Terra, 3 gennaio 2011
Corsi d’acqua a mano armata: è questo il paradigma del Medio Oriente che verrà. L’acqua scarseggia, e quella che resta è una faccenda da militari e strateghi. I primi sintomi cominciano già a scombinare la tranquilla routine tra paesi vicini, fatta di tensioni insolvibili, silenzi diplomatici e costanti minacce di guerra. Il Mar Morto sta calando di un metro l’anno e il Giordano è privato del 90 per cento della sua capacità, l’unica soluzione sembra un progetto – il “Canale dei due Mari” che lo connetta col Mar Rosso, ma ad una condizione: la cooperazione, tutt’altro che scontata, fra Israeliani, palestinesi e giordani. A nord-est, il caso dell’Eufrate ha ribaltato I rapporti fra Turchia e Iraq nel giro di qualche anno; sin dagli anni novanta la costruzione della diga Ataturk nei pressi di Dyarbakir aveva trattenuto dei preziosi flutti che da sempre irrigavano la Mesopotamia. Saddam Hussein, aveva risposto aprendo i confini ai guerriglieri kurdi del Pkk, offrendo loro le basi per poter attaccare l’esercito turcoOgni volta che a Baghdad l’acqua non bastava, qualche accordo segreto veniva stilato fra I paesi rivali, e qualche cellula del Pkk veniva consegnata ad Ankara non appena la Turchia abbassava le chiuse delle sue dighe. Eppure proprio l’anno scoro ad Ankara si è deciso di aprire un nuovo capitolo col vicino arabo, raddoppiando la quantità d’acqua elargita dalle dighe. Un progetto di acquedotto fra Israele e Turchia, poi, potrebbe tagliare fuori la Siria dalla sua quota di risorse grazie ai miliardi che Tel Aviv è disposta a sborsare. Invece il Libano, che dopo la Turchia sarebbe il paese più ricco di riserve idriche se soltanto 50 anni di malagestione non avessero ridotto il paese sull’orlo della siccità assoluta entro il 2015, vive nel terrore di un nuovo attacco israeliano per accaparrarsi i bacini del Litani. E la tanto controversa Unione Mediterranea voluta da Sarkozy si è arenata l’anno scorso quando lo sforzo congiunto dei paesi del Mare Nostrum di elaborare una comune strategia per la gestione dell’acqua che rimane si è scontrata con il niet israeliano e I battibecchi dei soliti irriducibili rivieraschi orientali. Il controllo dell’acqua a scopo strategico ha un nome, idroegemonia, una disciplina iniziata studiando proprio caso mediorientale, e le dighe sul Tigri e l’Eufrate in particolare.
| In tutto questo la Turchia fa la parte del leone: con risorse pari al 180 per cento del proprio fabbisogno, è chiaro che nei prossimi anni I giochi in Medio Oriente li farà Ankara. Ed ecco allora la funzione – tutt’altro che energetica, visto il flop dei progetti portati a termine finora - di dighe monumentali come la Ilisu sul Tigri oppure la Ataturk e la Assad sull’Eufrate: accaparrarsi più acqua possibile, e il prima possibile. Dopodiché, chi la vuole fra i paesi “a valle” dovrà fare i conti con chi può aprire o chiudere il rubinetto. Fra gli studiosi di idroegemonia però c’è ottimismo: ritengono che i casi di Tigri, Eufrate e Giordano possano fornire spunti di dialogo e cooperazione. E la comune sete potrebbe riuscire là dove nessuna tavola rotonda ha potuto. Ma che dire delle popolazioni sfollate dalla deviazione dei corsi d’acqua, delle dighe giganti usate come mezzo per punire e porre sotto controllo le zone ribelli kurde, dei dieci anni di guerriglia che hanno accompagnato la costruzione delle dighe sull’Eufrate e che adesso rischiano di spostarsi sul Tigri? Una cosa è certa: l’acqua, in Medio Oriente, non è mai mancata. Ma spesso l’acqua non si paga, o non si paga in base al consumo, lasciando la gente – e le industrie - libera di sprecare a proprio piacimento. Soltanto che mettere in campo gli eserciti, in questa zona del mondo, è sempre stato più facile che organizzare una campagna di educazione al risparmio che insegnasse, quantomeno, a chiudere il rubinetto. Può bastare una diga per scatenare la guerra |

Nessun commento:
Posta un commento