mercoledì 30 marzo 2016

Realtà e finzione nella “crisi” tra Turchia e Israele





Realtà e finzione nella “crisi” tra Turchia e Israele
Ankara (al-Hayat). L’Agenzia anti-terrorismo del premier israeliano Benjamin Netanyhahu ha innalzato il livello d’allarme, invitando i suoi cittadini a evitare la Turchia o lasciarla al più presto per non essere bersaglio di nuovi attentati. Si tratta del secondo monito in dieci giorni in seguito all’attentato di Istanbul del 19 marzo, in cui hanno perso la vita alcuni cittadini israeliani.
Un monito così allarmante è raro e si colloca nel quadro delle pressioni occidentali nei confronti del presidente Erdoğan, ritenuto fin troppo ambiguo nella lotta allo Stato Islamico (Is).
Dal canto suo, Ankara ha recentemente affermato di aver sventato altri attentati jihadisti e ha accusato il governo belga di aver rilasciato uno degli attentatori di Bruxelles consegnatogli dalle autorità turche.
La partenza delle decine di migliaia di turisti israeliani che visitano la Turchia ogni anno potrebbe aggravare a livello ufficiale la frattura aperta nelle relazioni tra i due paesi dall’episodio della nave Mavi Marmara (2010), in cui otto attivisti turchi diretti a Gaza vennero uccisi dall’esercito israeliano. Ankara non ha mai voluto annunciare ufficialmente la normalizzazione dei rapporti in seguito a tale incidente, in un’ottica di preservazione “di facciata” del carattere islamico delle sue alleanze con le petromonarchie del Golfo e di competizione ideologica con la propaganda anti-sionista del blocco siro-iraniano.
La realtà è però che la collaborazione a livello d’intelligence, l’afflusso di turisti israeliani in Turchia e le relazioni commerciali non sono mai state messe in discussione. Secondo Asaad Talahmi, corrispondente da Nazareth del quotidiano panarabo saudita al-Hayat, Israele stesso resta convinto che la Turchia voglia utilizzare la mediazione dello Stato ebraico per riconciliarsi con Mosca. Al di là della partenza dei turisti israeliani, è pertanto prevedibile che continuino le manovre dietro le quinte per una riconciliazione.

Cacciato da Palmira, l’Is può ancora colpire nella Siria centrale
Base militare governativa a sud-est di Homs (Amaq News Agency, Ondus, al-Hayat). Cacciata da Palmira, l’Organizzazione dello Stato Islamico (Is) cerca di farsi vedere come ancora presente nella Siria centrale e a est di Homs con un’azione dimostrativa che potrebbe non essere l’ultima.
L’agenzia di notizie dell’organizzazione, Amaq, ha mostrato nelle ultime ore le casse di armi e munizioni requisite nella base di una divisione corazzata abbandonata dall’esercito governativo siriano impegnato nell’offensiva verso Palmira. La base si trova 10 chilometri a nord-ovest della base aerea T4, lungo la strada che collega Homs a Palmira. L’area era stata al centro di aspri combattimenti già un anno fa, quando l’Is cercava di impadronirsi di Palmira tagliando i rifornimenti lealisti che provenivano da ovest.
Adesso la situazione è capovolta: i governativi, sostenuti da russi, iraniani e dagli Hezbollah libanesi, hanno preso Palmira e affermano di voler puntare ancora verso est, verso Sukhna, ultima tappa prima di avere la strada spianata verso Dayr al-Zawr e il confine iracheno. Così facendo mirano a infilarsi come un dito nelle piaghe della badia (la steppa della Siria centrale) in parte controllata dallo Stato islamico.
La presenza lealista nell’area per ora si trova i fianchi scoperti a sud e a nord: a sud dalla striscia di territorio in mano ai jihadisti che si trovano assediati a Qaryatayn; a nord dalla sacca di resistenza dell’Is situata a est di Homs e Hama. L’attacco delle ultime ore contro la base della divisione corazzata è avvenuto proprio da nord, su uno dei fianchi molli dell’avanzata lealista. Analogamente, i jihadisti hanno colpito le forze governative alla periferia orientale di Palmira, mostrandosi ancora capaci di disturbare il nemico in un territorio esteso e non facile da “bonificare”.

Riprende la guerra fratricida tra la Nusra e l’Is in Siria. I lealisti godono
Yarmuk (Fonti locali a SiriaLibano). Intensi scontri armati si sono verificati nelle ultime ore in quel che rimane del campo profughi palestinese di Yarmuk, nella periferia meridionale di Damasco, tra miliziani della Jabhat al-Nusra (ala siriana di al-Qaida) e rivali dell’Is.
Un giorno prima si è riacceso in maniera sanguinosa (18 uccisi in poche ore) il fronte di guerra tra la Nusra e l’Is anche sul Qalamun occidentale, l’altipiano che separa il Libano dalla Siria e che ospita da tempo gruppi armati jihadisti. Da circa una settimana invece sigle affiliate all’organizzazione di al-Baghdadi nella regione meridionale di Qunaytra, al confine con le Alture del Golan occupate da Israele, hanno intensificato i loro attacchi contro elementi della Nusra posizionati tra Qunaytra e il capoluogo meridionale di Daraa, al confine con la Giordania.
Yarmuk, Qunaytra e il Qalamun sono tre scenari distinti a livello locale, ma la dinamica del rinnovato scontro tra l’Is e la Nusra li unisce nel contesto del conflitto siriano e regionale. Nei tre i casi i quadri dei due gruppi armati sono in larga parte locali: a farsi la guerra è la gente del posto. Al centro della contesa in fondo non ci sono questioni politico-ideologiche bensì rivalità su chi debba gestire le risorse di territori sempre più asfissiati dall’assedio militare lealista (in particolare nel caso del Qalamun e di Yarmuk).
Quando un anno fa l’Is faceva il suo ingresso nel campo palestinese di Damasco, i media gridarono al pericolo che i jihadisti potessero attaccare il cuore del potere siriano. Da allora era chiaro che l’Is non aveva interesse e forza di andare oltre i confini della disperazione di Yarmuk e dei quartieri vicini, come al-Hajar al-Aswad, sua vera roccaforte a Damasco. Pertanto la Nusra consentì ai jihadisti una tregua che sembrava essere un’alleanza di fatto tra i due gruppi.
Ma in un contesto in cui i gruppi estremisti sono sulla difensiva in quasi tutti gli scenari – da Aleppo a Daraa, da Palmira a Homs – le aree dove possono sperare di ritagliarsi spazi di potere e clientela si riducono e aumenta il livello di conflitto tra loro.
È una guerra tra poveri, sempre più disperati. Hezbollah, i governativi siriani, i russi e gli iraniani possono comodamente godersi lo spettacolo dei loro nemici che si annientano a vicenda.

Nuova crisi tra Giordania e Fratelli Musulmani
Amman (al-Arabi al-Jadid). Il governo giordano ha intimato ai Fratelli Musulmani di non condurre le elezioni del loro consiglio consultivo (Majlis al-shura), inaugurando una nuova crisi nelle relazioni tra il gruppo islamico e la monarchia hashemita. Le elezioni avvengono ogni quattro anni e vi si scelgono i 53 membri dell’associazione, oltre al suo leader (il cosiddetto Supervisore Generale, al-Muraqib al-amm).
Le autorità hanno motivato la loro decisione ricordando che i Fratelli Musulmani in Giordania non godono di alcuno statuto legale e adducendo le presunte obiezioni di un’altra associazione con lo stesso nome. Nel marzo 2015 infatti il governo ha concesso tale denominazione in licenza a un gruppo scissionista separatosi dai Fratelli Musulmani, che da allora viene accusato dal gruppo islamico di utilizzare questa licenza per perseguitare l’organizzazione madre.
Il mese scorso, nel porto di Aqaba (situato sul Mar Rosso) la sede dei Fratelli è stata chiusa, a detta delle autorità locali, per porre fine ai conflitti emersi tra l’associazione registrata e quella illegale.
Storicamente i Fratelli Musulmani rimangono un oppositore blando per il regno hascemita e sono stati più volte cooptati per arginare i movimenti laici anti-governativi (baathisti, comunisti, nasseristi) e quelli studenteschi.
L’associazione islamica mantiene inoltre una posizione di peso all’interno del ministero dell’Istruzione, oltre al controllo di importanti istituzioni finanziare. Al di là delle crisi ricorrenti, rimane pertanto improbabile un’escalation nello scontro tra le autorità e il gruppo islamico.

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