sabato 31 luglio 2010

Video : la strage di Bologna di Lucarelli (Blu Notte)











Yitzhak Laor : tu non puoi



Israele sta rinunciando gradualmente allo stato di diritto per diventare una tribù
Il 22 giugno 2005, a Londra, due settimane dopo la serie di attacchi terroristici che avevano ucciso e ferito dozzine di persone, gli investigatori della polizia uccisero un uomo di pelle scura che si era rifugiato nella rete della metropolitana. L’uomo venne identificato come Jean Charles de Menezes, brasiliano. La polizia cercò di sostenere la posizione dei propri agenti; i verdetti del tribunale ai vali livelli del processo si contraddissero l’un l’altro e puzzarono di volere mettere a tacere il tutto.Alla fine di un processo piuttosto estenuante, si accertò che il de Menezes era stato colpito alla testa da una distanza ravvicinata e che la polizia aveva depistato l’opinione pubblica. Coloro che erano stati direttamente responsabili dell’omicidio non furono puniti, ma Sir Ian Blair, commissario della polizia metropolitana di Londra, anni dopo dovette rassegnare le dimissioni. Il The Daily Telegraph riportò che “l’incarico di Blair era stato a rischio sin da quando agenti di polizia avevano ucciso per errore con armi da fuoco l’elettricista brasiliano innocente.” Per coprire il tutto non poterono essere usati Al-Qaida, gli attentatori suicidi, i morti e i feriti. E’ difficile immaginare che un ministro di pubblica sicurezza avrebbe potuto conservare il suo posto dopo aver promosso una campagna pubblica contro il verdetto del tribunale. Israele, al contrario, sta rinunciando gradualmente allo stato di diritto per diventare una tribù. L’assassinio di un arabo viene associato immediatamente con “la realtà del Medio Oriente”. Una richiesta di moderazione diventa “vivere in una bolla.” Lo scrollarsi dalle spalle di tutte le inibizioni è tipico ora delle relazioni tra la destra, Kadima inclusa, e i creatori delle informazioni in quanto fornitori di emozioni a buon mercato. E’ chiaro che la passione di proteggere la proprietà privata con l’imporre la pena di morte non è ciò che qui gioca un ruolo di primaria importanza, ma lo è piuttosto il disprezzo per la vita di un arabo.
C’è un diritto? Ci si strofinerà il naso sopra. Ecco che la provocazione è continuata dopo la flottiglia turca, senza che ci si ponga la domanda su ciò che è ammissibile e ciò che non lo è. Ecco che la provocazione è risuonata contro il membro della Knesset Hanin Zuabi ed ecco che vengono emesse sanzioni sul suo conto. Se l’ispettore Shahar Mizrahi avesse ucciso un criminale ebreo, non ci sarebbe stato un panico morale così ben orchestrato da parte degli elementi di Lieberman presenti nel governo e da leader della flottiglia giornalistica gialla. C’è qualcosa di eccitante, di attraente e basso nella provocazione, sul consenso del proibito. La cultura della pubblicazione on-line di considerazioni, il sottomarino giallo che esprime tutto il piacere di dichiarazioni proibite anonime, ha infettato il giornalismo sensazionalista con i suoi afidi. La polizia non è il problema. La necessità della Corte Suprema di Giustizia di “descrivere tutti i dettagli dell’incidente” ha messo in luce, una volta ancora, un sistema mediatico pigro che non è interessato ai fatti ed è alimentato da una dirigenza politica che non ha alcuna inibizione verbale o di altro tipo. Dopo tutto, a “noi” non è di fatto permesso di fare tutto e a “loro” non è vietato di fare tutto. Ci sono cose che sono legali ed altre che sono illegali. Ora la campagna contro il boicottaggio palestinese dei prodotti che provengono dalle colonie sta percorrendo la stessa strada priva di confini e ha già inventato un nome legalista in vista del prossimo panico: “terrorismo economico”. Noi siamo autorizzati a organizzare boicottaggi contro la Svezia e la Turchia, ad esempio. Ai palestinesi non è affatto permesso di organizzare dei boicottaggi. Perché? Perché loro sono nostri soggetti, privi di diritti, nati in schiavitù. Loro devono fare acquisti solo da noi. Loro non possono vendere, ad eccezione di lavori a basso costo e, naturalmente, a piccole dosi. Una decina di anni fa alcune “colombe” arrivarono a lamentarsi con i palestinesi che essi non stessero usando una “opposizione passiva” contro l’opposizione. Come se ogni marcia di protesta non fosse stata considerata sempre un’azione violenta. Ora i nostri legislatori – e sulle loro orme i fornitori e i consumatori di emozioni a buon mercato – hanno trasformato questa lotta legittima in terrorismo che deve essere punito. Per ritornare all’esempio di Londra, la provocatoria dichiarazione di Ehud Barak secondo la quale “questo è il Medio Oriente, questa non è l’Europa” è diventata da tempo uno degli slogan di cittadinanza fasulla in una democrazia occidentale, che si conviene ad un tranquillo ufficiale svizzero di un kibbutz provinciale sulla pianura costiera, come pure a un buttafuori svedese da bar proveniente da Kishinev.(tradotto da mariano mingarelliNotizie da Israele: Tu non puoi!

Video : 7.200 bambini a Gaza per un record da guiness. Volano migliaia di aquiloni nel cielo




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Moni Ovadia: il vuoto delle religioni


I tempi di crisi, a senso di logica, dovrebbero sollecitare pensieri e riflessioni che consentano agli esseri umani di proiettarsi al di là dei semplici aspetti materiali dell'esistenza per interrogarsi sul senso profondo della vita. La religione dovrebbe essere l'ambito ideale per siffatte interrogazioni ma non è così. La questione sia chiaro non è tanto quella dello scandalo pedofilia che ha di recente travolto la Chiesa cattolica, nè quella di rabbini dei partiti religiosi dello schieramento politico israeliano che tengono in scacco la democrazia dello stato ebraico con la scusa della religione dietro alla quale si mascherano biechi interessi di potere. E neppure l'islamismo politico con le sue derive terroriste è il vero punctum dolens. Il vero problema è che le istituzioni religiose non hanno saputo cogliere le preziose opportunità offerte dal formarsi di società democratiche e aperte per farsi maestre di una spiritualità laica fondata sull'etica del primato della coscienza, della libertà, dell'uguaglianza della giustizia sociale, dell'amore. Hanno continuato a baloccarsi col potere per garantirsi le solite rendite di posizione, o si sono accaniti con furori normativi sui i presunti fondamenti naturali della sessualità, non solo manifestamente falsi ma persino ridicoli, hanno preteso di confinare la famiglia entro schemi storicamente frusti, la famiglia, una struttura sociale in evoluzione e in particolare negli ultimi lustri in impetuosa evoluzione. Da tempo non esiste un solo paradigma di famiglia ma molti modelli di famiglie. Le istituzioni religiose si ostinano a pretendere il potere della verità assoluta su l'origine della vita, sul senso ultimo della morte e solo a parole accettano il confronto laico delle opinioni sui grandi temi della bioetica. Ossessionate dal monopolio della verità, le religioni hanno abbandonato l'uomo al culto di Mamona.
http://www.unita.it/news/moni_ovadia/101601/il_vuoto_delle_religioni

Video : Gay Pride a Gerusalemme


Solo qualche sporadico scontro verbale, ma nessun incidente, alla nona edizione del Gay Pride a Gerusalemme. Soltanto l’anno scorso, un ebreo ultra ortodosso armato di coltello aveva assaltato i manifestanti, ferendone gravemente tre.
Qualche migliaio i partecipanti al corteo.

2 La marcia, colorata e pacifica, ha esplicitamente evitato ogni gesto che avrebbe potuto far pensare a una provocazione. “La comunità gay israeliana rispetta i credenti”, dice questo manifestante. “Una delle ragioni per cui siamo qui è di renderci visibili. Anche tra gli ortodossi ci sono degli omosessuali, e sarebbe davvero importante che uscissero allo scoperto, per loro stessi”.

Un invito che i religiosi tradizionalisti non hanno raccolto, preferendo dar vita a una contro-manifestazione schierandosi ai margini del corteo. A prevenire incidenti, un dispositivo di 15.000 poliziotti.

“Gente malata, che fa cose contrarie alla Bibbia e contro Dio, nella città santa… E’ qualcosa che disonora la città”.

Al termine della giornata, arrestati cinque presunti provocatori.

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L'anno prossimo a Tel Aviv

GAZA, 17 CIVILI FERITI IN RAID AEREO ISRAELIANO


CGaza, 31 luglio 2010 (foto dal sito www.outofgaza.wordpress.com), Nena News – Il raid aereo israeliano più pesante contro Gaza dai tempi dell’offensiva «Piombo fuso» (dicembre 2008) è scattato venerdì notte poco dopo le 23.30 con una bomba sganciata da un F-16 sull’Accademia di polizia «Yasser Arafat», nel perimetro del Muntada. Testimoni hanno riferito che i vetri delle finestre sono andati in frantumi nel raggio di un chilometro dal punto dell’esplosione. Nello stesso momento venivano colpiti obiettivi nella zona del porto di Gaza city e a Beir al Balah, nel centro della Striscia di Gaza.Secondo fonti degli ospedali di Gaza, almeno 17 civili sono rimasti feriti, tra i quali alcune donne e tre bambini. Gli aerei israeliani hanno preso di mira anche i tunnel alla frontiera con l’Egitto senza causare vittime. Un altro raid aereo è stato compiuto contro un caravan in quel momento vuoto. Questa mattina la popolazione ha riferito di scene di panico e di migliaia di persone che in tutta la Striscia di Gaza hanno dormito all’aperto per paura dei bombardamenti. Si sono riviste scene simili a quelle di un anno e mezzo fa quando Israele scatenò l’offensiva militare “Piombo fuso” contro Gaza costata la vita a 1.400 palestinesi, il ferimento di almeno altri 5mila e la distruzione di migliaia di case ed edifici.Nei bombardamenti di ieri è rimasto ucciso Issa Batran, comandante del braccio militare di Hamas nel centro della Striscia di Gaza. Ad ucciderlo è stato un razzo sparato da un aereo contro un’abitazione nel campo profughi di al-Maghazi. L’esplosione ha causato il ferimento di alcuni civili. Il braccio armato di Hamas ha minacciato vendetta . Il movimento islamico ieri aveva sparato un razzo «Grad» (katiusha) verso la città israeliana di Ashqelon senza provocare vittime. (red) Nena News articolo


Amira Hass, “Palestina: l’informazione è corretta?”


Prima di parlare dei dettagli riguardanti le situazioni e i luoghi in cui si sono formati e agiscono i comitati popolari oggi più attivi contro l’occupazione, vorrei portare la vostra attenzione sulla dimensione personale della lotta che il popolo palestinese ha sviluppato, una dimensione che permette di affrontare nel quotidiano le sfide imposte dall’occupazione e fa sì che ciascuno, individualmente, debba sviluppare un progetto personale di resistenza. Una delle principali risorse del popolo palestinese, per quanto ho potuto osservare nei miei sedici anni vissutigli accanto – perché su questo si basa la mia esperienza – è proprio questo modello di lotta. Tuttavia, questa forma personale di resistenza non si è trasformata in una strategia di tipo collettivo o nazionale, gestita su un livello capace di coinvolgere l’intera comunità palestinese, o la nazione, nel suo insieme.In Palestina ci sono da tre milioni e mezzo a quattro milioni di persone che ogni giorno devono sfidare un governo e un’occupazione che agiscono in modo disonesto, deformando la realtà. Chi abita in Cisgiordania e a Gerusalemme, ogni giorno si chiede come poter sopravvivere e come lottare contro restrizioni che ostacolano ogni attività: muoversi, costruire abitazioni, piantare alberi, vivere … Non sto parlando dei prigionieri né delle famiglie dei prigionieri, di coloro che sono morti o dei loro familiari. Sto parlando dei modi in cui riescono a sopravvivere nel quotidiano le persone e di come riescono a dare dignità alla loro vita nonostante il regime di occupazione. Sto parlando anche dei fatti di Gaza, dove la popolazione vive ingabbiata – ma questo non accade soltanto da tre anni: sono vent’anni che Gaza soffre per le segregazioni imposte dall’occupazione – e sto parlando di come le persone sfidano questa realtà e riescono lo stesso a vivere come essere umani.Questa condizione non è nuova, né appare nuova agli abitanti della Palestina. Nella prima intifada si passò da questo tipo di lotta individuale a una resistenza organizzata, una lotta “di posizione”, per usare le parole dei Palestinesi. Si cercava di resistere rimanendo fermi, mantenendo saldamente le posizioni e puntando a organizzare questa forma di “sopportazione” per trasformarla in una strategia contro l’occupazione. Poi venne l’era di Oslo. Oslo fu il periodo in cui si sviluppò la speranza nei negoziati come strumento per porre fine all’occupazione. Un’idea che però si è rivelata inattuabile, almeno fino a oggi. Il disappunto per la situazione dopo Oslo favorì lo sviluppo dell’alternativa di lotta violenta, con l’uso di armi ed esplosivi contro Israele. Inizialmente, l’uso delle armi venne fatto proprio sia da persone che appartenevano all’Autorità palestinese sia da altri gruppi armati, ma questa tattica non coinvolse le masse, né la popolazione nel suo insieme: coinvolse individui che trovavano consenso nella popolazione in generale, tuttavia, anche se le conseguenze colpivano tutti, furono poche le persone direttamente implicate in azioni di violenza. L’uso della lotta armata raggiunse un punto estremo quando si arrivò alla seconda intifada. A mio parere la seconda intifada fu uno scoppio, un’esplosione del popolo: esplose la rabbia di chi non sopportava più lo iato esistente fra le parole e la realtà sul terreno, fu lasciato spazio alla violenza di chi non sopportava più l’accresciuta occupazione israeliana e le restrizioni che, ancora oggi, pongono ostacoli e limiti agli assetti essenziali della vita in Palestina. La seconda intifada cominciò così, ma fu poi in qualche modo sequestrata da persone che appartenevano all’Autorità palestinese e ad Hamas. Questo esproprio della seconda intifada fu inizialmente sostenuto dalla masse popolari, perché ci furono dimostrazioni con moltissime persone partecipanti, ci furono morti e l’esercito israeliano dovette intervenire applicando – per utilizzare le parole di Amnesty – un uso eccessivo della forza. Quindi ci furono le armi e ci fu il sostegno della popolazione che vedeva la lotta armata come un diritto di risposta, una vendetta. Si pensava forse, come era accaduto in Algeria, che gli attacchi contro i civili avrebbero portato infine a far sì che Israele capisse.
Anche se non c’è mai stato un dibattito aperto sull’utilizzo delle armi, a un certo punto però la gente di Palestina ha dovuto ammettere che non funzionavano e anzi, il loro utilizzo aveva portato a un peggioramento, piuttosto che a un miglioramento della situazione. È molto difficile discutere sul ridimensionamento della lotta armata, sull’utilizzo delle armi, perché c’è una forma direi quasi di riverenza, di ammirazione verso la resistenza armata, velata anche di romanticismo. Il mezzo – le armi dovrebbero essere un mezzo – in quelle circostanze, invece, diventano praticamente un fine. Non dico esattamente uno scopo finale, ma comunque assumono le caratteristiche di un fine e assumono anche un aspetto quasi sacrale. Inoltre, c’è una grande simpatia e una grande ammirazione verso coloro che si sacrificano. Questa è la contraddizione nell’uso delle armi. Nella società israeliana, poi, la lotta armata palestinese ha portato a un riallineamento sulle posizioni che inneggiavano alla sicurezza e ha portato altresì all’utilizzo della armi anche all’interno dei confini di Israele, perfino contro i cittadini israeliani. La società israeliana sostiene le misure coloniali repressive, quelle che si esprimono oggi nel muro.
Va però detto che Ehud Barack già nel giugno del 2000 aveva pensato che una qualche forma di barriera (non mostruosa come quella che c’è adesso, ma comunque una qualche forma di sbarramento che non seguisse la linea verde, né la frontiera esistente, ma che venisse considerata come il confine futuro e, quindi, ammettesse l’annessione di parte della Cisgiordania) era una cosa che andava realizzata. E questo accadeva ben prima della seconda intifada. Quindi, diciamo che a una certa reazione palestinese, Israele ha risposto aumentando la repressione e anticipando la messa in opera di decisioni che aveva magari già preso, giustificandole proprio in nome di questa reazione e accrescendone gli effetti, sempre usando la logica della reazione. Da questo punto di vista l’utilizzo delle armi da parte dei palestinesi ha rafforzato piani israeliani già preesistenti, per esempio l’annessione di nuovi territori, oppure la definizione della Palestina non più come un territorio o una popolazione ma come “entità” – l’entità palestinese – e, come conseguenza, anche la separazione pressoché definitiva di Gaza dalla Cisgiordania.Il tipo attuale di resistenza popolare, infine, è per certi versi nuovo, per certi altri antico. Ne fanno parte persone che lottano giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Questa forma di lotta si è sviluppata ed è cresciuta dopo che si è compreso il tradimento della lotta armata. Non c’è stata un’analisi pubblica, ma la gente se ne è resa conto, si è resa conto che non funzionava. Il colonialismo israeliano ha affrontato diversamente questa nuova situazione, questo modo diverso e popolare di resistenza. Forse è proprio questa nuova forma di lotta quella che può far sì che il mondo sappia cosa sta succedendo e può permettere ai Palestinesi di emergere da un lungo periodo di frustrazione. La lotta popolare non solo critica l’utilizzo delle armi ma pone nuove richieste alla leadership palestinese: ad esempio, chiede di riaprire i negoziati con Israele. Ma bisogna stare attenti: Israele, in realtà, ha trasformato i negoziati non in un mezzo ma nell’obiettivo, facendo in modo che si trascinassero a lungo, senza arrivare mai a dei risultati, mentre invece proseguiva il processo di colonizzazione. Quindi, la lotta popolare è da questo punto di vista una risposta diversa rispetto alle due modalità che si sono succedute negli ultimi quindici anni e che hanno entrambe fallito. Si ritorna alla prima intifada, o addirittura si ritorna a prima della prima intifada, a quello che le persone hanno continuato a fare a livello individuale, sfidando l’occupazione giorno dopo giorno. È la disobbedienza civile, è la lotta popolare quotidiana, non quella spettacolare. Il lavoro quotidiano consiste nell’inventarsi continuamente nuove forme di ribellione. È richiesta molta creatività per una simile strategia, ma è dimostrato che questa forma di resistenza permette di raggiungere alcuni obiettivi.
Prendiamo il caso di alcuni villaggi palestinesi che si trovano lungo il muro, in Cisgiordania. Laddove i villaggi hanno combattuto, si sono confrontati con l’esercito e hanno affrontato i costruttori edili, bene in questi casi la situazione di quei villaggi è stata discussa dall’Alta corte israeliana e la Corte israeliana ha preso delle decisioni correttive. Certo, il passaggio del muro rimane; certo, il tracciato non è stato riportato alla linea verde, c’è sempre stato un furto di terra, ma l’Alta corte ha dichiarato che il tracciato non era legato a motivi di sicurezza ma era stato scelto per prendere più terra ai Palestinesi. Questo ci indica un altro aspetto assai importante e che riguarda la tattica della resistenza: occorre moltiplicare la cooperazione fra Palestinesi e Israeliani, perché presso l’Alta corte, spesso, sono le associazioni israeliane dei diritti umani che si presentano, e si presentano con avvocati israeliani. E poi ci sono manifestazioni da parte di Israeliani che fanno conoscere alla società israeliana quel che è successo. Questa lotta bi-nazionale ha dato dei risultati, ha funzionato. Negli ultimi cinque anni è l’unica che ha dato risultati. Per molto tempo la stampa israeliana e i mezzi di comunicazione non hanno parlato di queste manifestazioni giornaliere o settimanali. Ma i grandi partner degli attivisti e dei giornalisti sono stati la polizia e l’esercito, perché l’esercito, lungo quello che possiamo chiamare il muro di separazione, da circa un anno partiva per dei raid quotidiani, per effettuare degli arresti, per scoraggiare insomma gli abitanti dei villaggi dal partecipare alle dimostrazioni. Hanno arrestato decine e decine di persone, spesso con incriminazioni molto labili, ottenute da dichiarazioni di quindicenni o sedicenni che erano stati intimiditi, non voglio dire con la violenza fisica, ma comunque tramite intimidazioni: questi ragazzi, quindi, avevano formulato accuse di ogni genere ma senza riscontro, che poi ritrattavano. E su questa base molto labile, decine di persone sono state arrestate.
Come conseguenza, questi eventi hanno attratto l’attenzione della società israeliana sul fatto che l’esercito stesse arrestando e stesse maltrattando persone che protestavano con metodi che erano considerati legittimi. Notate che io non ho usato, e nessuno qui ha usato il termine nonviolenza. Non l’ho usato e non lo userò riferito a questo movimento perché l’uso di questo termine sposta l’attenzione dalla natura violenta dell’occupazione alla natura della resistenza. Se io usassi l’aggettivo “nonviolenta” riferito alla resistenza, sarebbe come accettare l’occupazione nella naturalità degli eventi. Invece io giudico l’occupazione come di per sé violenta, non è della resistenza che devo discutere e decidere se sia violenta o non violenta. Per me l’occupazione è violenta nella sua natura in quanto tale, e anche quando non spara resta violenta. Invece, per quanto riguarda la resistenza devo osservare se è diffusa, se è popolare, non se è violenta o meno.Le misure repressive contro i manifestanti e le operazioni che ha fatto la polizia sono anche ciò che ha dato maggior notorietà alle attività dei dimostranti. Per esempio, sto pensando a quello che ha fatto la polizia per impedire le dimostrazioni in un quartiere di Gerusalemme. È stato impedito ai dimostranti di manifestare contro gli espropri che venivano effettuati in quel quartiere grazie anche al concorso del sistema legale dei tribunali israeliani. Tutti questi avvenimenti hanno spinto alcune persone a schierarsi dalla parte della protesta; non possiamo dire che queste persone facciano parte dell’opinione generale israeliana, ma comunque rappresentano la sinistra rispettabile. Non sono il mainstream della società israeliana, ma si considerano contrarie alla prese di posizione dalla polizia e dall’esercito e si sono schierati con la protesta.In passato, oltretutto, è accaduto che col passare dei mesi ogni forma di protesta si è andata trasformando in una specie di routine e quindi ha smesso di “fare notizia”. Invece, queste attività di repressione hanno fatto si che, di nuovo, le dimostrazioni diventassero notizia all’interno di Israele. Inoltre, ci sono dei nuovi trucchi, per così dire, per esempio le videocamere, filmare la repressione, – e ci vuole coraggio per farlo – un’operazione boicottata dalla polizia di confine o dall’esercito. Quando dei dimostranti sono portati in tribunale, l’esercito o la polizia dicono sempre di essere stati attaccati, anche se sono loro quelli pesantemente armati e gli altri dei diciottenni disarmati. I video però mostrano la verità. Spero di non aver dato l’impressione da quello che ho detto che tutti i media israeliani una volta a settimana o più parlino di queste cose. Se ho dato questa impressione scusatemi perché non è così. Occorre trovare continuamente modi per tenere alta l’attenzione. Altrimenti per i media la protesta diventa routine e, come sappiamo, i giornali odiano la routine e il passaggio dell’informazione non funziona. Bisogna trovare dei modi perché la notizia diventi più appetibile. Molte volte, purtroppo, è l’esercito che rende le notizie molto più visibile. Mi sto riferendo per esempio a quel che è successo nel mese di marzo a sud di Nablus, dove sorge un villaggio che come molti è minacciato dai coloni.
Allora, c’è stata una manifestazione e l’esercito o la polizia di frontiera hanno aperto il fuoco uccidendo due persone. Poi hanno affermato che erano stati usati solo mezzi legali per disperdere la manifestazione, hanno detto che non erano stati usati proiettili veri ma soltanto proiettili rivestiti in gomma. In molti però hanno testimoniato e hanno affermato che i soldati avevano mentito perché avevano usato proiettili veri, tant’è che erano state uccise due persone.Dallo scorso aprile è in vigore un nuovo ordine militare che permetterà a Israele di catturare o deportare i residenti nella Cisgiordania privi del regolare permesso rilasciato dalle autorità israeliane. Quest’ordine militare è stato promulgato in realtà sei mesi fa. È stato firmato, è stato pubblicato sulla gazzetta militare, come succede per i decreti e gli ordini militari e poi è apparso sul web, come succede per le leggi. Ma le leggi, diversamente dagli ordini militari, sono discusse in parlamento, mentre per un ordine militare non si sa chi l’abbia proposto, non viene sottoposto a pubblico scrutinio, non viene discusso, ma solo firmato e poi annunciato. Questa ordinanza militare è un emendamento di un’ordinanza del 1969 che era stata emessa per impedire o prevenire infiltrazioni in Cisgiordania, ossia per impedire a chiunque di entrare in Cisgiordania illegalmente con provenienza dalla Giordania, dalla Siria, dal Libano e dall’Egitto, che allora erano considerati stati nemici; attualmente la Giordania e l’Egitto non lo sono più. Quindi, il reato di infiltrazione si percepiva come commesso da persone provenienti da paesi ostili. All’epoca i palestinesi mandavano persone per organizzare la lotta armata o per la preparazione locale della lotta armata. Insomma, anche se non era detto chiaramente, l’ordinanza del 1969 era tesa a far sì che i gruppi armati o le persone che volessero provocare violenza non potessero entrare in Cisgiordania.L’ordinanza che è stata emessa adesso è diversa. Infatti è cambiata la definizione di “infiltrato”, cioè non occorre più che qualcuno arrivi dall’estero per essere considerato un “infiltrato”, il paese di provenienza non è importante per questa definizione; ora è “infiltrato” chiunque entri illegalmente in Cisgiordania e illegalmente significa senza permesso israeliano. Il concetto di “permesso” è il nuovo termine chiave a cui faccio riferimento. La parola “permesso” non c’era nell’ordinanza del 1969 perché questo concetto non era utilizzato quando fu emessa la prima ordinanza, è stato introdotto negli ultimi vent’anni ed è diventato il marchio dell’occupazione israeliana. Ora, ogni Palestinese può essere considerato un infiltrato se non ha il permesso per restare in Cisgiordania, per esempio se la sua residenza è a Gaza, anche se è entrato legalmente e anche se ha dei figli sul territorio, il suo soggiorno in Cisgiordania è considerato illegale. Io penso che quest’ordine sia il culmine di una serie di misure prese con l’obiettivo di separare Gaza dalla Cisgiordania. (a cura di Enzo Ferrara)Amira Hass, “Palestina: l’informazione è corretta?” conferenza a Torino del 19 aprile 2010

Rami Livneh : in carcere ho imparato l'arabo e lo insegno agli israeliani

L’esempio del padre, da sempre impegnato a fianco dei palestinesi, e poi l’adesione al Matzpen, gli anni della militanza, l’arresto, la lunga detenzione e infine il ritorno alla vita normale e la scelta di portare avanti le proprie battaglie in modo diverso, inedito: insegnando l’arabo agli israeliani; intervista a Rami Livneh.

La famiglia di mia madre è arrivata in Israele dall’Ungheria all’inizio degli anni ’20, mi sembra nel 1923, lei aveva solo due anni. Mio padre invece era originario della Romania. Dopo aver perso il padre e la madre si era trasferito a Parigi dalla sorella, allora studentessa di medicina. Durante la guerra la sorella, divenuta medico, aveva fatto parte della resistenza francese perdendo la vita.A Parigi mio padre lavorava in un’impresa delle ferrovie e divenne membro del movimento giovanile sionista. Si trasferì in Israele nel 1938, aveva 22 anni. Andò a vivere nel kibbuz Ruhama, dove gli vennero affidati incarichi di responsabilità. Rimase fino al 1944, quando se ne andò per motivi ideologici. Il kibbuz era nel nord del Negev. Già il primo anno mio padre scrisse un articolo polemico sullo slogan del movimento socialista cui anch’egli apparteneva. Il motto era infatti: "Per il sionismo, per il socialismo e per la fratellanza nazionale” e lui ebbe a commentare: "Adesso capisco cosa vuol dire fratellanza nazionale: gli arabi seminano e noi raccogliamo!”. Allora infatti erano stati confiscati i raccolti ai villaggi arabi. Fu così che abbandonò il kibbuz ed aderì all’ala più di sinistra del movimento sionista. Nel 1954 entrò a far parte del Maki, il Partito comunista israeliano, in cui rimase fino alla morte. Quando il partito si divise in due fazioni, una a maggioranza ebraica e l’altra a maggioranza araba e antisionista, aderì a quest’ultima che prese il nome di Rakah. Aveva uno spirito assolutamente internazionalista. Trasferitosi ad Haifa faceva l’operaio in una fabbrica chimica. Quando Emile Habibi, lo scrittore arabo israeliano, decise di lasciare la Knesset, fu mio padre a prendere il suo posto. Habibi aveva iniziato a scrivere moltissimo dopo la guerra del 1967 e nel 1971 si era reso conto che non riusciva a gestire questi due ruoli di scrittore e di attivista politico. C’è un proverbio arabo che dice: "Non puoi tenere due angurie in una sola mano”. E così abbandonò la politica per la letteratura. Questo accadde nel 1972, l’anno in cui venni arrestato: a febbraio mio padre entrò alla Knesset e a giugno io entrai in prigione. L’ironia della sorte. Allo scoppio della guerra del ’67, io avevo subito preso posizione denunciando le responsabilità israeliane. Sapevo che anche l’Egitto aveva avuto un ruolo, ma avevo l’impressione che Israele avesse interesse a non fare accordi con gli stati arabi. Anche durante la prima fase dell’occupazione, mentre facevo il servizio di riservista, non smettevo di discutere con soldati e ufficiali per far valere le mie posizioni e alla fine fui buttato fuori dall’esercito. Ero nei paracadutisti, non mi richiamarono più a fare il riservista.Dopo la guerra il mio impegno politico si intensificò. Nel 1968 aderii a un gruppo di sinistra che si chiamava Matzpen. Era molto piccolo ma faceva molto chiasso: ci battevamo sia in Israele che all’estero contro l’occupazione. Da subito il nostro slogan fu: "Basta con l’occupazione!”; ci consideravano pazzi. Anche se il Matzpen era un gruppo così piccolo, c’erano fortissime differenze di opinione al suo interno: c’erano i maoisti, i trotzkisti, gli anarchici ecc. Alla fine degli anni ’70 iniziammo a interessarci agli sviluppi politici dei movimenti palestinesi. Era l’epoca di "settembre nero”, quando Re Hussein di Giordania aveva espulso dal paese migliaia di palestinesi ed era sorto l'omonimo gruppo. Più o meno negli stessi anni erano sorti il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di Habash (nel 1967) e due anni dopo il Fronte Democratico popolare di Hawatmeh.Sempre nel 1969, avevamo letto con attenzione la dichiarazione di Al Fatah in cui si sanciva che il nemico non era lo Stato ebraico, ma il movimento sionista. Ecco, quello per noi fu un momento cruciale, di svolta. Per la prima volta sentivamo una voce distinta da quella di Shukeiri, primo capo dell’Olp e di quei nazionalisti che sostenevano che gli ebrei andavano tutti buttati a mare. Per la prima volta sentivamo una voce che legittimava, riconosceva i diritti del popolo israeliano in quanto esseri umani. Naturalmente questo non voleva dire riconoscere la politica di occupazione sionistica, ma quella non la legittimavamo nemmeno noi!A quel punto cercammo dei contatti con i palestinesi e, nell’estate del ’70, un mio amico residente in un villaggio arabo, mi disse che un giovane arabo proveniente da Beirut per visitare la sua famiglia nella West-Bank -allora era permesso- organizzava un incontro tra studenti arabi e israeliani appartenenti a formazioni di sinistra. Espressi il mio desiderio di incontrarlo e così avvenne. Discutemmo ininterrottamente per tre ore sulla situazione politica e sulle prospettive. Ci misi un po’ a capire che forse non c’eravamo capiti o semplicemente lui aveva un altro obiettivo. Fatto sta che alla fine della chiacchierata mi disse che "loro” potevano procurarci armi e munizioni. Io risposi che non eravamo interessati ad azioni militari; lui ci propose anche del denaro. Io dichiarai, anche a nome dei miei compagni, che non avevamo bisogno di denaro proveniente da fuori. La nostra linea era che il denaro per un’attività politica locale doveva arrivare dall’area stessa in cui operavamo. Aggiunsi che accettare denaro dall’esterno significava corrompere l’organizzazione politica e creare un legame di dipendenza da chi forniva i soldi. E con questo ci separammo e non ci vedemmo più.Ma la faccenda era tutt’altro che conclusa. Due anni dopo i servizi di sicurezza israeliani individuarono un gruppo composto da ebrei ashkenaziti e di origine medio-orientale, israeliani, arabi musulmani, israeliani cristiani, drusi israeliani. L’organizzazione si chiamava "Fronte Rosso” -i giornali li definirono "la rete ebraico-araba”. Ne faceva parte anche la persona che aveva fatto da collegamento tra me e quel giovane palestinese due anni prima.Già allora si sapeva che io ero politicamente impegnato, ma niente di più. Invece uno dei membri del Fronte Rosso, durante un interrogatorio riferì allo Shin Bet (servizi di sicurezza) della discussione in cui ero stato coinvolto. Così venni arrestato anch’io. L’incriminazione era di aver incontrato un "agente straniero”. Mi condannarono a dieci anni di carcere per quella riunione! All’appello fortunatamente l’accusa di contatto con agente straniero cadde. Tuttavia, siccome secondo la legge avrei dovuto segnalare alla polizia l’uomo che avevo incontrato, mi diedero quattro anni, che non sono comunque pochi.Quando venni arrestato, ero sposato e avevo due bambini piccoli rispettivamente di uno e due anni. Oggi so che fu mia moglie a pagare il prezzo più alto. In fondo, se un essere umano accetta di essere limitato nella sua libertà, può organizzare la sua vita in modo abbastanza soddisfacente; se poi sei un militante politico, accetti più facilmente la tua situazione. Suonerà paradossale, ma devo riconoscere che la mia vita in carcere è stata ricca e interessante. Vivevo insieme a arabi ed ebrei, prigionieri politici e criminali. Io ho anche preso un titolo di studio, ma soprattutto ho imparato l’arabo. Molti dei detenuti arabi volevano imparare l’ebraico e io volevo imparare l’arabo, ci siamo organizzati. Il detenuto arabo che mi ha insegnato l’arabo è stato il miglior insegnante che abbia mai avuto. Quando ne avevo fatto richiesta, si era dichiarato molto onorato. Pur non avendo una specifica competenza professionale, era molto colto e sensibile e capiva quali erano le esigenze dei suoi allievi; mi dava lezioni individuali a orari fissati regolarmente. Eravamo nel carcere di Ramla, le lezioni si svolgevano nelle ore d’aria in cui si aprivano le celle ed avevamo diritto di circolare. Mi ero procurato anche dei libri.In carcere ovviamente ho partecipato alle lotte per migliorare le condizioni di detenzione. Ci fu anche uno sciopero della fame. In quel contesto noi ebrei israeliani lottammo a fianco a fianco con i palestinesi. Uscito dal carcere non me la sentivo di lavorare fuori casa, così per più di un anno feci il "casalingo”; mia moglie, che è fotografa, esercitava la sua professione in un laboratorio. Dopo la scarcerazione lasciai per un po’ la politica. In quel momento era urgente ricostruire i legami affettivi, la mia famiglia. Mi limitai a fare il "soldato semplice” della rivoluzione: partecipavo alle manifestazioni e alle occupazioni, ma non avevo più ruoli organizzativi, tantomeno di leadership. Avevo anche perso la pazienza e l’interesse per quegli eterni dibattiti e discussioni sulle virgole e i punti dei documenti politici.Decisi invece di mettermi a insegnare arabo. Pensai che potesse essere un buon modo per continuare il mio impegno per smantellare quel muro di odio e di non-riconoscimento tra la società israeliana e palestinese. Avevo maturato la convinzione che se si conosce la lingua e la cultura di un popolo è più difficile ignorarlo o addirittura odiarlo. Insomma ho fatto fruttare quello che avevo imparato in carcere e oggi insegno arabo a ragazzi tra i dieci e i quattordici anni a Ramat-Gan, vicino a Tel-Aviv. E’ una scuola "semi privata”, riconosciuta dal Ministero dell’Educazione, parzialmente sovvenzionata dal Ministero e dal Comune. I genitori devono però contribuire alla quota, che non è proprio bassa, soprattutto per chi ha più di un figlio. Infatti la maggior parte degli allievi proviene da famiglie della classe media che si possono permettere questa spesa, ma ci sono anche genitori che, pur non essendo ricchi, credono in questo progetto educativo, e per investirci si sottopongono a dei sacrifici. Qui i ragazzi studiano arabo dal primo all’ultimo livello: all’inizio imparano soprattutto la lingua parlata attraverso le canzoni, i racconti e le filastrocche, poi cominciano a riconoscere le lettere arabe e infine imparano gradualmente a leggere e a scrivere.E’ una scuola particolare, in cui si presta grande attenzione anche alle materie artistiche: ai ragazzi viene insegnata la musica, iniziano a sette anni con il flauto, poi possono scegliere un altro strumento; molti di loro suonano il violoncello, la tromba o il violino. Si fa disegno e pittura, ma anche ricamo, scultura (per lo più in legno), carpenteria. E’ questa oggi la mia battaglia personale: far sì che i giovani ebrei israeliani imparino la lingua e la cultura dei propri vicini. Certo la politica non aiuta, fino a che l’obiettivo resta quello di non concedere niente e anzi di continuare a occupare sempre più territori. Lo Stato israeliano non vuole raggiungere un accordo né con i palestinesi né con i paesi arabi. Non sorprende che il primo accordo sia stato fatto con l’Egitto perché quei territori -il deserto del Sinai- non interessano a nessuno. Si vedrà adesso con la Siria, perché in realtà noi non vogliamo rinunciare alle alture del Golan. Anche con gli abitanti delle colonie si è ormai creato un gioco delle parti: fingiamo che siano i coloni di estrema destra a costringere i politici israeliani a tenere la linea dura con le autorità palestinesi. Ma è tutto un inganno: semplicemente i politici israeliani hanno così buon gioco a dire agli Stati Uniti: "Vedete, non possiamo fare nulla contro la volontà del nostro popolo”.Intanto il governo israeliano dà loro un sacco di denaro -che potrebbe essere impiegato altrove. Per non parlare dell’esercito israeliano che è quotidianamente impegnato a proteggere gli insediamenti. E poi ci vogliono far credere che sono costretti! Figuriamoci: basterebbe togliere loro gli incentivi, ritirare i soldati e il 90% di loro tornerebbe subito indietro, al di là della Linea Verde... Perché il governo israeliano non agisce così? Perché ha interesse a che rimangano.Il futuro? Io continuo a pensare che la soluzione dei due Stati sia l’unica percorribile. Personalmente sarei stato più favorevole all’ipotesi di un unico stato democratico e multiculturale, ma le radici dell’odio e del sospetto tra le due comunità sono così robuste che oggi non lo vedo possibile. La situazione è troppo deteriorata.Qualcuno parla di apartheid. Non so, bisogna capire cosa si intende, perché la situazione sudafricana e quella israeliana sono molto diverse. Se però con "apartheid” si intende che Israele ha creato tre classi di cittadini, con diversi diritti, beh, credo sia difficile negarlo. Oggi ci sono i palestinesi che vivono all’esterno della Linea Verde (nei Territori occupati), poi ci sono i palestinesi israeliani e gli ebrei israeliani. Ebbene, questi tre gruppi godono di diritti diversi, ma proprio per legge, non solo di fatto. In questo senso Israele non è un paese democratico, perché quando il diritto di comprare o vendere la terra è vincolato alla nazionalità, beh, questa è una forma di razzismo. Se poi la discriminazione invade tutti gli aspetti della vita quotidiana per cui il palestinese, ma anche l’arabo israeliano, ha più difficoltà ad accedere alla formazione o al credito o ai permessi di vario tipo, come lo dobbiamo chiamare uno Stato così? Io dico allora che Israele è uno stato razzista. Sull’uso del termine "apartheid” sono invece più scettico. Lo trovo anzi pericoloso, se devo essere franco, perché questo ricorso a termini "forti”, di impatto mediatico, per attaccare Israele mi sembra di dubbia utilità. Questo paese commette cose già molto gravi. Non c’è bisogno di esagerare: basta raccontare ciò che accade. Quasi non c’è bisogno di esprimere dei giudizi. A Gaza sono state usate bombe al fosforo. L’avevano già denunciato i palestinesi, ora l’hanno confermato anche i media israeliani. Parliamo di crimini di guerra. Che altro c’è da aggiungere?Le relazioni tra israeliani e palestinesi purtroppo vanno peggiorando anche a livello di base. Del resto ci sono molte meno opportunità di contatti: non ci sono quasi più palestinesi che lavorano in Israele e gli israeliani non si recano più nei mercati arabi, a Nablus, per esempio: sono ormai due società separate. Oggi l’unica occasione di incontro tra un palestinese e un israeliano è il servizio militare.Questo è triste e paradossale dato che non abbiamo altre prospettive se non quella di vivere assieme.http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?anno=2010&numero=175&id=2052




Comunità cattoliche di lingua ebraica in Israele: kehillot

Dalla Comunità cattolica di Gaza
Ho passato una bella settimana con i bambini delle kehillot (le comunità cattoliche di lingua ebraica sparse per Israele) con i quali abbiamo fatto il campo estivo (questo vuol dire la parola ebraica “keitanà” che ho messo nel titolo) a Deir Rafat, il monastero dedicato a Maria regina della Palestina, vicino a Beit Shemesh, a circa 30 km da Gerusalemme. E’ stata una esperienza molto interessante. Il gruppo era molto vario, 41 bambini provenienti da famiglie e paesi molto diversi fra loro: russi, sudanesi, filippini, libanesi, ivoriani, ungheresi ecc. P. David mi aveva assegnato le lezioni di “arte” della mattina durante le quali abbiamo fatto una piccola icona incollata dell’ultima cena.Il tema del campo era l’eucarestia e l’amicizia. Leggete l’articolo dettagliato direttamente sul sito ufficiale del vicariato ebreofono. Era forse dai tempi degli scout che non facevo tanti giorni di fila come “animatore”. E’ stato quindi un tuffo nel passato. Le attività erano già strutturate e preordinate, secondo uno stile un po’ diverso da quello scout. Il rapporto con i bambini e gli altri membri dello staff è stato molto bello e profondo. Particolarmente bella la presenza intorno a noi, nella messa e nel servizio a tavola, della suore di Betlemme, un ordine francese, sostanzialmente di clausura.Lasciamo raccontare alle fotografie che ho scattato, come fotografo del campo. Non ve le mostro tutte… per discrezione e delicatezza nei confronti di alcuni bambini vi propongo solo le miglioriקייטנה 2010

2 Il computo dei cristiani in Israele nel 2009 (g.c.) - È diventata ormai una consuetudine. In prossimità delle festività natalizie l'Ufficio israeliano di statistica pubblica i dati sui cristiani in Israele. Un'occasione per fare il punto su una presenza fragile e alle prese con numerosi problemi di carattere economico e sociale.Le statistiche dicono che al 2009 i cristiani in Israele sarebbero 154 mila, pari al 2,1 per cento della popolazione (7 milioni e mezzo di abitanti). La cifra non include i cristiani palestinesi che vivono nei Territori, ma considera coloro che risiedono a Gerusalemme Est. L'81 per cento di questi cristiani con cittadinanza israeliana è di lingua e cultura araba. Il restante 19 per cento (circa 30 mila persone) è costituito da immigrati dai Paesi dell'ex Unione Sovietica, ufficialmente registrati come cristiani, ma anche dalla minuscola comunità di cattolici ebreofoni radunati in quattro comunità nel Paese. Accanto a questa fetta di cristiani «non arabi» che vive stabilmente in Israele, vanno considerati i circa 300 mila immigrati dall'ex-Urss non ebrei inclusi in una speciale categoria definita «senza confessione». Molti di questi immigrati frequentano in maniera continuativa le parrocchie, specialmente quelle ortodosse.La gran parte dei cristiani (86 per cento) vive in città e il 70 per cento circa in Galilea, nel nord del Paese. Nazaret è oggi la capitale cristiana d'Israele, con 20.100 fedeli. Seguono Haifa (14.100), Gerusalemme (12.800) e Shefaram (9.100).Le statistiche dell'Ufficio governativo, prendendo in esame solo i cittadini israeliani, sottovalutano, di fatto, la presenza cristiana nel Paese. Ai 154 mila cristiani censiti, vanno infatti aggiunte le molte decine di lavoratori immigrati provenienti principalmente dalle Filippine, dall'Africa e dalla Romania. Ma anche i sacerdoti, i religiosi e le suore con passaporto non israeliano appartenenti alle varie Chiese e congregazioni religiose.Il computo dei cristiani in Israele nel 2009

allegato: sito dei cattolici israeliani:www.catholic.co.il
I Cristiani in Israele , Palestina, Gaza e mondo arabo


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Padre Jaeger: per una diocesi ebreofona in Israele


(j.l.) - La Chiesa cattolica farebbe bene ad avere una «diocesi personale» per i cattolici di espressione ebraica in Israele, ha sostenuto il francescano David-Maria A. Jaeger nel suo discorso tenuto il 27 settembre, presso la sede dell'Università cattolica nella capitale statunitense. Il religioso, che ha esordito precisando di parlare puramente nella qualità «strettamente personale» di «credente e sacerdote cattolico, membro del popolo ebraico, nato in Israele, di madre lingua ebraica», ha esposto la sua convinzione che la presenza, all'interno della maggioranza ebreofona in Israele, di un «soggetto ecclesiale specificamente distinto» - come del resto accade in tutte le nazioni libere - sarebbe utile, non soltanto agli stessi fedeli ebreofoni, ma anche alla nazione, che non riesce attualmente a «sentire» la Chiesa nella propria lingua nazionale, e ai fedeli delle circoscrizioni vicine, di espressione araba, che cosi avrebbero fratelli-nella-fede all'interno della maggioranza dominante.Padre Jaeger ha aggiunto che si dovrebbe trattare di una «Chiesa particolare normale», così come se ne trovano in tutti i Paesi, scongiurando «pie fantasie» e «misticismi vari». A Terrasanta.net, il teologo ha poi spiegato di non vedere di buon occhio il collegamento di tale progetto «eminentemente e puramente pastorale» con teorie e speculazioni «poetiche» sulla «vocazione di Israele» o simili, che del resto rischerebbero di sconfinare nel politico. «Una Chiesa particolare, una diocesi», dice padre Jaeger, «non può essere espressione o veicolo di un'ideologia».La mancanza di un «soggetto ecclesiale» distinto, ha precisato il religioso, si nota specialmente in relazione alla «conversazione nazionale» in Israele, quando non c'è una voce autentica della Chiesa che intervenga apertamente nella discussione pubblica su temi, eticamente sensibili o altri, che interessino la nazione e la generalità dei cittadini, come la vita e la morte, i diritti dei lavoratori, la libertà dell'impresa e così via. «Non ci sarebbe nessun ostacolo in Israele perché ciò avvenisse» ha osservato Jaeger. Solo un «soggetto ecclesiale» veramente «impiantato nel suolo della vita nazionale ebreofona in Israele» potrebbe essere sufficientemente interessato alla vita della nazione ebraica in Israele, e in grado di diventare un normale partecipante a una conversazione pluralista».

Appello gruppi cristiani francesi: "stop all'impunità di Israele"




PARIS - Five French Christian organisations on Wednesday called on the French government to end what they termed the "impunity accorded to the state of Israel" over its treatment of the Palestinians.n an open letter the five groups, including Secours Catholique, called on Prime Minister Francois Fillon to "exert pressure... so that Israel respects the basic rights of the Palestinians."The groups urged the "French government to act, to put an end to the impunity accorded to the state of Israel as regards the violation of international law," the letter said. The other groups that signed up to the letter were Cimade, an ecumenical organisation; Acat-France, which campaigns against torture; Defap, a Protestant evangelical group; and les Amis de Sabeel-France. The organisations said Palestinian Christians had approached them for help because of a military decree issued by the Israeli government, which could lead to the eviction of thousands of Palestinians from the occupied West Bank. In April, Jordan joined Palestinian prime minister Salam Fayyad and the Arab League in condemning Israel over the order.

The Israeli military has insisted the new order merely formalised existing procedures and that there will be no new wave of deportations from the territory. The Christian groups said they considered the observance of international law to be the only way of achieving a "just and fair peace in the Middle East.They also called for the suspension of the EU-Israel Association Agreement, the legal basis for the EU's relations with Israel“STOP ALL'IMPUNITÀ DI ISRAELE”, APPELLO ASSOCIAZIONI CRISTIANE ...

Coloni israeliani danneggiano orto, sistema d'irrigazione e recinto nel villaggio di Um Al Kher


Coloni Israeliani danneggiano un campo di proprietà palestinese a Um Al Kher, un villaggio beduino situato presso l'insediamento di Karmel, nelle colline a sud di HebronDurante la notte tra il 28 e il 29 luglio 2010, un
palestinese si è svegliato a causa dei rumori provenienti dall'orto di sua proprietà, situato nella valle sotto casa. Nonostante il terreno fosse recintato, l'agricoltore ha pensato che degli animali si fossero introdotti nell'appezzamento. Una volta raggiunto il recinto, il proprietario ha scorto alcuni coloni che camminavano nel campo, ma non si è avvicinato ulteriormente temendo che questi fossero armati.Solo la mattina successiva, il 29 luglio, dopo un'ispezione, l'agricoltore ha notato che gli ortaggi erano stati danneggiati e sradicati, i tubi usati per l'irrigazione divelti e tagliati e un lato del recinto completamente distrutto.L'appezzamento danneggiato, che misura circa 1 dunum (0,5 acri) fornisce ortaggi che rappresentano la principale fonte economica e di sostentamento per tutta la comunità beduina di Um Al Kher composta da circa 85 persone di cui 30 bambiniQuando i volontari di Operazione Colomba sono arrivati sul posto, verso le 14:30, il proprietario del terreno non era presente perché si era appena recato alla stazione di polizia di Kiryat Arba per sporgere denuncia, anche se la moglie ha dichiarato che tutta la famiglia a riguardo è molto scettica perché negli anni hanno presentato diverse denunce senza mai ricevere giustizia.Un beduino del villaggio vicino di casa ha dichiarato “ E' il quarto attacco nei confronti di questo campo negli ultimi 2 anni. Abbiamo costruito il recinto meno di un anno fa proprio per preservare gli ortaggi dai danneggiamenti da parte dei coloni, come già successo molte volte in passato”Questo attacco alla proprietà, che colpisce direttamente i mezzi di sostentamento dell'intera comunità beduina, è solo l'ultimo di una lunga serie di continue provocazioni da parte dell'esercito e dei coloni israeliani a danno delle comunità palestinesi delle colline a sud di Hebron che, in risposta, hanno intrapreso una strategia di resistenza nonviolenta.Solamente nell'ultimo mese i beduini del villaggio sono rimasti senz'acqua per sei giorni consecutivi perché i coloni, gli unici ad avere accesso all'impianto di distribuzione dell'acqua, hanno chiuso il rubinetto che fornisce acqua a Um Al Kher. I settler, la violenza, l'impunità, il fondamentalismo e il terrorismo israeliano


Physicians for Human Rights : negate le cure mediche agli abitanti di Gaza sotto assedio.


Due rapporti recenti ne hanno parlato, uno a luglio dei Physicians for Human Rights – Israel (PHR–IL) dal titolo, “Una Relazione della Situazione sugli Ostacoli che Devono Affrontare gli Abitanti di Gaza che hanno Necessità di Cure Mediche,” e un secondo di giugno intitolato, “Chi ci riesce,” realizzato congiuntamente dal PHR–IL, da Al Mezan Center for Human Rights, e da Adalah Legal Center for Arab Minority Rights in Israel. Tutto citano le violazioni dell’etica deontologica medica israeliana e del Diritto Internazionale dovute alla discriminazione sulla base della necessità, e la negazione di cure mediche adeguate ad abitanti di Gaza gravemente ammalati causate: dagli impedimenti opposti al ripristino e allo sviluppo del sistema sanitario nella Striscia; e limiti posti agli spostamenti nella West Bank, a Gerusalemme Est, in Israele o nei paesi vicini per le cure mediche del caso. Nel suo rapporto di luglio, il PHR–IL ha scritto che il sistema sanitario di Gaza sta progressivamente peggiorando “ a causa della mancanza di competenza, di medicine e di attrezzature sanitarie,” che la ICRC ha affermato di recente essere “ a un minimo storico.” A giugno, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha riferito che Israele blocca la consegna di attrezzature essenziali, incluso uno scanner CT, dei defibrillatori e dei monitor. Oltre a ciò, il Ministero della Sanità palestinese ha dichiarato che Israele ha confiscato sette macchine per la fornitura dell’ossigeno, donate dall’agenzia per lo sviluppo norvegese, e ha bloccato le consegne di macchine per i raggi X, sostenendo che avrebbero potuto avere un duplice uso, a significare possibili scopi di tipo militare. Ne consegue che si ha una insufficienza critica della maggior parte di tutte le cose, comprese medicine salvavita, apparecchiature essenziali e altre forniture il cui arrivo era atteso per questa estate, a pregiudizio di coloro che sono sofferenti di malattie croniche molti dei quali sono stati ostacolati da impedimenti draconiani per ottenere il permesso di lasciare Gaza per cure – ciò che il PHR–IL chiama “un’imperdonabile violazione dell’etica deontologica medica,” dovuta a considerazioni politiche e non di tipo sanitario, molti casi di malattie mortali sono stati respinti, compresi casi che il PHR – IL definisce come urgenti, come quelli del tipo di:“Paraplegia; distacco della retina; SLE (Lupus eritematoso); corpo estraneo nel cristallino; lenti sublussate; grave anemia cronica febbricitante; febbri di origine sconosciuta (FUO); macula lutea perforata di origine traumatica; ritardo psicomotorio; anemia; pressione vascolare addominale abnorme sospetta; malattie intestinali croniche sospette; pseudoartrosi (non-saldatura di ossa fratturate) – braccia, mano; placca metallica infetta; deformazione della cornea; dislocazione ricorrente della spalla; discopatia lombare; opacità del cristallino; malformazione del dotto urinario.” Pure numerose altre terapie non-urgenti/non mortali sono negate, alcune sono malattie croniche, gravi, dolorose e/o disabilitanti, che hanno estremamente bisogno di cure, con nel caso di un abitante di Gaza di 24 anni colpito a un braccio nell’ottobre del 2007, incapace di usare la mano a causa dell’atrofizzazione del tessuto muscolare attorno all’area della ferita. Di conseguenza - egli patisce una grande dolore - il chirurgo ortopedico Dr. Yosef Leitner sostiene che per la sostituzione del tendine, che rappresenta l’unica speranza per poter ripristinare la funzionalità della mano, l’ospedale Al-Shifaa di Gaza (il più grande e avanzato di tutta la Striscia) non possiede né i mezzi né lo staff per eseguire l’intervento.Nell’agosto 2009, venne presentata una richiesta di uscita per terapie da ricevere all’ospedale Al Makassed di Gerusalemme Est. Dapprima la risposta fu negativa, venne fatto ricorso e l’esito fu ugualmente negativo – prassi comune , scorretta, contraria all'etica, illegale applicata contro gli abitanti di Gaza sotto assedio, e il PHR – IL affermando che: “…..tutti i pazienti hanno il diritto di ottenere le migliori cure mediche possibili, indipendentemente dall’urgenza….o della gravità del loro stato clinico,” legittima che si possano fare distinzioni solo nei casi di risorse limitate (come nella fase successiva a una catastrofe naturale), e anche allora per il più breve tempo possibile, per ripristinare poi un’assistenza adeguata a tutti quelli che ne hanno necessità. Per il Diritto Internazionale, il negare cure mediche è un atto illegale, in quanto l’articolo 3 della IV Convenzione di Ginevra afferma che tutti i non-combattenti e coloro che hanno gettato le armi “in ogni circostanza dovranno ricevere un trattamento umano” senza che, qualsiasi sia il motivo, venga fatta alcuna distinzione.L’articolo 16 stabilisce che: La Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura e altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Disumani o Degradanti vieta il maltrattamento sotto qualsiasi forma (compreso il rifiuto di cure mediche), così come l’Accordo sui Diritti Civili e Politici, la Costituzione del Tribunale Criminale Internazionale (lo Statuto di Roma) e i paesi civili nella globalità, esclusi Israele e l’America. “Le persone ferite e ammalate, come pure quelle inferme e le madri gravide, dovranno esser oggetto di una particolare protezione e rispetto.” Una decisione della Corte Suprema Israeliana fornisce un esempio, in quanto l’approvazione di limitazioni all’uscita da Gaza per cure mediche, con rare eccezioni, è stata ignorata dai funzionari governativi perché la sentenza ha lasciato l’autorità della decisione finale nelle loro mani, una facile scappatoia per permettere che continuino ad essere applicate punizioni crudeli e inconsuete, ciò che il PHR-IL chiama “ prassi, politica ordinaria”, contraria all’etica, immorale, illegale e deprecabile. Anche i corsi di formazioni sanitari fuori da Gaza sono proibiti, Fatah responsabile del Ministero della Sanità di Ramallah, collaborando con Israele contro il suo stesso popolo, bloccando corsi di formazione e le terapie di molte persone, perseguitando e violentando molti altri, si sta comportando come rinforzo alla posizione di Israele, espressione della sua malafede, e dei piani finalizzati a se stesso. Oltre a ciò, Israele vieta l’ingresso a Gaza di medici propri o di stranieri per fornire cure o per effettuare corsi di formazione professionale. Le sue autorità hanno respinto due recenti richieste di accesso per una equipe del Centro Musallam di Ramallah per eseguire interventi chirurgici agli occhi e trapianto della cornea; la maggior parte dei pazienti che ne avevano necessità sono stati respinti o sottoposti a lunghi ritardi. Lo scorso anno, alle delegazioni mediche del PHR-IL è stato negato l’ingresso a Gaza, proprio a quelle che nel 2008 operavano come parte di una loro clinica mobile, che forniva cure, interventi chirurgici, medicazioni, corsi di formazione, terapia psicologica e fornivano riferimenti ai pazienti per visite di controllo in ospedali israeliani. Servizi di sicurezza repressivi Nel 2009, lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, ha interrogato più di 600 delle migliaia di abitanti di Gaza che avevano presentato una richiesta di permesso di uscita per cure. Di norma, i pazienti vengono convocati “dopo che è trascorsa la data del loro appuntamento fissato con l’ospedale”, facendoglielo così perdere tanto da doverla riprogrammare. In aggiunta, molti devono far fronte a ”minacce ed estorsioni….per riscattare la salute,” di collaborare altrimenti avrebbero ottenuto un rifiuto, una scelta che la maggior parte non accetterà. In altri casi, lo Shin Bet convoca i pazienti al valico di Erez (con il pretesto del permesso di uscire), arrestandoli invece e trattenendoli in detenzione – anche un operatore della Mezza Luna Rossa (PRCS), che faceva parte di un gruppo di paramedici/conducenti di ambulanze in viaggio per Ramallah per seguire un corso di formazione, è stato arrestato e imprigionato in Israele. Nel gennaio 2010, Adalah ha accusato formalmente presso il Procuratore Generale di Israele l’ufficio del Primo Ministro, sostenendo che: “Lo Stato di Israele si riserva il diritto di incarcerare persone che sono alla ricerca di cure mediche in Israele attenendosi a informazioni secondo le quali essi sono dei terroristi o che il loro ingresso in Israele potrebbe mettere in pericolo la sicurezza,“ comune piatto bollente israeliano – giustificazione falsa, in malafede e disonesta di una politica di stato repressiva, che si estende anche nei confronti di pazienti gravemente ammalati e di operatori sanitari che forniscono assistenza. Israele nega un’assistenza di qualità pure al di fuori di Gaza e della West Bank, persino a Gerusalemme Est dove il trattamento terapeutico è migliore. In alcuni casi, il permesso per controllo viene negato (anche nel caso di riabilitazioni) a persone alle quali era stato precedentemente concesso, lasciandole in una situazione di limbo, impossibilitati a ottenere ciò di cui necessitano.Il Dr. Danny Rozin, uno specialista di medicina interna presso l’israeliano Sheba Medical Center, ha dichiarato ciò che segue: “E’ importante capire che in molti casi fornire una terapia completa ed efficace richiede più di un appuntamento e molti pazienti hanno necessità di controlli supplementari post-operatori, o di un trattamento medico aggiuntivo o di riabilitazione….La mancanza di una continuità potrebbe portare, in parte o completamente, a una ricaduta negativa della terapia e risorse assegnate per il trattamento dei pazienti potrebbero andare in fumo. Talvolta c’è anche un reale pericolo che il paziente possa subire dei danni funzionali o che possa perdere perfino la vita…..Impedire la continuità di una terapia danneggia i pazienti e rende inutili i molti tentativi fatti dallo staff medico per fornire loro un’assistenza completa e a livello ottimale.” Vengono violate pure il Diritto Internazionale e l’etica deontologica del medico, che le autorità israeliane disdegnano e disprezzano. Il PHR-IL afferma che è privo di logica e incongruente il fatto che un permesso concesso a un paziente “possa diventare improvvisamente una minaccia alla sicurezza” e venga quindi negato. Ciò rinforza il concetto che la politica e la prassi repressiva in questione siano una pista falsa e in malafede, che non riguarda le sicurezza. sraele, inoltre, nega permessi per terapie nella West Bank, sostenendo che i pazienti potrebbero stare con i loro familiari – loro diritto legale, non correlato alla sicurezza, unicamente espressione di una repressione sancita dallo stato, facente parte del rinforzo dell’assedio di Gaza. Un’altra parte coinvolge la confisca dei beni appartenenti ai pazienti di ritorno a casa dopo le terapie, costretti a lasciare indietro, al rientro, tutto ciò che hanno comprato o che è stato dato loro, comprese attrezzature sanitarie, abiti, giocattoli e altri oggetti che non costituiscono una minaccia – un altro modo per maltrattare e impaurire.

Una considerazione finale Come risultato dell’embargo israeliano del dopo-gennaio 2006, del suo assedio sin dal giugno del 2007, dell’operazione Piombo Fuso, delle incursioni abituali e della sua politica di punizione collettiva di vecchia data, il sistema sanitario di Gaza è “ad un minimo storico.” Molti degli ammalati e dei feriti della Striscia sono privi di terapie adeguate, o non ne hanno a sufficienza, in violazioni al codice deontologico medico e alla Legge Internazionale che proibisce esplicitamente queste pratiche. “In quanto potenza occupante, (Israele ha la piena) responsabilità della salute dei residenti di Gaza, che comprende le terapie al di fuori della Striscia, incondizionatamente e senza alcuna restrizione; negando ciò le autorità compiono una punizione collettiva – che è proibita dal Diritto Internazionale, che Israele ha sprezzantemente disdegnato durante tutta la sua storia. (tradotto da mariano mingarelliGaza: assistenza sanitaria negata

allegati

Amira Hass:LA LENTEZZA DEI CONTROLLI DELLO SHIN BET IMPEDISCE AI CITTADINI DI GAZA DI FARE LE VISITE MEDICHE

Paola Canarutto salute e diritti umani a Gaza e in Cisgiordania

I medici israeliani si rifiutarono di passare ai colleghi palestinesi le informazioni su come curare le ferite da fosforo bianco

Psychologists for Human Rights

PeaceReporter - Segnati per tutta la vita

Associazione medici IsraelianiIsraele impedisce il trapianto della cornea a 17 pazienti di Gaza

Gaza: ospedali e situazione sanitaria

## M.O/ Gaza, frattura Hamas-Fatah ostacola assistenza a malati

B. Michael racconta la storia del malato di Gaza in attesa del permesso di raggiungere un ospedale israeliano

Harry Shannon : come ebreo provo vergogna e disgusto per quanto accade a Gaza

Editoriale Haaretz: Gaza il decreto diabolico (VIDEO)

"Ospedali di Gaza, dramma di un'infanzia ingabbiata"

Older Gazans see Israelis, youths only see an enemy