giovedì 12 maggio 2016

Le autobombe dello Stato Islamico in un Iraq senza governo


 
 
 
 
 
 
 
 
L'Iraq tra gli attentati nella capitale, l'empasse governativa e la lunga guerra all'Is Baghdad (al-Hayat, al-Hayat). L'Organizzazione dello Stato Islamico (Is) ha ucciso…
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La rassegna dal e sul Medio Oriente. Oggi: le autobombe a Baghdad; la violazione della tregua di Zabadani in Siria; quali gruppi armati sono “terroristi” secondo gli Usa e i suoi alleati.
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L’Iraq tra gli attentati nella capitale, l’empasse governativa e la lunga guerra all’Is
Baghdad (al-Hayat, al-Hayat). L’Organizzazione dello Stato Islamico (Is) ha ucciso ieri almeno 93 persone in un triplice attentato suicida nella capitale, dimostrando ancora una volta la sua capacità di colpire Baghdad in ogni momento, pur essendo costretta sulla difensiva su vari fronti.
Gli attentati hanno mietuto vittime nel sobborgo orientale di Madinat al-Sadr e nel quartiere settentrionale di al-Kazimiyya, entrambi a una maggioranza sciita, mentre un terzo attentato ha preso di mira il quartiere a maggioranza sunnita di al-Jamiya.
Annunciando come obiettivo ufficiale le postazioni delle milizie sciite filo-iraniane e quelle di polizia ed esercito, le operazioni dell’organizzazione takfirita spargono di fatto morte tra civili di ogni denominazione confessionale. Madinat al-Sadr, la città di Sadr, è tra l’altro la roccaforte del leader sciita Muqtada al-Sadr, il quale negli ultimi mesi si è messo alla guida del movimento anti-corruzione che ha occupato il parlamento un paio di settimane fa.
Oltre a essere alle prese con la situazione catastrofica della sicurezza, l’Iraq è in attesa di un nuovo governo. I numerosi tentativi di rimpasto del premier Haidar al-Abadi sono stati boicottati dai raggruppamenti parlamentari interessati a preservare le loro “quote” nel consiglio dei ministri. Le sessioni parlamentari continuano a essere aggiornate senza giungere a nessun risultato.
Sul fronte della provincia occidentale dell’Anbar, in cui ampie porzioni di territorio sono ancora controllate dall’Is, l’offensiva di esercito e milizie sunnite ha portato alla riconquista di alcuni villaggi nei pressi del distretto di Baghdadi, lungo la strada che congiunge Haditha e al-Hit.
L’obiettivo è bloccare i rifornimenti provenienti da ovest e dai territori siriani del “califfato” e consolidare la sicurezza precaria della capitale: di fatti, in seguito agli attentati di Baghdad, l’esercito iracheno ha scagliato un’offensiva sul villaggio di Albukhamis, a sud di Falluja, che ospitava una vera e propria base di attentatori suicidi. Per quanto riguarda le armi e i mujahidin provenienti dalla Siria, il confine è ancora lontano dall’essere sigillato, poiché l’Is è rimasto in controllo del principale valico frontaliero di al-Qa’im.

In Siria anche la tregua di Zabadani salta
Binnish (Ondus, al-Mayadin). In Siria è saltata nelle ultime ore anche la tregua locale tra le cittadine sunnite assediate dalle milizie filo-iraniane e le cittadine sciite assediate dai miliziani filo-sauditi e filo-turchi. In un contesto di inasprimento generalizzato della violenza e di congelamento, per ora, di ogni confronto politico tra le parti, la cessazione temporanea di ostilità tra Zabadani/Madaya e Fuaa/Kafraya non ha retto.
Nelle ultime 48 ore intensi raid aerei governativi siriani sono stati compiuti su Binnish, località nella regione nord-occidentale di Idlib e compresa nella tregua siglata tra il settembre e il dicembre 2015. Razzi di mortai sono stati poi sparati su Fuaa da miliziani anti-regime, vicini a Riyad e Ankara. Nelle ultime ore gli Hezbollah hanno aperto il fuoco di artiglieria su Zabadani.
Questa località è vicina a Madaya e compone con essa una coppia di luoghi chiave per il controllo del confine libanese dall’area suburbana di Damasco. Fino al 2013 erano in larga parte abitati da sunniti, ma dopo l’assedio e l’offensiva degli Hezbollah si sono ridotti a cittadine fantasma abitate da pochi civili con manipoli di miliziani asserragliati all’interno. Fuaa e Kafraya sono invece a maggioranza sciita, sono difese da Hezbollah e si trovano nella regione di Idlib, a maggioranza sunnita. Binnish, controllata dagli insorti, si trova vicino a Fuaa e Kafraya e, secondo la tregua, non deve essere presa di mira dai raid governativi.
La tregua prevedeva anche il trasferimento su base confessionale dei feriti e dei civili più bisognosi di Fuaa e Kafraya verso aree sciite di Damasco e il contemporaneo trasferimento verso aree sunnite di Idlib dei feriti e dei civili più bisognosi di Zabadani e Madaya. Un meccanismo attuato fino a poche settimane fa, quando la tregua (detta “di Zabadani” ma che comprende appunto numerose località) sembrava reggere nonostante la guerra che imperversa attorno. Ora non è più così.

Terroristi o no? Il gioco ambiguo degli Usa e degli alleati
Duma (al-Hayat). La questione di chi sia da definire “terrorista” o “non terrorista” nella guerra di Siria ha assunto ormai tratti grotteschi.
Per le Nazioni Unite, per gli Stati Uniti e i loro alleati ma anche per la Russia, sono “terroristi” l’Organizzazione dello Stato Islamico (Is) e l’ala qaidista siriana, la Jabhat al-Nusra.
La Russia, assieme al regime di Damasco, definisce terroristi tutti i gruppi che lottano contro il presidente siriano Bashar al-Asad. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si sono opposti anche ieri in sede Onu alla richiesta di Mosca di inserire due gruppi armati estremisti islamici tra i gruppi “terroristi”.
Il nodo riguarda Ahrar al-Sham (I liberi della Siria) vicino al Qatar e alla Turchia, e Jaysh al-Islam (L’Esercito dell’Islam), vicino all’Arabia Saudita.
Si tratta di due tra i maggiori gruppi armati siriani che si dicono anti-regime in Siria. La loro ideologia è senza dubbio jihadista. E a livello di dottrina e retorica non presentano molte differenze con i qaidisti della Nusra o con i miliziani dell’Is.
Il jihadismo sunnita è la matrice di tutte queste sigle, che però hanno padrini diversi e che lavorano secondo priorità sempre più spesse dettate dai loro sponsor regionali.
La Russia chiede di allargare la lista dei gruppi terroristi anche perché ogni eventuale tregua nazionale, decisa da Mosca e Washington e formalizzata dall’Onu a Ginevra, esclude i “terroristi”. La guerra russo-governativa siriana può dunque compiersi in maniera più legittima senza che nessuno, per esempio, possa obiettare che le forze russe in Siria non lottano contro “il terrorismo” ma servono gli interessi nazionali della Russia.
Stati Uniti, Gran Bretagna  e Francia, assieme all’Ucraina, si sono ieri opposti alla richiesta della Russia, esplicitata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, di includere Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham nella lista nera. Jaysh al-Islam opera a est di Damasco e controlla gran parte dei sobborghi ancora fuori dal controllo governativo, in un’area che ha il suo epicentro in Duma. Ahrar al-Sham ha un controllo più vasto ma territorialmente meno continuo: ha un’influenza nell’area di Zabadani a ovest di Damasco, tra Homs e Hama, nella regione di Idlib e in quella di Aleppo. Gli uomini di Ahrar al-Sham (anche detti “Ahesh” dai loro detrattori, seguendo lo schema acronimico adottato per l’Is che diventa “Daesh”) hanno dato prova di subire l’influenza del Qatar, che al contempo esercita un controllo sulla Nusra. Anche Ankara sembra avere una presa significativa nelle decisioni dei “Liberi della Siria”. “L’esercito dell’Islam” del defunto Zahran Allush (ucciso nei mesi scorsi in un raid aereo attribuito ai russi o ai governativi siriani, da altri a Israele) ha indubbiamente legami con ambienti sauditi.
Da un punto di vista russo e governativo siriano non c’è differenza tra questi due gruppi con l’Is e la Nusra e con molte altre sigle anti-regime: sono dei nemici che devono essere contrastati e considerati“terroristi”.
Anche in questo caso la posizione di Damasco e di Mosca può essere discutibile ma non è ambigua. Ambiguo continua invece essere l’atteggiamento degli Usa e dei loro alleati: perché se Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam non sono terroristi, non lo sono nemmeno gli uomini dello Stato Islamico e quelli della Nusra.
Un principio su cui si può essere d’accordo. Specialmente se si guarda ai conflitti siriano e iracheno non come un’appendice degli attentati rivendicati da Is e compiuti nel cuore dell’Europa, bensì come un’insurrezione armata determinata dalla lotta per il potere a livello nazionale e da rivalità locali su base socio-economica e comunitaria.

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