domenica 17 luglio 2016

Gülenisti alle strette, Occidente silente: chi voleva il golpe in Turchia


 
 
 
 
 
La Turchia ha vissuto una delle notti più lunghe e buie della sua storia repubblicana. Il tentato colpo di Stato da parte di una per il momento non meglio identificata giunta militare ha fatto ripiombare il paese in un incubo che i turchi…
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[La copertina de I figli del sultano, a cura di Laura Canali]
Il tentativo di colpo di Stato è ragionevolmente attribuibile ai seguaci dell’ex sodale di Erdoğan, l’imam Gülen. I militari turchi non si sono mai mossi senza il via libera degli Usa, che hanno commentato gli eventi solo dopo alcune ore. Il sultano è isolato all’estero, ma popolarissimo in patria.
La Turchia ha vissuto una delle notti più lunghe e buie della sua storia repubblicana.

Il tentato colpo di Stato da parte di una per il momento non meglio identificata giunta militare ha fatto ripiombare il paese in un incubo che i turchi conoscono fin troppo bene: regime militare, legge marziale, arresti indiscriminati, terrore.

Il golpe è fallito, ma la situazione è ancora in evoluzione. In una prima analisi, alcuni aspetti meritano di essere sottolineati.

I turchi hanno offerto una straordinaria prova di coraggio. Il popolo ha difeso con il proprio corpo la libertà e la democrazia. Persone di ogni orientamento politico e sociale hanno seguito l’appello del presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, sfidando il coprifuoco annunciato in televisione dalla “Giunta per la pace in patria” dopo la presa della tv di Stato e scendendo in piazza.

Si tratta di un evento senza precedenti nella storia turca. Un evento che chiarisce chi sia veramente dietro Recep Tayyip Erdoğan: quei milioni di esseri umani che hanno rischiato la vita per difendere ciò che egli rappresenta, ossia la libertà di un popolo che vuole chiudere per sempre l’infame tradizione dei colpi di Stato.

Appare abbastanza probabile che dietro al golpe ci sia l’ex sodale di Erdoğan, Fethullah Gülen. Oltre alle accuse di analisti e politici dell’Akp, lo lascia supporre la tempistica.

A breve inizierà infatti il più grande processo mai celebrato contro l’organizzazione terroristica (così è stata designata dal presidente a marzo di quest’anno) guidata dall’imam che vive in esilio in Pennsylvania. La Turchia ha inoltre completato la documentazione per chiedere l’estradizione di Gülen, indagato dall’Fbi negli Usa. Infine, proprio in questi giorni venivano condotte indagini approfondite nei confronti di oltre duemila membri delle Forze armate, sospettati di appartenere all’organizzazione gülenista. In altri termini, il cerchio si sta stringendo intorno all’imam e ai suoi seguaci. Che con tutta probabilità hanno giocato le loro ultime carte.

Il colpo di Stato è stato infatti più una tragica farsa che un’iniziativa pianificata nei dettagli. I militari hanno dato subito una grande dimostrazione di forza chiudendo i ponti sul Bosforo, occupando la televisione di Stato e impossessandosi dell’aeroporto Atatürk di Istanbul (hanno perfino ordinato il ritiro delle truppe dall’Iraq). Non c’era però nessun piano per il dopo.

L’unica speranza era che quella parte di popolazione ostile a Erdoğan appoggiasse il golpe. Così non è stato: tutti i partiti politici hanno offerto sostegno incondizionato al governo democraticamente eletto.

Ciò non toglie che la Turchia sia arrivata a un passo dal baratro. Se i golpisti fossero riusciti a prolungare la loro iniziativa oltre l’alba, la situazione sarebbe precipitata.

Mentre i turchi resistevano ai militari golpisti, buona parte del mondo festeggiava. Durante la notte, su Twitter rimbalzavano voci per le quali i festeggiamenti a Damasco avevano addirittura provocato diversi feriti da arma da fuoco. La solita claque anti-turca ritwittava con gaudio la bufala di Msnbc secondo cui Erdoğan era fuggito in Germania. Analisti illuminati iniziavano a spiegare che il rovesciamento del presidente era una manna.

Ancora più inquietante è stato l’assordante silenzio delle cancellerie occidentali. L’unica reazione del governo italiano è stata affidata al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il quale ha definito il colpo di Stato una “iniziativa militare”.

Il segretario di Stato Usa John Kerry non si è espresso neanche dopo la conversazione telefonica con la sua controparte turca Mevlüt Çavuşoğlu. Il primo commento dalla Casa Bianca è arrivato all’una di notte italiana, quando ormai era abbastanza chiaro che il colpo di Stato non avrebbe avuto successo.

Queste dinamiche impongono due considerazioni.

La prima: senza il via libera degli Usa, i militari turchi non si sono mai sognati neanche lontanamente di organizzare un colpo di Stato. Questo insegna la storia turca.

La seconda: è evidente che nella notte a Washington e nelle capitali europee si tifasse per i golpisti.

Erdoğan è ormai diventato un bersaglio legittimo. Il vero obiettivo della presunta guerra allo Stato Islamico. Il “sultano” è più che mai isolato. Ciò influenzerà profondamente le prossime mosse strategiche di Ankara.

Isolato all’estero, il presidente turco però è tutt’altro che solo in patria. Al suo fianco ha milioni di sostenitori pronti a immolarsi per difendere la sua persona e gli ideali politici che rappresenta. Questo dato di fatto non potrà più essere ignorato.

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