giovedì 31 maggio 2012

Israele :ISRAELE, IL RAZZISMO VIOLENTO DEI RAGAZZINI


Il futuro d’Israele si fa fosco, se già i minorenni si dilettano a dar la caccia al nero.
I REATI - Aggressioni in gruppo, compiute usanto spranghe di ferro, bastoni e altre armi improvvisate, aggressioni spesso seguite dal furto dei miseri avere degli aggrediti. I fatti si sono verificati a Tel Aviv, già teatro nei giorni scorsi di proteste e tentativi di pogrom ai danni dei migranti irregolari e non, che ha portato anche alla distruzione di alcuni negozi. Immigrati che il governo definisce con il termine di “infiltrati” e che indica all’opinione pubblica come una minaccia per il paese. Tanto che una deputata è arrivata a definire gli immigrati africani, che sono poche migliaia, come un cancro per il paese.
IL RAZZISMO DILAGA: Insieme ai minori sono stati arrestati anche due appena maggiorenni, che li accompagnavano nelle loro imprese, ma è evidente che fenomeni del genere non sono figli del caso e nemmeno dell’impulso di qualche singolo adulto, ma di un clima razzista che da tempo si respira in Israele, dove un governo che dipende dal sostegno dell’estrema destra, deve sempre farsi vedere platelamente ostile a qualche soggetto sul quale scaricare l’insoddisfazione popolare. In mancanza di meglio, a causa dell’obbiettiva inattività di palestinesi e arabi in generale, ci s’arrangia coi negri.
POCO CONTRASTO - In una situazione del genere, con quasi la metà del governo che tifa apertamente per razzisti e nazionalisti, cadono ovviamente nel vuoto gli appelli delle associazioni israeliane per la difesa dei diritti umani, che non mancano di far notare l’orrore e anche la scarsa sensatezza che può avere la caccia al negro da parte degli ebrei, il popolo perseguitato per eccellenza, ma gli appelli delle quali cadono nel vuoto. Non ci sono abbastanza orechhie per certi discorsi, oggi in Israele.

Gideon Levy : il razzismo di Israele e gli immigrati


Sintesi personale
Il governo punta  con  questa campagna di paura, come con  le altre  campagne intimidatorie , a  distogliere  l'attenzione e l'indignazione dell'opinione pubblica dalle proprie  responsabilità. Non diversamente  dalle dittature oppressive incanala  la rabbia contro il diverso con accuse false o esagerate  La  politica dell'immigrazione è non-politica, si mette  la testa nella sabbia e  si piange quando tutto esplode . Israele  effettua un  esperimento di massa sugli  esseri umani  consentendo  loro di restare qui, ma non di lavorare ,non si  preoccupa   dei  loro diritti fondamentali  e si sorprende per i  pochi atti criminali  commessi dagli immigrati.   Quando si tratta di immigrati  tutte le maschere sono strappate . Il razzismo è la nuova politica di Israele. Milioni di russi sono venuti  qui, circa la metà dei quali ebrei, ma  erano di colore bianco. Diverse decine di migliaia di africani   sono venuti qui, ma sono i  nuovi nemici :  sono neri.  Israele appartiene al Nuovo Mondo,  non può non contribuire all'assorbimento di immigrati e rifugiati, anche se  entrano  senza permesso. Milioni di immigrati hanno invaso molti paesi europei  . Migliaia di ebrei "infiltrati", hanno trovato rifugio in altri Stati  , i rifugiati palestinesi  del 1948 sono stati accolti  dai  paesi della regione. La Giordania offre rifugio ai profughi  dell'Iraq e della Siria , la Turchia ha assorbito migliaia di rifugiati dalla Siria. Ma l'ostilità  contro gli immigrati non solo ignora la realtà della storia ebraica e del mondo, ignora anche il futuro. Che cosa accadrebbe ,che  Dio non voglia   se un  giorno  Israele si trovasse in un pericolo esistenziale? Cosa dovremmo dire allora al mondo, se  ci dovesse chiudere le porte , come noi stiamo tentando di fare   con gli  immigrati provenienti dall' Africa, alcuni dei quali  in fuga  dalla guerra ? Nessuno ipotizza  che Israele debba  accettare tutti , ma    deve essere affrontato il problema di quelli  che ne hanno diritto  : la violenza e l'odio non risolveranno  nulla  . Nel frattempo  gli immigrati sono una minaccia  ipotetica , l'atteggiamento verso di loro costituisce  un pericolo reale.

Terremoto: Il campo che vive tra cous cous e pollo halal


A San Possidonio le Misericordie si misurano con l’integrazione


«Qui il 95% degli sfollati è extracomunitario». A parlare è Federico Bonechi, responsabile della Sala Operativa Regionale che lavora al campo della Regione Toscana di San Possidonio.
«Qui le Misericordie collaborano con i volontari di tutte le componenti del CORV (Comitato Operativo Regionale Volontariato)», spiega Bonechi, «e direi che la collaborazione è vitale viste le difficoltà che ci troviamo ad affrontare». Ma a Possidonio il problema non è la paura o il caldo, come per gli altri accampamenti. Qui il problema è che dei 185 ospiti della Protezione Civile 180 sono migranti.
«È un bel rebus. Sono per lo più indiani e nord africani. Ma non posso essere preciso perché stiamo cominciando nel riuscire a comunicare solo da poco». A fare da traduttori improvvisati altri ospiti del campo, tra gli sfollati e tra i volontari.

Ma che problemi dovrebbero sorgere, al di là della questione linguistica?
«Uno in particolare: il cibo. Stiamo ridisegnando il menù per andare incontro alle esigenze degli ospiti», spiega Bonechi, «sia chiaro non si tratta di capricci. Sono questioni religiose. Per inizare a farli sentiree a loro agio abbiamo cominciato a preparare il cous cous poi però come carne abbiamo dovuto reperire il pollo rigorosamente halal».

Hanno dovuto farsi indicare i fornitori proprio dagli sfollati. «Poi c’è la questione della preghiera. Molti sono musulmani, così stiamo mettendo in piedi una tenda-moschea».
Una situazione del tutto nuova per la Protezione Civile. «Non era mai capitato», sottolinea il responsabile delle Misericordie, «per questo abbiamo allertato il Dipartimento. È il caso che si tenga presente anche queste variabili e si cominci a strutturarsi anche per aiutare al meglio questi nuovi italiani».

Poi Bonechi propone, molto timidamente, un’interpretazione. «So che dire certe cose di fronte a tragedie simili rischia di essere sconveniente. Ma a quanto pare ci voleva un terremoto per cominciare a conoscersi». Si chiama campo San Possidonio ed è un laboratorio di vera integrazione.


Di Lorenzo Maria Alvaro - Vita.it

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Paola Caridi :Di musica shaabi, di raid preventivi e altre storie ( invisiblearabs )



Sarà il caso di non perdere il polso della pop culture araba, perché è quella che – poi – fa vedere più chiaramente anche le grandi ‘sorprese’ politiche dell’ultimo anno e mezzo. Se le rivoluzioni sono scoppiate, insomma, è perché la pop culture ha avuto una vita propria, e invisibile. Nelle pieghe della cultura popolare egiziana, un ruolo importante ce l’ha la musica shaabi, musica popolarissima, la musica che si suona ai matrimoni, la versione egiziana della diffusione del neomelodico a Napoli. Canzonette diremmo noi, ma poi mica tanto (la foto è di musica shaabi a un matrimonio). Nel senso che c’è anche una dimensione politica che va considerata. Non per niente, quando Alaa Abdel Fattah, uno dei più importanti blogger egiziani, venne arrestato la prima volta, or sono circa cinque anni fa, scoprì in cella – assieme agli altri ragazzi che si opponevano al regime Mubarak – che uno dei legami tra i ragazzi delle diverse culture politiche nazionali era proprio la musica shaabi. Cantavano le stesse canzonette. E allora, per saperne di più, il consiglio è di leggere questo bell’excursus di Soraya Morayef, su Jadaliyya. E’ sulla falsariga delle ricerche condotte per anni dal più famoso esperto di nuove tendenze musicali arabe, Mark LeVine, il cui libro uscì qualche anno fa anche in italiano.
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Giorgio Bernardelli :Il volto oscuro di Tel Aviv



«Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani» (Esodo 22, 21-23). Non sono parole di tutti i giorni quelle che l’Assemblea degli ordinari cattolici della Terra Santa ha messo come epigrafe alla sua dichiarazione «in margine agli episodi avvenuti il 23 maggio a Tel Aviv».
Che cos’è capitato? Nella zona sud della grande città costiera israeliana - nei quartieri dove si concentra in maggior numero la presenza degli immigrati sudanesi ed eritrei - si è scatenata una vergognosa caccia all’africano. Il tutto è avvenuto al termine di una manifestazione organizzata dalla destra contro la presenza dei clandestini. E dopo che dal palco una parlamentare del Likud - Miri Regev - aveva gridato che gli immigrati illegali sono «un cancro da estirpare». Ci sono stati immigrati assaliti, bambini africani terrorizzati, auto distrutte. E in molti con coraggio in Israele non hanno avuto paura di utilizzare la parola pogrom per condannare questi episodi. A rendere l’idea del clima che circonda oggi questi immigrati basta dare un’occhiata a un video postato su YouTube e rilanciato dal quotidiano Yediot Ahronot. Si intitola Sagi colpisce un sudanese con un uovo ed esattamente questo mostra: un israeliano che scende dalla macchina e scaglia un uovo contro un africano reo semplicemente di passare di lì in bicicletta.
«Noi, Ordinari cattolici di Terra Santa, alziamo un grido di angoscia e di sofferenza in seguito agli episodi di violenza perpetrati nei confronti di chi è arrivato in Israele chiedendo asilo politico in fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla fame e dalla miseria - scrivono i presuli nel loro appello che vale la pena di leggere per intero -. Parliamo sia come uomini, particolarmente preoccupati perché residenti in Terra Santa, sia come pastori del nostro gregge, dal momento che molte vittime di questi attacchi sono cristiani».
C’è un problema razzismo, dunque, oggi in Israele? E - se sì - come è nato? Credo che questa seconda sia la domanda più importante. Perché le responsabilità dei politici in questa vicenda sono pesanti. Intanto vale la pena di dare l’ordine di grandezza di questo fenomeno: un dato citato da Arutz Sheva, che non ha certo l’interesse a fornire stime prudenti, parla di 25 mila clandestini africani a Tel Aviv. L’area metropolitana del Gush Dan - di cui Tel Aviv è il centro - conta 3 milioni di abitanti. Checché se ne dica il problema vero non è tanto il numero, ma lo status di queste persone. Che scappano da Paesi in guerra (il Sudan) o segnati da gravi violazioni dei diritti umani (l’Eritrea). Israele - nonostante sia un Paese firmatario della convenzione sui rifugiati - non intende riconoscere loro l’asilo politico. Il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman in persona ha detto qualche giorno fa che «secondo il diritto internazionale» i sudanesi possono essere rimandati in patria. Il che evidentemente fa a pugni con la storia di Israele, per cui le sue finora sono rimaste solo parole.
Solo che nel frattempo - non avendo uno status riconosciuto - questi africani non possono lavorare. Per di più sono tollerati dalla polizia solo nell’area intorno alla stazione centrale degli autobus di Tel Aviv, che si è così trasformata in un ghetto e dove (guarda un po’) aumentano i furti nelle case. Che questa situazione sia insostenibile è evidente, ma il ministro dell’Interno Eli Yishai e alcuni esponenti della destra la cavalcano, inasprendo il problema. A porre un freno a una soluzione umanitaria che permetta di restare in Israele almeno a quelli che ormai vi si trovano da tempo, gioca la solita fobia degli equilibri demografici che potrebbero alterare l’identità ebraica di Israele. Insomma: anche questi cristiani del Sudan che con il conflitto con i palestinesi non c’entrano proprio nulla, alla fine ne pagano le conseguenze.
Proprio per questo, però, è importante segnalare che c’è anche un altro Israele: quello che dice no all’intolleranza nei confronti degli africani. Nel quartiere di Tel Aviv al centro delle polemiche alcune ong sono andate a festeggiare con i bambini sudanesi Shavuot, la festa ebraica che cade a cinquanta giorni dalla Pasqua. Con loro - racconta il blog +972 - hanno letto il libro di Ruth, la pagina biblica probabilmente più forte sull’accoglienza allo straniero. Una pagina che Israele non può permettersi oggi di dimenticare.
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Clicca qui per leggere la dichiarazione dell’Assemblea degli ordinari cattolici della Terra Santa
Clicca qui per vedere il video pubblicato sul sito di Yediot Ahronot
Clicca qui per leggere i dati forniti da Arutz Sheva
Clicca qui per leggere l’articolo apparso sul blog +972

Futuro incerto per le famiglie cristiane palestinesi


Sono sempre meno numerose. E molte sognano di emigrare per garantire un futuro migliore ai propri figli. Oggi le famiglie arabo-cristiane dei Territori palestinesi, rappresentate da un piccolo drappello alFamily Day 2012 (Milano, 30 maggio-3 giugno), sono circa 15 mila, per un totale di 50 mila fedeli. Si tratta di famiglie che stanno vivendo, in questi anni, una situazione di crescente difficoltà. «I problemi che devono affrontare pur essendo collegati tra loro, sono di due ordini diversi – racconta Bernard Sabella, professore di sociologia all'Università di Betlemme (nel tondo) e autore di molti saggi sui cristiani arabi -. Da una parte c’è l’occupazione israeliana, le cui conseguenze i palestinesi cristiani condividono con la maggioranza musulmana; dall’altra il numero dei cristiani arabi diminuisce costantemente in termini relativi, e questo mette a rischio la sopravvivenza stessa della loro comunità».
Nella città di Gerusalemme, ad esempio, nel 1988 i cristiani erano 14.400, contro una popolazione di 353.800 ebrei e 125.200 musulmani.
Venti anni dopo, nel 2009, il numero di cristiani è cresciuto di poco (14.500), mentre quello di ebrei (763.500) e musulmani (264.300) è addirittura raddoppiato. «L’occupazione è dura per tutti, cristiani e musulmani, e tutti nei Territori vivono i disagi della crisi economica e della disoccupazione – spiega Sabella -. Ma per la comunità cristiana le conseguenze sono peggiori, poiché la sua consistenza numerica è già limitata in partenza. Oggi, ad esempio, nella città vecchia di Gerusalemme le giovani donne cristiane in età da marito sono 109, mentre i giovani cristiani solo 85, poiché tanti sono emigrati all’estero per studiare o lavorare. Questo significa che molte ragazze cristiane sono destinate a rimanere nubili; e che il numero delle famiglie cristiane è destinato a diminuire».
Un altro problema, poi, è legato al basso tasso di natalità proprio delle famiglie arabe cristiane. «I miei genitori hanno avuto otto figli – racconta Sabella -, io ne ho avuti tre. E i miei due figli sposati ancora non ne hanno. Le famiglie cristiane palestinesi stanno adottando tassi di crescita demografica occidentali; le giovani coppie alimentano aspettative tipiche della classe media europea, come il sogno di una buona istruzione per i figli e di un buon lavoro. Anche per questo il nostro tasso di natalità è diminuito e si attesta intorno all’1,5 o al 2 per cento; pur essendo positiva, si tratta di una percentuale inferiore a quella della più numerosa comunità musulmana. Il problema inoltre è che il tasso di emigrazione della comunità cristiana è dell’1 per cento all’anno».
Morale: la comunità cristiana di Terra Santa non sta crescendo; e in termini relativi sta addirittura precipitando. «In ogni caso uno dei problemi centrali è quello dell’instabilità politica – continua Sabella -: se potessero immaginare una vita normale per i propri figli, molte famiglie cristiane rimarrebbero in Palestina. La situazione è migliore, invece, per i cristiani arabi che vivono in Israele. In una città come Haifa, ad esempio, i cristiani arabi vivono in pace con musulmani ed ebrei ed è possibile progettare il futuro».


Allegati

Afghanistan: armare i droni italiani?


Dopo la polemica sui caccia quella sugli aerei senza pilota. Il Wall Street Journal ha pubblicato la notizia ieri: proprio nel giorno in cui, in Italia, si sono moltiplicati gli appelli per annullare la parata militare del 2 giugno.

Articolo di: Giuliano Battiston - lettera22.it
Foto di newguernica.blogspot.com
       
Il Wall Street Journal ha pubblicato la notizia ieri: proprio nel giorno in cui, in Italia, si sono moltiplicati gli appelli per annullare la parata militare del 2 giugno. Inutile, costosa e soprattutto inappropriata, di fronte alle sofferenze della popolazione colpita dal terremoto in Emilia Romagna. Con i soldi risparmiati annullando la parata - ha scritto Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci! -, si potrebbero soccorrere oltre 5mila sfollati. Sulla richiesta proveniente da un’ampia fetta della società civile italiana, il governo per ora tace. Come fa sulla notizia resa pubblica dal giornale statunitense: “l’amministrazione Obama progetta di armare la flotta italiana di droni Reaper”. Per ora, i droni sono usati per compiti di sorveglianza, ricognizione e raccolta informazioni; se fossero dotati di missili Hellfire e di bombe a guida laser, l’Italia sarebbe il primo paese straniero a far volare droni americani armati di tutto punto. Il primo paese dopo l’Inghilterra: in virtù del ruolo di alleati speciali degli Stati Uniti, già nell’ottobre 2007 gli inglesi hanno cominciato a impiegare droni disarmati in Afghanistan, ottenendo poi che venissero armati alla fine del 2008.

Quanto all’Italia, secondo le notizie raccolte dal Wall Street Journal, l’amministrazione Obama avrebbe inviato già ad aprile al Congresso una nota con i dettagli sulla vendita all’Italia di 6 kit per armare i droni Reaper, “versione più potente”, e dunque potenzialmente più mortale, dei Predator (grazie al Multi-spectral Targeting System MTS-B e al Lynx IIE Synthetic Aperture Radar). Dei 6 droni Reaper, i primi due sarebbero stati impiegati nell’operazione Unified Protector in Libia, mentre gli altri 4 dovrebbe essere operativi alla fine del 2012.
Dal Congresso sarebbe potuta arrivare un parere negativo entro il 27 maggio. Il fatto che ciò non sia avvenuto lascia intendere l’intenzione di accordare un parere positivo all’operazione, forse già questa settimana. Dal punto di vista legale, a questo punto – nota il WSJ – servirebbe, entro 15 giorni, una risoluzione condivisa sia dalla Camera che dal Senato. Un’ipotesi improbabile. Secondo una delle portavoce del Pentagono, il comandante Wendy Snyder, “il trasferimento di strumenti e servizi della difesa americana all’Italia, tra gli altri alleati, le permetterebbe di condividere parte dei costi e di contribuire alle operazioni che proteggono non solo le truppe italiane ma anche quelle degli Stati Uniti e di altri partner della coalizione”. Nessun cenno, ovviamente, alle percentuali che segnalano una preoccupante crescita delle vittime civili negli attacchi “mirati” dal cielo. Servirà un anno – dichiarano gli esperti interpellati dal giornale americano – affinché i sistemi vengano perfezionati e gli italiani addestrati all’uso delle nuove armi. 
Dall’ambasciata italiana a Kabul, nessun commento sulla contraddizione tra i piani di ritiro del soldati e la richiesta di potenziare le linee di fuoco.
A Washington, molti sono entusiasti. Soprattutto quanti lavorano nel settore degli armamenti: secondo le previsioni degli analisti del Teal group, il giro di affari mondiale per i droni Reaper e Predator arriverà fino a 5,8 miliardi di dollari nel 2017, contro i previsti 4,3 del prossimo anno. Non mancano, però, gli scettici: “la tecnologia americana all’avanguardia non dovrebbe essere condivisa, questa è la mia opinione – ha dichiarato la democratica che guida la Commissione Intelligence del Senato, Dianne Feinstein – sono preoccupata della possibile proliferazione di questi sistemi d’armi”. Il WSJ riporta le recenti preoccupazioni dello stesso John Brennan, consigliere antiterrorismo del presidente Obama: “siamo preoccupati che, usando tali tecnologie, vengano stabiliti dei precedenti che potrebbero essere seguiti da altre nazioni, e non tutte le nazioni condividono i nostri interessi o la priorità che accordiamo alla protezione della vita umana, inclusi i civili innocenti”. Dietro le parole di Brennan, la solita schizofrenia: accusare gli altri di ciò che gli Stati Uniti già fanno.

Che i droni portino inevitabilmente con sé anche vittime innocenti lo testimoniano le ultime stragi afghane, così come le voci raccolte nel bel libro curato da Shahzad Bashir e Robert D. Crews, Under the Drones: Modern Lives in the Afghanistan-Pakistan Borderlands (Harvard University Press 2012, 328 pagine). Un volume che racconta le difficoltà di vivere sotto la costante minaccia che qualcuno, dal cielo, possa ucciderti.
Fonte: http://www.lettera22.it

La Terza Intifada alle porte? di Sergio Yahni


AIC - Alternative Information Center
30.05.2012
http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3617-la-terza-intifada-alle-porte

La Terza Intifada alle porte?

di Sergio Yahni
Nell’ultimo fine settimana l’esercito israeliano ha aggredito e attaccato le manifestazioni palestinesi contro il Muro e le colonie. Le autorità di Tel Aviv continuano a confiscare terre e a impedire alla popolazione palestinese di costruire, mentre le colonie si espandono. La Terza Intifada è alle porte? 
                    intifadaterza
Venerdì 25 maggio, decine di residenti del villaggio palestinese di Bil’in e attivisti internazionali hanno subito gli effetti dei gas lacrimogeni lanciati dai soldati israeliani che hanno attaccato la manifestazione settimanale non violenta contro il Muro di Annessione israeliano e le colonie. 

Dopo la preghiera di mezzogiorno del venerdì, i manifestanti hanno marciato cantando slogan contro il Muro e le colonie, dal centro del villaggio verso le terre restituite ai residenti dopo una lunga battaglia legale nelle corti israeliane. I soldati israeliani, dall’altra parte del Muro, hanno lanciato contro i manifestanti gas lacrimogeni, proiettili di gomma, acqua putrida e chimica.  Decine i manifestanti palestinesi e internazionali che sono dovuti ricorrere alle cure mediche. 
Intanto nel villaggio di Al Ma’sara, vicino Betlemme, manifestanti palestinesi, israeliani e internazionali marciavano verso le terre del villaggio confiscate da Israele, cantando slogan contro il Muro, le colonie e l’occupazione. I soldati israeliani hanno lanciato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. 
Sabato, le forze israeliane hanno aggredito la marcia contro il Muro a Beit Ummar, villaggio a Nord di Hebron, hanno picchiato i partecipanti con i calci dei fucili e hanno impedito loro di raggiungere le terre a Sud del villaggio, vicino alla colonia di Karmi Tzur. 
Sempre sabato, un gruppo di coloni ha sparato a Najeh al-Safadi, 22 anni di Orif, villaggio a Sud di Nablus, mentre altri coloni provenienti dall’insediamento di Yitzhat davano fuoco a terre coltivate e distruggevano centinaia di alberi d’ulivo e altre piantagioni. 
Le manifestazioni settimanali contro la confisca di terre e il Muro si svolgono nei villaggi in Area C, sotto il diretto e totale controllo israeliano, o nelle immediate vicinanze. I villaggi di quest’area sono i più vulnerabili alla violenza dell’esercito e dei coloni e le loro terre vengono confiscate sia per la costruzione del Muro che per l’espansione degli insediamenti. 
Secondo Ha’aretz, l’Amministrazione Civile israeliana ha spiccato 13mila avvisi di demolizioni contro palestinesi accusati di aver costruito illegalmente in Area C in Cisgiordania. Il quotidiano aggiunge che le autorità israeliano stanno restringendo ancora di più le possibilità di costruire per i palestinesi residenti nei villaggi e nelle città della Cisgiordania. 
Un rapporto dell’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari), che descrive la situazione in Area C nel 2009, sottolinea come mentre ai palestinesi sono imposte severe restrizioni alla costruzione, l’Amministrazione Civile concede procedure facilitate per la proliferazione delle colonie. Attualmente il governo israeliano è impegnato nel processo di legalizzazione delle colonie costruite su terre private palestinesi e che la Corte Suprema di Giustizia israeliana ha definito illegali. 
Analisti e attivisti politici ritengono che l’attuale escalation di politiche israeliane contro la popolazione palestinese potrebbe condurre allo scoppio della Terza Intifada. Il capo dell’Apparato della Sicurezza dell’Autorità Palestinese, il generale Ziad Hab Al-Rih, ha però ricordato che l’AP ha bisogno “di lavorare duro al fine di sopprimere ogni tentativo di avvio di una sollevazione popolare nei prossimi mesi”. 
Il generale ha inoltre espresso preoccupazione per il deteriorarsi della situazione nella regione e ha detto che, senza progressi nei negoziati di pace, l’AP non sarà in grado di garantire la stabilità nei Territori Occupati. 
Tradotto in italiano da Emma Mancini (Alternative Information Center)

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MARTEDÌ 6 OTTOBRE 2009

Gerusalemme Est: i disordini degli ultimi giorni potrebbero preannunciare una terza Intifada

Nei giorni scorsi sono scoppiati scontri tra manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliane dopo che un gruppo di coloni israeliani estremisti, scortato da soldati israeliani e dalla polizia, aveva cercato di entrare nel recinto della moschea Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam, che si trova nella città vecchia di Gerusalemme.Giovani palestinesi hanno lanciato pietre e sedie contro la polizia israeliana. Gli israeliani hanno risposto con percosse, gas lacrimogeni, e proiettili di gomma. Decine di poliziotti e manifestanti sono rimasti feriti nelle violenze che ne sono seguite.Domenica 27 settembre, Israele ha sigillato la Cisgiordania per lo Yom Kippur, uno dei giorni più sacri per l’ebraismo. Questa festa religiosa spesso coincide con la fine del mese sacro del Ramadan, aumentando le tensioni tra israeliani e palestinesi.Un gruppo religioso estremista di coloni israeliani, i “Fedeli del Monte del Tempio”, celebra lo Yom Kippur ogni anno cercando di entrare nel recinto della moschea di Al-Aqsa, che ritiene sia costruita sui resti del secondo Tempio ebraico, distrutto dai romani nel 70 d.C.L’organizzazione ha ripetutamente dichiarato la propria intenzione di distruggere la moschea di Al-Aqsa e di costruire il Terzo tempio ebraico sui suoi resti.Nel contesto della crescente giudaizzazione di Gerusalemme Est da parte israeliana, nel tentativo di tenere unita la città sotto un controllo israeliano a tempo indeterminato e di usurpare le aspirazioni palestinesi che guardano a Gerusalemme Est come alla capitale di un futuro Stato palestinese, Al-Aqsa è diventata sempre più un punto di attrito.L’emotività musulmana nei confronti di Al-Aqsa, accompagnata da ciò che viene percepito come un attacco scandaloso alla sensibilità islamica, è stata una delle cause che hanno chiamato a raccolta i palestinesi, sia di fede cristiana che musulmana, così come i musulmani di diverse correnti politiche e nazionalità.Il movimento di resistenza libanese Hezbollah ha condannato l’azione israeliana, mentre Hamas ha invitato i palestinesi della Cisgiordania, di Gaza e di Israele, a scendere in piazza dando inizio a una nuova rivolta contro Israele in risposta agli scontri.L’arcivescovo Atallah Hanna, una delle figure cristiane di più alto grado a Gerusalemme, ha dichiarato che le violenze di domenica 27 settembre sono un oscuro presagio riguardo a quelli che ha definito “i piani di Israele per la città”.“Noi, come palestinesi cristiani e abitanti di Gerusalemme, non possiamo restare a guardare con le mani in mano di fronte a quello che è successo. Domenica scorsa si è trattato di Al-Aqsa, domani sarà la volta della Chiesa del Santo Sepolcro”, ha detto Atallah, riferendosi alla chiesa costruita sul luogo in cui si crede che sia stato sepolto Gesù.Saeb Erekat, il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese (AP), ha detto che “l’attacco contro i fedeli e i comuni civili è inaccettabile. Israele deve cessare tutte quelle azioni che servono solo a infiammare la situazione”.Muhammad Dahlan, un altro alto funzionario dell’AP, e presunto istigatore della guerra civile a Gaza tra Hamas e Fatah, ha avvertito che una terza rivolta palestinese potrebbe essere all’orizzonte.Bassam Abu Sharif, un ex consigliere del defunto presidente dell’AP Yasser Arafat, e membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha aggiunto la sua voce al coro di quelli che prefigurano la possibilità di una terza Intifada contro Israele.“I palestinesi si stanno preparando a lanciare un’altra Intifada per l’indipendenza e la libertà in risposta alle violazioni israeliane, ai massacri e alle politiche contro i palestinesi e contro Gerusalemme, alla confisca delle terre, e alla separazione geografica dei territori palestinesi”.Lunedì 28 settembre, le forze di sicurezza israeliane hanno fatto irruzione nelle abitazioni palestinesi in tutta Gerusalemme Est, arrestando più di 60 palestinesi sospettati da Israele di aver preso parte ai disordini.Il martedì successivo abbiamo visitato il luogo degli scontri, e nonostante la calma apparente in superficie, la rabbia e il risentimento sembravano covare sotto la cenere.Gruppi di soldati israeliani pesantemente armati, e unità di polizia motorizzata e a piedi, sono stati dislocati negli angoli strategici della città vecchia e in altre zone di Gerusalemme Est, mentre veniva dichiarato un elevato stato di allerta.Molti palestinesi sembravano troppo spaventati per parlare con noi, mentre la polizia e i soldati israeliani si avvicinavano per controllare da vicino le nostre conversazioni.Un residente di Gerusalemme che ha assistito agli scontri ma ha voluto mantenere l’anonimato, ci ha raccontato: “Ci saranno gravi violenze durante la preghiera del Venerdì, se questi fanatici israeliani tenteranno di nuovo i loro trucchi. Siamo stufi di loro”.Samir Awad dell’Università di Birzeit, a nord di Ramallah, afferma che una grave ondata di violenza è sicuramente in vista.“Ma io non credo che i palestinesi saranno in grado di sostenere un’Intifada a lungo termine. Sono troppo deboli politicamente ed economicamente, oltre ad essere emotivamente esauriti”, ci ha detto Awad.“I palestinesi sono disperati, e non nutrono più alcuna fiducia nell’ormai defunto processo di pace. Hanno perso le loro speranze, ora che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama sembra aver rinnegato la sua promessa sugli insediamenti e il suo impegno ad esercitare pressioni su Israele”.“La possibilità che l’amministrazione americana preveda una contromossa che includa i piani per la creazione di uno Stato palestinese come primo passo, per poi affrontare le questioni degli insediamenti, di Gerusalemme Est e del diritto al ritorno dei profughi, come modo per contrastare l’ostinazione israeliana, sembra troppo ottimistica”, ha aggiunto Awad.Tuttavia, il professor Moshe Maoz dell’Università Ebraica di Gerusalemme, afferma che il governo degli Stati Uniti potrebbe ancora tener fede alle sue promesse.“Gli israeliani talvolta fraintendono la cultura americana che è più sobria e prudente rispetto all’approccio tipico degli israeliani, i quali tendono a essere espliciti e impazienti. Il fatto che Obama non abbia insistito sulla questione degli insediamenti ai recenti colloqui di New York, non significa che abbia rinunciato”, ha detto Maoz.“Tuttavia, un’altra Intifada è del tutto possibile se non vi sarà alcuna svolta. La pazienza palestinese dopo 42 anni di occupazione è ormai in via di esaurimento”.Il dottor Yousef Natsche, direttore delle Antichità e del Turismo presso il Waqf islamico che gestisce la moschea di Al-Aqsa, ha detto di sperare che non vi saranno ulteriori disordini.“Ma le visite provocatorie da parte di estremisti ebrei sono in aumento sia di numero che di frequenza, e sono appoggiate dalle autorità israeliane.“Le violenze di domenica 27 settembre sono un indicatore di ciò che potrebbe accadere in futuro su scala ancora più grande, se gli israeliani continueranno a non ascoltare i nostri avvertimenti”, ci ha detto Natsche.Mel Frykberg è un giornalista australiano; è corrispondente dalla Palestina per l’Inter Press Service



allegati
Video :demolizione delle case in Palestina e a Gerusalemme Est

3   Zvi Bar'el : per la terza intifada esiste la potenzialità, ma manca la scintilla
Sintesi personaleZvi Bar'el / Fuel, but no spark, for third intifada 
Il rapporto pubblicato questa settimana dal direttore del reparto di salute mentale del ministero della Sanità palestinese, il dottor Hazem Ashur, può essere utile ai ricercatori che si interessano degli attacchi suicidi, simbolo della seconda intifada. Secondo la relazione, i i tentativi di suicidio, compresi quelli riusciti, sono 223, di cui 102 hanno avuto luogo nel distretto di Nablus . Le cause sono diverse: dallo stress mentale alla malattia mentale cronica, alle pressioni sociali ed economiche derivanti dalle restrizioni imposte da Israele che rendono impossibile trovare un lavoro, così come il tasso didisoccupazione elevato, l'assedio imposto sul territorio e l'assenza di speranza per una vita migliore. La maggior parte dei tentativi di suicidio, tra l'altro, sono state compiuti da donne e da persone non sposate. Se una nuova Intifada scoppiasse , molti di questi tentativi, probabilmente avrebbero successo e sarebbero classificati come "suicidi per motivi nazionali". Circa 150 attacchi suicidi sono stati perpetrati all'inizio dell'intifada nel settembre 2000, rispetto ai 21 attacchi prima di tale data - nonostante il fatto che anche prima del 2000 i palestinesi avessero motivi sufficienti per rinunciare alla propria vita . Inoltre, la potenzialità di attacchi suicidi non è ancora diminuita, manca è la scintilla per farla esplodere . Le cause della intifada precedente esistono ancora: i negoziati tra Israele ei palestinesi non stanno andando da nessuna parte, l'aspirazione nazionale di uno Stato palestinese indipendente non viene realizzata , sia perché non esiste un partner in Israele, sia perché la leadership palestinese è incapace di prendere decisioni concrete, e la situazione economica,seppure migliorata, è ancora ben lungi dal fornire quel tenore di vita che i palestinesi si aspettano Nonostante la visione esposta dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu, l'economia di impresa non è uno scudo difensivo contro una rivolta nazionale. Per esempio, alla vigilia della seconda intifada, "solo il 21 per cento della popolazione palestinese viveva sotto la soglia di povertà, rispetto al 46 per cento della fine del 2001.,il reddito nazionale lordo era di circa $ 5 miliardi alla fine del 1999, e la disoccupazione si aggirava intorno all'11 per cento. Tuttavia, è scoppiata l'Intifada. Mentre ora, nonostante la situazione cupa e l'assenza di una reale speranza di giorni migliori, una nuova intifada non potrebbe facilmente accadere . Per un momento, un paio di settimane fa, quando il Monte del Tempio è stato "in pericolo" è sembrato che la fenice tornasse , ma in breve tempo è ridiventata cenere.Le condizioni estreme sono evidentemente necessarie per intifada, ma non sufficienti Ne si può contare sulla solidarietà pan-araba:External conditions are apparently necessary for an intifada, but not sufficient. In an article on the Internet site Elaph, the Egyptian thinker Kamal Gabriel explains that at the moment the Palestinians lack both a universally shared ideological authority and a leadership that is convinced of its ability to conduct an intifada. A religious source of authority, he notes, like a battle for the Temple Mount, cannot fire up the Palestinians: The fight for Islam is not about quality of life, national aspirations and the Palestinians' distinctive identity. The second intifada is an example of this: Although it was triggered by fears of a Jewish takeover of the Temple Mount, it quickly became a war for the Palestinian national home. "Gli arabi usano il problema palestinese per evitare di affrontare i propri problemi, afferma Gabrieli.. Il vero problema è l'assenza di una forte e pragmatica autorità disposta a pensare che la vita non è fatta di sogni ad occhi aperti o di vittorie tremende . E in assenza di un' autorità in grado di fornire carburante per l'intifada, il problema palestinese si riduce ai dimensioni non strategiche. Un intifada palestinese non esplode, al fine di placare il mondo arabo. ma per servire lo Stato palestinese e tutta la popolazione palestinese al di sopra di ogni fazione, organizzazione o movimento. La scissione tra Fatah e Hamas, la tensione tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, la distinzione tra chi vuole un accordo di pace e tra chi non lo vuole,, tra ciò che è percepito come un regime religioso nella striscia di Gaza e uno laico,filo-occidentale in Cisgiordania è il migliore deterrente alla terza intifada

4   Aluf BennNetanyahu di fronte a una doppia intifada, da parte dei palestinesi e dei coloni israeliani

GERUSALEMME EST, PIOGGIA DI MILIONI SUI COLONI


Quattro milioni di shekel stanziati dal Comune di Gerusalemme e dal Ministero del Turismo a favore del sito archeologico “Città di David”, gestito dall’associazione di coloni Elad. A scapito della popolazione palestinese del quartiere di Silwan: confische e demolizioni per giudaizzare la Città Santa.

EMMA MANCINI
Gerusalemme, 31 maggio 2012, Nena News – Quattro milioni di shekel (800mila euro) ai coloni di Gerusalemme Est dalle autorità israeliane per completare l’opera di espropriazione delle proprietà palestinesi e quella di giudaizzazione della città santa.
Prosegue a ritmo serrato, annaffiato da una pioggia di denaro, il progetto del sito archeologico “La Città di David”, controverso e criticato per le traballanti basi storiche su cui si fonda, ma soprattutto per il saccheggio che sta compiendo a danno del quartiere palestinese di Silwan, a Gerusalemme Est, proprio sotto la Spianata delle Moschee.
A riportare la nuova tranche di finanziamenti – per la costruzione di un sistema di luci e suoni per l’antica cisterna di Geremia – è il quotidiano israeliano Ha’aretz: due milioni di shekel (400mila euro) dal Comune di Gerusalemme, gli altri due milioni dal Ministero del Turismo. Destinatario: l’associazione di coloni israeliani di Gerusalemme Est, Elad, che gestisce il sito archeologico e ne incassa i consistenti profitti, utilizzati per l’occupazione dei vicini quartieri palestinesi.
Elad è da sempre considerata una delle colonne del progetto sionista a Gerusalemme e gode di finanziamenti molto ingenti per lo più provenienti da ebrei statunitensi e cristiani sionisti (nel 2008, nelle casse di Elad sono entrati ben 9.3 milioni di euro di donazioni). Da anni è responsabile della “Città di David”, dopo la privatizzazione del sito voluta dal Comune di Gerusalemme, e l’ha resa una delle cinque più note attrazioni turistiche di Israele: 350mila visitatori nel 2008, secondo gli ultimi dati resi disponibili dall’associazione di coloni.
Una gestione che ha come principale obiettivo il trasferimento forzato della popolazione palestinese di Silwan: 55mila persone che vivono nella costante minaccia di attacchi notturni da parte dell’esercito israeliano, sfratti e demolizioni delle proprie case. Ad oggi un quarto delle terre appartenenti al quartiere è stato confiscato dalle autorità israeliane a favore dei 500 coloni residenti. Una politica che non intende essere fermata: obiettivo, la trasformazione del 70% di Silwan in parchi, siti archeologici e parcheggi, una mega attrazione turistica che celebri l’antica presenza ebraica nella città santa. Per quanto studi interni alla stessa “Città di David” non abbiano trovato alcuna evidenza storica della presenza ebraica nell’area, tantomeno quella del re David.
“L’idea è quella di costruire una sorta di anello intorno alla Città Vecchia che tagli fuori i quartieri palestinesi – spiega a Nena News Dawd, membro dell’Health Work Committee e attivista a Silwan – e portano avanti il progetto in diversi modi: demolizioni di case, trasferimenti forzati, ritiro dei diritti di residenza a Gerusalemme. E anche indirettamente, spogliando la vita sociale ed economica del quartiere: mancano scuole, servizi pubblici, posti di lavoro”.
Molti palestinesi che si erano trasferiti nel cuore di Silwan quando è iniziata la costruzione del Muro, ora tendono a tornare in Cisgiordania: “Chi si era trasferito al di qua del Muro per continuare a godere dei diritti di residenza a Gerusalemme – prosegue Dawd – ora, per mancanza di lavoro o perché sfrattato dalle proprie case, si sta spostando di nuovo verso Qalandyia e Al Ram, al di là della barriera ma ufficialmente sotto la municipalità di Gerusalemme”.
Un trasferimento silenzioso dovuto alle politiche israeliane di giudaizzazione di Gerusalemme, che a Silwan si traducono nell’impossibilità di costruire nuove abitazioni per la popolazione in continua crescita. La legge sulla proprietà degli assenti del 1950, infatti, dichiara statali le terre e gli edifici dei palestinesi che non abbiano presentato domanda di legalizzazione al catasto. Permessi impossibili da ottenere: la conseguenza, la demolizione costante di case palestinesi a Gerusalemme Est. Secondo i dati forniti dal Centro Al Maqdese, dal 2001 ad oggi sono state un centinaio le abitazioni distrutte, 3.700 quelle su cui pende un ordine di demolizione, 245 le persone lasciate senza un tetto sulla testa.

A ciò si aggiungono i lavori in corso nel sito archeologico: le autorità stanno costruendo tunnel sotterranei che hanno provocato il collasso di strade e abitazioni. Lo scivolamento del terreno è visibile soprattutto nell’area immediatamente vicina alla “Città di David”. Infine, le violenze di coloni e polizia israeliana: per “proteggere” i 500 coloni presenti a Silwan il Comune di Gerusalemme spende ogni anno decine di milioni di shekel per la sicurezza privata, la cui azione si traduce spesso in aggressioni contro la popolazione palestinese. Un esempio: nel settembre 2010 una guardia privata ha sparato e ucciso Samer Sarhan, residente a Bustan, nel quartiere di Silwan. Nena News
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