venerdì 30 settembre 2011

MINACCE ALLA COMUNITÀ ISLAMICA DI VENEZIA: “SIETE GENTE SENZA DIO”


Brucerete all’inferno, infedeli! Siete gente senza Dio, una massa di satanisti pedofili.
Sono alcune delle minacce contenute in una missiva recapitata alla sede del Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani, presso la moschea di Venezia ad opera di un sedicente gruppo cattolico praticante.
Il grave episodio, è da collegare probabilmente con la decisione  dell’Imam Hammad, di citare il Vangelo in moschea durante la preghiera collettiva del venerdì, aderendo così all’iniziativa lanciata dal Movimento cui era seguita quella analoga di Don Cerruti, parroco di Cantù.
Questi, è bene ricordarlo, era stato etichettato di apostasia e di eresia dal parlamentare europeo, Magdi Allam, per aver promosso la conoscenza reciproca leggendo in chiesa alcuni versetti del Corano.
Nella busta, oltre alla lettera, c’erano anche una decina di periodici cattolici ripiegati e contenenti salmi, canti e parabole di Gesù.
Non buttate questi fogli domenicali della Santissima Messa o sarete dannati in eterno voi e le vostre future generazioni!” intimano gli anonimi autori del messaggio, i quali fanno anche sapere di considerare “una presa in giro” nonché un “insulto alla cristianità” la lettura del Vangelo in moschea.
Non è la prima intimazione del genere che il Movimento riceve: infatti, solo nell’ultimo mese, sono state recapitate sempre in moschea, altre due missive molto simili a questa e contenenti anche minacce di morte esplicite rivolte alla presidente del Movimento per i diritti dei musulmani, Silvia Layla Olivetti.
L’intera faccenda è ora al vaglio degli inquirenti, ma fonti vicine alle forze dell’ordine affermano che i responsabili di questi atti potrebbero essere già stati individuati.
Siamo basiti. Ogni giorno, in tv e nei giornali, si sente dire che l’Islam è una religione violentaE’ una propaganda martellante. Quando poi accadono cose come questa, però, nessuno ne parla: omertà totale. Eppure la violenza è violenza” commenta il portavoce del Movimento che aggiunge come “certi atti di inciviltà vanno condannati a prescindere dall’appartenenza religiosa. Non si può tollerare lo strumento della minaccia, dell’ingiuria e della prevaricazione, sia questa ad opera di un musulmano o di un cristiano”.
Il Movimento precisa di non avere alcuna intenzione di fare un passo indietro rispetto al cammino di promozione del dialogo interreligioso e di tutela dei diritti civili delle minoranza musulmane in Italia intrapreso finora.
Il fanatismo cattolico di alcuni soggetti che mal interpretano la loro stessa religione non ci scalfisce minimamente. La costruzione di una società basata sul rispetto reciproco e la pacifica convivenza rimangono priorità imprescindibili” conclude il portavoce del Movimento, che sulla questione delle proteste di alcune comunità islamiche sulla scelta di leggere in moschea brani del vangelo compatibili con il Corano, dichiara soddisfatto “abbiamo appena ricevuto la fatwa di un sapiente (alim ndr) che conosce molto bene la realtà europea, il quale ci ha rassicurati sulla liceità dell’iniziativa da noi promossa: citare il vangelo in moschea non è vietato, se fatto nel rispetto dei contenuti e dei precetti coranici” .
Intanto per il 2 ottobre , su iniziativa del Movimento, è previsto un incontro pubblico in moschea per decidere eventuali azioni a tutela della comunità.
Nuccio Franco

giovedì 29 settembre 2011

Capodanno ebraico: Cisgiordania chiusa, Gerusalemme blindata

 Anno nuovo, vita vecchia. Israele è in massimo stato d’allerta per i festeggiamenti del Nuovo Anno Ebraico, cominciati ieri sera e in programma fino alla mezzanotte di sabato. La conseguenza? La Cisgiordania è stata chiusa, Gerusalemme è blindata.L’esercito israeliano ha dichiarato ieri la Cisgiordania area chiusa, annunciando uno stato di emergenza di quattro giorni, dalla sera di ieri alla mezzanotte di sabato, per garantire la sicurezza delle celebrazioni del Nuovo Anno Ebraico. In breve, i checkpoint da e per Israele sono chiusi a tutti i palestinesi, con e senza permesso. Ingresso riservato solo a internazionali e membri di organizzazioni non governative.

Aumentato anche il numero di soldati presso i checkpoint di tutta la Cisgiordania e della Striscia di Gaza e quelli di stanza nelle strade principali dei Territori Occupati e al confine con l’Egitto, considerato ancora dopo l’attacco di Eilat zona calda. Gerusalemme è una città semi blindata: polizia di frontiera ed esercito stanno pattugliando la città e controllando siti considerati sensibili come le sinagoghe. Forte presenza militare soprattutto a Gerusalemme Est e nella Città Vecchia.

Israele, insomma, si dice pronto ad eventuali attacchi volti ad insanguinare i festeggiamenti: massimo stato d’allerta per tutte le forze di sicurezza dello Stato, nel timore che gruppi armati possano attaccare durante il lungo weekend di celebrazioni. Uno stato d’allerta poco giustificabile, visto la calma che si respira negli ultimi mesi nei Territori Occupati. Una calma non scalfita neppure dagli scontri di venerdì tra gruppi di palestinesi ed esercito e dai raid dei militari nei campi profughi della Cisgiordania, prima del discorso del presidente dell’AP Abu Mazen alle Nazioni Unite.


Ma la paura è la miglior alleata israeliana e allora le autorità di Tel Aviv hanno deciso di ritirare fuori da cilindro, in occasione del nuovo anno, l’Operazione Summer Seeds, lanciata alla fine di agosto in vista di eventuali disordini legati proprio alla richiesta dell’Autorità Palestinese di adesione alle Nazioni Unite. Per questo, martedì il ministro della Difesa Barak ha ordinato la chiusura della Cisgiordania fino alla mezzanotte di sabato, lasciandola aperta solo a cittadini stranieri e a casi umanitari o di emergenza.

Nel frattempo, è stata rafforzata la presenza militare al confine con l’Egitto, dove all’IDF si sono aggiunti i riservisti, nell’attesa di un possibile attacco. Fonti dell’intelligence militare parlerebbero di un gruppo di una decina di persone pronto ad entrare in territorio israeliano per commettere un attacco simile a quello di metà agosto a Eilat.

Nuova bypass road a Beit Ummar, confiscati 800 dunam di terra

Dopo l’annuncio delle oltre mille nuove unità abitative per coloni nell’imponente insediamento di Gilo, il Sud della Cisgiordania è sotto una nuova minaccia: una bypass road nel villaggio di Beit Ummar e la conseguente confisca di 800 dunam di terre palestinesi.Ad annunciare all’agenzia palestinese WAFA il nuovo progetto delle autorità israeliane nel villaggio a Nord di Hebron è Mohammed Awad, portavoce del Comitato Nazionale contro il Muro e le Colonie: Tel Aviv ha notificato ieri alla cittadinanza del villaggio di Beit Ummar un ordine militare per la costruzione di una bypass road (una strada di collegamento interna alla Cisgiordania utilizzabile solo da israeliani e coloni) che partirebbe dall’insediamento di Kefar Etzion e attraverserebbe in pieno il campo profughi di Al-Arrub e il villaggio di Beit Ummar.
Il progetto, naturalmente, sarebbe portato avanti attraverso la confisca di terre agricole appartenenti al villaggio e ad una scuola di agraria. Si parla della confisca di almeno 800 dunam di terra (1 dunam = 1 km2) per la costruzione di una strada lunga otto chilometri e larga 160 metri: il piano delle autorità israeliane prevede di utilizzare la vecchia strada di collegamento presente, che dovrebbe essere allargata di otto metri per lato, provocando appunto la confisca delle terre.
Secondo quanto riportato nell’ordine militare, i lavori di costruzione della bypass road dovrebbero cominciare la prossima settimana, un tempo troppo ridotto per dare ai residenti palestinesi il tempo di rivolgersi a tribunali israeliani per fermare il progetto. Un progetto che danneggerebbe gravemente le dozzine di famiglie che possiedono terreni agricoli in prossimità della futura bypass road e che si vedranno privati della principale entrata economica.
A mobilitarsi, per ora, i comitati popolari di resistenza che hanno già annunciato che daranno vita ad una serie di iniziative e manifestazioni di protesta pacifiche contro questa nuova minaccia, definita dal presidente Abbas il vero cuore del conflitto: colonizzazione e confisca selvagge in Cisgiordania.Inoltre, una nuova bypass road avrà il solo effetto di separare ulteriormente villaggi e città della Cisgiordania, spezzando la continuità del territorio palestinese, già ridotto a enclavi con collegamenti nulli o difficili. Una mossa che inasprisce ulteriormente i rapporti tra Tel Aviv e Ramallah, nonostante “la mano tesa” che Netanyahu ha offerto in mondovisione a Abu Mazen venerdì sera alle Nazioni Unite.
Secondo i dati forniti dall’Applied Research Institute of Jerusalem e riferiti al 2007, la lunghezza delle bypass road presenti in tutta la Cisgiordania all’epoca era pari a 794.790 chilometri, la maggioranza dei quali nel distretto di Ramallah (182.982 km) e in quello di Hebron (131.928 km). Il numero totale delle bypass road presenti al 2007 toccava quota 56, di cui dieci nel distretto di Ramallah e otto a Gerusalemme.Emma Mancini 

Parlamento Europeo:la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese è "legittima"

I deputati considerano legittima la richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese e, in una risoluzione approvata giovedì, chiedono ai governi dell'UE di assumere una posizione comune al riguardo. I deputati ritengono, tuttavia, che il riconoscimento debba essere il risultato di negoziati in seno all'Assemblea Generale ONU.

Il testo approvato afferma "l'indiscutibilità tanto del diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione e a un proprio Stato sovrano quanto del diritto di esistenza dello Stato d'Israele entro frontiere sicure".

Confini del 1967 e Gerusalemme capitale

Il Parlamento ha ribadito il sostegno per la soluzione dei due Stati sulla base dei confini del 1967, con Gerusalemme capitale di entrambi gli Stati, e chiesto la ripresa senza indugi dei negoziati.

La risoluzione sottolinea che "non dovrebbero essere accettate modifiche ai confini precedenti al 1967, anche per quanto riguarda Gerusalemme, se non quelle concordate tra le parti".

Una posizione comune per tutta l'UE

Il Parlamento chiede all'Alto rappresentate per gli affari esteri Ashton e agli Stati membri di raggiungere una posizione comune sulla richiesta palestinese per evitare divisioni. I deputati sottolineano anche che la comunità internazionale dovrebbe confermare l'impegno a garantire la sicurezza d'Israele.

Stop alla costruzione di nuove colonie

Il Parlamento chiede al governo israeliano di fermare la costruzione e l'ampliamento degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e insiste sulla necessità di trovare un accordo su una tregua definitiva che eviti lanci di missili dalla Striscia di Gaza verso Israele.


VIK: UNA SENTENZA GIA’ SCRITTA di GILBERTO PAGANI*


  Gaza, 29 settembre 2011, Nena News – Giovedì 22 settembre, dopo alcune traversie e un viaggio abbastanza avventuroso, sono a Gaza. Il processo inizia alle 10. Per arrivare alla Military Permanent Court costeggiamo la spiaggia e il campo profughi «Beach Camp», dove abita il presidente del governo di Gaza.
L’aula è piccola, sporca , spoglia. Nessuna scritta nessun simbolo politico o religioso. Lo scranno del Tribunale è molto sopraelevato, per il pubblico ci sono delle panchette, le persone presenti sono una trentina, molti gli italiani. I banchi dell’accusa e della difesa sono uno di fronte all’altro, la cattedra della Corte è perpendicolare a loro; il banco dei testimoni è di fronte ai giudici, il teste volta le spalle ad avvocati e pubblico.
Sulla destra la gabbia, nella quale vengono fatti entrare i quattro imputati.
Un militare in tuta mimetica, barbuto come tutti, ricopre la funzione di usciere, è lui che batte con forza il palmo della mano sul banco dei testimoni e lancia un urlo, entra la Corte. Il presidente della Corte avrà circa 30 anni, così come i giudici a latere, il Pm e i suoi assistenti. Tutti vestono camicie militari senza alcun distintivo o grado.
I quattro avvocati portano la toga sopra camicia e cravatta. Sono svogliati, uno di loro durante il processo (un processo per omicidio!) si assopisce, il controesame del testimone e degli imputati è di pura facciata. Mi dicono che gli avvocati sono sconosciuti, con poca esperienza.
L’udienza è brevissima, viene interrogato un agente che conferma i filmati con le confessioni degli imputati. Poi a turno gli imputati vengono interrogati dalla Corte. Uno è accusato di aver aiutato gli assassini, gli altri tre di sequestro di persona e omicidio; questi ultimi si riconoscono nelle immagini che vengono mostrate solo a loro e non al pubblico ma affermano che le confessioni sono state estorte con vessazioni e minacce.
Gli imputati appaiono spauriti e inoffensivi, sono vestiti con jeans e t-shirts, barba; non hanno l’aria dei terroristi e neppure degli imputati di terrorismo islamico che in Italia ho potuto osservare nei processi.
Viene reintrodotto l’agente, che nega ci siano state pressioni. Le dichiarazioni filmate sono state confermate anche in verbali scritti firmati dagli imputati. Nel frattempo l’usciere redarguisce aspramente quelli tra il pubblico che accavallano le gambe (mi dicono che qui sia una forma di maleducazione) e ne allontana uno (non capisco perché) che esce senza fare una piega.
Di nuovo un colpo sul banco e un urlo da parte dell’usciere: l’udienza è rinviata al 3 ottobre per ascoltare il medico legale che oggi non si è presentato.
Alla fine di questa udienza vado a incontrare il Procuratore militare, nel suo ufficio. Gli pongo tre domande: possiamo accedere agli atti delle indagini? «L’inchiesta è militare, il processo è pubblico, venite al processo e saprete quel che c’è da sapere». Sono state fatte indagini sulla morte di due sospettati in un conflitto a fuoco con la polizia? «Un’inchiesta della polizia ha appurato che tutte le regole sono state rispettate, per altre informazioni potete leggere quel che è stato scritto dalla stampa». La Procura chiederà la pena di morte per i colpevoli? «La punizione prevista dalle nostre leggi in questo caso è la pena di morte».
Sono assolutamente stranito. Mi aspettavo una procedura da Corte militare, rapida, forse spietata, comunque finalizzata a cercare una ricostruzione dei fatti, se non la verità, che sia la base per una decisione. Assisto a un processo in cui i tempi sono dilatati senza ragione, la Procura imprecisa e svogliata, gli avvocati assenti, l’interesse pubblico nullo, la Corte inutilmente autoritaria.
Non è plausibile che in una situazione (anche territoriale) come questa il medico legale non si presenti per quello che è il primo atto di un processo per omicidio, cioè illustrare le cause della morte di una persona.
Il processo si basa sulle confessioni, ma nulla viene detto sulle indagini che hanno portato all’individuazione degli imputati, come si sia arrivati alla casa dove gli accusati si erano rifugiati, come si sia svolta l’azione della polizia, quale sia stato il ruolo dei due presunti assassini uccisi durante l’azione. E soprattutto: perchè proprio Vittorio è stato rapito e perchè è stato ucciso. Queste domande elementari non avranno spazio nel processo.
La famiglia di Vittorio, come tutti noi, vuole, oltre alla punizione dei colpevoli, che venga chiarita la verità. Queste domande legittime sono considerate con stupore, quasi con fastidio.
Il ragionamento che le autorità non fanno esplicitamente, ma che si può percepire è: ve ne abbiamo già uccisi due, altri tre forse li impiccheremo, non vi basta? Avete avuto la vostra vendetta, volete anche la verità?
Non ho dubbi che se avessimo avuto la possibilità di costituirci parte civile (nel codice militare introdotto da Hamas non è prevista la parte civile) ed avere quindi un ruolo nel processo i miei colleghi palestinesi avrebbero saputo smontare le falle e le omissioni dell’inchiesta, pur sapendo che la loro posizione già adesso è molto scomoda, per usare un eufemismo.
Prevedo un verdetto di colpevolezza, in quanto non appare realistico che la Corte smentisca le indagini segrete della security e della polizia e ritenga non utilizzabili le confessioni perché estorte. Equivarrebbe a smentire le autorità, in un paese dove il principio della divisione dei poteri non mi sembra abbia una rilevanza particolare.
Ho incontrato persone di fiducia delle famiglie degli imputati che chiedono alla famiglia di Vittorio tramite me di impedire che i loro figli vengano condannati a morte.
La famiglia di Vittorio è ovviamente contraria alla pena di morte e non può accettare che ad una tragedia si assommi un’altra tragedia, per cui farà tutti i passi necessari in questa direzione.
La mia richiesta a queste persone, che non costituisce una contropartita in cambio della loro vita, è stata che essi dicano la verità. Salvare la vita di queste persone, spezzare la logica di violenza e di odio, sarà il più grande lascito di Vittorio, per continuare il suo impegno per cui a Gaza è ricordato con affetto e commozione.
*Avvocato della famiglia Arrigoni. Questo articolo è stato pubblicato il 29 settembre sul quotidiano Il Manifesto.

Anna Momigliano:Israele sempre più isolata. Perché Obama continua a difenderla?


  Da un lato le critiche di Europa e Stati Uniti alle colonie, dall’altro il sostegno delle potenze economiche emergenti Cina, India e Brasile allo Stato Palestinese. Sono giorni molto difficili per Israele, sempre più isolata dal punto di vista internazionale, che ormai sembra preparata a subire uno schiaffo morale alle Nazioni Unite. Infatti venerdì mattina (verso le 10, ora americana) il Consiglio di Sicurezza si riunisce per una prima discussione sulla domanda presentata dai Palestinesi, che chiedono di essere riconosciuti come Paese membro dell’Onu e, dunque, come nazione indipendente.
Per ottenere questo status, la Palestina deve ottenere due cose: una maggioranza di nove seggi su 15, ed evitare che uno dei membri permanenti ponga il veto. Il ministro degli Esteri palestinese Ryad al-Maliki ha dichiarato di avere ottenuto garanzia che otto membri sosterranno la causa palestinese: Cina, Russia, India, Brasile, Sud Africa (ovvero i cosiddetti Paesi BRICS), oltre a Libano, Nigeria e Gabon. Il che significa che serve un solo altro voto per ottenere la maggioranza assoluta.
Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, l’Autorità palestinese starebbe cercando di ottenere il sostegno della Bosnia o della Colombia ed è più probabile che sia il Paese europeo ad accogliere la richiesta, perché la Colombia è politicamente molto legata agli Stati Uniti. Che, con ogni probabilità, utilizzeranno il loro diritto di veto.
Tecnicamente potrebbero porre il veto anche le due nazioni europee che ricoprono i seggi permanenti, Francia e Gran Bretagna, ma è difficile che decidano di farlo: più probabilmente si limiteranno ad astenersi. Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé aveva dichiarato la scorsa settimana, durante la riunione dell’Assemblea generale Onu, di opporsi alla creazione immediata e unilaterale di uno Stato palestinese ma aveva anche criticato un possibile veto presso il Consiglio di Sicurezza.
Dunque gli Stati Uniti sono l’unica speranza di Israele per evitare la creazione unilaterale di uno Stato Palestinese. Fortunatamente per Israele, Obama ha tutta l’intenzione di esercitare il suo diritto di veto, come ha detto chiaramente in un incontro con il presidente dell’Anp Abu Mazen: la posizione degli Stati Uniti è che l’Onu “non è la sede appropriata” e che uno Stato Palestinese dovrebbe essere creato attraverso il negoziato con Israele.
Il problema è che di negoziati nel prossimo futuro non se ne vedono. A infiammare la situazione, già tesa di per sé, è stato il recente annuncio da parte del governo israeliano dellacostruzione di 1.100 nuovi appartamenti a Gilo: si tratta di un quartiere che Israele consideraparte integrante di Gerusalemme Est ma che si trova al di là dei confini del 1967 e che dunque è una colonia secondo la comunità internazionale. Critiche arrivano dall’Europa, dagli Stati Uniti e, naturalmente, dalla Turchia, grande ex alleato in Medio Oriente che negli ultimi anni però si è trasformato nella guida dei Paesi arabi contro Israele.
L’Unione Europea e la Gran Bretagna hanno chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di “rivedere la decisione”, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha definito la costruzione di nuovi insediamenti “controproduttiva” e il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha detto che “solleva dubbi sulla reale disponibilità da parte di Israele di riprendere i negoziati”.
Il governo di Netanyahu insomma sembra riuscito a irritare tutti. Resta da chiedersi allora perché Stati Uniti e, in misura minore, l’Europa siano determinati a schierarsi dalla parte di Israele durante la riunione del Consiglio di Sicurezza. Infatti, con ogni probabilità, fermare la creazione di uno Stato Palestinese porterà a un’ondata di malcontento nei Paesi arabi.
Ma la creazione di uno Stato Palestinese fantoccio, una nazione proclamata indipendente mentre ancora è divisa in due – da un lato la Cisgiordania governata da Abu Mazen, dall’altro Gaza in mano ad Hamas – e di fatto occupata militarmente da Israele: tutto questo provocherebbe, nel medio termine, reazioni ancora più devastanti. Nella migliore delle ipotesi, una Terza Intifada.
Come ha scritto di recente un giornalista americano: “La richiesta dei palestinesi è comprensibile, ma poco saggia. Obama può porre il veto e dormire bene la notte”.
Anna Momigliano è una redattrice di Studio, bimestrale di attualità culturale. Ha scritto reportage da Israele, Libano e altri Paesi mediorientali. Per Marsilio ha pubblicato Karma Kosher, giovani israeliani tra guerra, pace, politica e rock ‘n roll