Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina

venerdì 31 dicembre 2010

Sefi Rachlevsky : Il potere dell’alleanza tra Netanyahu e gli estremisti religiosi è un invito ad un cambiamento radicale.

Dopo l’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin, Benjamin Netanyahu affermò che non avrebbe mai potuto immaginare dove avrebbe potuto portare il ciclo dell’istigazione rabbinica, associata alla percezione dell’appoggio politico ed alla demagogia. Sembrerebbe, tuttavia, che Netanyahu abbia tratto da tutto ciò una lezione diametralmente opposta.



I rabbini che sobillano continuano a ricevere decine di migliaia di shekel al mese dal governo israeliano. Lo stesso primo ministro fa discorsi incendiari contro gli “stranieri”. E la percezione del supporto da parte dei politici viene avvalorata dall’introduzione di una serie di disegni di legge razzisti il cui apice è stato raggiunto con la “legge del comitato per la discriminazione”, che minaccia di trasformare un editto rabbinico in una legge dello stato che favorirà la costituzione di aree per “soli ebrei”. 
La “dittatura dei piselli”, secondo il consulente organizzativo Tal Gutfeld, rappresenta una cultura di regia nella quale con lo spargere i piselli al suolo si porta il pubblico e i mezzi di informazione a rincorrere tutto il tempo dei singoli piselli, dimenticando del tutto il contesto globale della situazione. 
Un metodo di questo tipo viene messo in gioco in ogni fase di razzismo. Talvolta l’argomento è dato dagli “arabi”, talaltra dagli “stranieri che vengono dall’Africa” e qualche volta dai “cittadini sleali”. Questo svolge lo stesso ruolo di quello attribuito agli “ebrei”, ai “comunisti”, agli “omosessuali” e agli “zingari”. In effetti, essi rappresentano obiettivi intercambiabili per un conflitto di massa e l’interesse del regime. Il vero soggetto è l’incoraggiamento razzista ed antidemocratico. 
Non è un caso che gli organizzatori che si nascondono dietro alle manifestazioni di Bat Yam, del quartiere Hatikva di Tel Aviv e di Kikar Zion a Gerusalemme, fossero dello stesso tipo. 
Le migliaia di persone che hanno rioccupato queste piazze pubbliche – in quanto i loro rabbini finanziati dallo stato osano promettere una “guerra civile” dall’alto dei cieli – fanno luce su un contesto più ampio. Il bilancio dello stato e il cosiddetto disegno di legge sulle Disponibilità Economiche che lo integra illuminano appieno tale contesto. Il Likud è giunto al potere nel 1977 sulle ali del ribaltamento della “seconda Israele”. Dopo 33 anni di dominio del Likud – con brevi intervalli, principalmente durante il governo di Rabin assassinato – non c’erano più di due Israele. Ora ce ne sono tre. 

La prima Israele è la Israele della gran quantità di dollari. Ricchezze, relazioni e il fior fiore di imprese, come nel caso della Israel Air Force, che non badano a spese per bilanci senza limiti. La seconda Israele, accanto alla prima, è la Israele delle scuole talmudiche e delle colonie. Più di un milione di persone vivono in esse, al di là dei confini dello stato e della necessità di lavoro. La maggior parte dei miliardi sono dispersi, non solo per la mancanza di lavoro, ma anche per il “lavoro didattico”, con il quale si educa con il finanziamento dello stato la maggioranza degli studenti della prima elementare del paese, che vengono definiti come ebrei, nello spirito del rabbino municipale di safed, Shmuel Eliyahu. 
E la terza Israele? Nulla è rimasto per lei. 
La maggior parte degli israeliani vivono nella terza Israele. E’ lì dove ci sono i servizi antincendio fuori controllo e il sistema scolastico non religioso senza un soldo. E’ lì dove potrai trovare dei procuratori di stato che si lamentano, il servizio sanitario in stato di abbandono, gli operatori sociali esauriti: in questa terra lontana un terzo dei lavoratori porta a casa meno di 3.850 Nis al mese. Che vita. Il potere dell’alleanza tra Netanyahu e gli estremisti religiosi è un invito ad un cambiamento radicale. Eppure chiunque solleverà gli occhi dai piselli sparsi sul terreno si renderà conto di poter muovere una foresta più grande di quella di Birnam. L’anno 1948 non è stato solo l’anno in cui venne creato il “Grande Fratello” come uno scenario dell’orrore, ma anche l’anno in cui nacque lo stato. Con la guida di destra, la maggioranza della popolazione che ancora vuole democrazia, una vita normale e una dichiarazione di indipendenza, potrebbe allontanarsi dagli schermi del Grande Fratello e ammettere di meritare di più. Per i cittadini di un paese ricco qual’è Israele, non c’è alcuna ragione di accontentarsi di una avversione reciproca e di piselli. La maggioranza potrebbe sollevarsi contro Dunsinane, il castello del sovrano le cui mani non saranno mai pulite. Ci sono molti che non possono vedere il fuoco dall’interno, ma questo potrebbe essere l’ultima resa dei conti da lasciare alla maggior parte degli israeliani che sono al di fuori del castello di una vita accettabile.
(tradotto da mariano mingarelli
   Notizie da Israele: La dittatura dei piselli
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Dietro lo scandalo Katsav, la crisi e il razzismo in Israele di Arieh Cohen (ASIANEWS)

Tel Aviv (AsiaNews) – La notizia della condanna dell’ex presidente Moshe Katsav per due casi di stupro e altri crimini sessuali, ha suscitato fra gli israeliani sentimenti contrastanti. Vi è stata naturalmente, una espressa vergogna verso un capo di Stato che la corte ha giudicato colpevole di crimini così gravi. Ma vi è anche un senso di orgoglio nazionale per avere un sistema giuridico indipendente, che non si fa intimidire o corrompere e che commina la giustizia in modo equanime, al potente e al senza potere. Gli israeliani affermano che non importa quanto un accusato sia influente: se egli ha infranto la legge, se ha offeso il suo vicino, la giustizia è assicurata.
La soddisfazione di fronte a tale dimostrazione di uguaglianza di fronte alla legge è comprensibile e giustificata. Forse può essere diminuita ricordando che Katsav non è mai stato una figura potente o influente. Egli non ha ricchezza o legami significativi ed è stato un politico di basso livello; quando il suo partito lo ha scelto come candidato per la presidenza in Israele – un posto puramente simbolico - egli rivestiva uno dei meno importanti posti ministeriali.Per il momento, il sensazionale verdetto è servito a distogliere le menti degli israeliani dai gravi problemi presenti in altre aree: primo fra tutti il blocco senza speranza degli sforzi di pace con i palestinesi o con Siria e Libano, insieme alla costante minaccia di nuovi attacchi sulla popolazione israliana da parte di Hezbollah in Libano e di Hamas nella Striscia di Gaza. Vi è poi, naturalmente, lo scenario da incubo dell’Iran nuclearizzato, capace di compiere la minaccia di “cancellare Israele dalla carta geografica”. Su questo punto, l’angoscia di Israele cresce in proporzione all’appartente passività dell’occidente.
Giorni prima della condanna di Katsav, Avigdor Liebermann, il ministro degli esteri, ha inquietato la nazione e contrariato tutti: a un’assemblea di ambasciatori israeliani egli ha dichiarato che la politica di pace del premier Netanyahu, che ha come scopo uno Stato palestinese, non è realistica. Il ministro degli esteri ha già fatto simili dichiarazioni all’Assemblea generale dell’Onu lo scorso autunno. Egli afferma che l’attuale governo  non ha la capacità di seguire la politica di pace di Netanyahu: non solo perché – secondo lui - essa è sbagliata, ma anche perché le tensioni e le contraddizioni interne al governo sono tali che Netanyahu non potrà mai avere sufficiente sostegno per varare tale politica.
 
Al suo staff e agli ambasciatori, Liebermann ha detto che l’unica politica possibile è quella della “soluzione ad interim” e che egli sta per presentare un piano in questo senso. Secondo i media, la “soluzione ad interim” che egli propone è in pratica il continuare l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, con qualche “miglioramento” per la vita quotidiana e le possibilità economiche dei residenti, concessi solo se essi “si comportano bene”.
 
L’imbarazzo nazionale e internazionale verso il premier Netanyahu è stato immenso. Analisti e commentatori hanno subito manifestato quanto impossibile e indegna è una situazione in cui il ministro degli esteri ridicolizza in pubblico la posizione politica del primo ministro (la fondamentale “soluzione dei due Stati”) e vi si oppone in modo attivo. Netanyahu ha risposto – in modo debole e per nulla persuasivo – che il discorso del suo ministro degli esteri rifletteva pure “opinioni personali” e che la politica ufficiale del governo è espressa dal primo ministro. Di fatto, però, il ministro degli esteri ha parlato agli ambasciatori israeliani di tutto il
mondo, dando loro istruzioni sulle posizioni che essi devono assumere nei Paesi ospitanti e nelle organizzazioni internazionali.

Qualcuno in Israele pensa che forse Netanyahu attende che i pubblici ministeri di Israele, così senza paura, facciano il loro lavoro: fra non molto l’Attorney General di Israele dovrebbe annunciare se aprire un’accusa contro Liebermann per vari crimini legati a contratti economici del ministro degli esteri (immigrato in Israele dall’Unione sovietica) con il blocco dell’Est, fra cui riciclaggio di denaro sporco e evasione fiscale. Va ricordato che la fedina penale di Liebermann comprende anche una condanna per violenze contro i bambini. Per la legge di Israele, se si apre un’accusa Liebermann dovrà lasciare il suo posto di governo.
Nel suo discorso, il ministro degli esteri ha anche minacciato i palestinesi sul loro tentativo di guadagnare il riconoscimento internazionale per uno Stato palestinese nei Territori poi occupati da Israele nel 1967. Tale tentativo sta avendo successo. Un tempo, una dichiarazione internazionale dell’Olp che fosse soddisfatta di quei territori - il 22% della Palestina storica – avrebbe incontrato il giubilo da parte israeliana, perché avrebbe significato il pieno riconoscimento dello Stato d’Israele nei suoi confini (l’altro 78%). Ora invece essa viene vista come una minaccia.
 
D’altronde, proprio in mancanza di concrete prospettive di un trattato di pace, sempre più nazioni prendono in considerazione tale riconoscimento, compreso il Brasile – sempre più influente – e altri Paesi latino-americani che stanno seguendo il suo esempio. Il ministro degli esteri israeliano ha minacciato risposte pesanti (“col bastone”): se i palestinesi non abbandonano questo sforzo non violento e diplomatico di far avanzare la causa della loro libertà.
 
Intanto, sul terreno, la colonizzazione israeliana ha preso un’accelerazione, Ciò segue la fine del “congelamento” parziale e il rifiuto di Netanyahu ad ascoltare le suppliche Usa a rinnovarlo, anche solo per 90 giorni, per permettere la ripresa dei negoziati di pace. I giornali israeliani riportano ogni giorno l’apertura di nuovi insediamenti e cantieri, come pure la violenza dei coloni contro civili palestinesi: l’ultima “moda” è quella di bloccare l’accesso degli abitanti palestinesi alle fonti d’acqua, ai pozzi e alle sorgenti.
Un’altra crisi che scuote la società israeliana è il razzismo. Tanto che il ministro della difesa, Ehud Barak – il contestato leader del Labour Party, una volta dominante, ma ormai ridotto – lo ha condannato con forti discorsi in pubblico. Decine di rabbini statali, rabbini di città e paesi (qualcosa come dei vescovi diocesani di una Chiesa di Stato) hanno pubblicato un decreto in cui proibiscono la vendita o l’affitto di case a membri della minoranza araba israeliana; una trentina di mogli di rabbini hanno pubblicato un documento che mette in guardia le donne ebree di non avere relazioni con uomini di quella minoranza. In alcune città, gruppi di persone hanno attaccato per strada rifugiati dall’Africa e altre persone di colore, entrando anche nelle loro case e nei luoghi di raduno. Ebrei ultraortodossi di origine europea con ostinazione escludono dalle loro scuole altri ebrei di origine africana o del medio oriente. Una nuova legge dà ad alcuni sindaci il potere di rifiutare al residenza a membri della minoranza araba israeliana.
L’elite liberale e laica, un tempo dominante in Israele, inorridisce di fronte a tali fatti, che contraddicono la loro stessa concezione di uno Stato ebraico. In effetti, i documenti di fondazione dello Stato di Israele – in particolare la Dichiarazione di indipendenza del 1948 – promette in modo solenne la piena uguaglianza politica e sociale, senza riguardo a razza, nazionalità o religione. Uno scrittore del quotidiano più liberale, “Ha’Aretz”, parla di un’atmosfera che ricorda la Germania del 1932. Altri criticano questa retorica un po’ eccessiva, ma mostrano che vi è un’analogia fra la messa in guardia delle donne ebree verso i non ebrei e le peggiori forme di incitamento all’amtisemitismo in Germania e in altri momenti della storia.
Il primo ministro e alcuni rabbini hanno deprecato le peggiori manifestazioni di razzismo, ma i circoli liberali lamentano che le loro dichiarazioni sono troppo deboli e non sono appoggiate da azioni appropriate. Ad esempio: i rabbini statali che hanno firmato il decreto razzista sulla vendita o l’affitto di case agli arabi, occupano ancora le loro posizioni e sono ancora pagati dallo Stato; essi non sono stati accusati di nulla, anche se l’incitamento al razzismo è proibito dalle leggi israeliane.
Ad ogni modo, al finire del 2010 e all’inizio del 2011, l’immagine della società israeliana non è tutta buia. Le elite intellettuali e culturali della nazione, come pure molti cittadini, rimangono in favore della fine dell’occupazione e della colonizzazione e in favore di uno Stato liberale, democratico, con uguali diritti per tutti. Non vi è ragione per pensare che essi siano ormai una minoranza non influente. Se oggi essi non sembrano influenti tanto da cambiare ilo corso degli eventi, è perché essi non riescono a trovare uno strumento politico credibile, oppure non riescono a incanalare il loro credo e i loro sentimenti in una politica. Lo stato pietoso del disintegrato Labour Party ha tolto da esso l’abilità di giocare questo ruolo; mentre il nuovo partito di centro-destra, il Kadimah, non ha ancora un’identità sufficientemente chiara e nemmeno un realismo sufficiente a renderlo il motore di un rinnovamento nazionale.
In mezzo a tutto ciò, è evidente  e spiacevole l’assenza della Chiesa dalla scena pubblica. Quando il grande Giovanni Paolo II prese la decisione storica di nominare per Israele un “vescovo ausiliare con speciali facoltà”, crebbero molte speranze per una Chiesa di lingua ebraica desiderosa di impegnarsi in un dialogo aperto (sereno e rispettoso, “dall’interno”) con il resto della maggioranza israeliana di lingua ebraica. Non molto tempo dopo, il vescovo – il santo monaco Jean-Baptiste Gourion, benedettino olivetano, è morto per una dolorosa malattia. In seguito è morto anche Giovanni Paolo II. Il papa non aveva concluso il suo lavoro e non aveva stabilito in modo formale una diocesi vera e propria. Per questo, oggi, dal punto di vista canonico non vi è un “posto vacante”. Ma vi è uno “spazio vacante” nel cuore di Israele, dove nel dibattito pubblico non si riesce a sentire la voce della Chiesa.
Dietro lo scandalo Katsav, la crisi e il razzismo in Israele
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aleh Al-Naami : Fatah lacerata da lotte interne

       Due poliziotti ammazzano il tempo e la noia leggendo giornali e giocando a scacchi nel distretto orientale di Al-Maseyoun. Il distretto di alta classe ospita la lussuosa villa che Mohamed Dahlan, membro del Comitato Centrale di Fatah, utilizza quando soggiorna a Ramallah. Chi avesse visto la villa due mesi fa sarebbe sorpreso nel vedere il drastico calo del numero di poliziotti a proteggere la residenza. A giudicare dal volume delle forze di sicurezza all’esterno, sembrava più un fortino, ma il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha deciso di tagliare drasticamente il loro numero, dopo che la sua relazione con Dahlan si è inasprita.Abu Mazen nega che il taglio alla sicurezza sia stato conseguente al litigio con Dahlan, ma lo giustifica affermando che non vi è più alcun motivo di mantenere questo livello di sicurezza per la casa di Dahlan. Ambienti politici palestinesi e i media insistono, però, sul fatto che il personale di sicurezza sarebbe stato allontanato a causa delle profonde divergenze tra i due, che i leader di Fatah sono risultati incapaci di ricomporre. Fonti hanno detto ad Al-Ahram Weekly che la recente controversia è scoppiata dopo che Abbas ha ricevuto informazioni sul fatto che, durante le riunioni di Fatah in Cisgiordania e negli incontri palestinesi nel mondo arabo, Dahlan ha fortemente censurato lui e il Primo Ministro Salam Fayyad. Fonti informate dicono che Dahlan è stato particolarmente critico nei confronti tattica negoziale di Abbas con Israele, dicendo che Abbas era pronto a fare "compromessi molto pericolosi", come espresso nelle dichiarazioni fatte al giornale Haaretz da Yasser Abed Rabbo - uno stretto consigliere di Abu Mazen. Abed Rabbo avrebbe lasciato intendere che l'Autorità Palestinese (AP) sarebbe stata disposta a riconoscere il carattere ebraico dello Stato di Israele, se fosse stato creato uno Stato palestinese. Dahlan ha inoltre condannato le dichiarazioni di Abbas in cui avrebbe dichiarato di non essere interessato alla definizione che Israele avrebbe usato per se stesso. Secondo le fonti, ciò che ha fatto maggiormente infuriare Abbas è che Dahlan sarebbe stato in grado di formare tra i ranghi di alto livello nel Comitato Centrale di Fatah un grande gruppo di persone volte a operare direttamente o indirettamente contro Abbas. Questa cricca include Tawfiq Al-Tiray, l'ex direttore generale dell'Intelligence, l'ex ministro degli esteri Nasser Al-Qudwa, l'ex governatore di Nablus Mohamed Al-Alul, e il leader di Fatah in Libano, Sultan Abu Enein. L’iniziativa avrebbe destato l'interesse anche di un gran numero di membri del Consiglio Rivoluzionario di Fatah. 
Abbas e la sua cerchia accusano Dahlan di sfidare l'autorità di Abu Mazen cercando di convincere Al-Qudwa, nipote del defunto presidente Yasser Arafat, a competere per la leadership di Fatah e dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), visto che, in questo momento, sarebbe il più "qualificato" a guidare il popolo palestinese. In risposta, la News Agency palestinese (WAFA) - che è direttamente collegata all’ufficio di Abbas - ha pubblicato un rapporto in cui si condanna decisamente di Al-Qudwa per la pubblicazione di un articolo sul The Wall Street Journal in cui critica le iniziative di Abbas. Il cronista politico di WAFA ha accusato Al-Qudwa di presentarsi come alternativa a Abbas, e di far riferimento al gruppo che Dahlan ha creato e che include Al-Qudwa. "Il presidente Abbas non sarà danneggiato da quello che alcune penne prezzolate scrivono sulle dispute interne di Fatah o sull'opposizione che sta crescendo contro di lui all'interno di Fatah", dice l'articolo di WAFA. "Il danno reale viene dalle dichiarazioni di membri di Fatah che, in questa fase politica critica, scelgono di associarsi alla deleteria e vasta campagna contro il popolo palestinese, la sua direzione politica e il presidente eletto". L'articolo continua: "E' davvero un peccato che Nasser Al-Qudwa, membro del gruppo del Comitato Centrale, sia citato come uno che mette in dubbio le nostre politiche nazionali, pregiudicando la capacità della nostra leadership di guidare il popolo attraverso la nostra difficile battaglia nazionale". Al-Qudwa sa che WAFA non avrebbe pubblicato l'articolo se non avesse ricevuto il via libera da Abbas stesso, e ha rilasciato una dichiarazione che condanna il cronista politico dell'agenzia di stampa, che è anche membro del Comitato Centrale di Fatah. "Questo è senza precedenti e le implicazioni sono gravi", ha dichiarato Al-Qudwa, avvertendo che la campagna non è solo contro di lui, ma contro l'intero gruppo formato da Dahlan. Egli si rammarica che il giornalista abbia rammentato "altri personaggi del gruppo che adottano gli stessi punti di vista", affermando che "il pericolo sta nel fatto che ci sono problemi al centro del sistema politico palestinese e nelle dinamiche tra le sue parti". Dal momento che Abu Mazen sa bene che Dahlan è quello che tira le fila dietro le quinte, non ha preso alcuna misura nei confronti di Al-Qudwa. Fonti hanno riferito al settimanale che un'altra causa di irritazione per Abbas è che "con cinismo" Dahlan tenti di interferire negli affari di governo di Fayyad. Fonti vicine ad Abbas hanno detto che Dahlan ha cercato di manipolare un rimpasto di governo, e che sia arrivato a telefonare a diverse persone, a Gaza, per offrire loro possibili incarichi ministeriali nel nuovo governo, senza che lo sapessero nè Abbas nè Fayyad. In risposta, Abu Mazen ha annullato la modifica del governo. Allo stesso tempo, Abbas e alti funzionari della sicurezza sono molto allarmati dal tentativo di Dahlan di acquistare potere all'interno delle istituzioni civili e di sicurezza dell'Autorità Palestinese. In risposta, Abbas ha ordinato cambiamenti nei ministeri, come pure nelle istituzioni civili e di sicurezza, per eliminare le persone, in posizioni di rilievo, che sono vicine a Dahlan. Alla vigilia di una recente riunione del gruppo del Consiglio Rivoluzionario, si è deciso di formare una commissione per indagare su ciò che è stato descritto come “l’insolenza" di Dahlan nei confronti di Abu Mazen. Il comitato è composto dai membri del Comitato centrale Othman Abu Ghreiba, Abu Maher Ghoneim e Azzam Ahmed. Questi hanno interrogato Dahlan, che ha respinto tutte le accuse, per cui le tensioni all’interno del gruppo sono notevolmente aumentate. Facendo un ulteriore passo avanti, Abbas ha ordinato al ministero degli Interni di chiudere il canale satellitare Tomorrow's Palestine, con sede a Ramallah, considerato come co-proprietà di Dahlan. La direzione della stazione trasmittente ha informato il personale che era in congedo pagato. Il manager della stazione, Elias Al-Zananiri, ha confermato a Weekly che il canale è stato chiuso, ma ha rifiutato di fare commenti in quanto la materia è oggetto di azioni legali. Uno dei co-proprietari del canale è il miliardario egiziano Naguib Sawiris. Nel frattempo, Abu Mazen ha cercato di portare dalla sua parte diversi Stati arabi. Fonti palestinesi informate hanno detto che Abbas ha discusso della questione con il Presidente egiziano Hosni Mubarak, con il capo dei servizi segreti Omar Suleiman e con il ministro degli Esteri Ahmed Abul-Gheit. Ha accusato Dahlan di aver tentato di minare la sua autorità proprio nel momento in cui il presidente è in una fase di confronto con Hamas. Le fonti hanno rivelato che, in segno di protesta, alti funzionari egiziani hanno reciso i contatti ufficiali con Dahlan, rifiutandosi di incontrarlo nonostante il fatto che egli risieda talvolta in Egitto. Gli osservatori ritengono che Dahlan si sia mosso in modo aggressivo contro Abbas dopo essersi reso conto che per l'agenda politica del presidente non ci sarebbe stata alcuna possibilità di avere successo nei negoziati. Egli si aspetta che Abbas sarà costretto a dimettersi a causa dello stallo nei negoziati, e Dahlan vuole costruirsi l'immagine di quello che " rifiuta i compromessi", nonostante il fatto che fosse il più entusiasta sostenitore dei negoziati con Israele. La diatriba tra Dahlan e Abu Mazen riflette il battibecco che sta portando Fatah nella tempesta. Anche i leader di Fatah, che una volta erano schierati con Abu Mazen si stanno associando a Dahlan nella sua critica della tattica negoziale del presidente. Inoltre, essi condannano gli esiti del governo Fayyad, che è accusato di essere distante da Fatah, anche se, per il sostegno politico, si basa principalmente sulla loro fazione. La vera prova per il futuro del gruppo si avrà quando diventerà evidente che l'amministrazione statunitense non è in grado di fare in modo che Israele si impegni per il congelamento nella costruzione di nuovi insediamenti. Questo porterà i negoziati ad una brusca interruzione, mentre gli insediamenti continueranno ad espandersi, per cui si dimostrerà che la politica attuale dei negoziati adottata da Abbas è una farsa e Fatah ne soffrirà. (tradotto da barbara gagliardi)Fatah lacerata da lotte intestine
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L'intervento di Mariam Abu Daqqa: unità nazionale palestinese

Parla Mariam Abu Daqqa, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Come affrontare la questione dei prigionieri palestinesi, l’unità della resistenza e della sinistraRoma, 31 dicembre 2010, Nena News  (nella foto Mariam Abu Daqqa assieme al leader del Fronte popolare Ahmed Saadat ora in carcere in Israele) – Per chiunque abbia a cuore la lotta di liberazione palestinese in un’ottica davvero internazionalista e di contrasto all’imperialismo occidentale, che nell’avamposto sionista continua a mantenere la sua base in Medio Oriente, è chiaro quanto la comprensione della situazione sul campo e delle dinamiche che la determinano aiuti a non cadere nella facile trappola delle tifoserie, a maggior ragione nella realtà palestinese, estremamente frammentata dal punto di vista politico parallelamente a quello territoriale.  Tale realtà sta vivendo un momento complesso, ancora una volta conseguenza, oltre che dell’occupazione sionista, degli accordi di Oslo e delle politiche di un’Anp così poco rappresentativa delle aspirazioni del popolo palestinese sotto occupazione da 62 anni.

E’ quanto denunciato da Mariam Abu Daqqa, Presidente della Associazione “Palestinian Development Women Studies Associations” (PDWSA), e dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), che nel confronto con la Rete dei Comunisti ha individuato un altro importante passaggio del tentativo di rompere l’isolamento della sinistra palestinese, che all’interno della Palestina occupata subisce le conseguenze dello schiacciamento politico nell’antitesi fra Hamas e Al Fatah, e all’esterno subisce le conseguenze della criminalizzazione, da parte della comunità internazionale, delle organizzazioni marxiste come il FPLP, ancora presente nell’elenco delle organizzazioni terroriste degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Per non parlare delle uccisioni e degli arresti dei suoi militanti, in particolare del Segretario del partito Ahmed Saadat, condannato a 30 anni e ancora recluso nel carcere di Ramon nel deserto del Naqab.
Da questo punto di vista l’invito di Mariam a rilanciare la campagna per la liberazione dei prigionieri palestinesi pone la questione dell’agibilità politica come centrale ai fini di un rafforzamento di un polo alternativo al progetto islamico da una parte, e all’arrendevolezza di Fatah di fronte al ricatto internazionale dall’altra.
Israele si avvantaggia dalla divisione dei palestinesi
Di fatto il popolo palestinese ha oggi due governi: in particolare a Gaza il FPLP si sta confrontando con le politiche restrittive di Hamas, che ha oltretutto progressivamente abbandonato il terreno sociale e dei servizi cominciando a suscitare il malcontento di una popolazione il cui tasso di disoccupazione arriva fino all’80%, in un territorio in cui la situazione sanitaria, soprattutto dopo la criminale operazione “Piombo Fuso”,  è al collasso e in cui a soffrire maggiormente sono le donne e i giovani privi della prospettiva di una vita dignitosa. Un governo, quello che ha il potere nella Striscia di Gaza, la cui strategia non è divergente da quella dell’Anp nel momento in cui entrambe le forze vogliono proseguire i negoziati con le autorità israeliane, che per Abu Mazen necessitano di una mediazione, quella degli USA, mentre Haniye vorrebbe contatti diretti con Israele. Nel frattempo Israele non fa che trarre vantaggio dalla divisione interpalestinese: proprio per questo motivo il progetto di unificare la sinistra, perseguito a livello strategico dal FPLP, non può non passare per la riconciliazione fra Hamas e Al Fatah, in nome di una “Palestina per tutti”, come recitava lo slogan con cui Mariam Abu Daqqa ha portato avanti per mesi un presidio a Gaza senza alcuna bandiera di partito ma sotto un simbolo unico e di per sé significativo: la bandiera palestineseI negoziati sono una copertura all’espansionismo israeliano
Secondo Mariam i cosiddetti “negoziati di pace”, voluti da Obama e ora arenatisi sulla questione delle colonie in continua espansione, continuano a costituire la copertura per il proseguimento delle politiche israeliane sostenute, oltre che dagli stessi Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal lassismo delle Nazioni Unite che nulla fanno di concreto di fronte alla mancata applicazione delle risoluzioni internazionali, come quella che dovrebbe garantire il diritto alla resistenza contro l’occupazione. Il “politicidio” della questione palestinese, che negli ultimi anni troppo spesso è stata ridotta a questione umanitaria anche da talune organizzazioni pacifiste e della sinistra italiana, passa anche attraverso il ricorso al sistema delle ONG, utilizzato dagli USA e dall’UE per distruggere, come rilevato dal FPLP, la compattezza sociale palestinese. Nessun aiuto, ha detto Mariam, deve essere “condizionato”: il partito di Saadat, del resto, sta dando un importante esempio, attraverso le sue strutture sociali e sanitarie, di come pur senza aiuti internazionali sia possibile garantire assistenza a tutti, indipendentemente dall’appartenenza politica o religiosa.
Antisionismo e resistenza come aspetto della lotta di classe internazionale
La lotta contro il sionismo e la resistenza contro l’occupazione israeliana non possono prescindere da una lotta di classe che a livello globale coinvolga tutte le organizzazioni marxiste, antimperialiste a anticapitaliste. In questo senso, ha tenuto a specificare Mariam, il piano strategico del FPLP segue ancora oggi gli stessi principi per i quali George Habbash fondò il partito e Ghassan Kanafani scrisse bellissime pagine. Per i comunisti, secondo Mariam Abu Daqqa, il crollo dell’URSS ha provocato un riassestamento nell’ordine mondiale, che in Medio Oriente ha lasciato spazio al rafforzamento delle organizzazioni islamiche, quando d’altra parte, al contrario, l’America Latina sta vivendo un risveglio delle forze anticapitaliste che merita l’attenzione di tutti noi. L’unificazione della sinistra palestinese, da questo punto di vista, è pienamente inserita all’interno del percorso dell’unificazione di classe della sinistra internazionale. Per questo motivo il sostegno della sinistra di classe internazionale alle organizzazioni della sinistra palestinese deve essere accompagnato dall’impegno nella campagna per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, nella lotta per la cancellazione del FPLP dall’elenco delle organizzazioni terroristiche e da un lavoro di informazione che abbatta il silenzio e le mistificazioni della propaganda sionista e dei suoi alleati nel mondo.
Alla vigilia del riavvio, a settembre, dei negoziati fra Anp e Israele, sul sito del FPLP si leggeva un appello “al popolo palestinese ovunque esso sia, alla nazione araba, e a tutte le forze progressiste internazionali a mobilitarsi e a sfidare i piani e le condizioni israelo-statunitensi, sconfiggere questi negoziati e sostenere la resistenza, l’unità e la fermezza palestinesi come la scelta democratica del popolo palestinese per liberare la propria terra e riprendersi i diritti negati alla libertà, indipendenza e ritorno”. E’ il momento per tutti noi, come internazionalisti e antimperialisti, di assumere questo invito come anche nostro. Nena News
    L'intervento di Mariam Abu Daqqa: unità nazionale palestinese
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Attivista israeliano in carcere per protesta : aveva manifestato contro il blocco di Gaza

    L’attivista israeliano Jonathan Pollak è stato condannato a tre mesi di prigione da un tribunale di Tel Aviv per aver partecipato nel 2008 ad una manifestazione in bicicletta contro il blocco di Gaza. Gli attivisti per i diritti umani hanno condannato la pena detentiva dichiarando che si tratta di una punizione insolitamente severa per un reato per il quale di solito è prevista una pena non detentiva.Jonathan Pollak, 28 anni, è uno dei fondatori del gruppo israeliano di sinistra Anarchists against the Wall, che manifesta con gli attivisti palestinesi nei territori occupatiPollak si è rifiutato di trasformare la sua condanna in servizio per la comunità, in quanto ritiene di avere fatto nulla di sbagliato: “Non ho alcun dubbio che quello che abbiamo fatto era giusto e, se non altro, per fare comprendere che ciò che viene fatto in nostro nome. Se devo andare in prigione per resistere all’occupazione, lo farò volentieri”.
“Nel gennaio 2008, venne arrestato solo lui, mentre fu concesso agli altri attivisti di continuare con la loro protesta”, ha dichiarato il suo avvocato, Gaby Lasky, che lavora da 8 anni nel campo della difesa degli attivisti arrestati nelle proteste contro le politiche israeliane a Gaza e in Cisgiordania, “Non è comune che una persona colpevole di manifestazione illegale venga mandata in prigione. Siamo nel bel mezzo di un’ondata di detenzioni di attivisti. La criminalizzazione delle manifestazioni di sinistra è una politica di questi tempi”.

Nel dibattimento, l’accusa ha sostenuto che, anche se la libertà di espressione è un diritto fondamentale, tale diritto deve essere usato in conformità con la legge. L’avvocato difensore di Pollak ha replicato che in un paese dove i rabbini non sono chiamati per un interrogatorio, quando sono sospettati di incitamento contro gli arabi, sulla base del principio della libertà di espressione, non è giusto che venga chiesto il carcere per la partecipazione ad una manifestazione. Lasky ha anche fatto presente che quando i motociclisti hanno bloccato la superstrada di Ayalon per protestare contro l’aumento dei costi di assicurazione, o pompieri hanno bloccato Route 1 per protestare contro i bassi salari, nessuno li ha arrestati e non sono state mosse accuse contro di loro di aver impedito il normale svolgimento del trafficoUn funzionario presso il tribunale di primo grado di Tel Aviv, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha dichiarato che è un caso estremamente raro che i giudici emettano una condanna in caso di manifestazione illegale, ma ha sottolineato tuttavia che Pollak aveva tre precedenti condanne per “disturbo dell’ordine pubblico e vandalismo”, e una condanna di tre mesi con la condizionale per aver dimostrato contro la costruzione della barriera di separazione nella West Bank.

Nella sua biografia su 
Wikipedia si legge infatti che Pollak partecipa da anni alle manifestazioni in favore dei palestinesi. E’ anche stato ferito diverse volte, tra cui un trauma cranico il 3 aprile 2005. Un soldato israeliano ha sparato Pollak alla testa con un lacrimogeno da un M-16, da una distanza di circa trenta metri mentre stava protestando nella west Bank contro il Muro di Bil’in, una barriera che priva il villaggio palestinese di più della metà del suo territorio. Il lacrimogeno gli ha provocato due emorragie cerebrali interne e una ferita che ha richiesto 23 punti di sutura. Jonathan è stato arrestato decine di volte e condannato insieme ad altri 10 per il blocco di una strada di fronte al Ministero della Difesa israeliano a Tel Aviv il giorno in cui la Corte Internazionale di Giustizia del L’Aia ha iniziato il suo procedimento sulla legittimità del muro.

L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (
ACRI) ha criticato la sentenza: “Mettere Pollak dietro le sbarre per la sua partecipazione ad una manifestazione in bicicletta è una posizione estrema e una misura insolitamente dura” ha detto in una dichiarazione Dan Yakir, il principale consigliere legale dell’organizzazione, “Il fatto che Pollak sia stato l’unico arrestato, nonostante si sia comportato proprio come tutti gli altri manifestanti, e il fatto che le manifestazioni si svolgono solitamente in bicicletta senza che la polizia sia costretta ad intervenire, solleva forti sospetti che sia in atto una persecuzione personale per le opinioni espresse. E’ un duro colpo per la libertà di espressione.”

La condanna è stata sospesa per 15 giorni, in seguito al ricorso dell’avvocato della difesa alla Corte distrettuale.


La notizia è stata tratta da: Ynet, Haaretz, Guardian

Fonte: 
Guerre Contro
http://guerrecontro.altervista.org/blog/?p=6205


    Notizie da Israele: Pollak, "andrò in carcere a testa alta"
Pubblicato da arial Nessun commento: a 02:18
Etichette: scintille di luce e lotta popolare non violenta
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giovedì 30 dicembre 2010

Yitzhak Laor : la sinistra israeliana ha un passato razzista




Sintesi personale  La piccola fiamma del  razzismo assicura il potere alla  destra. Si approfondisce il divario  tra la coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu e "la sinistra" spaventata  dai discorsi  di MK Michael Ben -Ari e  di  Eli Yishai.Ma immaginate il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman affermare: "Gaza è un ascesso, un pus fastidioso." Facebook esploderebbe, gli intellettuali avrebbero nostalgia per i giorni del sionismo glorioso (quando hanno fatto cose  di cui non parlano ,mentre parlano di cose che non hanno fatto).Ma la descrizione del ghetto di Gaza come un "ascesso, un pus fastidioso" è stata pronunciata - senza alcuna reazione del pubblico - da parte di un membro del partito laburista: Matan Vilnai, che ha lavorato per anni, in nome del consenso liberale, nella  trasformazione di  Gaza in un 'inferno, con una crudeltà che non eguaglia i discorsi di un  rabbino razzista.Inoltre, due anni dopo il fiasco  dell'operazione militare a Gaza, il vice ministro della difesa Vilnai, come i suoi colleghi del comando militare, non ha ancora compreso  la vacuità della parola "sicurezza nazionale".Un esercito enorme è riuscito non solo a commettere atrocità, ma anche a trascinare Israele nel  fango  .Il liberale sereno ama mostrarsi esterrefatto per il razzismo della destra. Si sente, così, un giusto . Due anni fa di Lieberman  si diceva  : "Dice quello che tutti pensano". Questo è un motto fascista  non dissimile dalle affermazioni di  Meir Kahane visto che anche   lui diceva  "quello che tutti pensano".

So what does everyone think? Whatever the army does. And what does the army do? It shoots peasants and shepherds. And the people know perfectly well what "the people's army" is doing. That's how the "unconscious" - i.e., the "things that are only done, but not talked about" - becomes part of the political discourse.And that's how things are in an era of utter impotence, in which no political party has a plan, in which the center is high on hedonism and the increasingly impoverished margins are "rebelling."  

In  passato, ci siamo tirati fuori da un vicolo cieco diplomatico  attraverso le guerre. Ma oggi il vuoto diplomatico non può essere colmato da una guerra. E come sempre la disperazione e la confusione invitano il topo a ruggire . Dal ruggito  di  Lieberman  scaturisce l'ipotesi di un accordo  transitorio .Per anni Shimon Peres  si è rivolto ai palestinesi affermando': " Quando  vi si parla , non ci sono problemi" E intanto si continuava con  gli espropri, gli arresti, le torture ,le rappresaglie.Ora, non stiamo parlando, ma  bombardiamo   come di routine il  ghetto miserabile di  Gaza.A parte l'eccezione di poche persone entusiaste, non c'è lotta.  I politici traggono  beneficio da questo vicolo cieco chiacchierando sulla "crisi della coalizione". La leadership militare chiacchiera sulla nostra "capacità di dissuasione danneggiata "mentre  la plebe manifesta per  le  vergini ebree.Israeli leftists have a racist past, too
2 M. O.: LIEBERMAN, IRREALISTICI OBIETTIVI PACE DI NETANYAHU  (AGI) Gerusalemme - L'obiettivo di Benjamin Netanyahu di arrivare entro un anno ad un accordo di pace con i palestinesi e' "semplicemente irrealistico". Lo ha detto il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, citato dal quotidiano Haaretz, durante un incontro a Gerusalemme con gli ambasciatori in Israele. "Anche se offrissimo loro Tel Aviv e un ritorno ai confini del 1947, i palestinesi troverebbero qualche altro motivo per rifiutare la pace", ha ironizzato Lieberman.M. O.: LIEBERMAN, IRREALISTICI OBIETTIVI PACE DI NETANYAHU

3   Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 2







Pubblicato da arial Nessun commento: a 14:40
Etichette: Netanyahu e destra israeliana
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Donatella Di Cesare :Monoteismo ebraico e residui pagani del cristianesimo

   Risuona in questi giorni, proclamata o solo suggerita, la tesi secondo cui i valori dell’ebraismo entrarono molto tempo fa in sintesi più vaste e furono perciò superati. Diffuso quanto paradossale verdetto quello che fa del monoteismo ebraico il balbettio dell’espressione cristiana di spirito e verità. Come se l’ebreo fosse dunque un fossile la cui stessa sopravvivenza mette in discussione il fondamento del cristianesimo.
E a ben guardare si dovrebbe capovolgere la prospettiva. L’ebraismo ha de-sacralizzato il mondo, nel senso che ha tolto la magia, ha rotto con l’idolatria. Perciò l’ebreo resta estraneo ad ogni riemergere offensivo del numinoso e del sacro. Il monoteismo ebraico distrugge numi e dèi mitici. Il Dio di Israele non è né la sommità né l’unificazione di una specie – è Altro, è l’assolutamente Altro.
Rispetto al divino che quegli dèi incarnano, rispetto al cedimento cristiano verso l’immanenza delle immagini, verso il sacro che si spazializza, l’ebraismo potrebbe persino assomigliare all’ateismo. Non è questo forse il rischio che si deve correre? Certamente sì. Il monoteismo ebraico richiede di intendere Dio da lontano, di cercarlo a partire dall’ateismo, di invocarlo a partire dalla separazione. Dubbio, solitudine, rivolta devono già essere attraversati. Come ha scritto Levinas: «il Dio per adulti si manifesta nel vuoto di un cielo infantile».
Monoteismo ebraico e residui pagani 
Pubblicato da arial Nessun commento: a 13:01
Etichette: ebraismo: tradizioni-storia-comunità
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Tobia Zevi :I Cristiani e lo scontro di civiltà

   Dovremmo prestare grande attenzione alle recenti parole di papa Benedetto XVI. Quando il pontefice denuncia le persecuzioni dei cristiani nel mondo, mette in luce una verità lampante e terribile. E ci induce a inquadrare queste violenze in un orizzonte che è quello della globalizzazione. Su questo ha scritto, riferendosi al Sudan, lo storico israeliano Benny Morris sul Corriere di ieri, segnalando un nuovo centro nevralgico nei rapporti di tensione tra Oriente e Occidente – categorie che personalmente non amo – e nelle dinamiche a dir poco complesse tra le varie confessioni religioseSpogliamoci, per cortesia, dell’armamentario rassicurante di una certa pubblicistica nostrana, quello caro ad alcuni intellettuali, sedicenti militanti, ebrei, cristiani, laici-devoti o laici tout court che siano: lo scontro tra civiltà, l’invasione dell’Europa, l’islamizzazione dell’Occidente, il relativismo etico de noantri che soccombe sotto i colpi della scimitarra, l’apologia della guerra preventiva e tutta l’allegra compagnia cantante.Per comprendere questo fenomeno gravissimo disponiamoci alla comprensione meticolosa dei fatti, delle specificità delle varie aree e paesi, rinunciamo alle scorciatoie ideologiche. Il fatto che ci siano molti cristiani perseguitati non può essere sottaciuto o minimizzato. Ma è evidente che le soluzioni non sono a portata di mano: la democrazia, esportata o indigena, ha spesso mostrato di peggiorare le cose, almeno in una prima fase. Basti pensare, a titolo di esempio, a Iraq, Gaza, Libano. Al tempo stesso le dittature laiche del Medioriente, e non solo, imbarazzano il mondo con le violazione costante dei più basilari diritti umani, ma si rivelano l’unico freno al dilagare del fondamentalismo.Che direzione imboccare? Senza mai smettere l’indignazione e la condanna per ogni singolo delitto perpetrato, ritengo che non ci sia un sentiero dritto, ma che, umilmente, politici e intellettuali dovranno indicare la via migliore – migliore, non perfetta – volta per volta.
I Cristiani e lo scontro di civiltà
Pubblicato da arial Nessun commento: a 11:36
Etichette: La propaganda della destra: islamofobia
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Popolazione israeliana nel 2010

  Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme
C’è, anche fra di noi, chi ritiene che si parla troppo di demografia, mentre quello che dovrebbe contare veramente sarebbe la qualità. Allora, per concludere degnamente l’annata, riportiamo il comunicato dell’Ufficio Centrale di Statistica di Israele. Alla fine del 2010, la popolazione di Israele raggiunge i 7.795.000 abitanti. Di questi, 5.802.000 sono ebrei (l’equivalente di 200 ebraismi italiani), pari al 75,5 per cento del totale; 320.000 (4,2 per cento) sono parenti non-ebrei in famiglie miste; e 1.573.000 (20,4 per cento) sono arabi, inclusa Gerusalemme Est, ma esclusi i territori della Cisgiordania e di Gaza. Nel corso del 2010, la popolazione israeliana è cresciuta a un tasso dell’1,9 per cento – in contrasto con la crescita zero di molti paesi europei – con un aumento assoluto di 143.000 persone. Di queste, 125.000 derivano dall’incremento naturale (165.000 nascite e 40.000 decessi). Inoltre sono arrivati 16.000 nuovi immigranti nell’ambito della legge del ritorno, oltre a 6.000 cittadini israeliani – per lo più ragazzi – nati all’estero che sono entrati per la prima volta in Israele, e altri 7.000 immigrati in seguito a matrimonio, altri rapporti di parentela con la popolazione residente, o mutamenti nel permesso di residenza. Da queste cifre vanno dedotte 11.000 persone che rappresentano il saldo negativo delle migrazioni della popolazione residente in Israele.



    Pubblicato da arial Nessun commento: a 11:27
    Etichette: Israele
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    ANNIVERSARIO PIOMBO FUSO: UN APPELLO DA GAZA


        Noi palestinesi della striscia di Gaza sotto assedio, oggi, a due anni dall’attacco genocida di Israele alle nostre famiglie, alle nostre case, alle nostre fabbriche e scuole, stiamo dicendo basta passività, bastadiscussione, basta aspettare – è giunto il momento di obbligare Israele a rendere conto dei suoi continui crimini contro di noi. Il 27 dicembre 2008 Israele ha iniziato un bombardamento indiscriminato della striscia di Gaza. L’attacco è durato 22 giorni, uccidendo, secondo le principali organizzazioni per i diritti umani, 1417 palestinesi di cui 352 bambini. Per 528 sconvolgenti ore, le forze di occupazione israeliane hanno scatenato i mezzi provenienti dagli Stati Uniti: F15, F16, Carri armati Merkava, il fosforo bianco proibito in tutto il mondo, hanno bombardato ed invaso la piccola enclave costiera palestinese dove risiedono 1.5 milioni di persone, tra le quali 800.000 sono bambini e oltre l’80% rifugiati registrati alle Nazioni Unite. Circa 5.300 feriti sono rimasti invalidi.La devastazione ha superato in ferocia tutti i precedenti massacri sofferti a Gaza, come per esempio i 21 bambini ammazzati a Jabalia nel marzo 2008 o i 19 civili uccisi mentre si rifugiavano nella loro casa durante il massacro di Beit Hanoun del 2006. La carneficina ha addirittura superato gli attacchi del novembre1956 nei quali le truppe israeliane hanno indiscriminatamente radunato ed ucciso 274 palestinesi nella città di Khan Younis (sud della striscia) ed altri 111 a Rafah (nord). Fin dal massacro di Gaza del 2009, cittadini del mondo si sono assunti la responsabilità di fare pressione su Israele perchè rispetti la legge internazionale, attraverso la strategia già collaudata del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Come è stato fatto nel movimento globale BDS che fu così efficace nel porre un termine al regime di apartheid sudafricano, chiediamo con forza alle persone di coscienza di unirsi al movimento BDS creato da oltre 170 organizzazioni palestinesi nel 2005. Come in Sudafrica lo squilibrio di forze in campo e di rappresentazione in questa lotta può essere controbilanciata da un potente movimento di solidarietà internazionale con il BDS in testa, portando i responsabili dell’atteggiamento israeliano a rendere conto delle proprie azioni, cosa in cui la comunità internazionale ha ripetutamente fallito. Allo stesso modo, sforzi civili e fantasiosi come le navi del Free Gaza che hanno rotto l’assedio cinque volte, la Gaza Freedom March, la Gaza Freedom Flotilla, e i molti convogli via terra non devono smettere di infrangere l’assedio, evidenziando la disumanità di tenere 1,5 milioni di cittadini di Gaza in una prigione a cielo aperto.Sono passati ora due anni dal più grave degli atti di genocidio israeliani, che dovrebbe aver lasciato la persone senza alcun dubbio sulla brutale vastità dei piani di Israele per i palestinesi. L’assalto assassino verso gli attivisti internazionali a bordo della Gaza Freedom Flotilla nel Mar Mediterraneo ha reso palese al mondo il poco valore che Israele ha dato alle vite palestinesi finora. Il mondo ora sa, ed adesso dopo 2 anni nulla è cambiato per i palestinesi.Il rapporto Goldstone è arrivato e passato: nonostante il suo elencare una dopo l’altra le contravvenzioni alle legge internazionale, “crimini di guerra” israeliani e “possibili crimini contro l’umanità”, nonostante l’Unione Europea, le Nazioni Unite, la Croce Rossa, e tutte le più grosse associazioni per i diritti umani abbiano fatto una chiamata per una fine a un’assedio medievale e illegale, esso continua con la stessa violenza. L’11 novembre 2010 il capo dell’UNRWA John Ging ha dichiarato: “non ci sono stati cambiamenti concreti per la popolazione sul terreno per quanto riguarda la loro situazione, la loro dipendenza da aiuti, l’assenza di ogni risarcimento o ricostruzione, nessuna economia…le distensioni, come sono state descritte, non sono state nulla di più che una distensione politica nelle pressioni verso Israele ed Egitto”
    Il 2 dicembre 22 organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty, Oxfam, Save the Children, Christian Aid, e Medical Aid for Palestinian hanno prodotto il report “Dashed Hopes, Continuation of the Gaza Blockade (Speranze in polvere, la continuazione del blocco)”, chiamando per un’azione internazionale che forzi Israele ad abbandonare incondizionatamente il blocco, descrivendo come i palestinesi di Gaza sotto l’assedio israeliano continuino a vivere nelle stesse disastrose condizioni. Solo una settimana fa l’Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto dettagliato “Separate end Unequal (separati e diseguali)” che denuncia gli atteggiamenti israeliani come pratiche di apartheid, facendo eco ad affermazioni simili da parte degli attivisti sudafricani anti-apartheid.Noi palestinesi di Gaza vogliamo vivere in libertà e incontrare amici palestinesi o famiglie da Tulkarem, Gerusalemme o Nazaret, vogliamo avere il diritto di viaggiare e muoverci liberamente. Vogliamo vivere senza la paura di un’altra campagna di bombardamenti che lascia i nostri bambini morti e molti più feriti o con cancro proveniente dall’inquinamento da fosforo bianco israeliano ed armi chimiche. Vogliamo vivere senza essere umiliati ai check point israeliani o la vergogna di non poter provvedere alle nostre famiglie a causa della disoccupazione portata dal controllo economico e dall’assedio illegale. Chiediamo una fine del razzismo che è a fondamento di quest’oppressione.Domandiamo: quando i Paesi del mondo si comporteranno secondo le fondamentali premesse che gli esseri umani debbano essere trattati in maniera equa, senza differenze di origine, etnia o colore – è così esagerato affermare che i bambini palestinesi abbiano gli stessi diritti di ogni altro essere umano? Sarete capaci un giorno di guardarvi indietro e dire che siete stati dalla parte giusta della storia o avrete supportato l’oppressore?
    Noi, inoltre, chiamiamo la comunità internazionale ad assumersi le sue responsabilità e proteggere il popolo palestinese dalle feroci aggressioni di Israele, finire immediatamente l’assedio con un risarcimento completo della distruzione di vite ed infrastrutture di cui siamo stati afflitti da quest’esplicita pratica di punizione collettiva. Assolutamente nulla può giustificare pratiche internazionali feroci come l’accesso limitato all’acqua e all’elettricità a 1,5 milioni di persone. L’omertà internazionale nei confronti della guerra genocida che ha avuto luogo contro più di 1,5 milioni di persone rende palese la complicità in questi crimini.
    Facciamo anche un’appello a tutti i gruppi di solidarietà palestinesi ed alle organizzazioni della società civile internazionale per esigere:
    - La fine dell’assedio che è stato imposto alla popolazione palestinese
    della West Bank e della striscia di Gaza come conseguenza dell’esercizio
    della loro scelta democratica.
    - La protezione delle vite civili e proprietà, come stipulato dalla legge
    umaitaria internazionale e dalla legge internazionale riguardo i diritti
    umani, come la quarta convenzione di Ginevra.-Il rilascio immediato di tutti
    i prigionieri politici
    Che i rifugiati palestinesi nella striscia di Gaza siano immediatamente
    riforniti di supporto materiale e finanziario per affrontare le immense
    avversità che stanno vivendo
    - Fine dell’occupazione, apartheid ed altri crimini di guerra
    - Immediati risarcimenti e compensazioni per tutte le distruzioni portate
    avanti dalle forze di occupazione israeliane nella striscia di Gaza
    Boicotta, disinvesti e sanziona, unisciti a molti sindacati in tutto il
    mondo, università, supermercati, artisti e scrittori che rifiutano di
    intrattenere l’apartheid di Israele. Parla della Palestina, per Gaza, e
    soprattutto AGISCI. Il tempo è adesso.
    Gaza assediata, Palestina
    27 dicembre 2010
    List of signatories:   Continua
    Pubblicato da arial Nessun commento: a 11:03
    Etichette: Gaza dopo l'attacco
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    Israele, diritti negati per i detenuti palestinesi

    Alla maggior parte dei palestinesi arrestati dallo Shin Bet, il servizio segreto interno israeliano, viene sistematicamente negato l’accesso ai legali durante gli interrogatori, per periodi che possono arrivare fino a tre mesi.A denunciarlo è il rapporto del Public Cometee Against Torture in Israel (Pcati), ong con sede a Tel Aviv.Secondo il documento di 69 pagine, intitolato “Quando l’eccezione diventa la regola”, tra il 70 e il 90 per cento dei circa 12 mila palestinesi arrestati tra il 2000 e il 2007 non ha avuto accesso a un avvocato per diverse settimane.
    Nel periodo di violazione, i fermati sono stati inoltre sottoposti a forme di interrogatorio vietate sia dal diritto internazionale che da quello israeliano.
    E la situazione denunciata dal Pcati, a detta della stessa ong, non è mutata nell’ultimo triennio, quando la privazione di assistenza legale è divenuta la regola piuttosto che l'eccezione.Le conclusioni del rapporto sono state immediatamente respinte dallo Shin Bet, che in un comunicato ha affermato che la misura in questione viene applicata solo alle persone sospettate di terrorismo o di spionaggio, non serve a coprire abusi ed è avallata dagli stessi tribunali israeliani.Israele, diritti negati per i detenuti palestinesi
    Pubblicato da arial Nessun commento: a 10:48
    Etichette: Il Golem rovesciato: l'occupazione
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