sabato 23 luglio 2016

Per chi tifavano i media arabi nel golpe in Turchia


 
 
 
 
 
 
Il tentato golpe turco sui media arabi: analisi, speranze e festeggiamenti prematuri Ankara (al-Arabi al-Jadid, al-Mayadin, Egyptian Chronicles). La copertura mediatica araba del tentato golpe turco di venerdì sera riflette innanzitutto gli orientamenti…
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Nella rassegna dal e sul Medio Oriente di oggi: le reazioni della stampa araba al tentato golpe in Turchia; gli ultimi sviluppi della battaglia ad Aleppo est; in Bahrein è stato sciolto il principale gruppo sciita di opposizione.
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Il tentato golpe turco sui media arabi: analisi, speranze e festeggiamenti prematuri
Ankara (al-Arabi al-Jadid, al-Mayadin, Egyptian Chronicles). La copertura mediatica araba del tentato golpe turco di venerdì sera riflette innanzitutto gli orientamenti politici delle redazioni nei confronti di Recep Tayyip Erdoğan.
Lo standard minimo di professionalità è stato raggiunto, come accade spesso negli ultimi anni, dai media egiziani, ormai ridotti in prevalenza a megafono della propaganda di Abdul-Fattah al-Sisi. Il ministero degli Esteri egiziano non ha rilasciato commenti ufficiali, ma ha “affidato” il compito dell’invettiva ai mezzi di comunicazione.
Con l’unica eccezione di Shorouk News (che non a caso era stato oggetto di censura all’indomani del golpe dell’esercito egiziano del 30 giugno 2013), la stampa egiziana aveva già annunciato la vittoria del colpo di Stato turco sabato mattina, nonostante gli eventi fossero in pieno svolgimento e non ci fossero conferme della deposizione di Erdoğan.
L’altra prevedibile posizione di empatia con i golpisti è stata quella dei media affiliati al regime siriano, come l’emittente televisiva Sama (ex al-Dunya), che non ha esitato ad annunciare il “successo” prematuro del colpo di Stato.
Anche tra le analisi più distaccate, la scelta della prospettiva ricalca le speranze delle redazioni in questione; è il caso dell’emittente filo-iraniana al-Mayadin, che concede spazio in homepage al giornalista britannico Robert Fisk, una delle voci occidentali più popolari tra chi ammicca a Damasco e Teheran. Fisk prevede che al golpe fallito nel fine settimana faccia seguito un golpe di successo e sostiene che questa sequela sia diventata una consuetudine storica. L’esercito “non permetterà a Erdoğan di ridurlo a strumento maneggevole nelle sue mani” – scrive Fisk, rispecchiando le speranze della redazione di Mayadin che il presidente turco venga deposto a breve da un altro golpe.
Più bilanciata la copertura saudita degli eventi, anche se in più di un editoriale traspare il distacco di Riyad dalla leadership di Erdoğan e dalla sua vicinanza ai Fratelli Musulmani.
Il quotidiano panarabo qatarino al-Arabi al-Jadid, più propenso a “comprendere” le ragioni di Erdoğan, pubblica invece un’analisi di Ernest Khury in cui si motivano le accuse rivolte dal capo di Stato al movimento guidato dagli Usa da Fetullah Gülen con la necessità di preservare la reputazione dell’esercito.
In quest’ottica, il presidente turco evita che un’istituzione fondamentale come l’esercito diventi il bersaglio della rabbia popolare e si tutela dall’ulteriore polarizzazione tra classe politica e vertici militari – quella stessa polarizzazione che Fisk e al-Mayadin ritengono invece probabile.

Aleppo est è un ostaggio: deve rimanere viva per essere usata come carta negoziale

Aleppo (al-Safir, al-Hayat). Decine di persone sono state uccise nelle ultime 48 ore ad Aleppo est, la zona fuori dal controllo governativo ora accerchiata completamente dalle forze di Damasco e dai suoi alleati. Secondo media regionali, i raid aerei russi e governativi sull’area sono stati intensi per tutto il fine settimana, mentre le forze di terra prendevano il controllo diretto della via Castello, l’unico collegamento rimasto tra Aleppo est e l’entroterra occidentale della città.
Nei giorni scorsi si era data notizia della presa, di fatto, della strada da parte dei governativi. In precedenza le forze del regime si erano portate così vicine alla strada da poter inquadrare nei mirini dei cecchini il passaggio di uomini e mezzi lungo la via. Da domenica mattina, i militari di Damasco sono fisicamente presenti lungo il tratto extraurbano della tangenziale Khaled ben Walid, che lì è di fatto il proseguimento della Castello. Poco prima della Khaled ben Walid si apre il sobborgo di Shaykh Maqsud, controllato dalle forze curdo-siriane – ostili agli insorti – che hanno stretto un accordo di non belligeranza con Damasco.
I bombardamenti aerei governativi e russi si sono concentrati attorno alla via Castello, per impedire alle forze dell’opposizione di tentare la controffensiva. Queste sono riuscite sabato ad attaccare un deposito di armi del regime a Sfeira, sud-est di Aleppo, causando un’esplosione che si è vista e udita anche a diversi chilometri di distanza. L’azione diversiva non ha però influito sull’esito della battaglia per Castello, ora in mano ai governativi. Questi hanno sganciato diversi barili-bomba su quartieri di Aleppo est abitati da civili, come Salhin, Tariq al-Bab, Bab Nayrab. Il bilancio, solo per ieri, è di almeno 28 morti, tra cui minori.
Aleppo est è tagliata fuori, quindi medicine e cibo possono entrare tramite cunicoli sotterranei o pagando mazzette a soldati governativi ai posti di blocco.
A livello politico-diplomatico, questo è il risultato atteso da russi e governativi. Arrivare ai primi di agosto, quando l’inviato speciale Onu per la Siria Staffan de Mistura tornerà a parlare con le parti per eventuali “colloqui di pace”. Russi e governativi potranno usare la carta di Aleppo est sotto assedio a loro favore: il punto di partenza di eventuali concessioni russo-siriane partirà da questo nuovo statu quo.
Le opposizioni in esilio, sempre più delegittimate di fronte a chi sta combattendo sul campo (il nuovo ‘governo a interim‘ è stato nominato ma non c’è il ministro della Difesa per la mancanza di un accordo tra le fazioni armate dentro la Siria), invocheranno la fine dell’assedio di Aleppo per ragioni umanitarie, seguendo così il tunnel scavato da russi e governativi.
La vera questione politica (la spartizione del potere nel paese) sarà dunque rimandata e si affronteranno questioni “umanitarie”. In questo scenario, è difficile che Mosca e Damasco intendano prendere Aleppo-est. La città è come un ostaggio: deve rimanere in vita (sotto assedio, ma in vita) per poter essere usata come carta negoziale.

Prosegue la repressione bahrainita: sciolto il principale partito d’opposizione
Manama (CNN in arabo). Un tribunale del Bahrein ha decretato lo scioglimento dell’Associazione al-Wifaq – il principale partito dell’opposizione a maggioranza sciita – e la confisca governativa dei fondi del movimento. Il verdetto fa seguito alla sospensione delle attività di al-Wifaq il mese scorso nonché all’inasprimento della sentenza emessa nei confronti del leader del partito stesso, Shaykh Ali Salman, che trascorrerà nove anni (invece dei quattro originariamente previsti) in carcere.
A giugno era stata anche revocata la cittadinanza della principale figura politico-religiosa sciita, Shaykh Isa Qasim, accusato di “servire interessi stranieri” e fomentare “confessionalismo e violenza”.
La recente svolta repressiva del regime bahrainita è stata oggetto di critiche anche da parte dell’alleato statunitense, ma la monarchia degli Al-Khalifa è consapevole di poter agire attualmente indisturbata in questo isolotto dimenticato dalle potenze internazionali impegnate nella “lotta al terrorismo”.

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