di DAVID GROSSMAN
(questo articolo del quotidiano israeliano Haaretz e’ stato tradotto in italiano da Stefania Fusero per conto del sito www.centropacecorrie.it. la foto di Omar Abu Jariban e’ presa da www.haaretz.com)
                   

Dal giornale ricavo che con Omar c’erano tre poliziotti. Faccio scorrere più volte mentalmente il videoclip nella testa: era seduto come loro sul sedile o era coricato sul pavimento del furgone? Era ammanettato o no? Qualcuno gli parlava? Gli hanno offerto da bere? Si sono fatti una risata insieme? Hanno riso di lui? L’hanno preso in giro per il suo pannolone? Hanno deriso la sua confusione o il suo catetere? Hanno discusso di quello che era in grado di fare finché rimaneva attaccato al catetere o una volta che glielo avessero tolto? Hanno detto che si meritava quello che stava per arrivare? Gli hanno dato qualche calcetto come si fa fra amici, o forse perché la situazione richiedeva un calcio veloce? O lo hanno preso a calci solo per il gusto di farlo, solo perché loro potevano, e allora perché no?
E che cosa è accaduto quando il furgone è arrivato al posto di blocco di Maccabim? Ho letto sul giornale che è nata una discussione col comandante del posto di blocco israeliano, che si è rifiutato di accettare il paziente. Omar avrà sentito la discussione su di lui dall’interno del furgone, o lo avranno trascinato fuori e sbattuto davanti al comandante, completo di catetere, pannolone e camice da ospedale perché questi lo potesse sottoporre a rapida valutazione?
E il comandante disse no. E yalla! Rieccoci in cammino. Così se ne sono tornati al furgone e hanno continuato ad andare. E adesso forse i tipi del furgone non sono carini come prima, perché si sta facendo tardi e loro vogliono tornare indietro e si chiedono che cosa mai avranno fatto per beccarsi questo negro del deserto e che cosa devono farne ora. Se il checkpoint di Maccabim non lo ha voluto, non se lo prenderà di certo quello di Atarot. Ormai fuori è buio pesto e per inciso, mentre percorrono la Route 45, tra la base militare di Ofer e il checkpoint di Atarot, ecco che spunta un’idea o una proposta. Forse qualcuno ha detto qualcosa e nessuno ha avuto da ridire oppure forse qualcuno ha avuto da ridire ma quello che se ne era uscito con quella proposta contava di più. O forse non c’è stata alcuna discussione , qualcuno ha detto qualcosa e qualcun altro ha convenuto che quello è esattamente ciò che va fatto, e uno di loro dice a chi guida, accosta un po’, non qui, c’è troppa luce, fermati là. E tu, sì tu, muoviti, muovi il culo pezzo di merda –colpa tua se il furgone puzza; ci hai rovinato la serata, vattene! Che vuol dire dove? Vattene.
E lui, Omar Abu Jariban, che cosa ha fatto allora? Se ne è rimasto semplicemente sulle sue gambe o ha improvvisamente afferrato che cosa stava accadendo, e ha cominciato a correre e urlare che lo dovevano portare con loro? E forse non si è reso conto di nulla, perché come abbiamo detto, era smarrito e confuso, ed è rimasto in piedi sulla strada o nel campo, e ha visto soltanto una strada e un furgone della polizia che se ne andava. Così che cosa ha fatto? Che cosa ha fatto veramente? Incomincia a camminare senza meta, con la vaga sensazione che in qualche modo arrivare un po’ più in là migliorerebbe leggermente la situazione? O forse si limita a sedersi guardando con lo sguardo assente davanti a sé e cerca di pensare, ma l’impresa è superiore alle sue forze perché non è in grado di capire alcunché? O forse si sdraia e si raggomitola per terra ad aspettare? Perché? E a chi pensa? Ce l’ha una persona, un posto, a cui pensare? A nessuno di quei poliziotti, in nessun momento in tutta quella notte non è venuto mai da pensare che forse c’era qualcuno, uomo, donna o famiglia per cui Omar poteva essere importante? Qualcuno che gli voleva bene? Non è venuto loro in mente che sarebbe stato possibile, con un piccolo sforzo aggiuntivo, trovare quella persona e restituirgli Omar?
E nel furgone della polizia, che accadde lì dopo avere scaricato Omar? Parlarono fra di loro? Di che cosa? Si nutrirono e infiammarono gli animi con l’odio e il disgusto di lui, per giustificare retrospettivamente ciò che avevano fatto? Per giustificare ciò che nel profondo dei loro cuori sapevano che era in contrasto con qualcosa. Forse quella cosa era la legge (ma con la legge, probabilmente si immaginavano, potevano cavarsela). Ma forse essa andava contro qualcosa di più profondo, qualche ricordo più radicato che avevano dentro, qualcosa in cui si erano ritrovati molti anni prima. Forse era una favola o una storia da bambini in cui da una parte sta il buono e dall’altra il cattivo. Forse uno di loro si ricordò di qualcosa studiato a scuola – sono passati attraverso il nostro sistema educativo, no? Mettiamo che fosse HaShavuy (Il Prigioniero) di S.Yizhar *.