lunedì 31 ottobre 2011

La colonia di Anatot: premesse all'aggressione di massa.


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La colonia di Anatot – Premesse all’aggressione di massa della scorsa settimana.
di Dror Etkes 
I coloni di Anatot si sono assuefatti all’idea che qualsiasi terreno privato palestinese che si trova attorno all’insediamento non sia affatto proprietà di palestinesi, bensì appartenga a loro. In quanto tale, non hanno alcuna intenzione di permettere a un “arabo” e ai suoi amici di lavorare sulla terra che è stata nazionalizzata a favore dell’espansione della colonia.

                                   
Questa è la storia del furto sistematico di terreni che è all’origine all’aggressione che, durante il Rosh HaShana, i coloni di Anatot hanno compiuto in massa contro Yassin al-Rafa’i, sua moglie e alcune decine di attivisti di sinistra che li avevano accompagnati sui campi di proprietà della loro famiglia.


La colonia di Anatot – ufficialmente nota con il nome di Almon – è stata fondata nel 1982 in cima a uno sperone roccioso a nord-est del villaggio palestinese di Anata. Il terreno sul quale è stata costruita era stato registrato , anche durante il governo giordano, come “Terra dello Stato”. In altre parole, si tratta di terreno pubblico che lo stato di Israele ha destinato al possesso ed uso esclusivo (come nel resto della West Bank) dei coloni ebrei. 
Ad Anatot si sono insediate persone (per lo più provenienti da Gerusalemme) che cercavano di migliorare la loro situazione abitativa realizzando il sogno di entrare in possesso di una casa con un giardino. Non erano necessariamente identificabili con lo zoccolo duro della destra religiosa. Il loro retroterra sociologico si riflette nelle scelte elettorali: nelle ultime elezioni per la Knesset del 2009, il 54% ha votato Likud, il 18% Kadima, l’11% per Lieberman e il suo partito Yisrael Beiteinu, mentre il Partito di Unità Nazionale ( che ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle colonie religiose integraliste) ha raggiunto il 5% delle preferenze.
Ciò che se ne deduce è chiaro: l’idea della “qualità del sistema di vita dei coloni” è una finzione. La violenza che una qualche decina di abitanti di Anatot ha messo in campo la settimana scorsa avrebbe inorgoglito i coloni radicali/estremisti degli avamposti. 
Come in tutte le colonie fondate nello stesso periodo, gli abitanti di Anatot, nei primi anni dell’insediamento sono vissuti in roulotte e rimorchi. Il vivere in rimorchi si è rivelato un “sacrificio” che ne è valso la pena: nei primi anni 1990 sono state realizzate abitazioni stabili, e Anatot – come molte altre colonie – si è trasformata in un altro sobborgo borghese, a soli pochi chilometri a est di Gerusalemme.
Il quartiere definitivo di Anatot non è stato edificato sul luogo iniziale, quello delle roulotte. Allo scopo di poter controllare una maggiore estensione di territorio, è stato costruito sul lato opposto, sul versante settentrionale della valle – che veniva ancora coltivato dai palestinesi del villaggio di Anata. La colonia di Anatot, grazie ad una pianificazione contorta e moralmente criminale, si è espansa su entrambi i versanti della valle, nonostante il fatto che là la terra figurasse come privata, di palestinesi.
                                            
Com’è stata gestita una situazione di quel tipo? Forse che ogni colono che voglia fare visita a un amico sull’altro lato della valle deve salire su di un elicottero? No; nel bel mezzo di terreni per lo più privati di palestinesi sono state costruite le strade che collegano le due parti della colonia.
Alla fine del 1990, il comandante dell’IDF del centro della West Bank aveva firmato una pianta della giurisdizione di Anatot, con una mossa che era sia strategicamente magistrale che moralmente deprecabile.
Il territorio ufficiale della colonia racchiuso entro le “Terre dello Stato”, non era sufficiente per la colonia a fornire una striscia comprensoriale continua – le “Terre dello Stato” risultavano circondate da molti appezzamenti che, nel registro dei terreni, erano segnati come proprietà di palestinesi residenti ad Anata. 
L’Amministrazione Civile ha continuato ad approvare piani di edificazione sulla “Terra dello Stato”, come se questa non fosse circondata da centinaia di acri di terreno privato palestinese che si sarebbe dovuto smembrare per poter realizzare strade di accesso alla colonia. Così la “Lindor” Company, nel 2003, ha avuto la possibilità di edificare un nuovo quartiere ad Anatot, su di un isola di “Terra dello Stato” situata a 700 metri ad ovest del quartiere definitivo principale. La logica era semplice: cominceremo con il prendere possesso delle terre che sono più distanti dalla colonia centrale tanto da creare una situazione di fatto sul terreno che determinerà automaticamente al suo ampliamento. Al fine di includere il nuovo quartiere, il cancello della colonia è stato spostato ancor più verso ovest e vaste aree sono state recinte inserendole all’interno dei confini della colonia. Nel 2003, lo Stato ha costruito su centinaia di acri di terreno una barriera perimetrale che ha intrappolato decine di campi privati di palestinesi. Dal momento in cui sono stati eretti barriera e cancello, ai proprietari palestinesi dei terreni è stato impedito di fatto l’accesso ai loro appezzamenti che risultavano “bloccati” tra le isole di “Terra dello Stato”. Uno di questi campi apparteneva a Yassin al-Rafa’i. Negli ultimi anni c’è stato un aumento massiccio di modalità di questo tipo, con le quali colonie in situazioni analoghe a quella di Anatot si sono estese su terreni che formalmente non appartengono a loro. Ad Anatot, su terreni privati erano stati costruiti due parcheggi e un Caffè, chiamato “Caffè nel deserto”. Altrove, un terreno privato, interposto tra i due caseggiati di proprietà della “Lindor” Company, è stato rilevato per lo sviluppo di un “parco pubblico” a vantaggio della “comunità”: non sarebbe forse un peccato se il terreno fosse rimasto inutilizzato? Comunque, ai palestinesi viene impedito l’accesso alla colonia…
                  
In tal modo sono trascorsi otto anni. I coloni di Anatot di sono assuefatti all’idea che qualsiasi terreno privato palestinese non appartenga ai palestinesi, bensì a loro. Proprio per questo, non hanno intenzione di permettere a un “arabo” e ai suoi amici di lavorare un terreno che è stato nazionalizzato per le colonie. Questo è stato, per l’esattezza, il messaggio che hanno voluto far arrivare, con sufficiente chiarezza, a Yassin al-Rafa’i e agli attivisti che lo accompagnavano ai suoi campi la settimana scorsa, durante il Rosh HaShana. 
Dror Etkes , negli ultimi 9 anni, ha seguito lo sviluppo della politica delle colonie nella West Bank 
(tradotto da mariano mingarelli)

allegato

Pogrom di Anatot: inchiesta della polizia


Militanti di Gaza lanciano razzi a Be'er Sheva, Sderot

  Tre razzi sono stati sparati verso Be'er Sheva, dopo un allarme lanciato in tutta la città. Due razzi sono stati intercettati da Iron Dome, uno è esploso in uno spazio aperto. Non ci sono state vittime o danni in nessuno dei casi.
Gaza militants renew rocket fire at Be'er Sheva, Sderot



Nazmi Jubeh : la pace nel Medioriente passa attraverso uno Stato palestinese:

"La pace nel Medioriente passa attraverso uno Stato palestinese: esso è alla base di molte questioni internazionali dei nostri giorni. Se ciò non verrà compreso per tempo da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, non potremo aspettarci altro che instabilità e violenza". Intervista a Nazmi Jubeh.Nazmi Jubeh è considerato uno dei maggiori archeologi palestinesi viventi. Co-direttore fino al 2010 del Centro RIWAQ (centro di restauro e conservazione degli edifici storici), Jubeh ha conseguito un dottorato a Tubinga ed è autore di decine di pubblicazioni accademiche. In passato ha partecipato a diversi negoziati di pace bilaterali nella veste di delegato palestinese. Oggi dirige il dipartimento di Storia e Archeologia della Birzeit University di Ramallah.

di Lorenzo Kamel da Ramallah

Profosser Jubeh, come immagina il futuro della Terra Santa?
Nel contesto di una federazione, o di uno Stato unico. La terra che israeliani e palestinesi si contendono è piccola e le risorse limitate.
I veri problemi, l’acqua e l’elettricità su tutti, non possono essere risolti unilateralmente. Volenti o nolenti non possiamo prescindere dal mettere in atto una collaborazione concreta, magari da estendere alla Giordania.
In questo modo il Mar Morto – la risorsa cardine in quest’area del mondo – potrà essere sfruttato nel modo più opportuno. Tuttavia i tempi per un tale passo non sono maturi. Ci vuole una fase storica di transizione di medio termine nella quale i due popoli vivano in due stati distinti.

Lo scorso 23 settembre dallo scranno delle Nazioni Unite il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha tuttavia sottolineato che uno Stato palestinese non ammetterebbe al suo interno alcun ebreo. Ha usato il termine “Judenrein” per spiegarlo. Cosa ne pensa?
Ritengo che gli slogan servano a poco e non spieghino la complessità delle cose. Qualsiasi ebreo che voglia vivere nella nostra comunità – seguendo le regole che ciò comporta – deve essere libero di farlo.
Altro è però chiedere che i coloni arrivati qui con la forza e in sfregio al diritto internazionale possano ipso facto vedere legittimate le loro azioni. In altre parole chi vuole vivere in un futuro Stato palestinese lo deve fare secondo la legge e non da colonialista.
Quando Israele venne creato i palestinesi erano già qui e rappresentavano la grande maggioranza della popolazione locale. Per questo ci sono oggi oltre un milione di palestinesi in Israele, molti dei quali noti come “internally displaced persons” [rifugiati interni]. Al contrario i coloni sono arrivati nei territori palestinesi attraverso la violenza e gli incentivi ricevuti in questi ultimi anni dai governi israeliani.
Equiparare i primi ai secondi non è solo semplicistico, ma anche moralmente reprensibile.

Ritiene verosimile che nasca uno Stato palestinese senza un leader carismatico che possa unire i tanti fronti che dividono la società palestinese?
Non abbiamo bisogno di un leader carismatico. Serve un modello da seguire – ad esempio quello dei movimenti di massa non violenti “stile Ni’lin” (noto anche come B'ilin, ndr) –  e non eroi o figure che lavorino individualmente.
La fine politica di Arafat è in questo senso un fattore che ha molto giovato alla nostra causa. Non a caso dopo la sua uscita di scena sono state costruite nei territori palestinesi numerose infrastrutture: senza queste ultime non potrà mai esserci alcuno stato.
In questo senso siamo fortunati che Abu Mazen non sia un leader carismatico. È un padre di famiglia che la notte non dorme alla Muqāṭaʿa [il luogo nel quale Arafat ha vissuto, come confinato, gli ultimi anni di vita, ndr], bensì torna a casa dalla moglie e dai figli.
Può piacere o meno, ma di certo è una figura che non deciderebbe l’esito di un referendum popolare prima ancora di averlo indetto.

Abu Mazen, il cui mandato è scaduto due anni fa, ha il controllo della sola Cisgiordania. La frattura tra Hamas e Fatah è destinata a perdurare?
A mio avviso durerà a lungo. Per la semplice ragione che entrambe le fazioni hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo.
Solo un evento epocale – come il collasso del regime siriano – potrebbe avere effetti diretti sulla Striscia di Gaza e sulla leadership che la controlla. In questo caso i vertici di Hamas sarebbero verosimilmente costretti a ricollocarsi in Egitto, che è poi il paese che ha il controllo quasi totale della striscia.
Lo stesso “Accordo-Shalit” – i cui effetti politici sono del tutto marginali – è figlio di una decisione presa al Cairo. Siamo in sostanza di fronte a dei “giochi politici”. A farne le spese è ancora una volta la società civile di Gaza.

Un pensiero conclusivo?
Nell’intero Medioriente stanno prendendo vita dei drammatici cambiamenti. Non so cosa accadrà a breve termine e di per sè non sono affascinato dall’idea delle rivoluzioni. Ciò che so è che questa regione sta cambiando faccia.
Mi auguro che questi grandi mutamenti non si concluderanno senza la nascita di uno Stato palestinese. Un’opportunità simile non potrà ripresentarsi, se non fra molti decenni.
La pace nel Medioriente passa attraverso uno Stato palestinese: esso è alla base di molte questioni internazionali dei nostri giorni. Se ciò non verrà compreso per tempo da Israele, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, non potremo aspettarci altro che instabilità e violenza.

31 ottobre 2011

La Palestina membro dell'Unesco : 107 a favore, 14 contrari

  La Palestina è stata ammessa come membro a pieno diritto dell'Unesco: e l'evento ha un'importanza particolare per i palestinesi che dunque mettono a segno un primo successo nel loro processo di adesione alle Nazioni Unite.Ma la decisione Onu rischia di creare una spaccatura con gli Usa che avevano minacciato di tagliare i fondi all'Unesco in caso di voto positivo. Regge, intanto, la tregua mediata dall'Egitto a Gaza, dopo cinque giorni di violenze ta Israele e i miliziani palestinesi (violenze che, in appena 36 ore, hanno fatto 12 vittime tra i palestinesi e una tra i civili israeliani). Dalla mezzanotte di domenica, il confine la striscia di Gaza e Israele è relativamente tranquillo dopo l'ultimo raid israeliano andato a segno e che ha fatto due vittime tra i miliziani palestinesi.  La tregua sembra reggere, ma oggi lo scontro è tutto diplomatico e si consuma a Parigi, sullo sfondo dell'Assemblea generale dell'Unesco. Sulla richiesta di adesione dell'Anp all'Unesco hanno votato contro Stati Uniti, Germania e Canada. L'Italia e il Regno Unito si sono astenuti, mentre la Francia, la Cina, l'India hanno votato a favore, insieme alla quasi totalità dei Paesi arabi, africani e latino-americani. Complessivamente, i voti a favore sono stati 107, mentre 14 Paesi hanno votato contro l'ammissione e 52 si sono astenuti.  L'Unesco è la prima agenzia Onu ad aver messo in agenda la questione dello status palestinese, dopo la richiesta avanzata da Abu Mazen, il 23 settembre, all'Onu. Due leggi approvate negli anni '90 dagli Usa, da sempre alleato fedele di Israele, vietano espressamente il finanziamento di qualsiasi organizzazioni Onu che accetti la Palestina come membro a pieno titolo. Il che significa che adesso l'Unesco rischia di perdere i 70 milioni di dollari del suo bilancio annuale (il 22 per cento). «Non c'è alcuna speranza che il Congresso, controllato dai repubblicani, emendi la legislazione», aveva detto in mattinata, prima ancora del voto, una fonte Unesco. Del resto, la portavoce del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland, aveva chiarito molto bene la posizione Usa la scorsa settimana: «Esistono linee rosse molto chiare nella legislazione e, se sono sorpassate nell'Unesco, tale legislazione viene attivata». E stamane, il sottosegretario Usa per l'Educazione, Martha Kanter, proprio a Parigi aveva parlato di un voto «controproducente e prematuro».  Gli Usa sono rientrati nell'Unesco solo nel 2003, dopo anni di boicottaggio nei confronti di quella che il Dipartimento di Stato definiva «la crescente disparità tra la politica estera Usa e gli obiettivi dell'Unesco»; ma nonostante il ventennio di boicottaggio, il presidente Barack Obama ha sempre considerato l'Unesco un'organizzazione di interesse strategico e un utile strumento multilaterale per propagare i valori occidentali. Dura anche la reazione di Israele, secondo cui l'ammissione della Palestina come membro dell'Unesco danneggerà le prospettive di ripresa del processo di pace. «Si tratta di una mossa unilaterale palestinese che, pur non portando alcun cambiamento sul terreno, allontana la possibilità di un accordo di pace», ha affermato il ministero degli Esteri israeliano in un comunicato. «Questa decisione non trasforma l'Autorità Nazionale Palestinese in uno Stato ma pone ostacoli sulla via del ripristino dei negoziati».La Palestina ammessa nell'Unesco


Commento : agli Usa e ad Israele non aggrada? pazienza il vento cambia


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Unesco : accettata raccomandazione per uno Stato palestinese  ]La Palestina può celebrare una prima vittoria nella lotta per il riconoscimento internazionale di uno Stato palestinese. Mercoledì il Consiglio esecutivo dell’Unesco ha accettato una raccomandazione per fare della Palestina uno Stato membro dell’Organizzazione. Iniziato da un gruppo di paesi arabi , la raccomandazione é stata approvata con maggioranza – 40 voti su 58 – e sarà sottomessa alla Conferenza generale dell’Unesco, dal 25 ottobre al 10 novembre che deve approvare a sua volta la raccomandazione con due terzi dei suoi 193 membri. Concretamente, l’Autorità palestinese, che fino ad ora aveva lo status di osservatore permanente, diventerà uno Stato membro vero e proprio e potrà in particolare chiedere l’inscrizione dei suoi siti al Patrimonio mondiale dell’Umanità- soprattutto per i siti nei territori occupati da Israele. Malgrado le varie pressioni portate avanti, Washington, non è riuscito a opporsi al voto della raccomandazione e minaccia oggi di ritirare il suo contributo finanziario , che rappresenta il 22% del budget dell’Organizzazione. Il Consiglio esecutivo dell’Unesco , si distingue da quello del Consiglio di sicurezza dell’ONU per l’assenza di veto. “ Se gli Stati Uniti avessero potuto opporre il veto , non ci sarebbe stata la raccomandazione” riconosce Mounir Anastas, vice osservatore permanente della Palestina presso l’Organizzazione . contattato da France 24.com. Come gli Stati Uniti, la Francia aveva giudicato prematuro per la Palestina di chieder un’adesione vera e proprio all’Unesco, sottolineando che la priorità attuale era quella di “ riprendere i negoziati “ con Israele. Invece, “ non era la prima volta che la domanda dell’adesione di uno Stato palestinese all’Unesco era presentata” ha riccordato Mounir Anastas. “ Dal 1989, l’adesione della Palestina come membro figurava all’ordine del giorno ad ogni Conferenza generale, ma era sempre aggiornata” spiega Anastas. Sembra che il vento è girato quest’anno , in favore di un “contesto globale diverso” dice ancora Mounir Anastas. Questo gesto dell’Unesco è simbolico , visto che arriva nello stesso momento della richiesta di adesione di uno Stato palestinese all’ONU presso il Consiglio di sicurezza. Richiesta alla quale gli Stati Uniti si opporranno con il loro veto come è già stato detto più volte. Il giorno dopo questo passo storico , Anastas, stima che “ la presa di posizione dell’Unesco può influenzare quella dell’ONU […] L’Unesco resta un’agenzia dell’ONU , gli Stati sono praticamente gli stessi e il funzionamento è simile.” .Per Frédéric Encel, specialista del Medio Oriente , l’Autorità palestinese ha in effetti beneficiato di un “ effetto di trascinamento” provocato dalla domanda ufficiale d’adesione all’ONU . “ Precedentemente , senza domanda ufficiale all’ONU , anche se non era accettata , l’Unesco difficilmente poteva accettare l’adesione di uno Stato palestinese” spiega l’esperto. La presa di posizione dell’Unesco “testimonia di una lotta di influenze”. “Ma questa vittoria diplomatica” non avrà conseguenze sulla decisione del Consiglio di Sicurezza” afferma categoricamente Encel. La presa di posizione dell’Unesco secondo lui avere conseguenze politiche reali e resta prima di tutto “simbolica

3   Cosa significa per la Palestina diventare membro dell’Unesco?
Un pieno riconoscimento permetterebbe all’Autorità Palestinese di chiedere la protezione dell’Organizzazione per i siti storici e culturali, alcuni dei quali si trovano in Gerusalemme est, occupata da Israele dopo il 1967. 

4     Palestina all'Unesco. Lezione di geopolitica  L’insieme dei 107 Paesi che hanno votato a favore dell’ammissione palestinese all’Unesco, dei 52 che si sono astenuti e dei14 che hanno scelto il no, rappresenta una significativa lezione di geopolitica. Descrivono un cambiamento, il mondo nel quale stiamo vivendo.

  Da un lato gli Stati Uniti sempre più isolati in un rifiuto che ha qualche serio valore di principio ma politicamente è fallimentare. Anche i tedeschi hanno votato contro ma la Germania, data la sua storia, è un caso a parte: ha il dovere morale di non fare nulla che possa nuocere allo Stato degli ebrei. Dall’altro lato c’è il mondo a favore, quello che diventa importate ogni giorno di più, quello che detiene una parte consistente del debito americano e fra qualche giorno sarà invitato a dare una mano all’euro. Cina, Brasile, Russia, India, Turchia, Sudafrica, Indonesia. E i Paesi arabi ricchi che con i loro fondi sovrani sostengono le nostre banche, comprano imprese, investono nei disorientati mercati finanziari europei.
    Sintomatico del mondo che cambia ma non completamente, è il voto-arlecchino dei Paesi Ue, in particolare di quelli dell’Eurozona: si la Francia, no la Germania, astenuta l’Italia (come la Gran Bretagna). Se la votazione avesse offerto una quarta possibilità, un europeo avrebbe occupato anche quella. Testimone, corresponsabile e partecipe da oltre 60 anni del conflitto, la vecchia Europa non è ancora capace di decidere unita quando sia più giusto stare dalla parte dei palestinesi, degli israeliani, di entrambi o di nessuno. Forse è un segno del destino che i nodi del mondo vengano al pettine a causa del più lungo e irrisolvibile conflitto dell’evo contemporaneo.

  Il resto che sta per accadere attorno alla questione Unesco è irrilevante. Conta poco se per ritorsione gli Stati Uniti non verseranno il loro contributo annuale all’Unesco, 70 milioni di dollari, il 20% del totale. O se il governo israeliano di Bibi Netanuahu deciderà di bloccare le rimesse fiscali all’Autorità palestinese di Abu Mazen, di rendere ancor più dura l’occupazione militare dei Territori, di isolare la Cisgiordania quanto la striscia di Gaza.
   Il voto all’Unesco è solo il primo atto. Entro la fine del mese anche il Consiglio di sicurezza dovrà decidere se ammettere o meno la Palestina. Non verrà ammessa perché in caso di maggioranza del si, uno dei cinque membri permanenti del Consiglio può porre il veto. Gli Stati Uniti lo faranno e bloccheranno ogni cosa: tutto tranne un’altra dimostrazione del loro isolamento. La richiesta palestinese andrà allora all’assemblea generale che voterà a grande maggioranza a suo favore. Ma l’Assemblea non ha i poteri del Consiglio: potrà solo promuovere la Palestina da “entità osservatrice” come è già, a “Stato non membro”, come il Vaticano. Se accadrà questo i palestinesi avranno la loro vittoria. O forse no. Il conflitto continuerà, forse ancora più esacerbato.
   Ma tutto questo è irrilevante perché il mondo sta cambiando. Anche il modo israeliano di pensare alla sua sicurezza dovrà cambiare: la forza militare e l’amicizia americana prima o poi non basteranno più. Il mondo che all’Unesco ha votato si alla Palestina non ha automaticamente detto no a Israele. Non è un mondo ostile. La Cina ha buoni rapporti con lo Stato ebraico, l’India li ha più che ottimi sia sul piano strategico che economico, oltre un milione dei cinque milioni di cittadini ebrei d’Israele sono di origini russe. In città intere come Ashdod, Ashkelon, Katzrin si parla più russo che ebraico. Il mondo che cambia non sta per crollare addosso a nessuno
 5    Caracciolo: ''Voto Palestina, dall'Italia pessimo segnale''   

CAMPAGNA A SOSTEGNO DELLA SCUOLA DIGOMME ALHAN AL AHMAR PALESTINA

"CHI DEMOLISCE UNA SCUOLA, DEMOLISCE IL FUTURO."




8 OTTOBRE, PIAZZA CASTELLO – FESTIVAL DELLE LETTERE
Nell’ambito del Festival delle Lettere (www.festivaldellelettere.it), numerosi palloncini colorati porteranno verso il cielo le “lettere al di la’del muro”, inviate dai bimbi dei campi profughi di Gerusalemme est. Durante la serata verrà proiettato sulla facciata del Castello il video di lancio della campagna a sostegno della Scuola di Gomme.
9 OTTOBRE, TEATRO DAL VERME – FESTIVAL DELLE LETTERE
Il lancio dei palloncini si ripeterà domenica 9 ottobre fuori dal teatro Dal Verme alle ore 18.30.
11 NOVEMBRE, CAMERA DEL LAVORO
Un altro appuntamento per raccogliere le firme, durante una serata dedicata alla Scuola di Gomme con lo spettacolo teatrale “PALESTINA VIVA” di Art Kitchen (www.artkitchen.org)
ALTRI EVENTI SONO PREVISTI A ROMA E BARI
FIRMA ANCHE TU ! Manda una mail a:
Manda una mail a ventoditerra@ventoditerra.org, con oggetto "CAMPAGNA SCUOLA DI GOMME" e nel testo il vostro NOME e COGNOME.
Ai sensi del D.Lgs. 196/03, "Codice in Materia di protezione dei Dati Personali", l’invio della mail autorizza Vento di Terra ONG al trattamento dei dati personali. I dati personali verranno utilizzati all’ esclusivo fine di partecipare alla petizione ed essere successivamente informati sull’andamento delle iniziative di Vento di Terra ONG”.
 www.ventoditerra.or  
CAMPAGNA A CURA DI VENTO DI TERRA ONG




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CAMPAGNA A SOSTEGNO DELLA SCUOLA DI GOMME

20/10/2011

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Cari amici di Vento di Terra,

rispondiamo alle numerose mail che abbiamo ricevuto a sostegno della campagna “CHI DEMOLISCE UNA SCUOLA, DEMOLISCE IL FUTURO”, ringraziandovi per averci scritto e sostenuto.
Di seguito gli appuntamenti con Vento di Terra durante i quali si potrà firmare la petizione per la Scuola di Gomme: 
DI PERSONA A MILANO
·  8 NOVEMBRE, OSPEDALE SAN PAOLO, presso il banchetto all'ingresso interno dell'ospedale (dalle 10.00 alle 17.00) per la consueta raccolta fondi che Vento di Terra organizza con l'ospedale
·  11 NOVEMBRE, CAMERA DEL LAVORO 
Un altro appuntamento per raccogliere le firme, durante una serata dedicata alla Scuola di Gomme con lo spettacolo teatrale “PALESTINA VIVA” di ivan
·  22 NOVEMBRE, OSPEDALE SAN PAOLO, presso il banchetto all'ingresso interno dell'ospedale (dalle 10.00 alle 17.00) per la consueta raccolta fondi che Vento di Terra organizza con l'ospedale
ON LINE: 
·         inviate una mail all'indirizzo  ventoditerra@ventoditerra.org, con oggetto "CAMPAGNA SCUOLA DI GOMME" e nel testo il vostro NOME e COGNOME. Riportate in calce alla mail la dicitura che segue, relativa al trattamento dei dati. Ai sensi del D.Lgs. 196/03, "Codice in Materia di protezione dei Dati Personali", autorizzo Vento di Terra ONG al trattamento dei miei dati personali. I dati personali verranno utilizzati all’ esclusivo fine di partecipare alla petizione ed essere successivamente informato sull’andamento delle iniziative di Vento di Terra ONG”.
Grazie per l'adesione!  Continuate a diffondere i contenuti della campagna e a seguirci su www.scuoladigomme.org ..
Vento di Terra Onlus
tel/fax: 0239432116
www.ventoditerra.org
Via Franchi Maggi, 94
20089 Rozzano (Mi)

domenica 30 ottobre 2011

Giorgio Bernardelli : Parigi 1942: ebrei salvi nella moschea


La moschea di Parigi – durante l’occupazione nazista – fu un rifugio per tanti ebrei del Nordafrica che cercavano di salvarsi dalla persecuzione? E questa memoria storica potrebbe oggi diventare un ponte di comprensione reciproca tra ebrei e musulmani? A rilanciare la tesi è un film uscito in Francia in questi giorni, dopo essersi già fatto notare all’ultimo festival di Cannes. Si intitola Les hommes libres – Gli uomini liberi – ed è diretto dal regista franco-marocchino Ismael Ferroukhi, già autore di Le grand voyage.
Il nuovo film è ambientato nella Parigi del 1942 ed è la storia del giovane immigrato algerino Younes, che la polizia collaborazionista vorrebbe infiltrare nella moschea, dove si sospetta che il rettore Si Kaddour Ben Ghabrit (nel film Michel Lonsdale, lo stesso attore che interpreta l’anziano medico frère Luc in omini di Dio) fornisca documenti falsi agli ebrei. Younes non solo scoprirà che il sospetto è fondato, ma ne uscirà trasformato dall’amicizia con il cantante ebreo algerino Salim Halali. Al punto da scegliere di unirsi alle forze della Resistenza.
Younes è un personaggio di fantasia, ma tutto l’intreccio del film si basa sulla vicenda storica del ruolo che sarebbe stato realmente svolto in quegli anni dalla moschea di Parigi. Una tesi non nuova: già lo storico americano Robert Satloff – nel suo fortunato libro Tra i giusti (Marsilio), che metteva a tema proprio il rapporto tra arabi ed ebrei del Nordafrica durante la Shoah – aveva dedicato un capitolo a questa vicenda parigina.
Ed era stato lui a fornire per primo il riscontro più importante: una nota del ministero degli Esteri francese datata 24 settembre 1940 e conservata nella moschea di Parigi in cui si legge testualmente: «Le autorità d’occupazione sospettano che il personale della moschea di Parigi fornisca in maniera fraudolenta a individui di razza ebraica certificati che attestano che le persone interessate sono di religione musulmana. All’imam è stato chiesto in maniera molto forte di porre fine a pratiche di questo genere». Su questo testo l’associazione francese Battisseuses de Paix ha interpellato il ministero degli Esteri francese che ne ha confermato l’autenticità, avendone trovato copia negli archivi. Dunque il fatto che i nazisti sospettassero i musulmani di aiutare gli ebrei è storicamente provato.
Una circostanza che non suona affatto strana, se guardata con gli occhi di settant’anni fa: già nel 1939 in Francia vivevano circa 100 mila maghrebini e a Parigi erano quasi tutti algerini della Cabilia. Dentro a una comunità del genere era abbastanza normale che tra ebrei e musulmani immigrati dalla stessa regione i legami fossero molto stretti. Più difficile risulta – però – stabilire quanti ebrei si salvarono a Parigi grazie ai documenti rilasciati dalla moschea. Satloff stesso spiega infatti che nessuno degli scampati ha mai rilasciato una testimonianza in prima persona che attesti quanto accaduto.
E questo ha portato per ora lo Yad Vashem a non assegnare il titolo di Giusto tra le nazioni a Si Kaddour Ben Ghabrit. Anche lo storico Benjamin Stora – che ha studiato a fondo la storia della prima comunità maghrebina di Parigi e ha collaborato con Ismael Ferroukhi alla sceneggiatura del film – propende più per la tesi dei casi isolati: ebrei sefarditi che parlavano l’arabo e vivevano a Parigi avrebbero scelto questa strada, trovando copertura nel rettore nella moschea.
Non a caso il film fa esplicitamente riferimento alla storia su cui si hanno più notizie: quella – appunto – del cantante algerino di origine ebraica Salim Halali, riguardo al quale solo in occasione della sua morte, avvenuta nel 2005, è emerso che si sarebbe salvato dallo sterminio grazie all’imam. Stora definisce Halali come un personaggio di frontiera: si esibiva, infatti, nei cabaret di musica orientale nella Parigi degli anni Quaranta. A lui il rettore della moschea avrebbe rilasciato un documento falso in cui si attestava la sua fede musulmana e avrebbe anche fatto incidere il nome del nonno su una tomba vuota nel cimitero islamico di Bobigny.
Al di là delle ricostruzioni storiche, resta comunque il fatto che – nel contesto difficile di oggi, con nuovi casi di antisemitismo oltralpe – Les hommes libres mette coraggiosamente a tema ciò che unisce tra loro ebrei e musulmani. E si inserisce in un percorso più ampio di riscoperta araba della Shoah che in questi ultimi anni ha fatto segnare passi importanti, ingiustamente messi in ombra dalla follia delle tesi negazioniste del presidente iraniano Ahmadinejad. Proprio in questi giorni – ad esempio – dal Marocco è venuta un’altra notizia molto significativa: all’Università Al-Akhawayn di Ifrane si è svolto il primo seminario dedicato alla memoria dell’Olocausto in un Paese arabo.
A promuoverlo è stato Elmehdi Boudra, un laureando in scienze politiche nonché presidente di un’associazione di studenti musulmani. Al convegno sono intervenuti lo storico Michael Barembaum – già direttore del museo della Shoah di Washington – ed Elizabeth Citron, ebrea di Romania che subì personalmente l’esperienza drammatica della deportazione ad Auschwitz-Birkenau.