lunedì 27 giugno 2016

Il Mondo oggi: accordo Israele -Turchia, Brexit, elezioni spagnole, Somalia, Canale di Panama

L’accordo tra Israele e Turchia
Israele e Turchia normalizzano i rapporti bilaterali a 6 anni dalla crisi della Mavi Marmara.

Umberto De Giovannangeli commenta per noi l’accordo raggiunto a Roma:
Certo, non sarà mai un matrimonio d’amore. Ma d’interessi sì, questo è sicuro.
Per qualche anno si sono “annusati”, facendo finta di litigare. Alla fine, qui la mano e avanti con il patto Ankara-Gerusalemme. Sia chiaro: in tempi di guerre, muri, frontiere blindate, un “patto di riconciliazione” dopo una crisi politico-diplomatica protrattasi per oltre 6 anni è un segnale da accogliere con favore, soprattutto quando a siglarlo sono due paesi che nel bene e nel male hanno un peso rilevante sul tormentato scenario mediorientale.
“Le implicazioni per l’economia israeliana saranno immense”, enfatizza Benjamin Netanyahu. Soddisfazione viene anche da Ankara. Pesano però i silenzi di altri protagonisti della “partita mediorientale”: l’Arabia Saudita, l’Iran e, dal suo bunker di Damasco, il nemico numero uno di Recep Tayyp Erdoğan: il presidente siriano Bashar al-Asad.
Resta sullo sfondo la questione palestinese – quella che sei anni fa determinò la crisi tra Turchia e Israele, dopo il raid israeliano contro la nave Mavi Marmara diretta a Gaza, nel quale morirono 9 attivisti turchi. Il “sultano” di Ankara non poteva dimenticare che la crisi è nata per il sostegno (interessato) dato allora dalla Turchia a coloro che governavano e governano la Striscia: Hamas.
Netanyahu, a sua volta, qualche apertura ha dovuto farla su questo punto. Di porre fine all’embargo di Gaza, che dura da 8 anni, non se ne parla. Secondo indiscrezioni, l’intesa prevede che Israele permetta il completamento di un ospedale nella Striscia, oltre alla costruzione di una centrale elettrica e di un impianto per la desalinizzazione. Di contro, gli aiuti turchi passeranno per il porto israeliano di Ashdod e non saranno più  inviati direttamente nell’enclave palestinese.
Ankara si è inoltre impegnata a impedire che Hamas svolga attività contro Israele partendo dal suo territorio. Hamas potrà però continuare a svolgere attività diplomatiche in Turchia.
E il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen? Non pervenuto. Perché politicamente non esiste più e da tempo. Come l’illusione di uno Stato di Palestina. A Erdoğan non interessa. A Netanyahu men che meno.
Per approfondire: Perché Turchia e Israele hanno deciso di fare la pace [2013]

Il fronte del Brexit

Nei primi giorni dopo il voto britannico a favore del Brexit si sta delineando un quadro distruttivo – non tanto per l’Unione Europea quanto per il sistema partitico del Regno Unito. Fino a quando non si troverà un premier che abbia la volontà di metterla in pratica, l’uscita di Londra dall’Ue è da considerarsi un’ipotesi remota.
A livello comunitario si registrano le prime divergenze tra gli eurocrati a favore di un divorzio rapido (in prima fila il presidente della Commissione Europea Juncker, a sua volta sotto attacco ormai non solo da media legati agli Usa) e Angela Merkel, che non accetta negoziati informali ma non ha fretta di espellere un alleato prezioso nella crociata per l’austerità.
Berlino in ogni caso avrebbe già pronto un piano (descritto dal quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt) in caso il Brexit divenisse realtà: accordo di associazione con Londra, cui non verrebbero concessi termini troppo favorevoli onde scongiurare un effetto-domino. Il documento preparato dal ministero delle Finanze tedesco individua i paesi che potrebbero essere tentati dall’E(u)xit: oltre ai noti Francia, Austria e Paesi Bassi, sono correttamente citati la Finlandia (il premier Stubb non ha gradito l’incontro ristretto tra i paesi fondatori dell’Ue di sabato) e l’Ungheria, dove a settembre dovrebbe tenersi un referendum sulle quote migranti approvate da Bruxelles.
A non avere né un piano né fretta di concretizzare il Brexit è chi l’ha causato, ossia il Regno Unito. Cameron ha annunciato che si dimetterà senza attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, lasciando l’incombenza a chi verrà dopo di lui: una mossa che dà all’attuale premier qualche mese di tempo per influenzare la sua successione e che potrebbe aver segnato la fine della carriera politica di Boris Johnson.
L’ex sindaco di Londra sta iniziando a rendersi conto dei danni che possono derivargli dalla sciagurata (e poco sentita) decisione di appoggiare il Leave: in un editoriale sul Telegraph pieno di complimenti per Cameron ha sottolineato che “non c’è nessuna fretta” di uscire dall’Ue.
In tale contesto, il caos vissuto dai laburisti, il cui leader Corbyn è accusato da “fonti interne al partito” di aver “sabotato” la campagna contro il Brexit, è una magra consolazione per i Tory e un ulteriore segnale dell’instabilità autoindotta da Londra. “Siamo aperti agli affari“, ha detto oggi il cancelliere dello Scacchiere (ministro delle Finanze) George Osborne, rompendo il silenzio post-elettorale. I mercati continuano a non fidarsi.

Le cause dell’attentato di Mogadiscio (a cura di Nicola Pedde)
Il 25 giugno un attentato condotto dalle milizie islamiste di al-Shabaab ha provocato 35 morti in un albergo di Mogadiscio, capitale della Somalia. […] L’attacco si inserisce nella cosiddetta “strategia del Ramadan”, come ogni anno mirata a portare violenza e morte nel mese più sacro per i musulmani, al fine di dimostrare l’impotenza del governo e provocare la protesta della popolazione contro le autorità. […]
Con una logistica alquanto semplice e rudimentale, i jihadisti legati ad al-Qa’ida sono riusciti a riguadagnare terreno e visibilità a partire dalla seconda metà dello scorso anno, sebbene la loro effettiva capacità e il radicamento sul territorio siano alquanto scarsi e fragili.
La principale minaccia per al-Shabaab proviene oggi dalle frange secessioniste della Somalia meridionale, estremamente critiche del modello operativo e ideologico della struttura originaria, apertamente dichiaratesi leali allo Stato Islamico e nemiche di al-Qa’ida. […]
I successi militari registrati dall’organizzazione a partire dallo scorso gennaio, tuttavia, sono anche il risultato della combinazione di una duplice concausa esterna.
L’Amisom mostra tutti i segni di un logoramento ormai insanabile, prodotto dal perdurare dell’operazione sul campo, dalla scarsa efficacia dei risultati e dal graduale disinteresse nei confronti della Somalia.
[…] Dopo roboanti proclami e conferenze per il rilancio del paese, la comunità internazionale è tornata a ignorare quasi completamente la Somalia, permettendo alle istituzioni locali di trasformarsi ancora una volta in un crogiolo di corruzione e malversazione, cui è direttamente imputabile il declino sul fronte della sicurezza.

Le elezioni in Spagna
Le prime elezioni post-Brexit in un paese dell’Unione Europea non hanno prodotto un vincitore chiaro. La Spagna, di nuovo al voto dopo 6 mesi, continua a fare i conti con l’improvviso quadripartitismo che però a questa tornata non penalizza i partiti tradizionali – per lo meno, non il Partito Popolare (Pp) del premier Mariano Rajoy, che anzi riconquista oltre 400 mila voti.
Il Partito Socialista (Psoe) perde circa 200 mila consensi, ma potrebbe entrare in un esecutivo di grande coalizione se solo lo volesse (al momento pare di no). La ripartizione dei seggi parlamentari porta a escludere un governo di socialisti e Unidos Podemos, la coalizione tra Podemos e l’estrema sinistra di Izquierda Unida che rappresenta il vero sconfitto di queste elezioni.
Il partito di Pablo Iglesias, la grande novità della politica spagnola degli ultimi anni insieme ai moderati di Ciudadanos (che a loro volta hanno smarrito 500 mila voti), ha fallito il sorpasso a sinistra ai danni del Psoe e ha paradossalmente pagato l’alleanza con un’altra fazione storica, Izquierda Unida.
I giochi sono aperti.

Il canale di Panama allargato
È stato inaugurato il “nuovo” canale di Panama, al termine di lavori di ampliamento volti a consentire il passaggio di navi lunghe fino a 366 metri e larghe fino a 49, coprendo così il 79% del naviglio mondiale (rispetto al 45% della configurazione precedente).
Ne traggono giovamento gli Stati Uniti (di gran lunga i principali utilizzatori del collo di bottiglia), come pure la Cina, cui appartiene la Cosco Shipping Panama, prima nave a transitare nel canale allargato.
Tuttavia, Pechino sta studiando alternative. Ne ha scritto su Limesonline Ezio Ferrante:
I lavori di modernizzazione di Panama, iniziati nel 2007 con la costruzione di due nuovi sistemi di chiuse, l’incremento del pescaggio e l’allargamento del tratto centrale scavato nella roccia (dopo il superamento del braccio di ferro per la lievitazione dei costi tra l’autorità di gestione del canale e il consorzio di imprese Grupo Unidos por el Canal di cui fa parte l’italiana Salini Impregilo) permetteranno il transito delle cosiddette navi post-panamax e super-postpanamax, finora escluse. […]
Se [il canale di Panama “raddoppia”], la Cina, dal canto suo, non vuole stare certo a guardare. Pechino si concentra sui progetti infrastrutturali intesi ad aggirare sia il canale di Panama sia lo Stretto di Malacca. Innanzitutto bypassare per mare e per terra il choke-point di Panama, sia a nord con El Gran Canal de Nicaragua, sia a sud con El Canal Seco, il corridoio “a rotaia” di 220 km attraverso la Columbia, dalla località-portuale di Apartado nei Caraibi al porto di Buenaventura sul Pacifico, contando sulla velocizzazione dei servizi per poter recuperare la rottura del carico mare-terra e viceversa.
Per approfondire: Gli imperi del mare



Hanno collaborato Lorenzo Di Muro e Lorenzo Noto.
Carta di Laura Canali animata da Marco Terzoni.


 
 
 
 
 
 
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