martedì 31 agosto 2010

Bradley Burston : il rabbino Yosef Ovadia e il Rosh Hashana


sintesi personale Una tradizione dal Talmud sostiene che ciò che si fa per cominciare un nuovo anno ,avrà conseguenze per tutto l'anno : gli alimenti, il sonno e, soprattutto, le parole pronunciate con rabbia. Il rabbino Ovadia Yosef ha scelto proprio questo periodo e proprio questa tradizione per scagliarsi contro i palestinesi .Il Rosh Hashanah è il momento in cui poniamo in discussione noi stessi. Ci spinge a riconsiderare la convinzione che abbiamo ragione noi e gli altri sbagliano.Di recente la destra e il movimento giovanile Im Tirzu tendono ad equiparare l'autocritica al tradimento : l' Europa, il mondo occidentale nel suo complesso, il mondo musulmano, le Nazioni Unite, e Barack Obama sbgliano.Grazie a Im Tirzu, al Centro Shalem, ad Avigdor Lieberman, ad Eli Yishai, a Michael Ben-Ari, e al monitoraggio delle ONG, io voglio celebrare per il nuovo anno: la riduzione della violenza ,delle restrizioni verso i civili palestinesi, la fine dell'occupazione, lo sviluppo della diplomazia e dei negoziati, la revoca delle persecuzioni israeliane verso i beduini, una maggiore equità e protezione verso i rifugiati e i lavoratori stranieri, la creazione di un un nuovo rapporto tra lo Stato ebraico e il mondo musulmano.Rosh Hashanah è alle porte. Un momento per guardare a noi stessi con onestà e far emergere una nuova compassione verso gli altri. In teoria, potrebbe sembrare un momento di rischio, di pericolo, di debolezza. In realtà è un momento di rara potenza.L'occupazione è la privazione dei diritti. Il compito di Rosh Hashanah è quello di aiutarci a ritrovare un percorso morale che abbiamo perdutoRabbi Ovadia Yosef has taught us to be thankful for extremists

haaretz: Israele sta educando all'indottrinamento



sintesi personale I libri di storia sono già stati riscritti. La Nakba palestinese è stata censurata,così come sono stati cancellati gli accordi di Oslo ,mentre gli studi sull'Olocausto sono stati ampliati per "rafforzare l'identità ebraica", omettendo qualsiasi riferimento al più ampio contesto della nascita del fascismo europeo.Ora libro di testo principale di educazione civica viene modificato, perché afferma che "fin dalla sua istituzione, lo Stato di Israele si è distinto per una politica di discriminazione contro i suoi cittadini arabi".Sembra che Zameret e il suo staff non capiscano che uno degli obiettivi di questa materia consiste nell' offrire strumenti per comprendere i conflitti all'interno della società e sviluppare un pensiero autonomo. L' Istituto per le strategie sioniste (dove Zameret è attivo), il capo della segreteria pedagogica del ministero stanno cercando di fare a meno di 50 anni di studio critico del sionismo e del conflitto israeliano -palestinese. Gli studenti ricevono una versione paternalistica del passato, riducendo la loro capacità sia di comprendere i complessi sviluppi storici sia di identificarsi con la società in cui vivono, nonostante i suoi molti problemi. Il Ministro dell'Istruzione, Gideon Sa'ar afferma che non sarebbe mai intervenuto nei programmi di studio ovviamente, ma questi cambiamenti sono conformi alla sua visione del mondo. Sa'ar si presenta come un liberale rispettoso della libertà di espressione , ma rimane convinto che agli studenti devono essere inculcati "valori nazionali". Alla luce delle indottrinamento sostenuto dal suo ministero, a quanto pare sia lui che il suo staff sono più interessati a promuovere il nazionalismo isolazionista piuttosto che la libertà di espressione.Israel is raising its children on censorship and indoctrination

Uccisi quattro coloni israeliani Erano a bordo di un'auto presso Hebron


1TEL AVIV - Quattro coloni israeliani sono stati uccisi mentre erano a bordo di un'auto presso Hebron, in Cisgiordania. La televisione commerciale Canale 10 ha confermato che quattro israeliani sono stati uccisi in un agguato teso da palestinesi a Bani Naim, presso Hebron, in Cisgiordania, mentre viaggiavano a bordo di un'automobile. Le vittime sono due uomini di 25 e 40 anni e due donne della stessa età, una delle quali incinta. Sul luogo ci sarebbero anche due feriti. Elicotteri sono sopraggiunti per trasportarli in un ospedale di Gerusalemme.L'attacco è avvenuto alle 19.30 locali sulla strada 60 vicino ad Hebron. Secondo la polizia israeliana, che ha parlato di "attacco terroristico", un palestinese armato ha aperto il fuoco contro un veicolo nella colonia ebraica di Kyriat Arba.La radio dei coloni, Canale 7, sostiene che si è trattato di un'esecuzione. Secondo l'emittente l'automobile su cui viaggiavano i coloni, tutti membri della stessa famiglia, è stata colpita dal fuoco di un'automobile di passaggio. Dopo il primo attacco, afferma Canale 7, gli aggressori si sono avvicinati all'automobile dei coloni e hanno colpito i passeggeri da distanza ravvicinata, assicurandosi di averli uccisi. Fra le vittime, conferma Canale 7, c'è anche una donna incinta. L'emittente ha invece smentito che nell'agguato ci siano stati anche due feriti.
Reparti dell'esercito israeliano sono impegnati nella ricerca degli attentatori, che si sono dileguati a bordo di un'auto. Altri reparti cercano di contenerea collera degli abitanti israeliani della zona. Un mese e mezzo fa, nello stesso luogo, un agente di polizia israeliano era stato ucciso in un analogo agguato palestinese. Secondo le prime valutazioni, l'agguato odierno - che ancora non è stato rivendicato - è strettamente collegato alla riapertura dei negoziati diretti 1 israelo-palestinesi, cui le correnti islamiche palestinesi si oppongono strenuamente.Agguato in Cisgiordania Uccisi quattro coloni israeliani

commento:un altro siluro alla pace arrivato con il tempismo sperato da molti. Vedere commento qui

2 Naturalmente Hamas M.O: ANSA) - GAZA, 31 AGO - Prime espressioni di compiacimento
per l'attentato avvenuto oggi presso Hebron sono state espresse
da due portavoce di Hamas a Gaza, Fawzi Barhum e Mushir
al-Masri.
Pur senza rivendicare direttamente la paternita'
dell'attentato, hanno rilevato che esso ''e' una conseguenza
naturale'' delle attivita' israeliane contro il popolo
palestinese e conferma la determinazione di quest'ultimo a
lottare per i propri diritti.
L'attentato - avvenuto mentre a Washington il presidente
dell'Anp Abu Mazen era a colloquio con il Segretario di stato
Hillary Clinton - ''rappresenta inoltre un messaggio per la
leadership dell'Anp'' che secondo Hamas e' andata alle
trattative con Israele senza l'assenso dei palestinesi.
Analoghe espressioni di compiacimento sono state espresse dai
Comitati di resistenza popolare, un gruppo armato attivo nella
striscia di Gaza.(ANSA)

Commento: spero di sbagliarmi,ma ora la destra accuserà Abu Mazen di non essere capace di fermare il terrorismo e quindi non può dare alcun affidamento ecc. ecc.

3MK Aryeh Eldad (National Union) said that the attack raises concern about whether Palestinian President Mahmoud Abbas and Palestinian security services can control militants in the West Bank. http://www.haaretz.com/news/national...ttack-1.311324

Cisgiordania, il conflitto tra Hamas e Anp si combatte nelle moschee

(ANSA) - TEL AVIV, 29 AGO - Una sorda guerra di potere,maturata per settimane e per mesi, sta divampando inCisgiordania fra l'Anp e i suoi rivali ideologici di Hamas:l'area di maggior frizione viene identificata dalle forze disicurezza nelle moschee, che l'Autorita' guidata da Abu Mazenteme siano usate da predicatori simpatizzanti del movimentointegralista palestinese per fomentare dissenso.Venerdi' - in pieno mese di Ramadan - agenti di sicurezzadell'Anp hanno impedito con la forza presso Hebron a unesponente politico di Hamas di tenere due sermoni in altrettantemoschee. Poco dopo un dirigente politico di Hamas, HalilAl-Haya, ha lanciato da Gaza minacce dirette ai verticidell'Anp: se solo oseranno fare concessioni ''al nemicosionista'' al tavolo dei negoziati i miliziani di Hamas''calpesteranno le loro teste''. Gia' da adesso, secondo Hamas,la popolazione della Cisgiordania farebbe bene a insorgerecontro Abu Mazen per impedire ai negoziatori dell'Anp di recarsia Washington.Da mesi il ministro dell'Anp per gli affari religiosi,Ibrahim Habbash, e' impegnato a rafforzare il controllo sullemoschee e a verificare che dai minareti non vengano lanciatimessaggi eversivi. Secondo la stampa anche i sermoni e lelezioni sono vagliati con attenzione dall'Autorita' palestinese.Due giorni fa incidenti gravi sono avvenuti a Dura (Hebron)quando l'ex ministro per le questioni religiose Nayef Rajub,figura di spicco di Hamas, si e' visto vietare l'ingresso nellalocale moschea Al-Kabir, prima, e poi anche nella moscheaAl-Mujahid, nella medesima localita'Rajub (rilasciato di recente da Israele dopo aver scontatoquattro anni di detenzione) ha detto di essere stato minacciatocon le armi da agenti dell'Anp in borghese. Fonti localiaggiungono che le due moschee erano state circondate da forze disicurezza le quali hanno anche fermato ''elementi turbolenti''.Le stime variano da dieci fermi a cinquanta, a seconda dellefonti, alcune delle quali denunciano anche violenze.La stampa di Hamas ha alimentato le polemiche sostenendo chegli agenti dell'Anp sono entrati nelle moschee senza togliersi -come vogliono le regole religiose - i loro stivali. ''Nemmeno isoldati israeliani avrebbero osato tanto'' ha osservato untestimone, citato dalla stampa islamica.Ma al tempo stesso i servizi di sicurezza palestinesiricevono informazioni sempre piu' allarmanti secondo cui Hamaspunta a destabilizzare la situazione in Cisgiordania. Le parolemolto esplicite di Halil Al-Haya - uno dei leader politici piu'ascoltati a Gaza - non hanno fatto che confermare i timori cheHamas, dopo aver cercato a lungo di delegittimare l'Anp e il suopresidente Abu Mazen, possa un giorno passare a vie di fatto.(ANSA)29-AGO-10 18:07 NNNN

Commento : come mai
Nayef Rajub, arrestato nel 2006,(la procura aveva portato prove contro di lui bastanti per 4 ergastoli) a giugno è stato rilasciato, così, inspiegabilmente e, come se non bastasse, rimandato pure a hebron, dove stava già organizzando una cellula di hamas,? come mai si continuano ad arrestare ,imprigionare, deportare i leader della protesta non violenta, a impedire agli studenti di frequentare l'università ecc. ecc? Non è questo un modo per indebolire Abu Mazen, schiacciare la protesta non violenta , fomentare un nuovo ciclo di violenza e poi poter dire : "non c'è un interlocutore per la pace e continuare così l'occupazione e il massacro , in attesa del Congresso di Novembre e della quasi certa vittoria degli amici repubblicani. ?

Gideon Levy e la protesta contro il Teatro di Ariel. Lettera di 150 accademici




1Gerusalemme, 31 agosto 2010 (nella foto dal sito www.imemc.org la colonia di Ariel), Nena News – Si allarga la protesta in Israele contro le attivita’ culturali nelle colonie ebraiche costruite nei Territori palestinesi occupati nel 1967, partita la scorsa settimana da un gruppo di alcune decine di attori e di autori teatrali che si sono opposti alla collaborazione con il Palazzo della Cultura che a novembre verra’ inaugurato ad Ariel, il secondo per grandezza degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. A coloro che si oppongono a vedere, come vorrebbero il governo e buona parte dei media, nel Palazzo della Cultura di Ariel «un teatro come gli altri», si sono uniti nelle scorse ore anche 150 accademici. Nei prossimi giorni e’ attesa inoltre una lettera aperta di alcuni scrittori – fra cui Yehoshua, Oz, Grossman – che affermano che non parteciperanno ad attività culturali in Cisgiordania fino al termine dell’ occupazione militare israeliana.Nei giorni scorsi stampa e governo avevano rivolto accuse durissime contro gli attori, attrici, autori e registi (una quarantina), che rifiutano di esibirsi nel «Palazzo della Cultura» di Ariel. Secondo la maggioranza degli editorialisti «gli ebrei non possono boicottare altri ebrei» anche se sono coloni che occupano le terre palestinesi.
Alla condanna degli artisti refusenik giunta dalla maggior parte dei mezzi d’informazione, si è unita domenica quella del premier Netanyahu che ha usato parole di fuoco contro chi all’interno del paese vorrebbe boicottare non solo le colonie ma, a suo avviso, l’intero Stato di Israele. La ministra per l’istruzione Limor Livnat ha rivolto un appello alle compagnie teatrali affinchè non si lascino coinvolgere nella protesta. «I firmatari della lettera di boicottaggio (del Palazzo della Cultura di Ariel,ndr) hanno deciso di lacerare la società israeliana …Si tratta di una iniziativa molto pericolosa che discrimina fra pubblici diversi sulla base delle convinzioni politiche dei firmatari», ha scritto Livnat sorvolando sul «particolare» che Ariel è stata costruita nella terra appartenente ad un altro popolo, in violazione delle leggi e convenzioni internazionali. Diversi deputati di destra invocano il licenziamento degli attori non allineati al pensiero dominante.
Il Palazzo della Cultura di Ariel è costato dieci milioni di dollari e ha già ottenuto la collaborazione delle più importanti compagnie teatrali di Israele. I coloni potranno assistere nella stagione 2010-2011 a rappresentazioni di opere di autori celebri, da Bertold Brecht a Moliere. La rivolta è partita da Shmuel Hasfari, un attore ed autore schierato contro l’occupazione, e ieri si è materializzata in una lettera aperta firmata da quarantina di attori, registi ed autori di teatro che escludono di poter mettere la loro arte al servizio di israeliani che occupano terre palestinesi. Fra i firmatari della lettera aperta vi sono alcuni nomi importanti del teatro israeliano: come quello dell’attrice Einat Weizman, dei registi Rina Yerushalmi e Moti Lerner e degli autori Yehoshua Sobol e Savion Lebrecht.(red) Nena News
2   Esther Zandberg : Architetti di Ariel è giunto il momento di dire NO   Sintesi personale
Dopo la protesta degli attori è giunto il momento per gli architetti e i progettisti di rifiutarsi pubblicamente di lavorare per gli insediamenti.Un rapporto di B'Tselem definisce Ariel una lunga e stretta enclave che penetra in profondità nel territorio palestinese, un luogo concepito per considerazioni politiche al fine di interrompere la continuità territoriale tra le città palestinesi.Architetti e progettisti non hanno bisogno di B'Tselem, sanno analizzare le mappe e comprendere da soli che questa è la situazione. Le loro voci sono quello che dovrebbero essere sentite.Finora nessuna protesta pubblica è stata espressa contro la presenza di un dipartimento di architettura in Ariel College, dove si insegna l' alienazione dall'ambiente circostante, in contrasto con i principi dell'etica professionale.Una protesta degli architetti potrebbe far nascere un movimento di protesta contribuendo a porre fine al conflittoArchitects out of Ariel 
3     Gideon Levy: dite no al teatro delle marionette di Ariel  Sintesi personale Sapremo la risposta nelle prossime settimane: c'è un teatro vero e proprio in Israele, o c' è solo un teatro di marionette? Sono i nostri artisti davvero attori, drammaturghi e registi, o sono marionette? I nostri attori ora devono affrontare una sfida importante. Se accetteranno di rappresentare un'opera di Brecht nel teatro di Ariel, copriranno se stessi di vergogna e derisione .Non molto è rimasto della linea verde. MENTRE la Tate Modern di Londra presenta il lavoro di Francis Alys, che cammina con un secchio di vernice per disegnare una nuova linea verde , Israele sta facendo del suo meglio per nascondere ciò. Ora il teatro si mobiliti contro questa campagna di offuscamento e di tenebre. Sì, c'è una differenza tra lo Stato israeliano legittimo e sovrano e l'occupazione che ha rubato terre e privato di tutti i diritti i residenti . I "Settlers meritano cultura", ha detto Tzipi Pines, direttore di Beit Lessin, altri parlano del rischio di perdere il finanziamento statale . Il denaro compra tutto? Le poche decine di artisti che hanno firmato una dichiarazione spiegando le motivazioni del boicottaggio di Ariel ,sono persone di coscienza che meritano lode. Non è facile ribellarsi contro coloro che garantiscono il lavoro, Ma questa è una prova reale. Coloro che si esibiranno ad Arial (Habima e Cameri ) non dovranno meravigliarsi se saranno boicottati nei teatri internazionali: il mondo sa distinguere tra Ariel e Israele. L'invito quinidi è rivolto agli attori israeliani: non date una mano a questo teatro dell'assurdo, siate persone reali e non burattini Israel's actors must say no to puppet theater in Ariel

Yesh Din :Rapporto: i tribunali militari israeliani giudicano automaticamente colpevoli i palestinesi.


Un rapporto dell’organizzazione Yesh Din ha scoperto che, nel 2006, più del 99,7% di coloro che erano in stato di accusa erano stati giudicati colpevoli, circa il 95 % dei casi si sono conclusi con un patteggiamento e l’udienza è durata in media appena 2 minuti. Yesh Din, che ha dichiarato essere la sua inchiesta la prima di suo genere, ha rinvenuto dei difetti di notevole rilievo nello svolgimento del processo regolare da parte del tribunale: udienze che si erano svolte in ebraico e con le persone ritenute sospette, di lingua araba, che spesso non avevano capito l’accusa che era stata rivolta loro, che non erano in grado di presentare una difesa esauriente o di avere un reale avvocato difensore. “La maggior parte di loro è in carcere in Israele e i loro procuratori non sono in grado di poterli incontrare,” ha dichiarato Michael Sfard, un consulente legale di Yesh Din. Oltre a ciò, i minori venivano spesso trattati da adulti e tenuti in stato di detenzione per un lungo tempo prima di essere incriminati. Sfard ha affermato che, nel 2006, un livello di assoluzioni dello 0,29 % (23 su 9.123) era molto stridente. “ Noi pensiamo che questo sia un numero scandaloso che adombra la presunzione di innocenza,” ha aggiunto. “ E’ inammissibile che in un sistema giudiziario la difesa abbia ottenuto un numero così basso di vittorie.” L’esercito ha dichiarato di non aver ricevuto la relazione completa di Yesh Din e di poter fornire come risposta solo un abbozzo iniziale. Eppure, l’esercito ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale la relazione era piena di difetti, di metodi di ricerca imperfetti e di analisi sbagliate. L’esercito ha affermato che il proprio sistema giudiziario funzionava in totale trasparenza e ha messo in risalto il fatto che agli imputati venivano fornite prove imparziali, che alle udienze venivano svolte traduzioni simultanee e che agli imputati venivano forniti in anticipo di tutti i materiali d’accusa contro di loro.

Circa 9.000 prigionieri sono detenuti attualmente [2008] in Israele.I tribunali militari erano stati istituiti dopo che Israele ebbe conquistato la West Bank e Gaza nella guerra del 1967 allo scopo di amministrare la giustizia nei confronti di Palestinesi accusati di reati legati alla sicurezza e di tipo penale. Secondo Yesh Din, dal 1990, in questi tribunali sono stati perseguiti più di 150.000 palestinesi, e circa 9.000 prigionieri, che attualmente sono detenuti in Israele, erano stati spediti in carcere da tribunali militari. Il comitato di Yesh Din comprende Michael Ben Yair, un ex procuratore generale israeliano, il generale in pensione Shlomo Lahat, un ex sindaco di Tel Aviv, e Shulamit Aloni, un ex ministro del governo.Due settimane fa, il gruppo criticò l’esercito per non aver svolto sufficienti indagini su accuse di maltrattamento di palestinesi. L’esercito dichiarò che le forze armate israeliane avevano promosso 207 indagini su sospetti di crimini compiuti nel 2007 dalle truppe nei confronti di palestinesi, il 36% in più rispetto all’anno precedente.

(tradotto da mariano mingarelli)

hppp://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3490698,00.html&ei

allegati

sabato 28 agosto 2010

Rabbino Ovadia Yosef (Shas) :Abu Mazen e i Palestinesi periscano


Il rabbino Ovada Yosef si è scagliato contro i colloqui di pace e ha dichiarato in un sermone, tenuto nella Sinagoga di Gerusalemme;che i Palestinesi e Abu Mazen devono perire.
Nel 2001, il leader spirituale del partito ultra-ortodosso pronunciò un discorso in cui si augurava l' 'annientamento degli arabi: "
" e' vietato essere misericordiosi con gli arabi. Bisogna sparargli i missili e annientarli con gioia. Sono diabolici e dannati. Possa il Nome santo lanciare il castigo sulle loro teste, che il loro seme sia disperso. Siano sconfitti e annientati fino a scomparire dalla faccia della terra "

Commento: gli eurabici e gli islamofobici non hanno nulla da dire ? Peccato .un'occasione persa, visto che per loro il fondamentalismo religioso è solo di stampo islamico

TOM SEGEV Critica il libro di BENNY MORRIS’’1948′


Most of the Arabs in the country, approximately 400,000, were chased out and expelled during the first stage of the war. In other words, before the Arab armies invaded the country. According to Morris, the expulsion of the Arabs was meant to safeguard the homeland before the invasion of the armies of Arabia. This explanation is problematic, first because according to Morris himself, David Ben Gurion was not at all afraid of the Arabs of Israel, and for good cause: they were almost powerless. Ben Gurion was afraid of an invasion by the Arab armies. Moreover, Ben Gurion was not certain that they would invade Israel. On May 7th 1948 he wrote in his journal: “Will the neighboring countries fight?” Ben Gurion could not know this for certain because, according to Morris, the Arabs themselves hesitated until almost the very last moment. Be that as it may, Morris states that the invasion plans by the Arab armies played no role [in the thinking and decisions of] the Arabs of the land of IsraelThis brings the discussion back to the question of why 400,000 Arabs were expelled before these armies had taken even a single shot at the IDF, and the possibility arises that it did not happen because the Arabs had attacked Israel but vice versa: the Arab states attacked Israel – among other reasons – because it had chased out and expelled 400,000 Palestinians. It is doubtful if any person knows more about this subject than Morris. The thesis which transpires from his book is that almost everything happened as the result of an error: the Jews exaggerated the force of the Arabs and were afraid of another Holocaust. In fact, they did not correctly estimate their weakness and were unjustifiably afraid of them. It seems that it was for this reason that they expelled them, with no justification. But Morris wishes to justify the expulsion of the Arabs: he says that they started the attack, but the concrete information that he brings forth about their harassment of the Jewish settlements cannot explain great extent of the expulsion.Naturally, the question arises: were the Arabs expelled in order to get rid of them. Morris states at as early as December 1947, at least, which is nearly half a year before the Arab armies invaded, two goals were at the forefront for the Jews of the land of Israel: expanding the territory designated by the United Nations resolution for the founding of a Jewish state; and reducing the number of Arabs living in that territory. And that was what they did. Historiographically, that is sufficient, but Morris brings his readers into an old dispute about a subject with which he is also well-familiar: the Zionist movement’s yearning to transfer the Arabs of the country, or at least some of them.This idea has accompanied the Zionist movement since the time of Herzl himself. It took center stage in the thinking of the leaders of the Zionist movement, including Chaim Weizmann and David Ben Gurion. But Morris makes a great effort to detach the chasing out of the Arabs from the idea of transfer. A similar measure of logic could detach the founding of the state from the Zionist vision.The rest of the Arabs [300,000 more] were expelled during the war and thereafter. What Morris says about the frontline conditions does not demonstrate the military need to expel the population, especially as Israel’s military power was much greater than the armies of Arabia within two or three weeks, and the remaining Arab population did not constitute any kind of threat to the country. The question of why they were expelled remains without an answer in this book. Morris says that they wanted to throw the Jews into the sea and states: “The Arab expulsion clearly derived from the Zionist transferist thinking in the 30s and 40s.” This is a perplexing statement, as Morris goes out of his way to prove the marginal status of transferist thinking.
continua qui

2La guerra del 1967 e il problema dei profughi palestinesihe 1967 War and the Palestinian Refugee Problem

by Tom Segev

documento pdf in inglese - anno 2005 - pagine 16 La guerra del 1967 e il problema dei profughi palestinesi

L'esercito israeliano chiude l'accesso alla scuola per i bambini di Betania


GERUSALEMME - Il Patriarcato latino di Gerusalemme ha reso noto che i bambini della scuola materna di Betania, nell'area di Gerusalemme Est, “non potranno più raggiungere la scuola attraverso la piccola porta aperta nel Muro di separazione, adiacente alle aule”. La notizia è stata resa nota martedì, a seguito di un incontro tra il nunzio apostolico in Terra santa, mons. Antonio Franco, le suore comboniane che gestiscono la scuola e le autorità militari. La storia di questa piccola scuola frequentata da circa 50 bambini palestinesi dai villaggi intorno ad Azariya, la biblica Betania, era stata raccontata da numerosi media italiani e internazionali, dopo che la costruzione della barriera che percorre per oltre 700 chilometri la Cisgiordania aveva separato la scuola, collocata a Gerusalemme Est, sotto controllo israeliano, dal villaggio palestinese da cui provengono gli alunni. Per evitare la chiusura della scuola (i palestinesi residenti in West Bank non possono entrare a Gerusalemme, se non attraverso permessi speciali), l'anno scorso le suore comboniane avevano condotto una battaglia che aveva portato alla costruzione di una piccola porta nel Muro in cui i bambini erano autorizzati a passare due volte al giorno, al suonare della campanella per l'inizio e la fine della scuola. Ora, a pochi giorni dall'apertura del nuovo anno scolastico, l'esercito ha comunicato la decisione di chiudere anche questa porticina, impedendo l'accesso ai bambini e mettendo in pericolo il futuro della scuola. Nuove trattative sono in corso per trovare una soluzione che permetta ai bambini di frequentare nuovamente la scuola. L'annuncio è arrivato nei giorni in cui la stampa israeliana e palestinese discute intorno al diritto all'educazione in Cisgiordania. Un rapporto pubblicato ieri da due associazioni israeliane per i diritti umani, Ir Amim e ACRI, sul sistema educativo a Gerusalemme Est ha denunciato la mancanza di 1000 aule per gli studenti palestinesi: “entro la fine del 2011 dovrebbe essere completata la costruzione di 38 nuove classi, che corrispondono a circa il 52% delle aule promesse dalle autorità”, concludendo che “la mancanza di aule non pare ridursi nei prossimi anni”.L'esercito israeliano chiude l'accesso alla scuola per i bambini di Betania

Amira Hass :L'incidenza di una rete viaria nuova sull'occupazione della Palestina


Non sapeva che il suo discorso sarebbe stato trasmesso in diretta televisiva, e fino a che non ne venne informato, parlò apertamente com’è naturale in una conferenza di partito a porte chiuse. I dirigenti di Fatah, l’Autorità Palestinese e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina elogiarono generosamente le realizzazioni del suo governo. Parlò con orgoglio, come se fosse a capo di un Consiglio regionale, di aver dato attuazione alle leggi sul traffico che richiedono che i conducenti si allaccino le cinture, e affermò, se la mia memoria non mi inganna, che i conducenti non avrebbero più sputato fuori dai finestrini. Poi qualcuno si chinò e sussurrò che il discorso stava venendo trasmesso in diretta televisiva. Va bene il discorso sulle cinture di sicurezza, pensai tra me, ma che cosa a proposito del diritto di precedenza per le auto che vanno in salita su strade ripide e strette, e che dire del divieto di sorpasso a destra a 98 chilometri all’ora nelle strade cittadine? A quanto pare dovremo aspettare il settimo congresso di Fatah (se Dio vuole, non ci vorranno altri 18 anni) perché gli autisti palestinesi rispettino le regole del traffico che hanno lo scopo di ridurre i pericoli sulla strada. E così sono la prima ad apprezzare i seguenti dati statistici: l’Autorità Palestinese lo scorso anno ha asfaltato 16 strade nuove nella West Bank e ha completato 40 riparazioni di strade preesistenti. Almeno ora, quando frenerò su una ripida collina in modo che Sua Eccellenza, che sta andando in direzione opposta, possa scivolar con gioia in discesa, le mie ruote non si bloccheranno in un qualche solco scavato nell’asfalto fatiscente dall’ultima pioggia..Questi dati statistici sono stati inseriti in una conferenza stampa rilasciata la settimana scorsa dai mass media governativi della West Bank nel primo anniversario del piano biennale del Primo Ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad per rinforzare le istituzioni dello stato. La conferenza stampa includeva una sintesi delle realizzazioni dell’anno che comprendevano le strade di cui sopra, 34 scuole nuove e 23 scuole ampliate,11 cliniche nuove e 30 ampliate, e 370.000 alberi piantati per rinverdire la Palestina.

La relazione dialoga indirettamente con entrambi, sia con i sostenitori che con gli oppositori della politica di Fayyad. Gli autori di tale relazione hanno fatto presente agli stranieri che hanno elogiato i risultati, che essi erano stati ottenuti nonostante l’occupazione israeliana: L’IDF e i coloni sradicano e noi ripiantiamo, Israele distrugge case a Gerusalemme e nell’Area C, e noi costruiamo e assistiamo la popolazione. “Senza la rimozione delle restrizioni israeliane al movimento e all’accesso, non sarà possibile ottenere ulteriori risultati. Sotto occupazione è impossibile un significativo progresso economico, “ riporta la relazione.Una risposta a coloro che avanzano critiche si trova tra i suggerimenti nella sezione che riguarda le strade. Il sommario della relazione afferma: “Al fine di far fronte al controllo israeliano dell’Area C, l’Autorità Palestinese ha sostenuto una serie di imprese per ampliare l’accesso alle terre occupate palestinesi. Sono state asfaltate 16 strade nuove per un costo di 45 milioni di dollari, e sono state riparate 40 strade per un costo di 12,9 milioni di dollari. Questi progetti, oltre alla loro importanza per l’incremento dell’accesso, contribuiscono alla crescita dell’economia, alla creazione di occupazione e di opportunità di lavoro – e danno pure continuità alla sfida nei confronti del tentativo israeliano di trasformare la West Bank in una serie di cantoni separati.” Tutto ciò rappresenta realmente una sfida ai propositi israeliani? Strade migliori nelle Aree A e B riducono il tempo impiegato per il viaggio tra due diverse città e cittadine, e creano l’illusione di una vicinanza geografica. Ma la gente dimentica un po’ alla volta che il miglioramento della maggior parte di queste strade è stato concepito solo per collegare villaggi, e il loro asfalto non è in grado di sopportare il pesante carico di traffico tra città palestinesi. Senza volerlo, ci si dimentica che ciò che è dall’altra parte di queste strade è fuori dalla loro portata. Non solo la famigerata Route 443, ma tutte le altre strade che Israele ha avviato come autostrade, con una massiccia espropriazione di terre palestinesi, servono principalmente o anche solo alle esigenze del trasporto delle colonie degli israeliani (nel complesso ebrei, in virtù dell’essere identificati con le colonie). Nel 2004, il Consiglio di Sicurezza Nazionale (israeliano) rivelò il suo piano di creare nella West Bank due infrastrutture viarie separate (un’estensione addirittura logica delle bypass road degli anni 1980 e 1990). I rappresentanti di paesi donatori e la Banca Mondiale rimasero sbalorditi dalla spudorata sfacciataggine di Israele: aveva richiesto che i donatori finanziassero parte del progetto. Le conversazioni piene di astuzia a proposito del “desiderio di assicurare la costruzione di un tessuto di relazioni sociali tra i palestinesi grazie alla contiguità dei trasporti” non li confusero. Avevano capito che questo era un altro modo per creare dei fatti sul terreno. In completo accordo con l’Autorità Palestinese, essi opposero un rifiuto. E così Israele finanziò la realizzazione solo di poche bypass road e di tunnel riservati ai soli palestinesi, intesi a compensarli per la deviazione dalle autostrade nell’Area C e per le enormi estensioni che gradualmente sono divenute “prive di palestinesi.” Le strade che i palestinesi aprono e riparano (principalmente con il sostegno dell’USAID) rientrano nella categoria di “contiguità per il trasporto palestinese”, che è l’opposto del principio di “contiguità territoriale palestinese.” Un ricamo di strade e di tunnel collega comunità palestinesi isolate. Ciò fa sì che l’Area C (il 62 % della West Bank) rimanga un dominio esclusivo a disposizione dell’espansione delle colonie e la connette a Israele, accrescendo l’illusione di una sovranità palestinese sulla parte restante.Fayyad e gli altri del suo governo senz’alcun sono a conoscenza del paradosso. Li sento chiedere in risposta: la soluzione sta nel lasciare strade pericolose, dissestate e piene di buche, come esse sono, e non di asfaltarne di nuove? Ovviamente, no.

Ma ammettiamolo, almeno: strade nuove e riparate non è che mettono in discussione i piani israeliani; di fatto vanno loro bene e rafforzano la loro logica interna. L'incidenza di una rete viaria nuova sull'occupazione della Palestina

(tradotto da mariano mingarelli)

venerdì 27 agosto 2010

Sahera Dirbas ,regista palestinese," Storia intima di una terra”

Sahera Dirbas ha due grandi occhi marroni velati di amarezza, anche quando sul suo volto compare un sorriso. Un volto che rispecchia un po' i film di questa cineasta palestinese, nata a Haifa nel 1964, ma residente a Gerusalemme. Una laurea in ingegneria chimica, ma che nella vita ha preferito dedicarsi al cinema perché "volevo trasmettere la storia profonda, intima, della mia terra e della mia gente", racconta.

La sua passione è il recupero della storia dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, è il dare voce a protagonisti di una diaspora che stanno via via spegnendosi o ''abituandosi alla situazione di occupazione, vissuta quasi come normalità, mentre di normale non ha nulla''. Mostrare al mondo la vita quotidiana, in libertà, senza dover rendere conto ai produttori di turno: questo è uno degli altri punti cardine della poetica politica di Sahera che dà vita a documentari indipendenti, anche perché ''a forza di dover dare conto agli sponsor molti registi palestinesi hanno sviluppato una censura preventiva, una auto mutilazione della propria espressività e della loro creatività''.

Il suo primo lavoro di successo è il documentario del 2007 Stranger in my home, 37 minuti che raccontano la storia di otto famiglie palestinesi che si sono trovate nella situazione di essere rifugiati nella loro stessa terra. Richiamano gli eventi della Naqba, la tragedia, come i palestinesi chiamano la fondazione dello stato di Israele, e quelli del 1967, come la distruzione della porta del Mughrabi, che gli israeliani hanno raso al suolo all'indomani della Guerra dei Sei Giorni per ampliare il Muro del Pianto, a Gerusalemme. Ogni famiglia ripresa nel documentario si reca a Gerusalemme ovest in quella che fu la casa di origine, con i dolori e i ricordi che incoraggiano o fermano la visita, sommati alla paura dell'incontro con l'altro, cioè gli occupanti, nuovi padroni del luogo natale. Stranger in my home ha partecipato all'Amal festival in Spagna nell'ottobre 2009 dove ha vinto la nomination per il miglior corto.

Del 2008 è Una manciata di terra, che narra la storia di famiglie palestinesi del villaggio di Tiret Haifa -oggi Tiret al Karmel - fuggite o cacciate via dalla loro terra nel 1948 e da allora sparse tra Cisgiordania, Siria e Giordania. "E' quello che preferisco perché mi tocca nell'intimo, e poi perché è quello che entra più nel profondo delle relazioni tra palestinesi", ammette Sahera. Oltre ad aver partecipato al Al-Jazeera International Documentary Film Festival in Qatar questo documentario è stato tradotto subito in inglese e italiano e a breve avrà una versione anche in spagnolo.

Imminente è anche la presenza dei lavori della cineasta ad un festival in Russia, con 2 short films: 138 pound in my poket, nominato per un premio di Al-Jaazera International Film Festival 2010. E' la biografia narrata in 20 minuti di Hindi Husseini, una giovane insegnante che nell'aprile del 1948 si imbatte in un gruppo di bambini sopravvissuti al massacro di Deir Yassin e li adotta. Crea così un orfanotrofio nella sua casa di Gerusalemme, che il più grande orfanotrofio che accoglie e educa oltre 1500 bambini.

Il secondo corto, di 14 minuti, si intitola Crystal Grapes, on the road to a better living e mostra l'agire dell'organizzazione di donne Arab ortodox society, nella città vecchia di Gerusalemme, che è stata tra le prime organizzazioni arabe a prendersi cura dei bisogni delle famiglie. Oggi si occupa di formazione per le donne e supporto alle famiglie.

Infine la prossima uscita importante, dal titolo italiano La sposa di Gerusalemme: un docudrama di 80 minuti, sempre di produzione indipendente. "Ho deciso di concentrarmi su Gerusalemme perché ci vivo, tanti ne parlano ma senza darne il senso della vita quotidiana, quella che si svolge in città vecchia e sotto occupazione" spiega la regista, che, alla storia d'amore, inframmezza i problemi derivanti dall'occupazione ma anche dalla droga, "una realtà molto presente di cui però nessuno parla".

La protagonista è una operatrice sociale, che visita i suoi assistiti casa per casa, cosa che permette di mostrare la situazione delle famiglie nella città vecchia, sia cristiane sia musulmane: sullo schermo scorrono realtà di dieci persone in una stanza, o di chi ha la casa in demolizione.

A che questa è la old city. La donna conosce poi un ragazzo con problemi di droga, si innamorano, vorrebbero sposarsi ma le famiglie non sono d'accordo. Durante la negoziazione familiare, portata avanti dai parenti, emergono ancora una volta i temi della vita quotidiana influenzata dall'occupazione: frequente è il problema sul dove andare a vivere una volta sposati, se da un lato o dall'altro del muro. Un film quindi che mostra come muro e occupazione entrano nella vita di tutti, senza tuttavia che la gente se ne renda più conto, poiché sono ormai percepiti come situazioni normali, ''che però non sono tali'', insiste Sahera. Che promette: ''Alla première voglio proprio dire questo, sottolinearlo con forza: non ci si deve abituare alle abnormità e alle
ingiustizie''.

http://it.peacereporter.net/articolo/23782/Storia+intima+di+una+terra

giovedì 26 agosto 2010

Anshel Pfeffer :L'ADL ha perso il suo orientamento con Foxman



Sintesi personale
Foxman, il direttore nazionale della Anti-Defamation League, probabilmente è molto dispiaciuto di essere entrato nel pantano della polemica sulla costruzione della moschea di Cordoba, un dibattito grondante di fanatismo e di opportunismo politico,Questa non è la prima volta che la Lega, una delle più potenti organizzazioni ebraiche nel mondo, abbia creato scandalo sotto la gestione di Foxman. Quando Foxman è stato costretto a rispondere all'ira dei critici per la posizione assunta, si è difeso evidenziando i progetti realizzati per migliorare i rapporti con le comunità musulmane degli Stati Uniti, ma queste sono parole ambigue, Foxman ha sbagliato così come ha sbagliato quando ha invitato Richard Goldstone a ripudiare la sua relazione su Gaza. Proprio come si è sbagliato quando ha accusato Stephen Walt e John Mearsheimer,autori del libro : "La lobby di Israele" di essere anti-semita". Così come si è sbagliato quando, tre anni fa, si è opposto a una risoluzione del Congresso che avrebbe ufficialmente etichettato l'uccisione di 1,5 milioni di armeni un "genocidio". La perdita di orientamento dell'ADL non scaturisce dalla presunzione di Foxaman, ma nel voler conciliare diversi ruoli: crociata contro l'antisemitismo, movimento per i diritti civili ,gruppo di difesa di israeleQuando la Lega è stata fondata circa un secolo fa, la discriminazione contro gli ebrei era ancora istituzionale in molti quartieri rispettabili e il Klu Klux Klan era un movimento mainstream.Molte figure di spicco della politica e dell'economia erano apertamente e orgogliosamente anti-semite e c'era una reale necessità di una potente organizzazione per combattere questo.Negli ultimi decenni, l'ADL ha compiuto uno sforzo credibile per evolversi e diventare una forza importante nella lotta contro l bigottismo e migliorare il collegamento tra le minoranze e gruppi religiosi.In alcuni casi, l'ADL ha addirittura criticato rabbini e politici israeliani per le loro dichiarazioni razziste contro gli arabi, ma le sue risposte impulsive ad ogni reale o immaginaria manifestazione della giudeofobia rasenta spesso i confini dell'assurdo.Non sempre l'uso disinvolto delle immagini naziste, la negazione dell'Olocausto, ogni critica ad Israele o anche riflessioni sulla legittimità dello Stato ebraico, necessariamente sono motivate dall'odio contro gli ebrei. Ma l'ADL grida al lupo, perché ciò aiuta a raccogliere fondi, anche se questo può risultare controproducente. Il Presidente Shimon Peres ha una risposta standard ogni volta che i leader ebrei di tutto il mondo gli raccontano episodi di antisemitismo nei loro paesi: "Non è un tuo problema. L'antisemitismo è un segno di società sottosviluppate, questo è un problema dei non ebrei . Gli Ebrei hanno cose più importanti di cui preoccuparsi "Anshel Pfeffer / The ADL has lost its way under Abe Foxman

TERRITORI PALESTINESI: EMERGENZA ACQUA, UN ULTERIORE OSTACOLO ALLA PACE


Con una media di 63 litri pro capite al giorno, la quantità di acqua a disposizione della popolazione palestinese nei Territori occupati sembrerebbe quasi tollerabile. Una cifra ben lontana dai 100 litri giornalieri raccomandati per ogni abitante dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma pur sempre superiore a molte altre zone considerate in via di sviluppo.L’accesso ad acqua corrente però varia decisamente da zona a zona, da città a città e da comunità a comunità. A tal punto che, solo nel 16 per cento dei casi (100 delle 708 comunità palestinesi), i litri disponibili pro capite sarebbero superiori alla quantità minima indicata dall’organizzazione internazionale. Come riportato dall’organizzazione Palestine Monitor, associazione a tutela dei diritti umani, nel 7 per cento delle comunità palestinesi (43 pertanto), invece, i litri mediamente disponibili al giorno sarebbero 30 o addirittura meno, nel 36 per cento (225 comunità) tra i 30 e i 50, nel 41 per cento dei casi (264 comunità) tra i 50 e i 100.Dati preoccupanti? Non sono gli unici. La statistica, infatti, si riferisce solo al 69 per cento delle comunità palestinesi, quella percentuale insomma, che risulta essere connessa a risorse idriche. E i restanti abitanti della Cisgiordania? Per loro niente tubature. Certo, l’acqua si può pur sempre comprare da distributori privati (il cui prezzo sarebbe aumentato fino al 200 per cento rispetto a quello di alcuni anni fa) oppure ci si può accontentare di sorgenti naturali e acque piovane.Mancanza d’acqua. Ma a complicare la situazione umanitaria, già compromessa da difficoltà economiche e conflitti, ci si mette, poi, anche il fattore qualità. Il massiccio utilizzo di pesticidi e fertilizzanti nel settore agricolo, come denunciato da Palestine Monitor, e l’assenza di un sistema di fognature idoneo, comprometterebbe, infatti, anche la qualità delle acque a disposizione della popolazione. La Striscia di Gaza, dove grazie alla desalinizzazione i litri pro capite sarebbero 140, solo il 7 per cento è conforme agli standard indicati dall’OMS. Le conseguenze? Problemi intestinali e malattie come colera, epatite e febbre gialla, registrate negli ospedali locali.Ma non è finita. I vicini israeliani, a differenza delle comunità che risiedono nei Territori occupati, hanno un consumo pro capite di circa tre volte superiore a quello palestinese. E, due terzi delle acque utilizzate provengono da sorgenti condivise con i palestinesi. Qualche problema nella distribuzione? Sembrerebbe. Israeliani e palestinesi utilizzano due sistemi: uno sotterraneo, lungo circa 130 chilometri lungo il confine tra Israele e Cisgiordania, è suddiviso in tre “sotto-acquedotti”. Come denunciato da Palestine Monitor, il primo viene utilizzato al 95 per cento da Israele, il secondo, situato quasi interamente in Territorio palestinese, al 70 per cento da Israele, e il terzo- anche questo in Cisgiordania- al 37 per cento da Israele. O meglio, dai coloni israeliani che risiedono in Cisgiordania.E il sistema del fiume Giordano con i suoi 330 chilometri di risorse sotterranee? Acque non disponibili per i palestinesi. Secondo l’associazione Israele limita l’accesso alle risorse sia tramite vie legali, che tecniche e fisiche. L’accesso alle risorse idriche, in quanto considerate beni di proprietà pubblica e pertanto israeliana, è reso difficile, se non impossibile, da procedimenti amministrativi lunghi e complicati. Per costruire un pozzo, o ripararne uno esistente, ad esempio, prima di ottenere un permesso si passerebbe, sempre secondo quanto riportato da Palestine Monitor, per 18 fasi diverse in dipartimenti amministrativi separati. E ad ogni pozzo verrebbero poi imposti limiti in termini di quantità estraibile. In molti casi, inoltre, i palestinesi non avrebbero comunque accesso alle fonti in quanto l’espropriazioni di terreni, soprattutto nelle aree ricche di acqua, come al valle del Giordano, sarebbero frequenti.“Una moltitudine di problemi e difficoltà nel migliorare uso e sfruttamento delle risorse limitate disponibili” - sono questi i termini in cui l’associazione descrive le conseguenze delle politiche israeliane dal 1967 in poi in relazione alla questione dell’accesso all’acqua da parte dei palestinesi.“Nonostante la mancanza di attenzione nei confronti della questione dell’acqua rispetto ad altri aspetti centrali, trovare una risoluzione giusta è importante al pari di giungere a una pace duratura, a uno Stato palestinese, alla rimozione delle colonie e dei checkpoint. Le difficoltà che circondano questo argomento potrebbero differenziarsi in maniera unica dalle altre questioni in quanto l’utilizzo delle acque, la sua conservazione e produzione danno a Israele e Palestina l’opportunità di collaborare per risolvere una problematica comune in maniera scientifica piuttosto che in un’atmosfera politicizzata” - dichiara Palestine Monitor. “Un’opportunità”, come viene espresso in conclusione, “non ancora colta”Michela Perathoner Territori palestinesi: emergenza acqua, un ulteriore ostacolo alla pace

(Gerusalemme – inviata di Unimondo)
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