’estrazione e dell’esportazione è però superiore a quello dei profitti ricavabili e Israele è alla ricerca di un partner. Gli Usa cercano di riavvicinare i due paesi puntando sugli interessi economici condivisi.
Secondo fonti informate sulle ultime mosse statunitensi, citate dal quotidiano libanese filo-iraniano al-Akhbar, la sfera politica libanese del cosiddetto 8 Marzo (la coalizione più vicina all’asse Damasco-Teheran) sarebbe attualmente divisa tra il ministro degli Esteri Gibran Bassil, appartenente al partito del generale cristiano Michel Aoun e più propenso alla cooperazione con lo Stato ebraico, e il presidente della Camera Nabih Berri e Hezbollah, entrambi espressioni dell’elettorato sciita e attualmente contrapposti a qualunque forma di normalizzazione delle relazioni.
 

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