venerdì 1 luglio 2016

Patrizia Cecconi : Verso Gerusalemme. Ma era solo un sogno

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Si esce di casa alle 9 perché è venerdì di Ramadan e si dice che i padroni della terra, alias gli israeliani, hanno consentito in qualche caso anche ai palestinesi under 45 di andare a Gerusalemme. Il mio amico palestinese under 45 mi chiede di andare con lui. Io a Gerusalemme posso andare sempre, mica sono palestinese io! Sono italiana, cittadina di un Paese con un governo filo-sionista quindi posso passare, ma lui no. Però se dice di essere la mia guida forse passiamo insieme. Poi la guida a Gerusalemme per questa volta gliela farò io!
C’è già il sole alto, fa un caldo da inferno lungo il percorso per raggiungere il check point 300. C’è una grande folla. Meno del primo venerdì di Ramadan, ma comunque tanta. E ai lati della folla ci sono divise di tutti i tipi, qualcuna con dentro un corpo femminile, come quello di una soldata di provenienza etiope, nera e israeliana, evidentemente ebrea convinta arrivata dall’Africa per vivere meglio. Le divise israeliane sono all’inizio del check point, ma poi ci sono quelle  degli osservatori ONU e quelle della Mezzaluna Rossa perché caldo e militari possono rendere indispensabile il loro intervento. Poi ci sono quella di vari corpi palestinesi. Tre o quattro fogge diverse. Nera, mimetica, verdastra, celeste scamiciata.  E poi, senza divisa ma con un cartellino di riconoscimento, ci sono delle anziane brave signore israeliane venute per monitorare eventuali soprusi dei militari del loro paese. Come se questa limitazione della libertà non fosse già un sopruso!
E’ apprezzabile ma fuori da ogni logica la loro presenza. Per quanto siano generose e gentili il loro essere lì, impotenti davanti al sopruso di routine e solo in attesa di documentarne uno più pesante, rende la loro presenza una forma di accettazione della prevaricazione quotidiana. In questo modo, loro malgrado, favoriscono una sorta di normalizzazione dell’occupazione dalla quale Israele esce “anche” col viso buono e pulito di queste pie donne che si prodigano con generosità a favore del popolo occupato dal paese di cui sono cittadine. Gli uomini accalcati in fila con il loro quasi inutile tesserino verde in mano ricordano la poesia di Fadwa Tuqan scritta al ponte di Allenby: “Mendicare un permesso”. Le donne invece hanno accesso più facile. A loro non si chiede l’età, evidentemente la questione di genere ha i suoi aspetti turpemente positivi.
Gerusalemme, bella e inarrivabile. Tanto vicina eppure così lontana, così Gerusalemme diventa sempre più un mito. Si “deve” andare. E allora si parla col soldato e poi col poliziotto e poi con l’addetto alla sicurezza particolare e poi con l’amico che forse sa qualcosa di più. Si viene indirizzati a un altro punto del check point, lì forse, spiegando che si tratta di un lavoro di guida a una cittadina italiana si riuscirà a passare. Si dice di aspettare le 11, dopo la chiamata del muezzin forse allenteranno i controlli e lasceranno uscire. Si spera, si sogna Gerusalemme e si crede di farcela.
Sotto il check point il caldo è mitigato da grosse tende che riparando dal sole i militari allargano l’ombra anche su una parte della folla in attesa. Si aspetta. Si provano altre vie e intanto il senso di frustrazione cresce. Ma perché? si può sapere perché si lascia che Israele mortifichi in questo modo migliaia di esseri umani colpevoli di voler pregare nel luogo di culto ritenuto sacro? Perché si accetta che Israele tenga un popolo in gabbia e poi ci si stupisce se l’esasperazione porta a gesti che restituiscono un lampo di violenza a una violenza massicciamente subita nel quotidiano?
Ora dicono che alle 12 chiuderanno definitivamente l’accesso. Allora si fa un ultimo tentativo. Si passa dall’altra parte del check point. Ci sono un centinaio di persone, tra loro qualche militare palestinese che non si capisce bene che ruolo abbia. O forse si capisce ma si rischia di ridurre l’analisi a una  semplificazione dannosa e quindi la lasciamo in sospeso. Gli uomini chiedono di passare. Alcuni hanno il permesso israeliano, scritto in caratteri ebrei che sembravano una garanzia inattaccabile. Lo mostrano, chiedono di passare. I soldati israeliani urlando dicono che non danno il permesso perché i palestinesi sono disordinati e non si mettono in fila. Esattamente così: non stanno in fila!!! Tutti in fila, è un ordine!
Oddio mio, questo non volevo sentirlo. Questo no. Questo l’ho visto e sentito in documentari di repertorio che riguardano il periodo più terribile del “900 europeo. Questo non avrei mai voluto sentirlo.  Israele cosa hai fatto al popolo ebreo? Cos’hai fatto ai tuoi soldati? E comunque è un’inutile beffa. Esattamente come quelle viste nei filmati del “900.
A un certo punto infatti un soldato druso israeliano, cioè un palestinese che ha cambiato razza e che si è così ben identificato nella divisa del paese di cui ha preso la cittadinanza grida, ovviamente in arabo per essere ben compreso: “se io sono un uomo vero nessuno di voi passerà questo varco”.
Se essere un uomo vero significa essersi venduto anima e corpo e al tempo stesso aver perso ogni contatto con l’umanità, quel soldato druso-israeliano è un uomo vero. Perché un uomo “vero” dovrebbe impedire la circolazione ad altri uomini, per di più anche col permesso, non è dato saperlo. Il disgusto è forte. Lo è per me che sono italiana e che a Gerusalemme posso andarci senza problemi, posso immaginare cosa provi un palestinese. Alcuni uomini dicono “basta, non possiamo inchinarci ancora, andiamo via” altri lanciano sulla strada dei pezzettini di carta: era il permesso, rilasciato e sprezzantemente ignorato dagli stessi israeliani che lo avevano concesso.
Mi torna alla mente un articolo di Gideon Levi, giornalista di Haaretz che qualche mese fa affermava che non c’è da stupirsi che alcuni palestinesi non ce la facciano più e abbiano scelto la cosiddetta intifada dei coltelli, ma c’è da stupirsi perché fino ad ora abbiano sopportato ciò che non è sopportabile per nessun popolo dotato di dignità.
Il sogno è finito. Gerusalemme è laggiù, 12 chilometri impercorribili. Torniamo a casa in silenzio. So che nella mente del mio amico stanno lottando due forze contraddittorie. Parlare non lo aiuterebbe e non aiuterebbe me. Vorrei dire odio chi genera odio e chi genera odio ha un nome preciso. Se lo dico vengo tacciata di antisemitismo. E’ un ricatto infame e ci crede solo chi è idiota o in malafede. Torno a casa sotto il sole avvilita e disgustata. Questo stillicidio di ingiustizie, di umiliazioni, di corruzioni dell’animo dentro una divisa (ma anche fuori) deve finire.  Ma come?
Finché Israele avrà i suoi sostenitori non ci sarà via d’uscita. I palestinesi o imploderanno o esploderanno e quali che siano i risultati non saranno buoni. Questo i tanti governi complici di Israele lo sanno, compreso quello italiano. A noi restano pochi strumenti: la denuncia e il boicottaggio. Li usiamo e seguiteremo a usarli entrambi. E intanto sogniamo di raggiungere liberamente Gerusalemme, finché questo non sarà più un sogno

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