lunedì 11 luglio 2016

Patrizia Cecconi : . Al Auja, dove l’acqua scorreva al contrario (Parte 1)


REPORTAGE. La particolarità di questo villaggio beduino della Valle del Giordano  era tutta nella portata dell’acqua che fino a pochi anni fa era tale da superare le leggi di gravità e, in alcuni punti, scorreva in salita secondo l’andamento delle colline. Questa zona è ora diventata di fatto un deserto a causa sia degli insediamenti ebraici che delle attività della società israeliana Mekorot
di Patrizia Cecconi
Gerico, 11 luglio 2016, Nena News – “Il processo di pace ha significato l’autorizzazione al furto di terra e di acqua”. Inizia così, con una dichiarazione lapidaria resa in un inglese basico, ma inequivocabile, l’intervista al sindaco di Al Auja, villaggio beduino nei pressi di Gerico, nella Valle del Giordano.
Un incontro inizialmente quasi strappato e poi, inaspettatamente, protrattosi a lungo e arricchito da un’escursione in collina per “capire meglio”. Un’escursione sotto un sole inclemente, lunga e faticosa ma che è riuscita a raccontare quanto accaduto in questi anni parlandoci per immagini: la sorgente che dà il nome al paese è asciutta. La stessa sorgente che forniva 2.000 m3 l’ora in ogni stagione e che rendeva la zona famosa per i suoi bananeti ora è secca.
Le colline sono aride e si stenta a credere che solo una ventina di anni fa questa terra giallastra e pietrosa fosse una distesa di verde. Restano qua e là in tutta l’area solo tre o quattro vecchi alberi di ziziphus radicatisi molti anni fa e le cui radici sono così profonde da poter resistere alla siccità indotta.

impianto Mekorot presso la sorgente di Al Auja. (Foto: Patrizia Cecconi)
Lungo l’alveo di quello che era il fiume che rendeva fertile la zona, in prossimità della sorgente, resiste anche qualche canneto, dimostrazione del fatto che una dose di umidità è rimasta, ma che l’acqua è diventata talmente poca da nutrire solo i vegetali che costeggiano le vecchie sponde o che hanno radici sufficientemente profonde per succhiare quel che non ha ancora succhiato la Mekorot, le cui pompe sono ben visibili sulla collina. La stessa Mekorot*, però, deve accontentarsi di quel che resta dopo che la falda è stata interrotta qualche chilometro a nord, in prossimità di Taybeh per fornire acqua a due insediamenti ebraici**, ovviamente illegali, stabilitisi nei pressi di Ramallah, esattamente Beit El e Bzigot.
Al Auja, il nome che il paese ha mutuato dalla sua sorgente, significa “che va al contrario” ed il perché è tutto nella portata dell’acqua che fino a pochi anni fa era tale da superare le leggi di gravità e in alcuni punti scorreva in salita secondo l’andamento delle colline. A dar prova della sua portata ci sono i resti di un acquedotto romano di circa 2000 anni fa e di un acquedotto ottomano vecchio di alcuni secoli. Ora sono solo pietre, interessanti per chi ama fare escursioni archeologiche e non di meno per chi cerca la verità: questa zona non era un deserto e lo è diventato dopo il furto dell’acqua dovuto sia all’impoverimento della falda a causa dell’emungimento di pozzi utili agli insediamenti illegali intorno a Ramallah, sia alle altre attività della società Mekorot – di cui l’italiana Acea è partner – sul territorio di Al Auja.


Altra caratteristica di questo villaggio, che oggi conta solo 5.600 abitanti contro i circa 11.000 del 2002, è quella di aver visto la trasformazione del modello di vita delle comunità beduine di questa zona – prima basato su un’economia prevalente nomade legata alla pastorizia – in comunità prevalentemente stanziale, come vuole un’economia agricola, proprio perché la grande fertilità del terreno permetteva di coltivare ogni cosa, tanto che le banane di Al Auja erano famose per qualità oltre che per abbondanza. Fino a una quindicina di anni fa l’agricoltura locale richiamava braccianti da tutto il distretto di Gerico. Questi, dice il sindaco, diventavano parte della comunità in quanto tornavano nei villaggi di provenienza solo due giorni alla settimana. Ora la situazione economica è precipitata e la sorgente riesce a mandare acqua solo un paio di mesi l’anno, cosa che consente la coltivazione di alcuni ortaggi stagionali ma non certo di alberi da frutta, tanto meno banani che richiedono acqua in abbondanza. Quelli crescono altrove e Al Auja se vuole mangiare banane, arance o mele può farlo sostenendo l’economia israeliana o addirittura quella delle colonie che la circondano.
Nella “baladia”, ovvero nella sede del municipio, si viene accolti da un affresco murale un po’ naif ma molto eloquente, al centro del dipinto è rappresentato lo scorrere impetuoso di un torrente nato dalla sorgente, ai lati una donna, un uomo, alberi e animali a simboleggiare la vita data dalla sorgente. Il sindaco ci tiene a spiegarne il significato, benché sia facilmente intuibile, e poi aggiunge ancora dei numeri, prima del “67 – dice – la comunità raccoglieva 18.000 persone, prevalentemente beduini, comprese anche alcune famiglie profughe del “48. Aggiunge che nel distretto di Gerico, di cui Al Auja fa parte, prima del “67 abitavano 250.000 palestinesi contro gli attuali 60.000. Poi, con voce sicura, prima in arabo e poi, forse per accertarsi che la traduzione sia giusta, in inglese, dice testualmente: “ci hanno ingannato parlandoci di Autorità Palestinese, ma quando diciamo ‘autorità’ palestinese diciamo una grande bugia perché qui l’autorità è solo israeliana”. Non è una critica all’Anp la sua, è qualcosa di diverso e forse di più. C’è una costernazione nelle sue parole che alla fine lo porta a dire che forse era meglio la vecchia civiltà beduina in cui tutto, compresi gli incontri ufficiali, si svolgeva nelle tende, che non una finzione di autorità istituzionale che non ha alcuna autorità reale.


Lo sconforto che induce queste riflessioni è facilmente comprensibile, basta guardarsi intorno. Nonostante una serie di organizzazioni di vari paesi abbia dato vita alcuni anni fa a un programma di carattere ambientale per garantire la somministrazione di acqua alla comunità di Al Auja, ristrutturando le vecchie tubazioni che della poca acqua a disposizione molta ne perdevano durante il percorso ed un nuovo serbatoio per garantire acqua potabile, la situazione non può definirsi neanche lontanamente risolta. Oltre alle abitazioni, in cui l’acqua è comunque scarsa e comunque fornita dalla società nazionale israeliana Mekorot che la preleva dalle falde acquifere della Cisgiordania e la rivende a discrezione e a caro prezzo ai palestinesi che ne sono stati espropriati, c’è la necessità di risorse idriche per le coltivazioni e qui la situazione finora non vede sbocchi e l’agricoltura non vede sviluppi. [continua domani..]
Note:
* Mekorot è la società nazionale israeliana per l’estrazione e la distribuzione dell’acqua. Opera illegalmente, secondo la legalità internazionale, nei territori palestinesi, sottraendo acqua alle comunità palestinesi e distribuendola alle colonie, anch’esse illegali secondo la legalità internazionale, e allo stato di Israele in misura pari all’80e in qualche caso al 90% del totale contro un 20 o 10% lasciato ai palestinesi sul cui territorio si trovano le risorse idriche. Poco più di due anni fa la società italiana ACEA ha sottoscritto un’intesa con la Mekorot , intesa addirittura patrocinata dall’allora presidente del Consiglio Letta e dal suo omonimo israeliano Netanyahu ufficialmente presenti a suggellare l’accordo.
** Diciamo ebraici e non israeliani perché lo stato di Israele, come autoproclamato da Ben Gurion nel 1948 e come previsto dalla Risoluzione ONU 181 non prevede insediamenti di cittadini israeliani su territorio palestinese. Pertanto gli abitanti di quegli insediamenti non possono essere definiti israeliani per la legalità internazionale sebbene Israele li definisca tali in nome della religione che professano, cioè la religione ebraica.


REPORTAGE. La particolarità di questo villaggio beduino della Valle del Giordano era tutta nella portata dell’acqua che fino a pochi anni fa era tale da superare le leggi di gravità e, in alcuni punti, scorreva in salita secondo l’andamento delle colline. Questa zona è ora diventata di fatto un deserto a causa sia degli insediamenti ebraici che delle attività della società israeliana Mekorot
al auja
di Patrizia Cecconi
(per leggere la prima parte clicca qui)
Gerico, 12 luglio 2016, Nena News – Il presidente dell’Ecocenter di Al Auja, intervistato per capire come sta evolvendo la situazione ambientale dopo i progetti degli ultimi anni, fornisce a sua volta dati preoccupanti e dettagliati aggiungendo ad essi le sue analisi personali relative al “perché”, ovvero alle ragioni che sottendono l’andamento della situazione in Palestina in generale e nel territorio di Al Ouja in particolare. Esordisce con un’affermazione che è un dato di fatto inconfutabile: Israele ha confiscato l’acqua ovunque. Prosegue affermando che non si tratta di necessità bensì di un chiaro disegno che ha come obiettivo principale quello di bloccare lo sviluppo economico e lo sviluppo tout court della Palestina con lo scopo finale di allontanare più palestinesi possibile dalla propria terra.
I tre obiettivi intermedi per raggiungere l’obiettivo principale sono:
1. fare della Palestina un mercato di sbocco dei prodotti israeliani.
2. ottenere manodopera abbondante (data la disoccupazione) e a basso costo per gli insediamenti.
3. lavorare a livello mediatico trasmettendo l’idea che i palestinesi abbandonano le loro terre lasciandole desertificare, mentre gli israeliani offrono loro lavoro.
Poi torna a fornire i dati: dal 1967 ad oggi Israele si è appropriata delle fonti idriche dal Mar Morto fino al nord e i palestinesi hanno perso risorse ittiche oltre che risorse idriche. La società Mekorot ha scavato pozzi in tutta la Cisgiordania con i risultati visibili a tutti e l’esempio del distretto di Al Auja, dove a 9 mila coloni vanno 40 milioni di litri cubi di acqua è esportabile in tutta la Cisgiordania.
Riprende, in quanto esemplare, il discorso della coltivazione di banane e spiega che la produzione era tanto fiorente e la qualità talmente apprezzata che molti contadini prima del 2002 investirono tutto in bananeti. Spiega che l’albero di banane impiega 4 anni per fruttificare e quando finalmente questi alberi erano pronti a produrre frutti e reddito, la sottrazione dell’acqua li ha uccisi. Questo ha portato a una devastazione psicologica oltre che economica nella società. Oltre ai numerosi piccoli investitori anche le quattro famiglie di grandi proprietari terrieri di Al Auja hanno visto morire migliaia di banani per mancanza d’acqua e sono andate in rovina trascinando con sé le numerose famiglie di braccianti cui davano lavoro.
A questo fatto è seguita la vendita delle terre da parte di molte famiglie che non ne potevano ricavare più alcun reddito e che non avevano altre risorse. Le terre vendute hanno perso la vocazione agricola e sono diventate case di vacanza per cittadini più o meno benestanti che durante l’inverno possono lasciare la fredda Gerusalemme o la fredda Betlemme e godersi la temperatura primaverile di questa località vicino al Mar Morto a meno 240 metri sotto il livello del mare.
Il problema delle costruzioni in Area C e l’incubo della demolizione da parte di Israele, incubo che in Area C è sempre presente, qui non è molto alto per le case “di vacanza” perché – dice con convinzione il presidente dell’Ecocenter – c’è dietro l’intelligenza della hasbara* che davanti alle costruzioni palestinesi di questo tipo può trasmettere al mondo un messaggio velenoso e falso, ma difficilmente contestabile se si guarda soltanto l’ultimo passo: “i palestinesi distruggono l’ambiente con le proprie mani mentre Israele rispetta l’ambiente e realizza parchi naturali ovunque possibile.” E in tal modo la narrazione israeliana che il mondo è chiamato a ripetere si consolida mistificando la realtà.
Da qui l’importanza del lavoro dell’Ecocenter e delle diverse organizzazioni che operano nel territorio tentando di sviluppare una sorta di turismo agricolo per viaggiatori stranieri collegato ad attività di educazione ambientale dirette agli abitanti, in particolare alle nuove generazioni.
I progetti in campo sono diversi e l’associazione che sembra essere più attiva è la stessa da cui deriva la struttura dell’Ecocenter ma che ha una composizione strana la quale, data la situazione, lascia diverse perplessità in quanto, sotto il nome di Amici della terra in Medio Oriente (Friends of the Earth Middle East) si riuniscono in un’improbabile comunità di interessi, Giordania, Palestina e Israele.
Se gli ambientalisti dei tre diversi Paesi hanno lo sguardo alla terra e all’acqua come beni da tutelare e di cui fruire al di là di ogni confine politico, così non è per i Paesi che essi rappresentano poiché è impensabile che lo stesso paese occupante che confisca terra e acqua palestinese ovunque e che trasmette al mondo una realtà mistificata, possa davvero invertire la rotta fin qui seguita e così lucidamente delineata dallo stesso direttore palestinese dell’associazione. Ma questa è una Terra piena di contraddizioni e fermarsi alla superficie non basta a comprendere la realtà.
Intanto nel corso degli anni, nonostante la pesante situazione, si sono costituite associazioni locali di carattere culturale, sportivo, solidale e professionale, come l’Al Auja youth club o varie associazioni di donne che si occupano sia di temi sociali che culturali, o associazioni di agricoltori. L’Amministrazione municipale dal canto suo tenta di ottenere il risanamento della sorgente e di realizzare un pozzo artesiano comunale che possa consentire l’irrigazione e quindi l’utilizzo dei terreni agricoli. Tenta di far nascere progetti che possano generare lavoro e reddito per i numerosi giovani, spesso anche laureati, privi di occupazione. Ha in programma la fornitura di cisterne domestiche per i residenti e il miglioramento e l’espansione della rete elettrica, la cui fornitura è debole, oltre che ad alto costo, essendo somministrata da Israele.
In tutto ciò, nel degrado tristemente evidente delle campagne in cui qua e là spuntano case di vacanza alternate a campi di produzione stagionale dove la plastica residuata dalle coltivazioni a tunnel fornisce un desolante aspetto di abbandono senza speranza, si aprono inaspettati progetti di ampio respiro che hanno l’ambizione di essere un quadrello nell’ampio mosaico delle diverse iniziative a sostegno dell’ambiente e della giustizia che, nel caso della Palestina, ne è l’inseparabile compagna.
L’ultimo nato ha un nome che va molto lontano nel tempo, richiama il territorio originale prima che le antiche invasioni lo frantumassero passando di conquista in conquista. E’ un progetto il cui nome, “IbnatuCanaan” significa figlia della terra di Canaan e si prefigge lo scopo di trasformare il degrado in bellezza camminando sui fili della memoria e ricollegandosi a tutte le associazioni e le strutture esistenti nel territorio di Al Auja e più in generale nel Governatorato di Gerico dove, tra le altre realtà assolutamente degne di nota per quel che hanno realizzato e che seguitano a realizzare, c’è il Mosaic Centre che unisce arte, cultura e storia alla formazione professionale di molti giovani palestinesi. “Ibnatucanaan”, ieri piccolo quadrato arido e vuoto, oggi possiede solo un albero, un piccolo carrubo piantato per la sua inaugurazione e dedicato a Fares Odeh, un bambino che non è potuto crescere perché fermato dalla pallottola sparata da un carro armato.
Ibnatucanaan si trova di fronte alle colline giordane dove la sera si accendono le luci del villaggio di Al Karameh, villaggio il cui nome significa dignità e che segna un momento importante nella storia della Palestina attuale. Ma Ibnatucanaan vedrà anche laboratori di energie alternative capaci di fornire elettricità senza danneggiare l’ambiente, e vedrà laboratori di arte e di artigianato tenuti da esperti delle associazioni locali e da professionisti volontari venuti da altre parti della Palestina e del mondo.
Ibnatucanaan ha l’ambizione di porsi come esempio da emulare per mostrare al mondo che un pezzetto di terra desertificata dalle politiche israeliane può trasformarsi in un’oasi in cui, insieme al verde che tornerà a coprirla, fioriranno arti, cultura e storia in un percorso che rivendicherà il diritto alla giustizia e al rispetto della memoria come pietre miliari per un percorso di vera pace. Senza confusioni “normalizzatrici” e senza clamore mediatico, questa nuova realtà potrebbe richiamare su Al Auja e la sua desertificazione indotta, l’attenzione di un mondo distratto da una comunicazione mediatica che, nella sua narrazione a termini invertiti, non facilita né la giustizia né la pace.
Se Ibnatucanaan raggiungerà il suo obiettivo non avrà certo liberato la Palestina, ma sarà stata un quadrello, una piccola tessera per fermare il progetto di colonizzazione illegittimo e illegale che finora seguita a marciare tanto sulle menzogne mediatiche che sui carri armati militari. Nena News
Note:
* Hasbara è la raffinata struttura propagandistico-comunicativa dello stato di Israele. Il termine è ebreo e letteralmente significa spiegazione, chiarimento, in realtà è il centro della narrazione opportuna a magnificare Israele e a screditare il popolo palestinese

Nessun commento:

Posta un commento