- Grazie Lerner e piena solidarietà contro la viltà e la meschinità che aleggia in alcuni blog che non vale la pena nominare . A volte il silenzio è la virtù dei forti, ma non sempre viene interpretato in tal modo da chi ha fatto del dileggio la sua armatura. Dispiace per loro .
mercoledì 29 febbraio 2012
Gad Lerner :Gli insulti dei giornali di destra contro Luca Abbà fanno solo rima col suo cognome: sono espressioni di viltà
http://www.gadlerner.it/2012/02/28/vilta.html?cp=9#comment-820683
Yitzhak Laor :Poi venne Piombo Fuso a Gaza
E allora arrivò Piombo Fuso a Gaza.
L'occupazione si è trasformata in una lunga serie di storie atroci e sanguinose, ma ben poco arriva abbastanza vicino alle orecchie degli israeliani perché ascoltino il grido di dolore proveniente dall'oscurità.
di Yitzak Laor
Se i palestinesi avessero prodotto un film in cui dei medici israeliani avessero buttato fuori dall'ospedale un palestinese ferito, e dopo ciò i poliziotti lo avessero gettato fuori dalla loro macchina a morire nell'oscurità, il primo ministro avrebbe denunciato i suoi sudditi per incitamento contro i loro padroni. Se invece fosse stato un regista israeliano a fare un documentario su un simile comportamento nei confronti di un prigioniero palestinese,in cura all'ospedale Sheba ma non guarito, costui sarebbe stato oggetto di critiche da parte della Im Tirtzu, la nostra istituzione che si occupa di censura, mentre il ministro della cultura gli avrebbe consigliato di girare un film sul modo in cui vengono trattati i bambini palestinesi nei nostri ospedali.


Come si sa, questo film è stato già prodotto - “La vita preziosa” di Shlomi Eldar -.Il film ha vinto molti premi, compreso quello dell'Accademia cinematografica israeliana, il che ha accresciuto l'entusiasmo nei confronti della sensibilità dell'insigne regista che lo ha fatto. In sintesi questo è un buon film di propaganda. Documenta in modo straordinario la meravigliosa dedizione dei medici, che curano i bambini malati provenienti dalla Striscia di Gaza al pari di come curano i bambini malati israeliani.
Ma nel film di Eldar non si menziona che per decenni Israele ha impedito sistematicamente il sorgere di strutture sanitarie nei territori occupati; né che ha bloccato l'invio a Gaza di materiale sanitario che avrebbe permesso di curare in loco i bambini malati con il risultato che la cura di pazienti dei territori occupati è divenuta un'attività altamente remunerativa per gli ospedali israeliani. I pagamenti sono immediati e non si devono attuare sconti (al contrario, le organizzazioni sanitarie israeliane non solo pagano meno, ma possono ottenere comode dilazioni per il pagamento). Così chi paga? O i donatori o l'Autorità palestinese cui Israele periodicamente rifiuta di passare, con un azione banditesca tipica di un paese coloniale, i fondi fiscali che le spetterebbero.
Cosa ha a che fare tutto ciò con il piccolo scandalo riportato da Chaim Levinson (Haaretz, 20 Febbraio, 2012)?[1] Lo shock degli israeliani nel venire a conoscenza di questa storia imbarazzante è altrettanto vergognoso della storia stessa. Giacché quel palestinese ferito è stato buttato fuori dall'ospedale e da una auto della polizia a morire in una notte buia qualche mese prima dell'operazione Piombo Fuso a Gaza del dicembre 2008.
In quella operazione i nostri meravigliosi ragazzi fecero cose terribili a un numero considerevole di uomini, donne, bambini indifesi. Ancora adesso i crimini da loro commessi sono diventati parte della storia rimossa delle nostre guerre. Nessuno è stato accusato di crimini di guerra. Nemmeno viene discussa la differenza tra un soldato che lancia una bomba al fosforo contro una casa e un pilota che sgancia una bomba su una cerimonia di consegna di diplomi a poliziotti, o tra uno di costoro e il poliziotto (israeliano) che ha buttato fuori dall'auto il prigioniero ferito. Il padrone dimentica le sofferenze dello schiavo. Il passato inghiotte tutte le atrocità.
Accanto a Piombo Fuso, l'Ospedale Sheba ha anche assunto un ruolo ideologico nel migliorare l'immagine di Israele. Non vi è solo il film di Eldar a giocare un ruolo in questa campagna. La prof.ssa Daphna Birenbaum-Carmeli dell'Università di Haifa ha descritto le sofferenze che i bambini di Gaza devono subire durante il loro viaggio verso l'ospedale di Sheba, ed anche come i media nascondono il rapporto tra l'assedio di Gaza e l’obbligo di pagare senza sconti le loro cure.: “Questa descrizione dipinge un quadro di un gesto umanitario da parte di uno Stato progressista e ricco che salva le vite di bambini appartenenti a uno Stato povero... Un esempio particolarmente crudele rappresentato dalla seguente affermazione del direttore dell'Ospedale Sheba: “Noi vogliamo stabilire qui un centro per la pace, per mettere in relazione le nostre equipes mediche con quelle di Gaza, vogliamo intitolare il centro alle figlie del Dr. Abuelaish uccise durante Piombo Fuso, e dire a gran voce che qui c'è la vita e che bisogna andare avanti. Anche se ciò non è stato incluso nel Rapporto Goldstone”. Il direttore dell'ospedale ha pure avuto qualcosa da dire sul rapporto che ha accusato Israele di crimini di guerra durante l'operazione Piombo Fuso.
Ma la immagine che Israele ha di sé stesso è costruita su una disponibilità disinteressata. Qualsiasi altra cosa è “un eccezione”
Qui ritorniamo al caso del palestinese ferito buttato fuori dalla macchina della polizia, alla originaria nostra fissazione su quel caso isolato. I territori occupati, sia quelli dell'est che dell'ovest, stanno sprofondando nella nostra indifferenza. L'occupazione si è trasformata in una lunga serie di storie atroci e sanguinose, ma ben poco arriva abbastanza vicino alle orecchie degli israeliani per udire il grido di dolore proveniente dall'oscurità.
L'occupazione sta perdendo lentamente quella fisionomia politica che gli oppositori israeliani gli avevano dato e sta sprofondando in una cultura di panem et circenses. La nostra ignoranza non deriva da una censura sulle notizie, ma da notizie parziali che lusingano l’immagine che il lettore ha di se stesso.. Una resa incondizionata al destra colonialista ci sta avvolgendo. Questa storia riesce ancora a colpirci? Ah quindi possiamo sentire ancora una volta quanto siamo sensibili- non soltanto crudeli.
(traduzione di Carlo Tagliacozzo e Amedeo Rossi)
Siria : CRISI ARMATA, TRA OPPOSIZIONE E GOVERNO VINCE INDUSTRIA BELLICA
Guerra di propaganda ma anche guerra vera e propria. Come ha anche riferito un rapporto di una speciale commissione del Consiglio dei diritti umani, in Siria sia le forze governative che quelle ribelli si stanno macchiando di crimini e violazioni. Il rapporto sottolinea che ciò avviene su scale diverse, che le violazioni dei ribelli sono di gran lunga inferiori per numero a quelle commesse dall’esercito, ma esplicita un fatto su cui poco o per nulla si soffermano i media occidentali ovvero che l’opposizione dispone di combattenti e di armi.
Sugli armamenti in dotazione all’esercito e alle forze di sicurezza del regime una delle fonti più autorevoli è il Sipri, istituto di ricerca svedese specializzato su conflitti e disarmo. Secondo dati che Peter Wezeman, ricercatore del Sipri, ha fornito alla MISNA, nel periodo 2006-2010 la Siria è stato il settimo importatore a livello globale di armamenti pesanti russe. Le industrie russe hanno in particolare coperto il 64% dell’intera spesa siriana per la Difesa in questo settore. “Il Sipri non ha ancora i dati per il 2011, ma sulla base delle informazioni disponibili non c’è ragione di ritenere che qualcosa sia cambiato”.
Secondo il Sipri tra il 2007 e il 2011, la Siria ha ricevuto dalla Russia 36 sistemi di difesa aerea mobile, sistemi di difesa missilistica e sistemi anti-missili navali. La Siria ha inoltre in sospeso un ordine di acquisto di 24 caccia bombardieri. Sebbene la Russia abbia più volte sostenuto nei primi due mesi di quest’anno che le armi vendute non sono del tipo di quelle usate contro i dimostranti, è possibile – dice il Sipri – che altri trasferimenti di armi siano avvenuti nella massima discrezione. Non si sa ancora, per esempio, se la Russia, dopo averlo fatto in passato, ha fornito anche di recente armi leggere e munizioni. Unici dati certi, l’ammodernamento di 1000 carri armati inquadrati poi dagli obiettivi degli oppositori nelle strade delle città siriane; e il temporaneo fermo a Cipro di una nave russa con un carico di munizioni poi effettivamente arrivato in Siria.
A chiedere esplicitamente di armare gli oppositori è stato invece alcuni giorni fa il primo ministro del Qatar Hamad bin Jassem Al Thani, secondo cui dopo mesi di pacifiche proteste occorre dare a chi si oppone armi per potersi difendere.
Ma una parte dell’opposizione ha già a disposizione come dimostrano i combattimenti e le perdite anche pesanti tra le file dell’esercito. Secondo alcune fonti, non verificabili in maniera indipendente, agli oppositori siriani sarebbero arrivati anche missili anticarro Milan, di produzione franco-tedesca. Già usati in Libia, questi missili, sostengono alcune fonti, potrebbero essere arrivati proprio dalla Libia, da dove, come hanno confermato alla MISNA fonti libiche, sono sicuramente arrivati giovani volontari vogliosi di far avanzare la ‘Primavera araba’ anche in Siria. I canali per trasferire le armi fino a Homs, uno degli epicentri del confronto in atto, portano al Libano. Lo dimostra tra le altre cose l’arrivo ieri nel Paese dei cedri del fotogiornalista inglese Paul Conroy. Ferito la settimana scorsa nella stessa occasione in cui persero la vita la corrispondente del Sunday Times Marie Colvin e il fotografo francese Remi Ochlik, Conroy è stato portato in Libano da Baba Amr, a Homs, attraverso un corridoio transfrontaliero illegale. Quello stesso corridoio è stato probabilmente usato per far arrivare a Homs armi e combattenti.
Di armi e uomini armati entrati in Siria, attraverso l’Iraq, aveva parlato alla fine di gennaio il vice ministro degli Esteri iracheno Adnan Al Assadi. E un’ulteriore conferma era arrivata due settimane dopo dal direttore dei servizi di sicurezza nazionale (National intelligence) degli Stati Uniti, James Clapper.
[GB]
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Palestina:RAID DEI SOLDATI ISRAELIANI, CHIUSE DUE EMITTENTI TV
Soldati israeliani hanno fatto irruzione nelle sedi di due emittenti televisive palestinesi nella città di Ramallah, il capoluogo della Cisgiordania, sequestrando apparecchiature e trattenendo per ore giornalisti e responsabili: lo riferiscono diverse fonti di stampa, sia locali che internazionali.
Secondo l’agenzia di stampa palestinese “Maan”, l’operazione militare è cominciata alle due di questa notte con l’irruzione nella sede dell’emittente privata “Watan Tv”. I soldati avrebbero portato via con sé computer e altre apparecchiature, mettendo a soqquadro gli uffici della redazione e costringendo a interrompere le trasmissioni. Per diverse ore sono state trattenute quattro persone, sia giornalisti che tecnici.
L’altra emittente coinvolta nell’operazione israeliana è “al-Quds Educational Tv”, una stazione legata all’Università palestinese al-Quds a Gerusalemme. Il direttore dell’emittente, Haroun Abu Arra, ha raccontato che i militari hanno sequestrato tutto e che ora trasmettere è impossibile.
La Cisgiordania è occupata da Israele dal 1967. Le trattative tra il governo di Tel Aviv e l’Autorità nazionale palestinese (Anp) per una soluzione pacifica del conflitto sono interrotte dal 2010.
[VG]
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ISRAELE DICE NO A PANNELLI SOLARI PER PALESTINESI
Le autorità israeliane fanno come meglio credono nei Territori occupati mentre i palestinesi, nella loro terra, sono costretti a richiedere permessi per tutto, anche per la produzione di energia pulita.
MICHELE GIORGIO
Gerusalemme, 29 febbraio 2012, Nena News (la foto, presa in internet, e’ dell’agenzia AP) – In Cisgiordania è lecita la tecnologia voluta da Israele ma non quella che i palestinesi scelgono in autonomia. Mentre le autorità israeliane annunciano di aver messo a punto un piano per la costruzione di quasi 500 km di ferrovie all’interno dei Territori occupati – la fragile Anp di Abu Mazen non è stata neppure consultata -, gli 80 abitanti del villaggio di al Thala, nel sud della Cisgiordania, si vedranno demolire gli impianti fotovoltaici e le turbine eoliche per la produzione di energia pulita perchè «non hanno chiesto il permesso» alle autorità militari occupanti.
La vicenda di al Thala offre un esempio molto chiaro di ciò che significa vivere nella zona C della Cisgiordania, il 60% del territorio palestinese che, a quasi 19 anni dalla firma degli Accordi di Oslo, resta sotto l’esclusivo controllo delle autorità militari israeliane. Fino allo scorso agosto gli abitanti di al Thala non avevano l’elettricità. Poi sono giunti i cooperanti di una ong tedesca e i rappresentani del gruppo Comet-ME (scienziati israeliani per i diritti umani) che hanno costruito pannelli solari destinati a portare l’energia elettrica a 30 comunità palestinesi in quella zona. Un progetto che ha cambiato la vita a tante famiglie. «Abbiamo acquistato un frigorifero per conservare meglio gli alimenti e presto spero di poter comprare una lavatrice, è così faticoso lavare tutto a mano», spiega Hakima Elayan, madre di quattro figli.
Il sogno di Hakima di vivere con qualche comodità in più rischia di non realizzarsi. Il mese scorso, l’amministrazione civile israeliana, che fa capo al comando militare in Cisgiordania, ha inviato un ordine di stop immediato dei lavori, perché le attività in corso sarebbero «illegali», ossia svolte senza i «regolari permessi». Ora sono a rischio demolizione i pannelli e le turbine di al Thala e di altre 5 comunità. E che si tratti di energia pulita non interessa all’occupante.
Quindi un palestinese non può avviare alcuna attività nella sua terra senza una autorizzazione di Israele che, al contrario, può elaborare e realizzare un progetto nella terra di un altro popolo, senza preoccuparsi di consultare neppure il modesto governo di Salam Fayyad, il premier dell’Anp. «L’aiuto internazionale è una componente importante per garantire una vita migliore ai palestinesi ma nessuno può godere di immunità, le leggi vanno rispettate», ha spiegato Guy Inbar, dell’amministrazione civile israeliana. Ma la legge è israeliana, imposta ad un popolo sotto occupazione dal 1967, e visto che rischiano di finire in detriti e macerie anche 400mila euro, i tedeschi fanno sapere di essere alquanto irritati per queste decisioni israeliane. Un raro segno di dispiacere da parte dei principali alleati di Israele nella Ue. La presa di posizione della Germania ha dato coraggio anche alle autorità polacche che, attraverso il vice ministro degli esteri Jerzy Pomianowski, hanno fatto sapere di aver accolto male la notizia che il pozzo di al Thala, riabilitato con fondi di Varsavia, è stato demolito per lo stesso motivo: la mancanza di un permesso israeliano.
Come risponderà Israele? Le autorità militari fanno ciò che vogliono nella area C della Cisgiordania, dove i coloni israeliani si muovono senza alcun problema. Lo scorso anno l’esercito israeliano ha fatto demolire 622 strutture (di cui 222 case), lasciando senza un tetto 1.100 palestinesi, metà dei quali bambini. Israele irrita perfino alleati automatici quali Germania e Polonia. Ma non succederà niente. Qualche piccolo malessere e tutto riprenderà come prima, come sempre. Nena News
Israele:Tecnologie di controllo: il caso di Hewlett-Packard
Un rapporto sul coinvolgimento diretto di Hewlett Packard (HP) nell'occupazione. HP è stato usato come un caso di studio per parlare del ruolo delle corporazioni internazionali e locali nei meccanismi israeliani di sorveglianza e controllo sui territori palestinesi occupati.
Il rapporto completo può essere scaricato qui (in lingua inglese).
L'occupazione israeliana dei territori palestinesi è sostenuta e conservato dalle quotidiane pratiche di sorveglianza e di controllo. Negli ultimi anni, queste pratiche si sono basate sempre più affidamento su meccanismi tecnologici forniti da aziende internazionali e locali. Tra questi c'è anche l'Hewlett-Packard (HP).
Attraverso la filiale israeliana EDS, HP è il prime contractor del sistema di Basilea, un automatico sistema di controllo biometrico di accesso installato e mantenuto da HP ai check-point militari nei territori palestinesi occupati (OPT).
Un altro meccanismo di controllo in cui HP è coinvolta in Israele è il sistema di carte d'identità di Israele, che riflette e rafforza le sue asimmetrie politiche ed economiche e la struttura a strati della cittadinanza. HP produrrà carte d'identità biometriche per i cittadini e i residenti di Israele (ebrei e palestinesi) per il Ministero degli Interni israeliano. Inoltre, HP fornisce servizi e tecnologie per l'esercito israeliano.
Inoltre, due dei fornitori di servizi tecnologici di HP in Israele sono Matrix e la sua filiale, testware Tact, che si trovano nella colonia illegale di Modi'in Illit in Cisgiordania. HP sta prendendo parte al progetto della "Smart city" nell'insediamento illegale di Ariel in Cisgiordania, fornendo un storage system per la colonia.
Attraverso la filiale israeliana EDS, HP è il prime contractor del sistema di Basilea, un automatico sistema di controllo biometrico di accesso installato e mantenuto da HP ai check-point militari nei territori palestinesi occupati (OPT).
Un altro meccanismo di controllo in cui HP è coinvolta in Israele è il sistema di carte d'identità di Israele, che riflette e rafforza le sue asimmetrie politiche ed economiche e la struttura a strati della cittadinanza. HP produrrà carte d'identità biometriche per i cittadini e i residenti di Israele (ebrei e palestinesi) per il Ministero degli Interni israeliano. Inoltre, HP fornisce servizi e tecnologie per l'esercito israeliano.
Inoltre, due dei fornitori di servizi tecnologici di HP in Israele sono Matrix e la sua filiale, testware Tact, che si trovano nella colonia illegale di Modi'in Illit in Cisgiordania. HP sta prendendo parte al progetto della "Smart city" nell'insediamento illegale di Ariel in Cisgiordania, fornendo un storage system per la colonia.
Il rapporto completo può essere scaricato qui (in lingua inglese).
martedì 28 febbraio 2012
Israele e "la gioventù delle colline"
La chiamano Hilltop Youth, "gioventù delle colline", una definizione che rimanda a un collettivo, una gang, uno spazio sociale di giovani. Ma non è così, perché le colline di riferimento sono quelle palestinesi e 'loro' sono la frangia più dura dei coloni che vivono negli outpost, gli insediamenti ebraici “illegali” persino per il governo di Tel Aviv.
di Simone Ogno
Un ritratto di questa gioventù è stato portato all’attenzione dell'opinione pubblica qualche tempo fa, da un reportage della rete televisiva israeliana Channel 2, sottotitolato in inglese dal giornalista Ami Kaufman, con una dedica particolare: "Questa traduzione è dedicata ai miei amici dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e ai rabbini nazionalisti del mondo. Senza di voi, questi razzisti non esisterebbero".
Il mezzo dei reporter è costretto a compiere uno slalom tra le barriere e le puntine disseminate lungo tutto il tragitto che porta all’outpost di Migron, 14 km a nord di Gerusalemme. Sono misure precauzionali volte a rallentare gli interventi dell’IDF, l’esercito israeliano, che periodicamente tenta di sgomberare forzatamente l’avamposto radendo al suolo prefabbricati o casolari di fortuna.
I volti giovani di Sari, Ester ed Eliraz non riescono a mascherare la durezza delle loro parole e la violenza tra le righe.
"Gli ulivi? Appartengono tutti agli ebrei, anche gli ulivi che sono vicino a Muhmus sono nostri. Solo perché gli arabi pensano di possedere qualcosa qui, possono essere chiamati imbroglioni. Gli arabi hanno ventidue paesi no? Si sa che ovunque ci sia un ulivo c’è un arabo, e dove c’è un arabo c’è un terrorista".
La durezza negli occhi delle tre ragazze tradisce i sorrisi, e le parole “loro (gli arabi) non appartengono a questo posto, ogni giorno che rimangono qui pagheranno un prezzo”, confermano il collegamento tra questa gioventù e i “price tag” sempre più diffusi a Gerusalemme e nei villaggi vicini a colonie e outpost.
Graffiti sui muri che invocano la morte degli arabi, ingiurie rivolte al profeta Maometto, minacce alle famiglie palestinesi, vandalismo contro le proprietà: questi sono i “price tag”, atti che solitamente seguono lo sgombero di un outpost da parte dell’esercito israeliano, una rappresaglia nei confronti dei palestinesi che si ritrovano vittime, per l’ennesima volta.
Di recente queste attività si sono spinte oltre, verso il cuore dell’occupazione e verso l’esterno.
Il 12 dicembre scorso, un attacco portato al quartiere militare della brigata Ephraim ha coinvolto decine di coloni con il lancio di molotov e pietre verso le strutture e i mezzi della base israeliana, una vicenda che ha ricevuto la ferma condanna del primo ministro Benjamin Netanyahu e le parole incredule del generale Avi Mizrahi: “L’odio di ebrei verso i nostri soldati, così come l’ho visto, è una cosa che non ho mai visto in trent’anni di servizio”.
Meir Bartler è invece il leader che ha progettato l’attraverso del confine con la Giordania per rivendicare il possesso ebraico delle due sponde del fiume Giordano.
Una trentina di coloni fecero irruzione nell’area di Kasr al-Yehud a soli duecento metri dal confine, progettando la costruzione di una colonia e contestando l’intromissione giordana nella vicenda della chiusura del Mughrabi Bridge, che unisce il Muro del Pianto alla Spianata delle Moschee.
Bartler afferma che “in Israele, a volte, per far sì che un argomento venga affrontato, spesso c’è bisogno che lo si sbatta violentemente sul tavolo, e noi lo abbiamo fatto”; ma sono soprattutto le lamentele sui maltrattamenti subiti da parte dell’IDF a mostrare una profonda ambiguità.
Parlano di "violazione dei loro diritti", perché costretti a portare le manette per diciotto ore o per la mancanza di coperte per la notte.
Quasi un paradosso se si pensa alle quotidiane violazioni subite dai palestinesi rispetto alla libertà di circolazione, espressione, riunione, istruzione, e alle violenze subite dai coloni con gli incendi appiccati alle piantagioni di ulivo e le aggressioni fisiche, sino ad arrivare alle questione dei detenuti palestinesi e al caso di Khader Adnan.
Ora la storia pare rovesciarsi, con gli autori di quelle violazioni che diventano vittime del loro stesso sistema, mentre continuano gli attacchi “price tag”, che di recente hanno coinvolto anche la comunità cristiana di Gerusalemme, a cui è stata 'dedicata' la scritta “Vi crocifiggeremo tutti”.
Azioni che hanno portato a un richiamo ufficiale da parte della cancelleria vaticana.
Le tensioni di questi giorni alla Spianata delle Moschee tra giovani palestinesi e polizia israeliana sono il frutto dell’impunità di queste azioni, alimentate ogni giorno da esternazioni come quella di Moshé Feiglin, rappresentante dell’ala più estrema del Likud, desideroso di concedersi una "passeggiata" sulla Spianata, una provocazione che ricorda i nefasti passi di Ariel Sharon.
C’è una grave crisi all’interno di Israele che contrappone partiti, esercito e colonie, con un governo che che sembra impotente dinanzi alle rappresaglie dei coloni e alla loro sempre maggiore influenza, quasi che lo strumento prediletto della politica israeliana sia sfuggito di mano al suo creatore, influenzando un progetto coloniale che vorrebbe essere portato avanti distante dai riflettori mediatici.
Nel mezzo la politica pare cavalcare questo crescente malcontento con i gruppi alla destra del Likud che premono per il monopolio dei voti tra le colonie, ben consapevoli che circa 500 mila elettori possono rovesciare gli esiti di un’elezione.
Al di là del muro i palestinesi rimango a guardare lo scorrere di queste dinamiche sulle loro esistenze.
Guarda il video.
29 febbraio 2012
2 Top ufficiale IDF avverte: frangia radicale Settlers 'in crescita
La frangia estremista dei coloni in Cisgiordania è in crescita, lo ha riferito un alto funzionario dell'IDF e stanno aumentando gli atti di violenza contro l'IDF e i palestinesi. pur non nominandolo direttamente presubilmente il riferimento è rivolto a Weiss , universalmente considerato come uno dei leader dei giovani coloni comunemente identificati con il termine la "collina dei giovani, entrati in conflitto aperto con le Forze di Difesa israeliane e i leader del Consiglio Yesha degli insediamenti. ""La Cisgiordania oggi è una fucina di erbacce", h dichiarato l'ufficiale. Tuttavia , la maggior parte dei settler sono rispettosi della legge.Come risultato, Shamni e l'ex comandante di divisione della Cisgiordania, Briga.Gen. Noam Tivon, hanno percorso la Cisgiordania accompagnati da guardie del corpo negli ultimi due anni, a causa delle minacce ricevute da parte dei coloni. "l'esercito non ha piani operativi per un'ampia evacuazion e non ha ricevuto istruzioni complete del governo su questo tema".
MERCOLEDÌ 21 OTTOBRE 2009
UN: IDF may have planted spy gear
3 VIDEO: intervista a "giovani delle colline" o "the Hilltop youth", giovani coloni israeliani fanatici
degli avamposti nella West Bank
versione in ebraico, sottotitolato in inglese:
Dopo la conferenza di Tunisi: in Siria il mondo arabo (e non solo) va in guerra in ordine sparso
Da più parti è stata definita un fallimento: la Conferenza degli “Amici della Siria” che venerdì scorso ha riunito a Tunisi una sessantina di paesi, guidati dagli Stati Uniti, dagli Stati dell’UE e da quelli della Lega Araba, non ha prodotto alcun risultato decisivo.
Concepito per aggirare l’assenza di unanimità in sede ONU (dovuta al veto imposto da Russia e Cina), il gruppo degli “Amici della Siria” – che pure ha registrato la “discreta” adesione dell’India (attraverso una delegazione di basso profilo) – ha dovuto registrare divergenze anche al proprio interno, ha preso decisioni scarsamente rilevanti, e probabilmente andrà incontro a un’ulteriore “scrematura”.
Questo non significa che la Conferenza di Tunisi non abbia rappresentato un’altra tappa decisiva lungo un pericoloso cammino che con tutta probabilità sta avviando la Siria verso una sanguinosa guerra civile alimentata da potenze regionali ed internazionali che, armando le parti in conflitto nel paese, potrebbero dar vita a uno scontro “per procura” di cui la popolazione siriana sarà la prima vittima.
E’ ormai estremamente difficile disinnescare il conto alla rovescia scattato con la decisione della Lega Araba di “internazionalizzare” la crisi siriana deferendola al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tuttavia la mobilitazione internazionale per sostenere (anche militarmente) i ribelli in Siria e rovesciare Assad sta avvenendo in un panorama di crescente frammentazione, che non può che aumentarne i rischi.
A Tunisi i ricchi e influenti Stati del Golfo, con in testa Arabia Saudita e Qatar, hanno spinto per un intervento più deciso in Siria, appoggiati dalla Turchia e dalla seppure a tratti esitante amministrazione Obama.
A questo gruppo bisogna poi aggiungere Francia e Gran Bretagna, le quali tuttavia continuano a sottolineare (assieme agli altri paesi che hanno preso parte all’incontro) la necessità che la frammentata e divisa opposizione siriana serri i propri ranghi.
Il ministro degli esteri del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani, ha invocato la creazione di una forza araba che apra dei “corridoi umanitari” in Siria, mentre Doha già da tempo ha proposto di armare i ribelli siriani.
Dal canto suo, il ministro degli esteri turco ha utilizzato un linguaggio diplomatico più “occidentale” affermando che gli sforzi internazionali devono concentrarsi su una soluzione diplomatica per porre fine alla violenza in Siria. Ma se tali sforzi dovessero fallire, dovrebbero essere considerate “ulteriori misure”, fra cui l’imposizione dei summenzionati corridoi umanitari, eventualmente protetti da una “forza militare”.
RIYADH ALLA CARICA
Ma i più apertamente bellicosi sono stati i sauditi. Il principe Saud al-Feisal, ministro degli esteri di Riyadh, ha definito quello di Assad “un regime di occupazione”, ed ha affermato che armare i ribelli è “un’eccellente idea”.
Addirittura, con un inusuale gesto di stizza, la delegazione saudita ha ad un certo punto abbandonato la conferenza, accusata di inerzia e inconcludenza.
Riyadh ormai si è spinta troppo in là per poter tornare indietro. Avendo condannato pubblicamente il regime di Assad già l’estate scorsa per bocca del re Abdullah in persona, la famiglia saudita è determinata a rovesciare il regime di Damasco, fra l’altro per infliggere un duro colpo al rivale iraniano.
Pur mostrandosi sollecita a difendere le “legittime rivendicazioni” del popolo siriano (in maggioranza sunnita, come la casa regnante a Riyadh), la dinastia saudita ha imposto un ordine ferreo in patria, proibendo ogni forma di manifestazione e non esitando a reprimere anche con proiettili veri le finora sporadiche proteste registratesi soprattutto nella provincia orientale del paese, dove è presente una consistente minoranza sciita.
Riyadh fin dall’inizio ha guardato con preoccupazione al diffondersi delle rivolte della cosiddetta “Primavera Araba” e, dopo aver subito la perdita dell’alleato Mubarak, è passata all’offensiva inviando proprie truppe per reprimere le proteste nel vicino Bahrein, e ora cercando di imporre un regime sunnita filo-saudita ed anti-iraniano a Damasco.
A ulteriore conferma del fatto che il regno saudita è ormai sceso in campo in prima persona, sabato scorso re Abdullah ha pronunciato un discorso in cui ha affermato che ciò che sta avvenendo nel mondo arabo “ha come bersaglio l’Islam e gli arabi”.
Anche l’establishment religioso del regno sembra essersi mobilitato. Domenica, il dotto religioso Sheikh Ayedh Al Qarni ha emesso una fatwa che invita a uccidere il presidente Assad.
Re Abdullah ha risposto “a muso duro” al presidente russo Dmitri Medvedev che lo aveva chiamato al telefono nei giorni scorsi per spiegare le ragioni del veto di Mosca ed esporre i tentativi di negoziato del Cremlino. Il monarca saudita ha replicato che qualsiasi dialogo sulla Siria in questo momento “sarebbe inutile”, aggiungendo che “sarebbe stato meglio che i nostri amici russi si fossero coordinati con gli arabi prima di usare il veto al Consiglio di Sicurezza”.
E mentre i giornali ufficiali sauditi chiedono a gran voce di “armare i ribelli siriani”, si moltiplicano le notizie secondo cui alcuni non meglio identificati “paesi arabi” (i principali indiziati essendo proprio l’Arabia Saudita e il Qatar) lo starebbero già facendo.
IL MONDO ARABO “IN ORDINE SPARSO”
Tuttavia, se Riyadh e Doha sono riuscite a coagulare attorno alle proprie posizioni interventiste il consenso più o meno entusiasta degli altri paesi arabi del Golfo, il resto del mondo arabo si è presentato alla Conferenza di Tunisi “in ordine sparso”.
Se la “nuova Libia” ha dato anch’essa la propria adesione, espellendo l’ambasciatore siriano e addirittura inviando alcuni miliziani “momentaneamente disoccupati” a combattere in Siria, la Tunisia post-rivoluzionaria, è sembrata assumere una posizione più sfumata.
Pur essendosi proposto entusiasticamente come organizzatore della Conferenza degli “Amici della Siria” per iniziativa del nuovo presidente Marzouki (in quello che alcuni in Tunisia hanno considerato un “colpo diplomatico” in grado di promuovere il paese come “ponte” fra il mondo arabo ed i paesi occidentali), il governo tunisino si è espresso, a margine della stessa conferenza, contro ogni forma di intervento militare ed a favore di una transizione pacifica in Siria sulla falsariga di quella tunisina (con ciò attirandosi gli strali della stampa ufficiale saudita).
Una posizione analoga è stata espressa dal ministro degli esteri marocchino Saad Eddin Ottoman, sebbene il Marocco sia stato tra i promotori della risoluzione ONU bloccata dal veto di Russia e Cina.
Le posizioni di Tunisia e Marocco esemplificano il punto di vista di altri funzionari arabi, che pur avendo appoggiato tutte le precedenti iniziative della Lega Araba, ora temono una militarizzazione del conflitto.
Tali funzionari potrebbero essere in effetti accusati di scarsa lungimiranza, visto che era evidente che la piega presa dall’azione della Lega Araba, dettata dagli Stati del Golfo, avrebbe portato a questo risultato.
Già il 14 febbraio la Lega aveva approvato una risoluzione che invitava gli arabi a fornire “ogni sorta di supporto politico e materiale” all’opposizione siriana, evidentemente sottintendendo anche l’invio di armi.
Secondo alcune fonti diplomatiche, a dettare l’agenda di questo e di altri incontri della Lega sarebbe stato il ministro degli esteri saudita Saud al-Feisal, il quale non avrebbe lasciato molto spazio al dibattito.
Molto spesso, i sei paesi arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si incontrano separatamente nei giorni che precedono le riunioni della Lega Araba, e prendono le decisioni.
Gli altri paesi si accodano – come hanno fatto la Libia e, fino al mezzo passo indietro di venerdì, anche la Tunisia e il Marocco – oppure non hanno sufficiente forza per far sentire la propria voce contraria.
L’Egitto, ad esempio, si distingue per il suo relativo silenzio (il Cairo ha in ogni caso richiamato il proprio ambasciatore a Damasco; però ha anche lasciato passare attraverso il Canale di Suez le navi da guerra iraniane recentemente dirette in Siria). I generali egiziani potrebbero non vedere di buon occhio un intervento militare in un altro Stato arabo, ma sono presi dai loro problemi interni e temono la reazione della piazza, ampiamente ostile ad Assad. I Fratelli Musulmani, dal canto loro, sono certamente allettati dalla prospettiva che i loro cugini della Fratellanza siriana possano ascendere al potere dopo la caduta di Assad.
L’Algeria, unica repubblica araba ad essere scampata fino a questo momento all’ondata rivoluzionaria, mantiene un basso profilo temendo che prima o poi arriverà il suo turno. Nei giorni scorsi tuttavia, Abdelaziz Belkhadem, segretario del partito di governo algerino, ha duramente criticato la Lega Araba affermando che essa “non è più una ‘lega’, e tantomeno è ‘araba’, come indicherebbe il suo nome: è una lega che chiede al Consiglio di Sicurezza di intervenire contro uno dei suoi membri fondatori [la Siria], o alla NATO di distruggere le potenzialità dei paesi arabi”.
L’Iraq, dal canto suo, ha più volte votato contro le risoluzioni della Lega, e teme che una militarizzazione della rivolta in Siria possa fomentare una ribellione nelle province sunnite irachene.
La Giordania, pur essendosi accodata alla linea ufficiale della Lega, non ha richiamato il proprio ambasciatore in Siria soprattutto perché teme le possibili ripercussioni della crisi siriana sulla sua già fragile situazione interna. I legami tribali con il sud della Siria sono forti, ed allo stesso tempo il governo giordano teme le intemperanze del salafismo jihadista radicato in alcune parti del paese, nelle cui file alcuni esponenti hanno già invocato il jihad contro l’odiato Assad.
Infine il Libano, in accordo con la sua “politica di dissociazione”, oltre ad essersi opposto alle precedenti decisioni della Lega, non ha neanche preso parte alla Conferenza di Tunisi. La decisione del governo libanese è stata presa pochi giorni dopo che il “Future Movement” (al-Mustaqbal) – alla guida della “coalizione del 14 Marzo” di Saad Hariri, attualmente all’opposizione – aveva chiesto a gran voce la partecipazione del Libano alla conferenza, ad ulteriore testimonianza delle tensioni che stanno montando anche nel paese dei cedri.
QUAL E’ L’OPPOSIZIONE SIRIANA?
A rendere ancora più incerta la situazione è l’estrema frammentazione dell’opposizione siriana.
Essa è divisa grossomodo in due blocchi principali: il Comitato di Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico (CCN) ed il Consiglio Nazionale Siriano (CNS). Il primo rappresenta circa una quindicina di gruppi politici arabi e curdi all’interno della Siria. Il secondo fu costituito all’estero, ed include i Fratelli Musulmani, altri movimenti islamici ed il gruppo della “Dichiarazione di Damasco”, a sua volta composto da gruppi arabi e curdi.
Mentre il CCN guidato dall’attivista siriano Haytham Manna (residente in Francia) pone al primo posto la nonviolenza ed il rifiuto di qualsiasi intervento straniero, il CNS ha chiesto la protezione internazionale dei civili in Siria. Esso, pur avendo una presenza quasi irrilevante nel paese, si è proposto come unico rappresentante legittimo dell’opposizione siriana ed è stato scelto come interlocutore privilegiato dal fronte di paesi che chiedono l’allontanamento dal potere di Assad.
A questi due gruppi bisogna aggiungere l’Esercito Siriano Libero (Free Syrian Army – FSA), un’organizzazione armata composta in gran parte da disertori dell’esercito siriano, i cui vertici sono ospitati dalla Turchia. L’FSA comanda però solo alcune milizie ribelli in Siria, mentre molte altre formazioni armate agiscono in assenza di qualsiasi coordinamento.
In generale, il panorama delle formazioni di opposizione in Siria, sia armate che disarmate, è estremamente fluido e in continuo cambiamento. Vi sono poi divisioni all’interno di ciascun gruppo, e questo vale anche per i due raggruppamenti principali.
In particolare, all’interno del CNS vi sono state tradizionalmente divergenze fra esponenti come Radwan Ziadeh (residente a Washington), che chiede un intervento militare diretto, ed esponenti come il presidente del CNS Burhan Ghalioun (un professore universitario che vive a Parigi), il quale propende per un’azione internazionale di supporto ai ribelli.
Il CNS si caratterizza poi per il fatto che le minoranze etniche e religiose siriane sono scarsamente rappresentate al suo interno. Nel comitato esecutivo composto da dieci membri non è presente nessun alawita (cioè nessun esponente della minoranza a cui appartiene il clan degli Assad), ed il solo cristiano presente è un professore che vive in Belgio.
Cosa ancora più grave, all’indomani della Conferenza di Tunisi (che è stata boicottata del tutto dall’altro principale gruppo di opposizione, il CCN) una ventina di membri islamici e laici del CNS si è staccata dall’organizzazione per costituire una nuova formazione, il Gruppo Patriottico Siriano.
Quest’ennesima entità, guidata dall’avvocato Haitham al-Maleh, sostiene di voler rovesciare Assad “con tutti i possibili mezzi di resistenza a disposizione, compreso l’appoggio all’Esercito Siriano Libero”.
Alla luce di un simile panorama di frammentazione, non c’è da stupirsi che Francia e Gran Bretagnaabbiano sottolineato l’urgenza che l’opposizione siriana unisca i propri ranghi. Nei giorni scorsi il presidente francese Sarkozy ha detto che “non possiamo provocare una rivoluzione siriana (…) se la rivoluzione siriana non compie uno sforzo per unirsi ed organizzarsi in modo che possiamo aiutarla” – una frase che esprime in maniera eloquente il carattere paradossale della situazione.
Di fronte al veto e alle dure prese di posizione di Russia e Cina, all’aperta e scontata opposizione dell’Iran, e alle divergenze presenti all’interno degli stessi “Amici della Siria”, e considerato lo stato di “polverizzazione” dell’opposizione siriana, era ovvio che la Conferenza di Tunisi si astenesse dall’annunciare qualsiasi forma di appoggio armato ai ribelli, e si limitasse a riconoscere il CNS come “un legittimo rappresentante” (non “l’unico legittimo rappresentante”) del popolo siriano.
Ma, come accennato all’inizio, questo non significa che il processo di militarizzazione della rivolta siriana verrà interrotto. Come già detto, l’Arabia Saudita si è spinta troppo oltre per tornare sui propri passi; Qatar e Turchia sembrano altrettanto determinati ad ottenere la caduta di Assad, con mezzi pacifici o militari; anche gli USA hanno detto troppo chiaramente che Assad deve andarsene per poter pensare a una soluzione di compromesso (sebbene l’amministrazione Obama probabilmente sperasse di cavarsela senza un coinvolgimento diretto, lasciando che le “pressioni internazionali” dessero i loro frutti).
Malgrado il “nulla di fatto” di Tunisi, una serie di incontri bilaterali a margine dei lavori della Conferenza ha dato la netta impressione che il processo di creazione di un fronte anti-Assad stia andando avanti.
Sul quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat, il direttore del giornale Tariq al-Homayed ha scritto che, secondo quanto gli hanno rivelato diverse fonti di alto livello, sarebbe in corso la definizione di una “mini-commissione” all’interno del gruppo degli “Amici della Siria”. Questa commissione ristretta comprenderà Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – “paesi che sono direttamente interessati alla questione siriana”, scrive al-Homayed.
E’ indicativo il fatto che il secondo incontro degli “Amici della Siria” avrà luogo in Turchia. “Ciò significa che Ankara avrà un più influente ruolo da giocare nei prossimi giorni”, sostiene Homayed, aggiungendo che l’obiettivo “sarà quello di unire i ranghi dell’opposizione siriana”.
LA SIRIA AL CENTRO DELLA COMPETIZIONE REGIONALE
Alla luce del complesso e frastagliato panorama internazionale sopra descritto, però, le prospettive di un rovesciamento di Assad da parte delle forze dell’ “opposizione” siriana coadiuvate dall’esterno appaiono ancora più incerte, e l’impresa sembra ancor più insidiosa e piena di rischi.
Lo scenario si fa ancora più confuso e potenzialmente pericoloso se si tiene conto del fatto che la crisi siriana è radicata nel cuore del Medio Oriente, in cui le rivolte della “Primavera Araba” hanno scatenato una competizione internazionale per la ridefinizione degli equilibri di forza – una competizione che appare appena agli inizi, e si preannuncia senza esclusione di colpi.
Se da un lato gli Stati Uniti continuano a coltivare il loro progetto egemonico nella regione, e Israele a perseguire il proprio piano di frammentazione regionale per assicurarsi la supremazia in Medio Oriente e la permanenza dello status quo in Palestina (progetti ai quali si contrappone storicamente il cosiddetto asse della “resistenza” guidato dall’Iran, che attualmente appare in grave crisi alla luce dell’assedio al regime di Teheran, della rivolta in corso in Siria, e della spaccatura consumatasi fra Damasco e Hamas ), dall’altro si sta riaffermando con forza il progetto conservatore saudita che promuove il binomio “monarchia e wahhabismo” per assicurare la supremazia di Riyadh su un mondo arabo sunnita “bonificato” da velleità rivoluzionarie; al progetto saudita si affiancano poi le ambizioni “neo-ottomane” di egemonia economica regionale nutrite dalla Turchia.
A ciò si deve aggiungere l’ascesa dell’Islam politico targato “Fratelli Musulmani” in Stati come l’Egitto e la Tunisia, che ha buone prospettive anche in paesi come la Siria, la Libia e il Marocco, e che non è visto con sfavore da un potente “outsider” regionale come il Qatar.
In questo panorama di competizione regionale, le istanze popolari che hanno dato vita alla Primavera Araba rischiano di essere soffocate, se non addirittura di essere letteralmente annegate nel sangue di “conflitti per procura” e di scoppi di violenza settaria, i quali a loro volta potrebbero dare nuovo vigore al programma jihadista di al-Qaeda che le rivolte democratiche arabesembravano aver definitivamente messo in crisi.
Con l’ovvia eccezione dell’Iran, in questo momento le differenti agende in gioco in Medio Oriente sembrano convergere sul comune interesse di rovesciare il regime siriano. Ciò priverebbe l’Iran del suo più importante alleato, e per ragioni diverse questo tornerebbe utile a Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Inoltre una Siria senza Assad permetterebbe probabilmente un’ulteriore espansione del progetto islamico dei Fratelli Musulmani, mentre un regime “amico” in Siria permetterebbe ad Ankara di riaprire quella che per la Turchia è stata fino a un anno fa la “porta” del mondo arabo.
Ma al di là di questa “convergenza” occasionale in Siria, le differenti agende regionali divergono, e coloro che le propugnano si guardano con reciproco sospetto. Tanto per fare un esempio, l’agenda conservatrice saudita è in contrasto con l’agenda dei Fratelli Musulmani, visti con diffidenza da Riyadh poiché sostengono un modello di “Stato civile islamico” che è in conflitto con il modello monarchico assolutista saudita; e alla lunga l’agenda saudita si scontrerà anche con il progetto neo-ottomano di Ankara; nel frattempo Riyadh continua a guardare con sospetto agli Stati Uniti, dimostratisi disposti a sbarazzarsi di un alleato come Mubarak e ad abbracciare, seppure superficialmente, le rivolte popolari laddove conveniva ai suoi interessi.
Inoltre, la summenzionata singolare “convergenza” di interessi regionali sulla Siria ha suscitato l’allarmata reazione di Russia e Cina, le quali hanno reagito con un vigore che ha spiazzato gran parte del fronte anti-siriano, a cominciare dagli Stati Uniti. Pechino, in particolare, ha risposto con insospettata veemenza, uscendo dall’ombra di Mosca e non facendosi scrupolo di sfidare – oltre che gli Stati Uniti – l’Arabia Saudita che, proprio assieme all’Iran, è il suo principale fornitore di petrolio.
IL DILEMMA DELL’AMMINISTRAZIONE OBAMA
Di fronte a questo complesso panorama, l’amministrazione Obama si trova in un dilemma di difficile soluzione. Pressata sul fronte interno dai repubblicani e dalla lobby filo-israeliana che spingono per una “politica del pugno di ferro” con Teheran, essa non può permettersi l’avventura di un attacco militare all’Iran in un anno di campagna elettorale.
Del resto la sua politica “del bastone e della carota” con Teheran, basata sull’adozione di sanzioni molto dure ma relativamente infruttuose, accompagnate da una prospettiva di negoziato che finora di fatto non si è concretizzata (una politica, questa, che peraltro le è stata in parte dettata dal Congresso), ha posto la Casa Bianca in un vicolo cieco dal quale è molto difficile venir fuori.
La Siria potrebbe offrire proprio l’agognata via d’uscita a Obama: giungere a un cambio di regime in Siria, e proseguire l’assedio economico di Teheran potrebbe indebolire a sufficienza l’Iran, mettendo a tacere i falchi di Washington che vogliono trascinare la sua amministrazione in un conflitto potenzialmente disastroso con la Repubblica islamica.
Ma in Siria la Casa Bianca ha adottato una politica ugualmente “zoppa”, da un lato estromettendo Russia e Cina da una possibile soluzione multilaterale di compromesso e sostenendo sempre più apertamente un’opposizione siriana in gran parte forgiata all’estero dall’Occidente e dai suoi alleati arabi e turchi, dall’altro mostrandosi riluttante ad appoggiare militarmente una simile opposizione quando essa si è dimostrata incapace di rovesciare da sola un regime ben più saldo di quello di Gheddafi.
Ora l’amministrazione Obama (con l’immancabile Europa al traino) si trova di fronte alla prospettiva disastrosa di lasciare che Assad soffochi nel sangue la rivolta, o a quella altrettanto rischiosa e azzardata di lanciarsi in una “guerra per procura” a sfondo settario al seguito dell’Arabia Saudita e del suo progetto reazionario monarchico-salafita.
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