sabato 31 marzo 2012

Dominique Vidal :NUOVO ANTISEMITISMO IN EUROPA?

NON CI SONO NOMI ARABIL’antisemitismo, comparso dapprima come odio religioso, nella forma dell’antigiudaismo cristiano, nel XIX secolo diventa odio razziale; la specificità, ma non l’unicità, della Shoah e il problema della “concorrenza tra memorie”; l’antislamismo, oggi più diffuso dell’antisemitismo. Intervista a Dominique Vidal.Dominique Vidal, storico e giornalista di "Le Monde diplomatique”, è autore di diversi libri, tra cui, con Karim Bourtel, Le mal-être arabe. Enfants de la colonisation e Le mal-être Juif.

Vorremmo tornare a parlare con te dell’antisemitismo oggi.
Io faccio una cinquantina di conferenze e dibattiti ogni anno e c’è sempre qualcuno in sala che dice: "Antisemitismo viene da semita, per cui riguarda sia arabi che ebrei”. E ogni volta rispondo che a livello linguistico è vero, ma che tuttavia tra la Francia e gli ebrei c’è un rapporto particolare perché, da una parte, c’è una storia di persecuzione, di sofferenza e di genocidio; dall’altra la Francia è stato il primo paese al mondo che ha accordato il diritto di cittadinanza agli ebrei, a partire dalla Rivoluzione francese, e poi con le disposizioni varate da Napoleone I. La Francia ha poi visto riemergere l’antisemitismo con l’affaire Dreyfus. Certo, Dreyfus ha vinto, ma poi c’è stato Vichy: un regime che è stato l’organizzatore del genocidio degli ebrei francesi. Va detto, infatti, che nessun ebreo francese è stato arrestato da poliziotti tedeschi (Gestapo o esercito): la grande maggioranza è stata catturata dall’esercito francese, dalla milizia o dalla polizia. Da francesi, insomma.
Quando, nel 2005, ho fatto il tour delle banlieue francesi con Leyla Shahid (che è stata delegata dell’autorità palestinese in Francia) e con Michel Warschawski, concludevo gli incontri dicendo che in Francia si può parlare di vari tipi di razzismo (anti-arabo, anti-nero, anti-cinese, anti-ebraico, ecc.) e tuttavia, per quanto riguarda la storia tra Francia e ebrei, c’è bisogno di una parola specifica. Nessun altro gruppo di cittadini francesi è stato infatti vittima di persecuzioni e genocidio. In Francia, nel 1939, vivevano circa 330.000 ebrei. Di questi 76.000 sono stati deportati. Ne sono tornati 2-3000. E questo è un genocidio che non ha paragoni nella storia di Francia.
L’odio verso gli ebrei, poi, ha assunto forme diverse nella storia: c’è stato prima di tutto un odio di tipo religioso. Per me l’anti-giudaismo cristiano si spiega, prima di tutto, attraverso un complesso molto profondo che hanno i cattolici, soprattutto i più coscienti, di essere degli ebrei "traditori”, che si sono convertiti a una religione rimasta per molto tempo una setta ebraica (Gesù era un ebreo, San Paolo era un ebreo... ). C’è, insomma, una specie di legame congenito tra giudaismo e cattolicesimo che spiega la forza del sentimento anti-ebraico e che ha a che fare con la pulsione, presente in tutti i gruppi umani, a odiare quello che più ci assomiglia.
Nei secoli questo è evoluto, soprattutto nel Diciannovesimo secolo, con l’invenzione di quello che si chiama "antisemitismo”, che è una teoria razziale. Voglio dire che è molto diverso da quello che avvenne quando, ad esempio, la regina Isabella, la Cattolica, cacciò gli ebrei dalla Spagna nel Quindicesimo secolo. All’epoca, infatti, gli ebrei che decisero di convertirsi non ebbero problemi: diventarono degli spagnoli come gli altri. Si tratta dei "marrani” (un termine che non arriva, come spesso si crede, da "maiali”, ma da "haram”, che significa "vietato”). Insomma, voglio dire che allora bastava convertirsi per non essere più vittima dell’anti-giudaismo religioso di stato.
Cosa cambia nel Diciannovesimo secolo?
Nel Diciannovesimo secolo nasce un antisemitismo di tipo scientifico, tipico del periodo: non c’era infatti solo l’antisemitismo, ma una vera teorizzazione delle diverse razze inferiori. Nasce l’odio razziale, dal quale non c’è scampo: le leggi di Norimberga, così come sono state votate dai nazisti, fanno sì che se si è ebrei lo si resta: non si può fare nulla, né convertirsi, né pregare, né diventare monaci. Si tratta di una differenza radicale che spiega l’estrema violenza della soluzione genocidaria in rapporto ad altri periodi di persecuzione, che pure fecero molti morti.
C’è un libro fondamentale di Enzo Traverso sulla modernità e il carattere occidentale del genocidio nazista, La violenza nazista. Una genealogia, in cui viene messo in luce il legame tra la ghigliottina, usata durante la Rivoluzione francese per decapitare i re e i nobili, il sistema fordista dei mattatoi moderni e la caccia agli handicappati.
Da questo punto di vista va anche ricordato che nella storia del genocidio nazista propriamente detto, le prime vittime in ordine temporale sono i malati mentali. Su 300.000 malati mentali internati negli ospedali psichiatrici, 100.000 vengono uccisi dai nazisti tra il primo settembre 1939 e il mese di agosto 1941, anno in cui teoricamente si ferma (dopo le proteste delle chiese riformate). La maggior parte di queste persone sono state uccise col gas. L’invenzione del gas come mezzo di sterminio da parte dei nazisti è stato realizzato per i malati mentali. All’inizio era un sistema molto rudimentale: si mettevano le persone negli autobus, le si isolava e poi le si gasava, con un procedimento che poteva durare diverse ore. Con l’arrivo della guerra il sistema venne perfezionato, prima con autobus "mobili” e infine con le camere a gas. Enzo Traverso e molti altri specialisti mostrano che il genocidio nazista mirava a eliminare diverse categorie di "sotto-uomini”, considerati come non-ariani, tra cui gli "zingari” (non i Rom o i Sinti). Himmler era un uomo che aveva una concezione dell’etnologia molto particolare. Durante tutto il periodo della guerra ci fu una discussione teorica su quali gruppi andassero uccisi. Una parte degli "zingari” venne uccisa con il gas ad Auschwitz, quando arrivarono gli ebrei ungheresi (luglio-agosto 1944). Complessivamente si stima siano morti tra i 170.000 e i 500.000 individui: il numero esatto non si conosce.
Oltre allo sterminio degli zingari, c’è stato uno sterminio massiccio dell’intellighenzia polacca (preti, professori, maestri, ecc.) e, verso la fine della guerra, della popolazione sovietica (non solo dei quadri comunisti). A questo proposito, pare che Göring, alla fine del 1941, abbia ricevuto il conte Ciano, il ministro degli Esteri di Mussolini, e gli abbia comunicato: "L’anno prossimo trenta milioni di sovietici moriranno di fame”. Un progetto organizzato, non una constatazione. Parliamo quindi del genocidio di tutta una serie di categorie, e in maniera particolare degli ebrei. L’anti-giudaismo religioso si è dunque trasformato in una forma di razzismo eliminazionista e sterminazionista che non si è limitato a prendere gli ebrei come vittime, anche se quest’ultimo era l’unico gruppo che andava eliminato totalmente. Cioè non tutti gli zingari dovevano essere uccisi, non tutti i preti polacchi dovevano essere uccisi... ma tutti gli ebrei sì. A questo proposito ci sono storie incredibili. In Grecia, mentre il Terzo Reich stava crollando, con il fronte americano e sovietico in arrivo, pare ci siano state delle SS mandate in un’isola sperduta a cercare tre ebrei, oppure a Venezia a negoziare con le autorità del ghetto per recuperare qualche malato mentale ebreo. Soldati che -in piena catastrofe- passano giorni e settimane a cercare questa gente. Per cui non si può negare la specificità, anche ideologica, dell’antisemitismo.
Tu sottolinei il carattere occidentale di questo genocidio.
Sì, è una cosa di cui discutevamo spesso con Leyla Shahid. Nel mondo arabo-musulmano gli ebrei, così come i cristiani, non erano cittadini come gli altri. Erano dei "dhimmi”, che significa "protezione”. Essendo l’Islam la religione dominante, c’erano delle regole da seguire: un ebreo non poteva costruire la torre di una sinagoga più alta di una moschea, bisognava essere a piedi se il capo musulmano era a cavallo... cose di questo tipo. Ma nei secoli di coesistenza giudeo-musulmana nel mondo arabo e musulmano ci sono pochi casi di massacri e persecuzioni. E nessun genocidio. Come ricordo sempre: Auschwitz è un nome polacco, Ravensbruck è un nome tedesco... Se prendiamo la lista dei campi di concentramento e di sterminio non ci sono nomi arabi.
È proprio questo a rendere quello che è successo dopo il 1947-’48 in qualche modo una formidabile ingiustizia: coloro che non avevano nulla a che fare con quella vicenda (a parte il gran Mufti di Gerusalemme), cioè arabi e palestinesi, hanno pagato le conseguenze di un orrore di cui erano invece complici e colpevoli dei popoli d’Europa.
Nel razzismo c’è sempre anche un aspetto profondo, irrazionale...
Sì, spesso non si considera che il razzismo rimanda a qualcosa di ben radicato nelle zone più cattive e "sporche” dell’animo umano. Nella storia dei genocidi e dei massacri c’è sempre qualcosa che va al di là della politica, dell’economia, del sociale e dell’ideologia. Qualcosa che ha a che fare con l’animo umano. Consiglio, a questo proposito, un libro assolutamente fenomenale di Jacques Sémelin, Purifier et Détruire, uno studio dei massacri e dei genocidi che mette in evidenza, appunto, questo "qualcosa” di profondo. Sémelin sostiene che i massacri, i genocidi, per quanto specifici, si iscrivono tutti in una lunga storia di massacri umani di cui bisogna capire l’origine e il funzionamento. Come può uno dei popoli più colti e civili del mondo fare una cosa del genere?
Io sono stato a lungo in Germania, anche su esplicita volontà di mio padre, che mi ha sempre detto che Auschwitz non è un affare tra ebrei e tedeschi, ma dell’umanità. Per cui mi ha insegnato, fin da subito, a parlare con i tedeschi, cosa che ho fatto per tutta la vita.
Ecco, Sémelin, una persona che ammiro molto, intanto spiega che chi dice che la Shoah non è comparabile, in realtà, proprio perché lo sostiene, la sta comparando. A questo aggiunge che non si può avere una spiegazione mono-causale per il genocidio. Bisogna indagare i tanti e diversi fattori che portano, in un momento preciso, a un massacro, favorendolo e alimentandolo. Il suo libro è un vero viaggio all’inferno, sul modello dantesco. E alla fine si arriva a un capitolo, assolutamente terrificante, sull’animo umano e sul fatto che non si possono capire massacri e genocidi se non si considera che esiste, nell’uomo, una sorta di "piacere” e di "godimento” della morte, della tortura...
A questo proposito è illuminante "Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini, che personalmente ho detestato, ma che diceva una cosa molto profonda, cioè che il nazismo o il fascismo siamo noi. In fondo, è la stessa cosa che sostiene Hannah Arendt ne La banalità del male: i criminali nazisti non sono mostri, ma uomini come gli altri che a un certo punto, per ragioni precise, hanno avuto l’occasione di esercitare le loro pulsioni grazie a regimi e ideologie che glielo hanno permesso.
Ovviamente in tutto questo conta anche la personalità di Hitler, che ha giocato un ruolo. Ma non si può capire il genocidio nazista se non comprendendo a fondo la crisi e la miseria dei tedeschi, della classe media tedesca (la classe operaia era abituata alla miseria), la gelosia terribile di questa classe verso la borghesia ebraica emancipata, educata, più tesa verso la cultura di quanto non fosse quella tedesca...
Un altro riferimento per capire questo sentimento è "Shoah” di Claude Lanzmann. Si tratta di un film straordinario, ancora di più per i dettagli. A un certo punto Lanzmann intervista delle donne in un villaggio polacco che ammettono: "Siamo molto contente che le ebree non siano più qui: erano molto  belle e i nostri mariti le guardavano e ci tradivano con loro”. E lo dicono negli anni Ottanta (il film è del 1985), non negli anni Quaranta. Si tratta di brave mamme, lavoratrici, che a un certo punto vengono animate da una gelosia feroce che le porta ad essere contente dello sterminio delle ebree.
Sempre a questo proposito c’è un libro di un autore tedesco, Frank Bajohr, intitolato Aryanisation in Hamburg. Qui l’autore racconta che ogni volta che ad Amburgo arrivava un treno dalla Francia con i prodotti rubati agli ebrei francesi deportati, la gente si radunava per portarseli a casa. Si trattava di tutto quello che era "sfuggito” ai gerarchi nazisti: cappotti, camicie, libri...
Quindi abbiamo l’antisemitismo malato di Hitler, la donna polacca gelosa delle ebree e la tedesca che va a cercare il cappotto di visone senza chiedersi del destino di "Madame Rosemblum” che viveva in rue de Rosiers a Parigi e che nel frattempo è stata gasata ad Auschwitz.
Voglio dire che l’antisemitismo malato di Hitler ha contato, ma fino a un certo punto. E infatti, il Partito nazionalsocialista nelle elezioni tedesche, dal 1925 fino al 1933, gioca l’antisemitismo in maniera molto lieve, perché sa che la società tedesca non è profondamente antisemita.
Tu sostieni che, nonostante le singole specificità, non ci sono razzismi di serie A e razzismi di serie B, per così dire.
Non bisogna mai accettare di separare un razzismo da un altro, perché se si guarda al razzismo anti-arabo o all’islamofobia oggi in Francia, o all’odio antireligioso in India, ritroveremo gli stessi fenomeni nella loro diversità. Certo, qualcuno è nero, qualcuno è giallo, qualcuno è rosso, ma nella storia dell’umanità c’è un solo fenomeno, che è il razzismo, che è cosa diversa dalla xenofobia. Questo razzismo ha avuto delle forme diverse, a seconda delle diverse popolazioni presso le quali si è sviluppato.
Non si può quindi dividere il razzismo in categorie né, tantomeno, farne una gerarchia. Tutti i razzismi sono pericolosi, in periodi diversi. Se li si isola, non li si combatte. Nel 2006 Hilan Halimi, un giovane di origine ebraica, venne massacrato: fino ad oggi ancora non si conosce tutta la verità. Il gruppo di Youssouf Fofana (il suo aguzzino) se la prese con lui perché era ebreo o perché ricco? Mai, fino all’interrogatorio, Fofana ha proferito una parola anti-ebraica. Secondo l’avvocato di Halimi, Fofana ha invece giustificato la sua barbarie con l’antisemitismo. Con questo io non voglio dire nulla se non che ci vuole sempre grande prudenza nell’interpretazione di questi fatti. Dopo la morte di Halimi ci sono state grandi manifestazioni, le Chiese hanno espresso solidarietà, così le massime cariche dello Stato, il Presidente della Repubblica, il Primo ministro... Non ci sono state però manifestazioni unitarie perché il Crif (Conseil Représentatif des Institutions juives de France) non ha voluto. E però durante la manifestazione c’erano moltissime bandiere israeliane. Che messaggio è arrivato ai giovani delle banlieue?
Non solo, la sera della manifestazione, la Lega di Difesa Ebraica, con una decina di persone ha organizzato una "ratonnade”. Questa parola non è traducibile: durante la Guerra d’Algeria gli arabi venivano chiamati "rat”, "topi”. Per cui quando si fanno azioni di rappresaglia contro gli arabi si parla di "ratonnade”.
Tre settimane dopo un giovane di origini arabe è stato ucciso vicino a Lione. Nessuna dichiarazione di Chirac, nessuna dichiarazione del Primo ministro, nessuna dichiarazione delle Chiese. Questo è un esempio su tanti. Se una sinagoga viene attaccata, la notizia è ripresa ovunque nella stampa, se capita con una moschea, forse viene il sindaco, ma finisce lì. Non c’è miglior modo di alimentare il razzismo: le vittime del razzismo sentono che non sono trattate allo stesso modo.
Tu sostieni che la "concorrenza tra le memorie” è una delle cause dell’antisemitismo.
Delle 50 conferenze che faccio ogni anno, circa 15 sono sulla Shoah. Per scelta. Non parlo mai di "dovere di memoria” ma di "lavoro di memoria”. Non c’è dovere di memoria: la memoria è qualcosa su cui bisogna lavorare. Come? Con delle cerimonie, delle targhe, con incontri e lezioni nelle scuole. Se, per ipotesi, un professore oggi non parlasse nelle scuole francesi di Shoah, per un giovane ebreo francese sarebbe un dolore. Però non si parla delle violenze della polizia francese durante la Guerra d’Algeria, della schiavitù... Alla tv si trova sempre qualcosa sulla Shoah. Va benissimo, ma perché non si fa altrettanto per altre memorie, come quella della schiavitù, per esempio? Questa sproporzione è una delle cause maggiori dell’antisemitismo. Ed è tanto più grave perché di fatto è la Repubblica stessa a sancire la superiorità di una memoria rispetto ad altre.
Mio padre, Haïm Vidal Sephiha, che è sionista, e che è spaventato dagli episodi di antisemitismo, quando va nelle scuole o nelle università dice la parola "ebreo” una sola volta, quando mostra la sua carta d’identità dell’epoca. La sua lezione è universale: genocidio e massacro non sono una affare tra tedeschi e francesi, ma un problema per l’umanità che ha toccato gli ebrei, gli indiani d’America, il Ruanda, ecc... E non è che non pensi che la Shoah non abbia una sua specificità, ma ha capito che deve fare un discorso che tutti possano capire. Se parla di "unicità ebraica” è finita. Il fatto è che alcuni sono andati talmente lontano in questa sorta di "religione della Shoah” che la reazione di molti è stata: "Adesso basta”. Io ne ho parlato con mio padre: "Se si continua così tra venti o trent’anni ci saranno quindici vecchi ebrei davanti al muro del pianto e il resto del mondo smetterà di interessarsene”.
A un certo punto, nel 2008, in Francia è stato  proposto di far "custodire” la memoria degli 11.000 bambini ebrei francesi deportati durante la guerra assegnandone uno a ciascuno dei ragazzini delle Medie. Simone Weil, la politica francese deportata insieme alla famiglia nel campo di concentramento di Auschwitz, durante una cena del Crif, disse che si trattava di un’iniziativa assurda. I bambini di 10-11 anni non devono portare il peso della morte di un bambino della loro età di cui peraltro non hanno alcuna responsabilità. Non si tratta nemmeno di responsabilità collettiva, ma di una responsabilità dello Stato francese. Potete immaginare? Un bambino di 11 anni che deve portare la storia, che ne so, di David, di 10 anni... e poi perché allora non di un algerino ucciso dall’esercito francese?
Negli ultimi anni in Francia, a fronte di una regressione dell’antisemitismo, è invece in corso un aumento dell’islamofobia.
Con la caduta del Muro, il Comunismo ha smesso di essere il nemico dell’Occidente lasciando il posto all’Islam. Questo è evidente nei discorsi di persone come Geert Wilders, il politico olandese di estrema destra apertamente antislamista che ha cercato di bandire il Corano dai Paesi Bassi. C’è un’islamofobizzazione dell’estrema destra, il cui nemico principale non sono solo gli stranieri o gli immigrati, ma l’invasione musulmana, che starebbe islamizzando l’Occidente. Ora, in Europa solo il 5% della popolazione è musulmana. Voglio dire, per quanto si riproducano velocemente, francamente che questa assoluta minoranza possa islamizzare il 95% dei non musulmani... Eppure in molti ci credono. L’islamofobia, poi, mette assieme la destra più radicale (quella che, dopo il 1967, è diventata filosionista, per vendicare l’onore perduto dall’armata francese in Algeria) e una parte della sinistra che, sotto la bandiera della laicità... In un gruppo come "Riposte laïque”, non a caso si trova gente di estrema destra -quella che ha inventato la zuppa popolare al maiale- con persone della sinistra laica.
Purtroppo, specie in tempi di crisi, le persone tendono a chiudersi nell’identità primaria, che è spesso religiosa, oppure vengono sedotti da ideologie che semplificano i problemi.
In questi contesti il razzismo trova il suo posto naturale. Ma è un "razzismo di crisi”, quindi di concorrenza verso gli stranieri "che ci rubano il posto di lavoro”, è un razzismo che nasce dall’assenza di alternative. Le Pen, Bossi o Wilders sono popolari perché propongono una soluzione semplice che consiste nell’addossare tutte le colpe agli stranieri.
Per venire alla domanda, in Francia in effetti in questi anni abbiamo assistito a un aumento delle violenze anti-arabe o islamofobe e una stabilizzazione del razzismo anti-ebraico. Io sono di origine ebraica e mi è successo due volte nella mia vita di trovarmi di fronte a un atto antisemita. Gli ultimi attacchi di cui sono stato oggetto sono venuti, paradossalmente, da circoli ebraici ultra-sionisti: sono stato attaccato come "animatore ebraico del complotto anti-ebraico”.
L’antisemitismo, come ideologia o corrente politica, è un fenomeno in costante regressione a partire dal 1945. Nessun ricercatore può dire che l’antisemitismo sia in aumento in Francia. Gli allarmismi di gente come Bernard Henry Levy o Alain Finkielkraut per me sono paranoici e discutibili, perché questa gente considera antisemita qualsiasi critica al governo Netanyahu. Francamente, se è questa la definizione di antisemitismo, beh, sono in molti che ricadrebbero in questa categoria. I dati invece ci dicono che il razzismo anti-arabo e anti-musulmano è assolutamente maggioritario rispetto a quello anti-ebraico. E quello che si chiede nei sondaggi non è certo: "Lei si sente antisemita?”, quanto piuttosto cose come "Accetterebbe che suo figlio sposasse un ebreo?”. In Francia, secondo alcuni sondaggi, quasi il 90% dei cittadini dice di essere pronto a votare per un Presidente della Repubblica ebreo. Per un musulmano la media si ferma al 35-36%.
Quanto conta la situazione internazionale, in particolare quella mediorientale, in queste dinamiche?
A partire dal 2000, con lo scoppio della seconda Intifada e la repressione israeliana, c’è stato un aumento degli episodi di violenza anti-ebraica.
Io prendo come riferimento le statistiche annuali della Commissione Nazionale Consultiva dei diritti umani, una fonte riconosciuta che aggrega dati di fonti diverse. La sola variabile che non considera è la paura della gente di andare a dichiarare una violenza. Un "piccolo borghese” ebreo è più facilitato, economicamente e socialmente, ad andare in un commissariato a fare una denuncia, piuttosto che un giovane di origini immigrate.
Quando si parla di minacce o di atti razzisti, tra l’altro, si mettono insieme una scritta su un muro, una lettera anonima, o una bomba contro una sinagoga. Io ho preso in considerazione solo gli atti di violenza. Ebbene, nel 2001-2002 c’è stato un aumento di atti di violenza anti-ebraica. Ma a partire dal 2003 aumentano, invece, gli atti di violenza anti-arabi e islamofobi.
È chiaro che l’esplosione di violenza anti-ebraica dell’inizio degli anni Duemila è alimentata dalle immagini della televisione. Non è solo solidarietà etnica o religiosa, ma solidarietà tra discriminati. Questi giovani vedono per mesi l’esercito israeliano usare violenza contro i palestinesi; al contempo in Francia sono sottoposti a continui soprusi. Io stesso ho assistito al controllo d’identità di un giovane delle banlieue, con il poliziotto che approcciava il giovane dicendo: "Mohammed, i documenti”. E il ragazzo si chiama veramente Mohammed. Lo aveva già controllato più volte quello stesso giorno. Questi ragazzi casomai non sanno nulla della storia, ma, da una parte, vedono gli israeliani che maltrattano i palestinesi e, dall’altra, loro stessi si sentono maltrattati dalla polizia.
Le cifre mostrano che dopo l’operazione Piombo fuso a Gaza, nel 2008-2009, c’è stato un altro aumento di violenze anti-ebraiche.
Ma la situazione internazionale conta fino a un certo punto. Nel 2005, come ricorderete, c’è stata una grande rivolta nelle grandi banlieue parigine. È stato un evento molto violento, ed è un miracolo che non ci fossero armi. Gli islamisti non hanno giocato nessun ruolo. Anche la polizia ha riconosciuto che si trattava di "una rivolta sociale e di discriminazione”. Non a caso le rivolte erano concentrate nei quartieri popolari, abitati prevalentemente da immigrati e seconde generazioni. Parliamo di circa ottocento quartieri che in Francia si chiamano Zup (Zone urbaine prioritaries) e di sei milioni di persone, cioè un francese su dieci, dove il tasso di disoccupazione è del 20%, mentre la media francese è del 10%. Ecco, lì non c’entrava né Israele, né la Palestina, né tanto meno Bin Laden. 

Michel Wieviorka e Georges Bensoussan. : NUOVO ANTISEMITISMO IN EUROPA?


Intervista a Michel Wieviorkarealizzata da Francesca Barca

MEMORIA E IDENTITA’
Un nuovo antisemitismo che, pur avendo perso i connotati razzistici tradizionali, si definisce sempre per l’odio verso un particolare gruppo umano. L’identificazione degli ebrei con Israele e degli arabi e musulmani immigrati con la causa palestinese. Il rinnovamento del modello di cittadinanza repubblicano indotto dalla riscoperta dell’identità, e della memoria, da parte di minoranze. Intervista a Michel Wieviorka.

Michel Wieviorka, sociologo, è direttore del Centro di Analisi e d’Intervento Sociologico (Cadis) dell’Ehess di Parigi. E’ fondatore e direttore della rivista Le Monde des Débats. 

Esiste l’antisemitismo oggi?
Sulla questione dell’antisemitismo è utile intanto distinguere tra la dimensione Stato nazione e quella invece planetaria. Io penso che il fenomeno sia presente ad entrambi i livelli e che però sia evoluto assumendo caratteristiche diverse. E’ evoluto nei suoi contenuti, ma anche dal punto di vista degli attori; non solo: è diventato appunto un fenomeno globale. Questo significa che l’antisemitismo in Francia ha a che fare con le trasformazioni interne della società, ma allo stesso tempo è la proiezione sul suolo francese di logiche che vengono dall’esterno.
Allora, la prima novità è che l’antisemitismo ha smesso di essere razziale in senso biologico. Non si sente più parlare di sangue, di razza ebraica, di tratti fisici propri agli ebrei. La “biologizzazione” dell’antisemitismo si è indebolita man mano che il fenomeno veniva portato avanti da attori a loro volta vittime del razzismo, più o meno a sfondo biologico. In Francia, per dire, gruppi di origini algerine o marocchine, fanno resistenza a caratterizzare fisicamente gli ebrei perché sanno che il medesimo meccanismo potrebbe avere un effetto boomerang nei loro confronti.
Una seconda caratteristica importante concerne i suoi contenuti: oggi l’antisemitismo dice quasi il contrario di quello che diceva il vecchio antisemitismo. Fino a cento anni fa l’antisemitismo consisteva nel ritenere gli ebrei un pericolo, una minaccia per l’identità nazionale, per l’integrazione, per il corpo sociale, per l’omogeneità del paese... Insomma, gli ebrei incarnavano logiche che minavano il gruppo dominante e quindi l’immagine della propria società, della propria nazione, della Repubblica...
Oggi accade quasi il contrario. Gli ebrei non rappresentano più una minaccia di quel tipo, ma al contrario l’occupazione del centro della nazione, della società, della repubblica. Non si dice più: “Gli ebrei sono un pericolo per la nazione, per la repubblica, per lo Stato, per la società” bensì: “gli ebrei si sono integrati”...
Troppo?
Appunto, sono troppo al cuore della nazione, della società. Insomma quello che viene loro rimproverato non è la minaccia che costituirebbero, ma il fatto che sono “entrati” e che occupano posti di potere. E’ un cambiamento considerevole. Del resto è vero che gli ebrei oggi in Francia non sono vittime né di segregazione né di discriminazione, in alcun modo, mentre fino a un secolo fa lo erano ancora.
L’altro cambiamento, come dicevo, riguarda i nuovi “attori”, coloro che portano avanti i contenuti antisemiti. Beninteso, il vecchio antisemitismo nazionalista, razzista, xenofobo non è sparito, come pure quello cristiano che ritiene appunto che gli ebrei abbiano ucciso Gesù: esiste ancora e lo si incontra oggi nelle aree di destra “dura”, di estrema destra.
Da questo punto di vista il vero spartiacque è dato dal fatto che dopo la seconda guerra mondiale l’antisemitismo è diventato “criminale”, quindi non può più avere un’espressione esplicita, e tuttavia continua ad apparire, casomai in forma velata. In Francia in particolare è stato risvegliato dall’estrema destra, nella persona di Jean-Marie Le Pen, che ha avuto spesso uscite molto infelici, come nel 1998 all’università estiva del partito, in cui se ne uscì con il gioco di parole “Durafour crématoire”, a proposito del ministro ebreo Michel Durafour, o ancora con affermazioni come “la Shoah è un dettaglio della seconda guerra mondiale”, per non parlare dell’interesse che ha sempre manifestato il Fronte Nazionale verso i cosiddetti testi “negazionisti”.
Quindi il vecchio antisemitismo non solo continua ad esistere, ma negli anni ’80 è stato rilanciato.
Un altro elemento, neanche questo nuovo, è la presenza di un certo antisemitismo nell’estrema sinistra, anch’esso erede di una vecchia tradizione, sia marxista che anarchica; sia in Karl Marx che in Proudhon se ne trovano tracce. Il partito comunista è stato anch’esso talvolta antisemita o ha comunque manipolato l’antisemitismo.
Ecco, tutta questa tradizione ha trovato una nuova edizione nell’identificazione politica alla causa palestinese. Il ragionamento è abbastanza semplice: “Israele è il sionismo, un progetto inaccettabile, la dominazione e la distruzione dei palestinesi, la colonizzazione”, cose peraltro, a mio avviso, in parte condivisibili, ma da qui si fa un passaggio ulteriore per cui lo Stato di Israele e le sue politiche vengono a coincidere tout court con gli ebrei, e di conseguenza tutto quello che tocca ai palestinesi rimanda al male assoluto incarnato dagli ebrei.
In sostanza, per alcuni il punto di partenza è l’antisemitismo, per altri l’antisemitismo è piuttosto un punto di arrivo.
Ha parlato dell’estrema destra, e di una certa sinistra terzomondista. Che ruolo rivestono invece le popolazioni immigrate di origine arabo-musulmana in questo fenomeno?
Allora, premesso che si può essere arabi e non musulmani, come si può essere musulmani senza essere arabi, qui direi che di nuovo l’antisemitismo nasce da un’identificazione alla causa palestinese. Molti di questi giovani immigrati vivono nei quartieri popolari, dove alcuni discorsi trovano terreno fertile: “io immigrato in Francia mi sento trattato come i palestinesi in Medio Oriente”, “io sono vittima del razzismo della polizia come loro dell’esercito israeliano”, “io sono escluso socialmente e vivo in condizioni molto dure, come i palestinesi”. E’ un po’ lo stesso meccanismo: chi domina, sfrutta, disprezza, terrorizza i palestinesi sono gli israeliani, gli israeliani sono gli ebrei...
In Francia, l’aspetto interessante è che, a rigore, questo discorso si sviluppa senza alcun riferimento a degli ebrei reali. E tuttavia non si può negare che il discorso comunitario ebraico oggi pone effettivamente un problema. Il Crif (Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche Francesi), attraverso il suo presidente, ha spesso dato l’immagine di una diaspora francese solidale con il governo israeliano, qualunque cosa esso faccia. Da questo punto di vista, almeno nel caso francese, non è così bizzarro equiparare la critica al governo israeliano a quella agli ebrei nel loro insieme.
Una seconda logica, che è molto diversa, è quella alla Samuel Huntington, ovvero lo scontro tra civiltà, o meglio tra religioni: l’Islam e l’Occidente sono in guerra, io sono musulmano quindi sono in guerra contro l’Occidente. L’Occidente sono gli Stati Uniti, gli Stati Uniti sono governati da degli ebrei, o comunque sono a favore di Israele, di qui l’equazione Israele uguale Stati Uniti. Ecco come viene fuori il discorso antisemita. In questo caso non si tratta di identificazione alla causa palestinese.
Va anche detto che a volte abbiamo una logica senza l’altra, a volte le abbiamo entrambe contemporaneamente. Direi che è questo il nuovo paesaggio.
Dati i cambiamenti delineati, ha ancora senso parlare di antisemitismo o sarebbe più opportuno utilizzare un’altra espressione, come quella di “giudeofobia” coniata da Taguieff? 
A me pare che le altre espressioni non siano molto felici. Si è tentato di chiamare questa nuova evoluzione con l’antico termine “antigiudaismo” o appunto “giudeofobia”. Antigiudaismo tuttavia significa che si sta parlando di una religione, e quindi si parte da una definizione restrittiva degli ebrei, perché una grossa parte del mondo ebraico non si definisce affatto in termini religiosi. Non si può insomma ridurre il fatto ebraico al giudaismo. C’è chi propone delle altre parole: giudeicità, giudaismo, ebraicità, ecc...
Poi c’è appunto l’espressione giudeofobia, che è più aperta, ma rimanda comunque alla religione.
A mio avviso però è proprio la parola “fobia” che pone il problema, perché fobia è una cosa molto precisa, che non corrisponde a quello che osserviamo. In questo senso il vocabolario disponibile non è il più felice. E poi io credo che bisogna accettare una cosa: è vero che l’antisemitismo di oggi non è quello che c’era tra le due guerre e tuttavia è comunque l’odio per lo stesso gruppo, e la parola che designa maggiormente questa continuità storica della vittima è antisemitismo.
Si può anche ragionare diversamente, in modo più scientifico: per un sociologo l’antisemitismo è un razzismo, per cui andrebbe analizzato con le stesse categorie che si usano per gli altri razzismi. E tuttavia c’è un tale spessore storico nella vicenda dell’antisemitismo che rende quasi improponibile metterlo sullo stesso piano degli altri razzismi. Ecco perché dico che bisogna conservare la parola “antisemitismo”, anche se il contenuto è cambiato, e l’odio verso gli ebrei non si accompagna a ideologie costruite sull’idea di razza semita, o cose del genere.
C’è un fenomeno apparso recentemente, che complica ulteriormente il quadro, anche se non lo modifica: l’emergere di un razzismo in popolazioni che si definiscono loro stesse per il colore della pelle: i neri...
Si tratta di un fenomeno che non è nuovo, né in Francia né negli Stati Uniti, basti pensare alle dichiarazioni di Louis Farrakhan. Come dicevo, in Francia quello che viene rimproverato agli ebrei è appunto di essere al cuore della nazione, della Republique, della società. Ora però sta emergendo una dimensione ulteriore di quell’accusa che recita più o meno così: gli ebrei non solo sono pienamente riusciti nella loro integrazione, ma impediscono agli altri gruppi di compiere lo stesso percorso.
Questa logica, incarnata dalla figura di Dieudonné, sta assumendo forza soprattutto nel mondo antillese francese, ovvero i francesi discendenti dagli schiavi.
La rivendicazione investe due dimensioni: una “memoriale”, che quindi rimanda alla storia, e una sociale. In base alla prima si accusano gli ebrei di avere un vero monopolio della sofferenza storica, che impedisce a tutti gli altri di fare in qualche modo valere il proprio passato: lo schiavismo, la tratta dei neri, la colonizzazione.
In secondo luogo, si accusano gli ebrei di comportarsi in maniera razzista e addirittura di avere avuto un ruolo centrale nella tratta dei neri. Accusa palesemente falsa, dato che tutte le indagini storiche negano che gli ebrei, o anche “degli ebrei”, abbiano avuto un ruolo in quella vicenda, che tuttavia ha un seguito.
Tra le novità ha citato anche la “globalizzazione” dell’antisemitismo. Può parlarne?
Oggi bisogna parlare di un fenomeno globale, cioè sostenuto da logiche planetarie, che però si installano sulle dinamiche interne di ciascuno Stato nazione. In realtà nemmeno questa è una novità a tutti gli effetti: l’antisemitismo è globale da molto tempo. Le ricerche che hanno indagato l’odio verso gli ebrei nell’antichità lo registravano già in diverse aree.
La globalizzazione è stata promossa dal cristianesimo: l’accusa mossa agli ebrei di essere un popolo deicida è circolata per una tale quantità di tempo da fornirgli una dimensione globale.
Quello che invece è nuovo, utilizzando una definizione non mia, ma di un marxista americano, David Harvey, è che con l’inizio degli anni ’90 si può parlare della globalizzazione come di una “doppia compressione”, del tempo e dello spazio, che investe anche l’antisemitismo.
Un esempio: nei paesi del Medio Oriente si accusano gli ebrei di ogni sorta di nefandezza: i crimini rituali (le vecchie accuse cristiane), il complotto per prendere il potere sul mondo; si recuperano i Protocolli dei Saggi di Sion (un testo inventato dalla polizia dello zar alla fine del XIX secolo); si riprendono argomentazioni di tipo nazista, quindi razziali, sorte in Europa all’inizio del XX secolo, ma anche tematiche negazioniste, per cui gli ebrei avrebbero inventato la Shoah, o comunque manipolata a loro profitto, per rafforzarsi.
Insomma, si prende quello che arriva da ogni parte del mondo e lo si amalgama e tutto questo circola un po’ dappertutto. E’ in questo senso che il fenomeno dell’antisemitismo è globale e non semplicemente locale. Questa è una novità. La domanda è: queste sono logiche che appartengono a una dimensione planetaria che poi prendono corpo nei vari paesi, oppure sono interne a ogni paese?
In Francia c’è stata una recrudescenza di violenze e aggressioni antisemite all’inizio del 2000, in concomitanza con lo scoppio della seconda Intifada. Molti hanno interpretato questo dato sostenendo che l’antisemitismo francese non sarebbe nulla più che la proiezione sul suolo nazionale di quello che succede in Medio Oriente, quindi logiche planetarie. Gli ultimi eventi però non trovano corrispondenza nell’attualità internazionale. Di qui l’idea che l’antisemitismo sarebbe invece l’esito di un disagio sociale, nello specifico, la crisi nelle banlieues, l’esclusione, la povertà…
Ecco, io credo che una buona analisi sia quella che prova a coniugare i due registri, facendoli giocare insieme.
Meno di un anno fa un giovane ebreo, Ilan Halimi venne sequestrato, torturato e infine ucciso da una banda di criminali. E’ stato subito evidente, per quanto se ne sia discusso, che quest’azione aveva una connotazione antisemita perché la vittima era stata scelta in quanto ebrea. I rapitori avevano sequestrato un ebreo certi di avere il riscatto: gli ebrei sono il denaro -un pregiudizio antisemita. E se la famiglia non paga, la comunità pagherà. E infatti i rapitori alla fine hanno chiesto il denaro a una sinagoga, a un rabbino. Tuttavia quest’azione non ha nulla a che fare con la globalizzazione. Si è trattato di un gesto criminale e barbaro interno alla società francese. Allora, da un lato ci sono questi giovani che vedono alla televisione un bambino palestinese trattato in modo inumano dall’esercito israeliano e che poi cercano di incendiare una sinagoga -una proiezione sulla Francia del conflitto israelo-palestinese, quindi logiche globali, mondiali, planetarie. Dall’altro c’è l’affaire Fofana (dal nome del capo della banda), che è proprio un delitto francese. Quindi, di nuovo, possiamo avere l’una o l’altra, ma spesso le due logiche sono legate.
L’emersione di nuove identità ha investito il rapporto con la memoria, la storia, la stessa nazione…
Facciamo qualche passo indietro. Dalla fine degli anni ’60, la Francia, come molti altri paesi, ha conosciuto un “ethnic revival”, una rinascita delle identità. E’ cominciato con le identità regionali, quella occitana, bretone, più tardi quella corsa, con ricadute anche in ambiti inediti. Gli stessi sordomuti si sono “risvegliati” e hanno chiesto il riconoscimento della lingua dei segni diventando a loro volta un movimento identitario. Anche gli ebrei di Francia in quel periodo si sono conseguentemente allontanati dal modello repubblicano classico, ereditato dall’epoca rivoluzionaria e dall’Illuminismo, fondato sull’idea che si potesse essere ebrei in privato ma non in pubblico. In sostanza possiamo dire che a partire dalla fine degli anni ’60 questo modello inizia a scricchiolare aprendo nuovi spazi a queste emergenti identità che fanno appello in primo luogo alla loro memoria.
Aggiungo che non si può capire il risveglio degli ebrei di Francia se non si tiene in considerazione quanto successo durante la Seconda Guerra Mondiale in questo paese: il ruolo della polizia, dello Stato, del regime di Vichy, quindi la messa in causa dello Stato e della storia nazionale.
Gli stessi occitani del resto hanno messo in primo piano il loro essere stati vittime, così i bretoni. Insomma, c’è l’idea che per esistere collettivamente bisogna rintracciare una propria storia specifica, attraverso la memoria.
Negli anni ’80 il fenomeno identitario ha preso un’altra direzione, sostituendo la memoria con l’appartenenza religiosa: l’Islam.
Negli anni sempre più “identità” hanno chiesto un riconoscimento, anche dal punto di vista della memoria, a partire dall’appartenenza a un gruppo che avesse sofferto storicamente a causa della Francia. Talvolta si è chiesto alla Francia di ammettere questa sofferenza anche se causata da un altro Paese. E’ il caso degli armeni, che hanno chiesto alla Francia di riconoscere il genocidio perpetrato dai turchi contro di loro.
Così arriviamo agli anni ’90 e a oggi, con l’emergere di nuovi appelli a memorie e storie fatte di sofferenza, distruzione, sterminio, fino al passato coloniale e allo schiavismo dei neri di Francia. Di qui il dibattito su Napoleone ad Haiti, la tratta dei neri, lo schiavismo, la colonizzazione, la decolonizzazione... Insomma siamo entrati in una situazione in cui sempre di più le radici nazionali, la storia, sono in discussione. Talvolta le rivendicazioni, le affermazioni, sono portate da gruppi che partono da fatti storici molto contestabili, o comunque presentati in modo discutibile, banale, semplificato. Oggi si sente dire che gli antillesi discendono tutti dagli schiavi, che in parte è vero, ma le cose sono molto più complicate. Dopo tutto la tratta dei neri non è “la” tratta dei neri, ma “le” tratte dei neri, e non c’è alcuna ragione per imputare tutte le colpe alla Francia. Il fenomeno ha interessato anche altri paesi d’Europa, Portogallo, Spagna, Inghilterra, come pure alcuni paesi dell’Africa stessa. Se si vuole parlare seriamente di queste tematiche bisognerebbe affidarsi a indagini storiche serie -alcune, per dire, hanno messo in luce anche il ruolo degli africani nella tratta dei neri. Quindi siamo all’interno di un panorama articolato e a tratti scivoloso, specie quando si appella a memorie false.
Abbiamo parlato di Dieudonné. Allora, è ovvio che c’è stato lo schiavismo. Ma il discorso che lui sta portando avanti è assai strano, non corrisponde che molto lontanamente alla realtà. Nella costruzione di una propria memoria e identità, i vari gruppi si appellano a degli intellettuali o pseudo-tali. Ecco, in Francia, più che altrove, tutto questo ha come contraltare la messa in discussione della storia in quanto radice nazionale. Vengono così interpellati coloro che per professione producono la storia, cioè gli storici, ma anche i politici.
La Francia oggi è così costretta a confrontarsi con l’immagine di un paese tutt’altro che glorioso, che anzi ha perpetrato crimini orribili. In passato le nazioni erano incoraggiate a dimenticare i crimini, in particolare quelli fondativi, su cui appunto si erano costruite. Oggi un’altra idea comincia a farsi strada: una grande nazione è tale perché riconosce i suoi torti. Questo ragionamento ha tuttavia dei limiti perché quando si inizia non si finisce più.
Jacques Chirac comunque è stato molto chiaro a questo proposito: la nazione francese per crescere deve riconoscere i torti del regime di Vichy e dello Stato, e la schiavitù. Una posizione inedita rispetto al XIX secolo, quando la bella e grande nazione francese aveva sempre ragione.
In che senso entra in crisi il modello repubblicano alla francese e qual è la posizione degli ebrei?
Tutti questi gruppi rivendicano il diritto di essere riconosciuti pubblicamente, che i libri di storia ne parlino. Queste identità vogliono esistere anche sul piano pubblico, avere mezzi di espressione, risorse, visibilità; non accettano più di essere confinati alla sfera privata.
E’ questo il nodo critico, perché il modello repubblicano francese consiste sostanzialmente nel dire: nello spazio privato fate quello che volete, ma in quello pubblico non ci sono che individui, quindi non ci sono minoranze, gruppi, né particolarismi culturali. Ecco, un’applicazione dura e pura di questo principio non è più accettabile.
Stiamo cioè assistendo alla nascita di quello che io chiamerei un modello “neo-repubblicano”.
E’ in atto una trasformazione del modello repubblicano: questi gruppi si aspettano molto dalla repubblica, ne rispettano pienamente i valori, ma nello stesso tempo vogliono essere riconosciuti come tali.
Qui l’esperienza degli ebrei francesi è molto interessante. I primi ad avere compreso tutto questo infatti sono stati loro. Nel vecchio modello repubblicano si poteva essere ebrei solo in privato. Addirittura non li si chiamava ebrei, bensì israeliti, la parola era scomparsa dal vocabolario. Col tempo però hanno preso le distanze da questo modello e sono diventati visibili, religiosamente, politicamente, nel loro rapporto con Israele, culturalmente, si sono quasi “etnicizzati”. Di qui una rottura con il modello repubblicano classico. Allo stesso tempo -è diventato evidente soprattutto in questi ultimi anni- hanno dimostrato di aspettarsi molto dalla Repubblica.
Quando c’è stato l’omicidio del giovane ebreo Halimi c’è stata una mobilitazione che ha espresso la richiesta alla Republique di garantire la sicurezza e il rispetto dei valori democratici. Dopo una fase di grande presa di distanza, oggi gli ebrei francesi, appellandosi alla Repubblica, stanno contribuendo ad inventare questo modello neo-repubblicano, facendosi di fatto portavoce anche delle rivendicazioni degli altri gruppi.

BANLIEUES IN FIAMME
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Una cultura della violenza contro i bianchi è ormai un fatto nelle periferie francesi. Da quando il giovane ebreo non è più “sottomesso” è diventato un obiettivo. A mettere a ferro e a fuoco le città è stata una esigua minoranza; la situazione tragica delle ragazze. Intervista a Georges Bensoussan.

Georges Bensoussan, storico e intellettuale francese, è autore de Les territoires perdus de la République, edizioni Milles et une Nuits, Paris 2004. Il saggio contiene una serie di testimonianze di docenti, genitori e alunni sulle violenze, in maggioranza a carattere antisemita, avvenute nelle scuole medie e superiori francesi nel corso degli ultimi anni. Sullo sfondo di queste violenze, il conflitto con il mondo arabo, gli attentati dell’11 settembre e il conflitto israelo-palestinese.

Il suo saggio, Les Territoires perdus de la République, riguardo alle violenze antisemite nelle scuole medie e nei licei francesi da parte soprattutto di studenti di origine maghrebina suscitò un certo scalpore e anche diverse critiche. Alla luce di quanto avvenuto nel novembre 2005, si è rivelato un libro premonitore...
Purtroppo sì. Non ne vado di certo fiero, ma i fatti confermano l’allarme che io cominciai a lanciare già nella prima edizione del 2002.
Il clima di violenze che ha scosso la Francia nel novembre del 2005 era già iniziato alla fine degli anni’90, subendo un’impennata dopo gli attentati di New York del 2001. Le testimonianze che riporto nel saggio si riferiscono alle violenze recenti, alle violenze fisiche recenti. E’ bene sottolineare come ancora una volta, le violenze fisiche siano state precedute dalle violenze verbali, il cui peso era stato sottovalutato. Purtroppo una violenza fisica, come la storia ci dimostra è sempre preceduta dalla violenza verbale. Questa violenza verbale era l’espressione di un clima intellettuale. Anche nelle scuole medie e nei licei c’era un clima violento, in particolare in seno alla classe insegnante, ma è solo dopo l’11 settembre che si è passati dalle parole alle aggressioni fisiche vere e proprie. Però già nel 1994, durante i corsi di formazione sulla storia della Shoah, di cui ero responsabile, alcuni docenti di storia cominciarono a raccontarmi quanto fosse difficile e problematico, con determinati alunni e in alcune classi, insegnare la Shoah. Il problema esiste quindi già da diversi anni.
La problematica nacque quando il Ministero della Pubblica Istruzione rese obbligatorio l’insegnamento della Storia della Shoah...
La storia della Shoah ha sempre fatto parte dei programmi di storia in quanto “inclusa” nella storia della seconda guerra mondiale. In seguito l’insegnamento della storia della Shoah è stato perfezionato. Tuttavia, mentre nel corso degli anni ’80 non ci sono mai stati incidenti, dalla metà degli anni ’90 nelle scuole si cominciano ad avere le prime avvisaglie e i primi incidenti, a sfondo antisemita. Io credo che i motivi di questo cambiamento siano da ricercare, da una parte all’interno di un retaggio antisemita che avvolge determinate realtà, e dall’altra in fattori di tipo congiunturale.
Tra il ’75 e il ’95, in Francia, grazie alla nuova legge di ricongiungimento famigliare, c’è stata una grande ondata migratoria, che ha coinvolto più di un milione di persone. La stragrande maggioranza di questi immigranti proviene da aree, come il Maghreb, che in questi ultimi anni hanno sviluppato un forte sentimento antiebraico, una vera e propria giudeofobia, aggravatasi a causa del conflitto israelo-palestinese. Questa gioventù maghrebina è stata quindi educata in un clima culturale antiebraico, rafforzato dal mantenimento di forti legami con la propria terra d’origine. Questi giovani, arrivando a scuola, hanno mantenuto e sviluppato un riflesso, che 20 anni fa era del tutto assente. Lo potremmo definire un fattore demografico. Poi però c’è un altro fattore di tipo congiunturale: l’aumento, negli anni ’90, della disoccupazione. Nella disoccupazione io includo anche tutti coloro che hanno impieghi precari e salari molto bassi. La forte immigrazione si è scontrata con l’incapacità dell’economia francese ad assorbire tutta questa nuova manodopera, appena arrivata. La frustrazione sociale è sfociata nel risentimento, le cui prime vittime sono stati gli ebrei. Perché gli ebrei? Perché nei paesi del Maghreb l’ebreo è considerato, da sempre, un essere inferiore.
C’è alla base dunque un certo retaggio culturale che si coniuga con un’insoddisfazione sociale rispetto alle attese e alle speranze di emancipazione economica e professionale. L’incapacità e la difficoltà ad integrarsi in Francia sfociano dunque nel risentimento che, in un primo tempo, si rivolge sugli ebrei, ma poi si allarga all’insieme della società francese. Tanti giovani “immigrati”, nati qui, di nazionalità francese, non solo non si riconoscono nella Francia, ma addirittura odiano il paese in cui sono nati e in cui vivono. Bisogna stare però attenti a non addebitare tutte le colpe alla società francese, alla sua incapacità d’integrare gli immigrati, e al suo passato coloniale. La comunità maghrebina, rispetto alle altre comunità stranieri residenti in Francia, è quella che ha fatto maggiormente pressione sui suoi membri affinché non si integrassero. C’ è stato una sorta di ricatto psicologico.
Tu sei venuto a conoscenza di queste problematiche durante i corsi di aggiornamento per gli insegnanti.
Durante i corsi di formazione, attraverso la discussione con i docenti, ma anche studiando ed approfondendo le relazioni tra ebrei ed arabi nel corso dei secoli, mi sono reso conto che, contrariamente all’idea diffusa, queste relazioni non sono mai state buone e si sono sempre basate su un rapporto di superiorità e inferiorità, tra dominante e dominato. Per cui, fintanto che l’ebreo rimane nella condizione di “dhimmi”, di sottomesso, non ci sono problemi, ma guai ad aspirare ad uno statuto di eguaglianza. Gli ebrei sefarditi che abbandonarono il Maghreb dopo la decolonizzazione, lo fecero soprattutto perché non volevano ritornare a uno status di inferiorità, cui erano destinati nelle società arabe.
Il tuo libro è conosciuto?
Il titolo è conosciuto -è diventata un’espressione di uso comune- non così il suo contenuto. Questo perché sin dall’inizio la sua diffusione è stata boicottata; si aveva paura di gettare benzina sul fuoco, mi accusavano di creare falsi allarmismi. Solo quando sono esplose le violenze, nel corso del 2005, ci si è resi conto che non si poteva più eludere il problema. Nel marzo del 2005, durante alcune manifestazioni studentesche, ci furono diverse violenze a sfondo razzista perpetrate da giovani di origine africana contro giovani bianchi francesi. In quell’occasione il quotidiano Le Monde, in un suo editoriale, dovette ammettere che ci si trovava di fronte ad un razzismo “antibianco”. Per la prima volta, dopo i ripetuti allarmi degli ultimi anni, si prendeva consapevolezza del problema. Per la prima volta si cominciava a riconoscere che una cultura della violenza aveva messo radici tra i giovani immigrati di origine africana e nordafricana. La cosa curiosa è che, a partire da questo momento, l’espressione “I territori perduti della Repubblica” è diventata di uso comune, e oggi è ampiamente utilizzata, ma nessuno ha mai specificato e ricordato che è stata tratta da un saggio, un’inchiesta, che appunto, già dal 2000, con due edizioni aggiornate e ampliate (2002 e 2004), affrontava e denunciava la violenza che scuoteva la società francese, una violenza che proviene da una determinata parte della popolazione. Questo prova ulteriormente come il mio libro continui ad essere, in un certo senso, boicottato; il titolo va a pennello, ma il suo contenuto ancora no.
Che cosa disturba del tuo libro?
Disturba l’infrangersi dell’immagine a cui siamo stati abituati. Si fa fatica ad accettare che il razzismo possa provenire anche da chi l’ha subito. Io personalmente sono stato oggetto di attacchi feroci. Mi hanno dato del razzista e dell’antiarabo. C’è chi ha detto che il libro era stato scritto da sionisti. Questa reticenza di fondo nei confronti della nostra inchiesta ha reso difficile la diffusione del saggio.
Le istituzioni come hanno reagito?
Il governo e il Ministero della pubblica istruzione hanno preso sul serio la nostra inchiesta. Sono stato ricevuto dal ministro un anno e mezzo fa, il quale mi ha ascoltato con grande attenzione. Sono state prese delle misure, anche se risultati concreti non se ne vedono. La situazione è pure più grave di quella descritta nel libro, perché non c’è solo un problema di antisemitismo. La violenza dilaga e colpisce diversi soggetti, tra cui molti insegnanti. Questo avviene soprattutto negli istituti professionali. Anche in questo caso il problema riguarda l’integrazione delle giovani generazioni, dei figli degli immigrati. Il fallimento della loro integrazione è sotto gli occhi di tutti.
Sta per essere varata la nuova legge sull’immigrazione. La società francese è divisa tra chi difende i diritti dei “sans papiers” e chi invece vorrebbe limitare il numero di immigrati.
In materia d’immigrazione, in Francia, oggi esiste una profonda spaccatura tra la classe dirigente, sia di sinistra che di destra, e il paese reale, che vive una realtà completamente diversa. L’unico politico ad aver colto il sentimento della società è il ministro degli interni Nicolas Sarkozy, il quale, attraverso un linguaggio chiaro e diretto, dice quello che in tantissimi pensano: “Se un immigrato non ama la Francia, che allora se ne vada”. Dieci anni fa queste cose le diceva il Fronte Nazionale di Le Pen: “Se non amate la Francia, lasciatela”. Si tratta ovviamente di espressioni banali, ma quello di Sarkozy è un linguaggio diretto e immediato, che scansa il linguaggio razzista.
Nonostante fossi già al corrente del deterioramento della situazione sociale in Francia, ti aspettavi l’escalation di violenze del 2005?
Sapevo che la situazione era grave. Sapevo anche che il malessere francese non si limitava ad atteggiamenti antisemiti, e tuttavia non mi aspettavo questa esplosione di violenza in tempi così rapidi.
Tanti hanno paragonato queste violenze al maggio del ’68, ma da parte mia vedo poche similitudini. Innanzitutto abbiamo assistito ad atti di ferocia inauditi, in cui c’è stata la ferma volontà di uccidere: persone stese per terra colpite con bocce di ferro sul cranio, pompieri che si sono visti rovesciare addosso lavatrici e frigoriferi, handicappati a cui hanno appiccato fuoco all’interno degli autobus ecc.
Abbiamo assistito, in certi quartieri delle banlieues, a veri e propri scenari di guerra. Il governo ha fatto intervenire la polizia per sedare i disordini. Oltre alle macchine sono state incendiate biblioteche, scuole, palestre e centri sportivi. I responsabili di queste violenze incontrollate sono dei ragazzi, in molti casi minorenni che, dopo essere stati arrestati, sono stati rilasciati. Tuttavia durante questi disordini non vi è stata alcuna azione antisemita. Cosa significa questo? Che il problema della violenza in Francia non riguarda solo gli ebrei. Gli ebrei, come molto spesso nella storia, costituiscono il primo sintomo, il campanello d’allarme.
Quando, nel 2002, iniziarono le violenze antisemite, si sostenne che ciò era da attribuirsi a piccoli gruppi di scalmanati, che attaccavano le sinagoghe per sfuggire alla noia. Nel novembre del 2005 questi delinquenti avrebbero dovuto attaccare altrettante sinagoghe e invece no; ciò significa si è trattato di veri e propri attacchi antisemiti. Durante i disordini, la maggior parte dei mass media e dei giornalisti non hanno mai utilizzato i termini mascalzoni o delinquenti, ma si sono limitati a dire “i nostri giovani, la gioventù”. Invece di chiamarli per il loro nome si sono nascosti, si sono tirati indietro per paura. Non tutti i giovani si sono comportati da delinquenti; non tutti i giovani “immigrati” si sono comportati da delinquenti. Il fatto che si abbia avuto paura di chiamare le cose con il loro nome è il sintomo del clima di paura e di crisi morale della società francese. E’ una minoranza che ha messo a fuoco e fiamme i quartieri; ed è sempre una minoranza che avvelena la vita di certi quartieri. Questa minoranza sono dei delinquenti. Quando Sarkozy ha parlato di “feccia” si riferiva a questa minoranza. E’ stato accusato di essere razzista. Ma è indubbio che in certi quartieri vi sono dei gruppetti di persone che dettano legge. Per le ragazze, soprattutto quelle di origine araba, la situazione è veramente tragica. Sono oggetto di violenze fisiche e verbali quasi quotidianamente. Per non farsi notare escono di casa in tuta da ginnastica e una volta arrivate a Parigi, in centro, si cambiano e si vestono come avrebbero desiderato.
Questa cultura mafiosa, oserei direi fascista, imperversa in certi quartieri, ma la sinistra francese fatica a riconoscerla e sembra abbia paura di combatterla. In questi quartieri imperversa il culto del “Caïd”, che detta ordini, organizza il racket e il traffico di droga, alimentando l’aspirazione all’arricchimento facile. Tanti giovani immigrati delle banlieues abbandonano la scuola e gli studi perché, nella loro testa, uno spacciatore di droga ha maggiori aspettative di guadagno. E’ un problema estremamente serio che emerge da centinaia di testimonianze di docenti e operatori sociali che lavorano nei quartieri.
I disordini del novembre 2005 hanno portato alla ribalta un malessere diffuso che, a mio avviso, andrebbe affrontato senza pregiudizi e senza schemi ideologici che rischiano di annebbiare la realtà che abbiamo di fronte.


Jerry Haber : Israele come rifugio per gli ebrei La vera domanda è o dovrebbe essere, "Possono l'ebraismo e il popolo ebraico sopravvivere senza uno stato ebraico"?.


  Sintesi personale
Peter Beinart    ha  sostenuto che uno stato ebraico è necessario  come un rifugio per gli ebrei in fuga dall'antisemitismo. "Sono abbastanza vecchio da ricordare il dramma degli ebrei sovietici ed etiopi", aggiungendo che  uno Stato ebraico è necessario per favorire la cultura ebraica 
Che lo Stato ebraico sia  un  rifugio per gli ebrei in fuga   e il garante della sopravvivenza della cultura ebraica sono  convenzioni  profondamente radicate  in  molti. Così come  la convinzione che gli ebrei furono costretti  da Romani a lasciare la Palestina  oltre duemila anni fa. Entrambe le  versioni  sono state  promosse   dal sionismo  ed entrambi sono un mito.
Cominciamo ripetendo   che la rinascita della lingua e della  letteratura ebraica   precede  la fondazione di Israele. L'Università Ebraica di Gerusalemme, la Hebrew Language Committee ,  i romanzieri come Brenner e Agnon, le istituzioni ebraiche culturali come l'Orchestra della Palestina (poi Orchestra Filarmonica d'Israele), la Scuola d'Arte Bezalel, il Habimah teatro  ecc.  tutti questi erano i prodotti del nazionalismo ebraico e la loro esistenza non era  dovuta alla garanzia della  fondazione dello  Stato  nel 1948 .Farebbe bene Israele a domandarsi se ha qualche  responsabilità  per la scomparsa delle comunità ebraiche in terra araba,  visto  che ha fatto tutto quanto era  in suo potere per portare quelle comunità  nel nuovo Stato e fonderle  nel melting pot israeliano. Fino ad oggi  Israele ha guardato  con sospetto alla crescita di  comunità ebraiche  esterne  perché, secondo il sionismo, si può che essere pienamente ebrei solo nello Stato ebraico.
Il  che trasforma  il concetto di " rifugio"  a  dogma: se Israele esiste come un rifugio fisico per assicurare la sopravvivenza del popolo ebraico, allora ha fallito miseramente in questo senso. Ci è stato detto dai leader di Israele che lo Stato ebraico è  minacciato  dall'Iran o dal terrorismo. Se questo è vero, allora qualcuno mi dica come Israele possa essere  un rifugio più sicuro per gli ebrei rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti  o addirittura all'  Europa? . E poiché gran parte del nuovo antisemitismo è correlato  alle azioni di Israele, non solo  Israele è un luogo pericoloso per gli ebrei che vivono all'interno dei suoi confini, ma lo diventa  anche per gli ebrei della diaspora
More Jews have died because of the Israel-Arab conflict since 1945 than as a result of all other anti-Jewish behavior combined since 1945. And since much of the new anti-Semitism is correlated to Israel’s actions, not only is Israel a dangerous place for Jews living within its borders, it isn’t so good for the physical safety of Jews outside it either.
Beinart cita gli ebrei dell'Unione Sovietica e gli etiopi. Gli ebrei sovietici emigrati  in Israele lo hanno  fatto o perché erano sionisti  e volevano  vivere in Israele o perché volevano  vivere al di fuori dell'Unione Sovietica e Israele era l'unico posto disponibile. Stiamo parlando del  1970 , infatti nel 1990  i Russi erano meno inclini  ad andarsene  grazie alla  politica liberale di  Gorbaciov.Per quanto riguarda la comunità etiope ha  cominciato a immigrare   dopo che Israele ha deciso che erano ebrei e li ha incoraggiati.

. La vera domanda è o dovrebbe essere, "Possono  l'ebraismo e il popolo ebraico sopravvivere senza uno stato ebraico ?". La  risposta è, finora, sì 
E diciamo la verità : i sionisti hanno deciso che, per accogliere i rifugiati ebrei in Palestina, dovevano  espellere e snaturare gli indigeni  della Palestina. Nessun paese o popolo ha tale diritto.
Quante volte le persone  dicono:: "Il mondo dovrebbe obbligare gli Stati arabi ad accettare i profughi palestinesi o " La Palestina era l'unico rifugio per gli ebrei in fuga da Hitler " Lasciatemi dire  con chiarezza  : gli stati del dopoguerra aveva la responsabilità di accogliere  i loro  rifugiati ,ma  dove ciò non  era possibile , ai  profughi avrebbe  dovuto essere permesso di andare nei  paesi dove non avrebbero leso  i diritti della popolazione indigena. L'insediamento di rifugiati ebrei in Palestina ,di cui non erano nativi , non era moralmente giustificato.  Tale  soluzione  poneva le basi  per uno stato ebraico con la conseguente espulsione effettiva della maggioranza dei palestinesi.
I  rifugiati palestinesi  hanno il diritto di ritornare nella loro patria, anche se ciò lede  i diritti degli ebrei israeliani, perché è stato impedito  loro  di tornare nelle  loro case ,nonostante  gli appelli delle Nazioni Unite. Se i  sionisti avessero detto , prima della fondazione dello stato, che  uno Stato ebraico poteva  sopravvivere  attraverso il trasferimento forzato di gran parte degli abitanti  palestinesi, nessuno avrebbe riconosciuto la legittimità dello Stato.
La mia posizione è quella della   Zionist Ichud Association, che ha dichiarato  che ai rifugiati palestinesi dovrebbe essere data la scelta di decidere dove vivere bilanciando   le esigenze e i diritti di tutti gli interessati  avendo chiaro ,però,  che il loro ritorno  avrebbe   un peso grande   a causa del crimine commesso  nei loro confronti.

SABATO 7 MAGGIO 2011

Jerry Haber : Tony Kushner e le regole del gioco cambiate negli Usa

Sintesi personale
  Tony Kushner ritiene che la politica israeliana, dal 1948, sia caratterizzata  dalla pulizia etnica verso i palestinesi. Egli è un membro dell'organizzazione: "Voce   ebraica per la pace" , ha solidarizzato  con il BDS,  aderendo solamente al  boicottaggio degli  insediamenti. Ha condiviso l'appello degli artisti e degli intellettuali  a  non partecipare ad alcuna manifestazione culturale  ad  Ariel. . Questo boicottaggio parziale è tabù nella comunità ebraica organizzata e non è approvato dal gruppo liberale sionista, J Street. Da qui l'opposizione dei pro Israele   a conferirgli  la laurea honoris causa  negli Usa,generando una polemica feroce.. I sostenitori di Israele stanno cercando di dipingere Kushner come Wagner  :  "Usa termini  come "pulizia etnica" " Mette in dubbio l'fondamenti dello Stato 1948". Le regole del gioco, però, sono cambiate  visto che .che   Benny Morris ha descritto  le azioni di Israele come  pulizia etnica (anche se, sostiene, senza un piano prestabilito),   gli artisti israeliani approvano  il  boicottaggio, il mondo arabo è attraversato dal vento della democrazia, mentre un  governo di destra israeliano approva leggi e prende posizioni che sono diametralmente opposte  a quelle  di gran parte della comunità ebraica americana, senza dimenticare l'operazione Piombo Fuso , Goldstone e la Flottiglia . Ecco come  Jeffrey Goldberg    spiega  la pulizia etnica  del  1948  :" Ci  sono stati casi in cui i villaggi arabi ,dove ora sorge  Israele, sono stati forzatamente cancellati dalle forze israeliane. D'altra parte, questi episodi si sono verificati durante la guerra iniziata dagli arabi, dopo aver respinto la partizione delle Nazioni Unite in  due distinti Stati, uno ebraico e uno arabo."
 L'esodo dei palestinesi dai villaggi iniziò, in realtà,  mesi prima della guerra araba. E' 'stata una guerra civile ,non importa chi ha sparato il primo proiettile,  per questo   entrambe le parti sono state duramente condannate dalla comunità internazionale. La  vera "pulizia etnica" si è verificato quando lo Stato di Israele ha impedito  il ritorno dei rifugiati arabi alle loro case, nonostante  l'opposizione delle Nazioni Unite e  di sionisti come Judah Magnes e Simon Rawidowicz, . Io penso che ,qualunque sia l'affermazione di   Kushner, oggi è legittimo tra sionisti liberali discutere  della questione senza essere bollati come anti-semita  o essere marginalizzati come è sempre avvenuto. 
Il caso   Kushner  e la polemica che ne è seguita, dimostra l'indebolimento della narrazione sionista in questo paese, un indebolimento che continuerà  visto che israeliani e palestinesi si confrontano sempre più con il loro passato , pianificando  modelli alternativi  per vivere insieme in futuro.
Tony Kushner and the changing discourse on Israel in the US
 The upshot of the Tony Kushner muzzling

ALLEGATI:1948:brutti ricordi

TOM SEGEV Critica il libro di BENNY MORRIS''1948 - 

Sam Bahour and Fida Jiryis :Perché la Giornata della Terra è ancora importante


  Sintesi personale
Ogni anno dal 1976, il 30 marzo, i palestinesi in tutto il mondo commemorano  la Giornata della Terra  per ricordare  l'uccisione di  sei palestinesi  da parte dell'IDF.  Le vittime del Land Day non erano i palestinesi dei  territori occupati, ma  cittadini dello stato, un gruppo che oggi conta oltre 1,6 milioni di persone, pari al 20,5 per cento della popolazione. Si tratta di cittadini considerati  di serie B  in uno stato che si definisce ebraico e democratico, ma in realtà non lo  è.In quel giorno terribile di 36 anni fa, in risposta all'annuncio di Israele di  volere  espropriare migliaia di acri di terra palestinese per "motivi di sicurezza ," furono organizzati cortei e   uno  sciopero generali.  La notte prima, in un ultimo tentativo di bloccare le proteste previste, il governo impose  il coprifuoco nei  villaggi palestinesi di Sakhnin, Arraba, Deir Hanna, Tur'an, Tamra e Kabul, nella Galilea occidentale. Il coprifuoco fallì , i cittadini  scesero  in strada. La Comunità palestinesi della Cisgiordania e  di Gaza, così come quelli delle comunità dei rifugiati  in tutto il Medio Oriente, manifestarono  per esprimere la loro solidarietà.Negli scontri con l'esercito israeliano e la polizia, sei cittadini arabo -israeliani   furono  uccisi, circa 100 feriti e centinaia gli  arrestati.  Il mese successivo alle  uccisioni, un documento interno del governo, noto come il Memorandum Koenig, raccomandava di  "garantire  gli interessi ebraici nazionali a lungo termine   e di  diluire le concentrazioni esistenti arabe ."Israele ha cercato di "diluire" la sua popolazione palestinese - sia musulmana  sia cristiana  - da allora. Trentasei anni dopo, la situazione è disastrosa come sempre.Razzismo e discriminazione  dilagano in Israele  in modo più insidioso della  violenza fisica. La  pulizia etnica  fa parte del discorso pubblico. Ministri israeliani  utilizzano il termine "trasferimento di popolazione" dei cittadini palestinesi .La pretesa  di israele di  essere riconosciuto  come "stato ebraico" li spinge a  negare sé la propria esistenza e ad  accettare luna  situazione di inferiorità nella propria terra. La minaccia di  revocare la  cittadinanza  a chi non presta giuramento di fedeltà ,è  una pratica sconosciuta in altri paesi.I  fondi  per la salute e l'istruzione assegnati dal governo israeliano al settore arabo sono, pro capite, una frazione rispetto  quelli assegnati agli ebrei . Nonostante le centinaia di nuove città e insediamenti ebraici approvati e realizzati dalla creazione di Israele, lo stato continua ad impedire a città e villaggi arabi di espandersi.  Palestinesi che vivono in Israele sono fortemente discriminati  in materia di occupazione e di  salari.  La Giornata della Terra   viene , quindi ,  utilizzata dai  palestinesi in Israele e altrove per ricordare e raddoppiare gli sforzi per l'emancipazione. I nomi delle sei vittime della Giornata della Terra sono  scolpiti nel monumento del cimitero di Sakhnin  e la lapide riporta queste parole : "Si sono sacrificati  per noi ... quindi, sono vivi ". Sul retro del monumento ci  sono i nomi dei due scultori che l'hanno creato: un  arabo e un  ebreo . Forse  questo riconoscimento comune della tragedia palestinese, oggi  è richiesto ad  Israele per farci  andare oltre l'abisso della negazione. Da parte nostra, come  palestinesi di seconda generazione nati e cresciuti fuori della Palestina, noi vediamo la Giornata della Terra come un campanello d'allarme per gli ebrei israeliani e gli ebrei in tutto il mondo: solo  la libertà e l'uguaglianza   possono fornire una pace duratura per tutti i soggetti coinvolti.
Sam Bahour è un palestinese-americano . Il suo blog è   www.epalestine.com. 
Why Land Day still matters
La riforma degli alloggi, di cui il primo ministro Benjamin Netanyahu si è fatto portabandiera ignora totalmente o quasi le necessità della comunità araba. A sostenerlo è un rapporto pubblicato dal ‘Dirasat – Arab Center for Law and Policy’ in occasione della ‘giornata della Terra’ (Yom haadama, in ebraico e Yom al ard, in arabo) che ricorre domani.

Misna - Nel documento, che porta la firma dell’avvocato Keis Nasser si sottolinea che le raccomandazioni espresse dal comitato Trajtenberg per le riforme socioeconomiche “non portano alcuna soluzione per il problema della carenza di alloggi nella comunità palestinese”. Basato su sopralluoghi, interviste e documenti del ministero degli Interni israeliano, il rapporto evidenzia i numerosi ostacoli che impediscono lo sviluppo di centri e villaggi palestinesi sul territorio israeliano. “Tali ostacoli – è sottolineato – che impediscono alla comunità araba di espandersi in maniera lecita, la costringono a costruire abitazioni abusive, sempre a rischio demolizione”.

Per esempio il documento – di cui il quotidiano Haaretz risporta ampi stralci – cita la sospensione da parte del Distretto settentrionale per la pianificazione urbanistica delle costruzioni in 26 tra villaggi e conglomerati per “inadeguato sistema fognario”. Un cane che si morte la coda poiché, denuncia il rapporto “le risorse necessarie per migliorare le infrastrutture civili sono rese inaccessibili ai palestinesi dall’amministrazione centrale”.

Nel presentare il rapporto, il direttore di Dirasat Yousef Jabarin ha citato la “massiccia e progressiva confisca di terreni alle famiglie palestinesi” tra le cause della penuria di abitazioni per la comunità araba.

La riforma delle abitazioni – che prevede oltre alla realizzazione di case popolari anche pesanti sanzioni per le società di costruzione che cercano di speculare sulla crisi immobiliare – rientra in un vasto programma di riforme disegnato attorno alle raccomandazioni del comitato Trajtenberg “per il cambiamento economico e sociale”. Il comitato era stato creato dal primo ministro Netanyahu per andare incontro alle richieste della classe media e dei giovani, scesi in piazza nei mesi scorsi per lamentare l’aumento dei prezzi delle case e il carovita.

Israele, riforma degli alloggi: comunità araba "ignorata"

VIDEO, BAHRAIN: LA RIVOLUZIONE DI CUI NON SI PUO’ PARLARE


Apri e guarda il documentario realizzato dal giornalista americano Dan Rather.

Roma, 31 marzo 2012, Nena News (nella foto dal sito byshr.org, il cadavere di Ahmed Ismaeel ucciso secondo i centri per i diritti umani la scorsa notte da agenti della monarchia) – I media italiani, a cominciare dal “servizio pubblico” Rai, ignorano la rivolta popolare in Bahrein nonostante la dura repressione attuata da re Hamad bin Isa al Khalifa protetto dall’Arabia saudita. I giornalisti americani, come Dan Rather, l’ex news anchor della Cbs, invece indagano su cio’ che accade nel piccolo arcipelago del Golfo, nonostante sia un alleato strategico e di ferro dell’Amministrazione Usa contro l’Iran e ospiti la base della V Flotta Usa. La Near East News Agency (Nena News) vi propone il documentario realizzato da Rather e andato in onda ieri per il news magazine Dan Rather Reports.
Video
VIDEO, BAHRAIN: LA RIVOLUZIONE DI CUI NON SI PUO’ PARLARE