giovedì 7 luglio 2016

Patrizia Cecconi : Festeggiare l’Eid al Fitr a Nahalin

Festeggiare l’Eid al Fitr a Nahalin

Festeggiare l’Eid al Fitr a Nahalin
 
 
Oggi è il primo giorno del Eid al Fitr, la festa di fine Ramadan che dura tre giorni e che per importanza è paragonabile al Natale nella cultura cristiana. Al pari del Natale è fatta di regali, di  abiti nuovi e di visite a parenti ed amici che offriranno caffè amaro al cardamomo e un’infinità di bevande dolci tipiche del Ramadan, come succo di carrubo, di uva, di tamarindo accompagnate dai maamoul, biscotti ripieni di datteri e uva che si fanno per l’occasione e che non mancano in nessuna casa. 

Andiamo a conoscere da vicino i festeggiamenti dell’ Eid al Fitr in un villaggio nel governatorato di Betlemme, Nahalin, piccolo centro di circa 11.000 abitanti stretto da una cintura di fuorilegge insediatisi in ben 6 settlement che hanno  confiscato  circa l’85 per cento del suo territorio, una superficie che da 29.000 dunuum originari, oggi si è ridotta a soli 4.500 dunuum.

La visita per la festa offre  la possibilità di conoscere la situazione del villaggio raccontata dai suoi abitanti e dal sindaco che, per caso, è uno dei parenti che si vanno a salutare.

Ci sediamo in terrazzo e lì il panorama offre, con un solo colpo d’occhio,  il quadro dell’intera  situazione palestinese.

Sotto di noi i tetti piatti delle case di Nahalin sui quali spiccano, offendendo lo sguardo, le cisterne nere per la conservazione dell’acqua. A destra un insediamento colonico di case con tetti rossi a spiovente sui quali non ci sono serbatoi di alcun tipo. Oltre la collina di fronte un pilone segnala un altro insediamento, a sinistra altri due di cui si vede solo qualche tetto. Alle nostre spalle ancora altri due. 

Ecco la Palestina: i territori palestinesi sono circondati da intrusioni israeliane che si collegano l’un l’altra con strade a circolazione discriminata, detta pure con termine più preciso “apartheid”,  che impediscono a un eventuale ipotetico stato di Palestina di avere continuità territoriale. Le brutte cisterne nere sui tetti palestinesi e la loro assenza sui più eleganti tetti degli insediamenti denunciano la diversa distribuzione dell’acqua: costante e ininterrotta per gli ebrei delle colonie - detti impropriamente israeliani – e a singhiozzo per le case palestinesi.

In realtà Nahalin potrebbe essere autosufficiente avendo due sorgenti di buona portata nel proprio territorio municipale.

Sono la sorgente Ein Fares e la sorgente Ein el Balad, ma purtroppo l’insediamento a destra, detto Beit Har, ha il malvezzo di scaricare le proprie acque reflue proprio lì, inquinando le due sorgenti.
Il sindaco spiega che sono state fatte le analisi chimiche e sono state inviate all’ONU avendo avuto come risposta risolutiva la necessità di impedire alle acque reflue di inquinare le sorgenti (!) e di rivolgersi al Tribunale dell’Aia per risolvere il problema. Diciamo che in qualunque altro posto in cui viga lo stato di diritto non ci sarebbe bisogno di arrivare all’Aia per impedire un crimine ambientale una volta che esso sia stato accertato e se ne conosca l’autore, ma qui il diritto è il fratellino minore della forza e non riesce ad imporsi per il semplice fatto di esistere. Il sindaco aggiunge che la municipalità di Nahalin si è anche rivolta alla componente arabo-israeliana della Knesset per sostenere 4 cause presentate alla Corte Suprema Israeliana. Due di queste, relative ad un ulteriore tentativo di confisca di terra sono state vinte, altre due sono in sospeso e riguardano la chiusura di due strade, una delle quali permetteva di raggiungere Gerusalemme ed Hebron rispettivamente con 10 e 15 minuti, cosa che ora sembra un miraggio. 

La terra rimasta ai palestinesi, per di più in area B perché in tutta Nahalin non è prevista area A, è talmente poca che un dunuum ormai arriva a costare 230.000 euro il che non consente ai giovani di poter costruire case e li induce a lasciare il villaggio. Obiettivo, questo, che Israele, secondo uno dei nostri  interlocutori, persegue con intelligenza e tenacia a partire dagli accordi di Oslo, che hanno dato la possibilità a un desiderio più antico di diventare realtà in un numero limitato di anni.

In questo villaggio si ha la più alta percentuale di scolarizzazione di tutta la Palestina, la quasi totalità dei giovani sono laureati e di questi la maggior parte ha studiato all’estero, in particolare in  Germania, dove l’università è gratuita e agli studenti stranieri sono offerte diverse opportunità tra cui la possibilità di mantenersi lavorando. Qui in Palestina l’unica università gratuita è l’Università di Gerusalemme la quale ha poche facoltà e non gode di prestigio né accademico né sociale. Non è incoraggiante dover studiare all’estero perché le condizioni sono più favorevoli che nella propria terra e, dato il contesto, questo si trasforma in  un incentivo a favorire il sogno israeliano di liberare la Palestina dai palestinesi, così affermano i nostri interlocutori i quali aggiungono che secondo loro dietro al sostegno generalizzato a Israele c’è un progetto massone. Sostengono che non c’è opposizione a questo progetto, neanche da parte di chi apparentemente lavora per sostenere i palestinesi ma che “sotto il tavolo” flirta con Israele. A sostegno di questa convinzione affermano che in Russia e in Ucraina sono state aperte scuole per lo studio gratuito della lingua ebraica e che il futuro dei palestinesi sarà una diaspora senza ritorno ed un micro-stato concentrato nella Striscia di Gaza. 

Difficile capire come si possa conciliare questa loro convinzione negativa con la resistenza all’occupazione, ma intanto i loro figli si laureano in medicina, in ingegneria, in informatica, in biologia e si preparano a un futuro che forse non sarà più nella loro terra o forse, chissà, se il nucleo di potere che sostiene Israele dovesse perdere il suo equilibrio, potranno essere medici, ingegneri, biologi in Palestina. 

“Israele è comodo alla parte più potente del mondo e non c’è nessun segnale che questo possa cambiare in tempi brevi”, questa la loro convinzione, lucida e disarmante alla  quale aggiungono che la speranza è un sogno e la realtà è davanti ai nostri occhi e si mostra anche semplicemente attraverso  il panorama che offre il terrazzo.

Per aggiungere un tocco di amarezza il sindaco spiega che le case fitte fitte che formano l’insediamento di Beit Har hanno cancellato nel 1987 un oliveto di centinaia di alberi in virtù del fatto che secondo una leggenda assunta come realtà, in quell’oliveto, secoli fa abitava la famiglia Har, ovviamente di religione ebraica e quindi, per rispettarne la memoria, coloni ebrei venuti da varie parti del mondo hanno accampato il diritto ad insediarsi lì. 

Ecco i due termini magicamente manipolatori che Israele usa come armi mediatiche: memoria e sicurezza. Due termini che pesano sulla vita dei palestinesi come due montagne e che, per la complicità del mondo, impediscono loro ogni movimento verso il rispetto dei propri diritti.
 
Che dire? Come primo giorno di Eid el Fitr non c’è male. Resta solo da sperare che le analisi negative dei nostri ospiti siano sbagliate, che qualcosa arrivi a interrompere questo percorso che se non muta non porterà bene né alla Palestina né, per passaggi successivi, al resto del mondo.
 
Patrizia Cecconi
Betlemme 6 luglio 2016
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