mercoledì 30 giugno 2010
Alessandro Litta Modignani Lettera aperta a Informazione Corretta e ad Angelo Pezzana
Ebrei contro l'occupazione: condanniamo l'aggressione avvenuta in Campidoglio
1 Rete ECO, Ebrei contro l'Occupazione, condanna l'aggressione subita da uomini e donne che manifestavano pacificamente sulle gradinate del Campidoglio da parte di un gruppo di persone che sventolavano bandiere israelianeCome ha scritto Alessandra Mecozzi, i manifestanti avevano un chiaro messaggio scritto sullo striscione" senza la loro libertà non saremo mai liberi". Hanno manifestato per «ricordare gli oltre 11 mila civili palestinesi ristretti nelle carceri israeliane, molti di loro senza possibilità di difendersi, il milione e mezzo di palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza trasformata nella più grande prigione a cielo aperto esistente al mondo e per onorare i 1417 morti palestinesi dell'operazione Piombo Fuso», nonché «i 9 morti della motonave Marmara che trasportava aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, uccisi dalle forze speciali israeliane il 31 maggio scorso». Il Comune di Roma ha sbagliato, non nel chiedere la libertà per il soldato Shalit, spegnendo le luci del Colosseo, ma nel non chiedere la libertà anche per i prigionieri palestinesi e per la popolazione di Gaza, ha sbagliato gravemente nel non ricordare le vittime dell'esercito israeliano. Del resto è proprio la madre del soldato Shalit che ha fatto un appello agli israeliani perché premano sul Governo per uno scambio di prigionieri!La faziosità dell'iniziativa al Colosseo, attivata dal Comune su richiesta della Comunità Ebraica, ha aperto la strada all'aggressione da parte del gruppo di giovani che, alla fine della manifestazione al Colosseo, si dirigevano verso il quartiere ebraico. L’aggressione dei giovani della Comunità non è un comune atto di teppismo, ma violenza fascista.E sventolare la bandiera israeliana, dopo aver preso a calci e pugni manifestanti pacifici e pacifisti, è disgustoso. L’utilizzo della Stella di Davide per azioni squadriste chiama in causa tutti gli ebrei. Da questo uso dissennato ci dissociamo e lo diciamo con forza.Il sindaco di Roma, Alemanno, anziché condannare gli aggressori fascisti ha mantenuto un silenzio complice; e la comunità ebraica romana non ha preso posizione contro i settori violenti e fascisti al suo interno. Questo non meraviglia, ma é una vergogna per l’ebraismo e la democrazia.martedì 29 giugno 2010
Alain Gresh :Gaza sprofonda lentamente.

L’assalto israeliano alla flottiglia che, il 31 maggio, stava trasportando aiuti a Gaza, può essere stato universalmente condannato. E’ veramente difficile sostenere un atto di pirateria in acque internazionali, specialmente quando ci sono stati 10 morti. L’uso sproporzionato della forza e la natura deliberata dell’aggressione ci indignano giustamente.Come si può essere comprensivi con il cosiddetto errore compiuto da Israele? Ora, in Israele, c’è un’offensiva senza precedenti contro le organizzazioni per i diritti umani, siano esse israeliane o internazionali: queste organizzazioni vengono considerate al momento una minaccia strategica per Israele, seconda solo a quella dell’ Iran, di Hamas e di Hetzbollah. Si tratta di un grave tentativo di delegittimarle con l’uso di gruppi sostenuti dal governo israeliano e dall’estrema destra (ad esempio, l’ONG Monitor). Non è quindi una sorpresa che i soldati israeliani abbiano giudicato alla stregua di “terroristi” gli attivisti che si recavano a Gaza per portare rifornimenti e li avevano trattati come tali. Tuttavia, la prima domanda che ci si pone e la più immediata è: dovrà pagare Israele un qualche prezzo per questo crimine? E reagiranno i governi del mondo, specialmente quelli europei, con qualcosa di più che non siano le solite parole? La risposta a entrambe le domande è probabile che sia no. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che si è riunito il 1° di giugno, è stato incapace di adottare una risoluzione e ha dovuto accontentarsi di una dichiarazione fatta dal suo presidente. Costui ha fatto riferimento alla creazione di una commissione “indipendente e imparziale”, ma ha mancato di richiedere che sia internazionale. Ciò permetterà al governo israeliano di allestire una sua propria inchiesta, che non porterà da alcuna parte. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza ha ricordato al mondo la necessità di togliere il blocco da Gaza, ma tutto ciò non si discostava dalle risoluzioni adottate all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza più di tre anni fa e mai applicate. Israele è stato premiato per la sua intransigenza sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Europea. Solo di recente era stato ammesso all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione Economica e per lo Sviluppo), il club delle economie più avanzate. Il primo ministro israeliano ha rimarcato questo avvenimento con una visita trionfale a Parigi. Con il senno di poi, si può ritenere che l’ammissione all’OCSE abbia rappresentato il via libera per l’aggressione israeliana del 31 maggio. Nel dicembre 2008, l’Unione Europea aveva deciso di migliorare le relazioni bilaterali con Israele, dandogli una posizione equivalente a quella goduta da alcune grandi potenze. Due settimane più tardi, violando il cessate-il-fuoco con Hamas, l’esercito israeliano ha dato inizio alla sua aggressione a Gaza, che era già stata bloccata per diversi mesi. La decisione europea potrebbe essere interpretata come un via libera per l’attacco, che fu connotato, secondo il giudice Richard Goldstone, da crimini di guerra e da crimini contro l’umanità compiuti da Israele, ma anche da Hamas. Le conclusioni del Rapporto non sono state fino ad ora eseguite e il blocco continua.L’intervento d’Israele avrà probabilmente serie ripercussioni. In primo luogo, sull’opinione internazionale, specialmente in Occidente, che vede Israele come uno stato fuorilegge che viola tutte le regole del diritto internazionale. Poi sulle relazioni bilaterali tra Turchia e Israele, il quale sta perdendo il suo più potente alleato nel mondo musulmano. La crisi potrebbe avere ripercussioni anche nel mondo arabo: la decisione dell’Egitto di aprire il valico di Rafah è un segno di un allarme reale tra i governi moderati che vedono le loro strategie di pace calpestate da Israele. Ma andranno oltre? Sembra improbabile.I media parlano di un “errore” di Israele e di un deterioramento della sua immagine (talvolta questa è la sola critica che viene fatta). Ma si deve ricordare che il crimine di guerra vero, nel senso proprio del termine, è il blocco. Questo aprile sono passati per entrare nella Striscia di Gaza provenendo da Israele solo 2.647 autocarri. Prima che Hamas prendesse il controllo del territorio nel giugno del 2007, il numero in media era di 12.000 autocarri al mese. Oggi, Gaza riceve circa il 22% di ciò che arrivava prima del giugno 2007. Il defunto primo ministro Yitzhak Rabin aveva ammesso una volta di aver sognato di vedere Gaza sprofondare nel Mediterraneo. Questa illusione sta diventando un caso reale. Nonostante la condanna internazionale, Gaza si avvia lentamente a sprofondare. (tradotto da mariano mingarelli)Il futuro di Gaza
lunedì 28 giugno 2010
Nimrod Aloni Noi, Noi, loro

Uri Avnery : L'IPOCRISIA SU SHALIT
Il salvataggio degli ostaggi a Entebbe nel 1976 è considerata una delle imprese più gloriose nella storia di Israele, anche se mancò un pelo al fallimento. Le vite di 105 ostaggi e soldati furono messe in gioco, ma alla fine fu un successo. In altri casi, invece, l'azzardo non riuscì. A Monaco nel 1972 per esempio, quando la posta in gioco era la vita degli atleti israeliani alle olimpiadi. O a Ma'alot nel 1974, quando la posta in gioco era vita di bambini di una scuola elementare. O il tentativo di liberare il soldato Nachschon Wachsman nel '94.Se ci fosse stata qualche possibilità di liberare Shalit con la forza, gli israeliani avrebbero messo a rischio la sua vita, e probabilmente avrebbero fallito. Fortunatamente, per lui, la possibilità non si è presentata. Questo è un fatto su cui insistere. I nostri servizi segreti hanno centinaia di collaboratori nella Striscia di Gaza e sistemi di sorveglianza altamente tecnologici. Eppure pare non si sia ottenuto nessuna notizia su Shalit. Come è riuscita Hamas in questo obiettivo? Intanto ha impedito qualsiasi contatto con il prigioniero, nessun incontro con la Croce rossa internazionale o con personalità di spicco straniere. Solo due brevi video, quasi nessuna lettera. Il problema potrebbe essere superato se il nostro governo fosse pronto ad assicurare che non ha alcuna intenzione di liberare il prigioniero con la forza, in cambio dell'impegno di Hamas, magari garantito dagli Usa, a farlo visitare dalla Croce rossa. Senza questo accordo, le dichiarazioni moraleggianti di statisti stranieri su un possibile intervento della Croce rossa sono parole vuote e non meno ipocrite le richieste da parte di personalità straniere di «liberare i soldati sequestrati». Musica per le orecchie degli israeliani, che però non tiene conto che il centro della questione è uno scambio di prigionieri.Gilad Shalit è vivo, un giovane con un destino che suscita forti emozioni umanitarie. Ma lo stesso vale per i soldati palestinesi. Anche loro sono vivi, e anche il loro destino scatena emozioni umanitarie. Sono persone le cui vite si stanno consumando all'interno di una prigione. Tra di loro ci sono leader politici puniti per fare parte di questa o quella organizzazione. Tra di loro ci sono persone che per gli israeliani «hanno le mani sporche di sangue ebraico» e per i palestinesi sono eroi nazionali che hanno sacrificato la loro libertà per la liberazione del loro popolo.
I familiari di Shalit sono angosciati. Si può comprenderli, ma questo non vuol dire essere d'accordo con loro. Si sbagliano quando criticano la sospensione del blocco e quando chiedono che ai prigionieri legati ad Hamas detenuti in Israele sia proibito di ricevere visita dai loro familiari. Delle due, l'una. Se Noam Shalit, il padre, chiede che i mille prigionieri affiliati a Hamas vengano rilasciati in cambio della liberazione del figlio, non può allo stesso tempo sostenere la persecuzione dei prigionieri che fanno parte di Hamas. Non può chiedere un trattamento umano per il figlio, e nel contempo giustificare un trattamento disumano per la popolazione di Gaza. Questa posizione disorienta l'opinione pubblica e minaccia la campagna per liberare Gilad.l messaggio deve essere semplice, chiaro e diretto, e indirizzato a Netanyahu: decidere di fare lo scambio di prigionieri una volta per tutte. La sua incapacità di prendere una decisione rivela tutta la sua incompetenza come leader. Uno scenario terrorizzante. Se è incapace di prendere una decisione definitiva sulla sorte del soldato Shalit, come può prendere una decisione sulla sorte di tutti noi, non per un anno ma per le generazioni a venire?
sabato 26 giugno 2010
Emirati Arabi Uniti, bocciato il programma nucleare iraniano

Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di voler applicare in maniera rigorosa le sanzioni che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato contro l'Iran a causa del programma nucleare. Si tratta di una scelta molto importante dal punto di vista simbolico, visto che gli Emirati sono considerati uno dei principali partner di Teheran in campo commerciale. In particolar modo l'Emirato di Dubai, importante piattaforma per quelle compagnie che commerciano componenti vietati in Iran. Molte di queste società, inoltre, sono controllate dalle Guardie della Rivoluzione iraniane o da suoi funzionari di alto livello.Secondo quanto riportato da funzionari locali citati dal quotidiano 'Gulf News', gli Emirati non hanno più intenzione di tollerare le compagnie e gli uomini d'affari che nel loro territorio aiutano l'Iran a eludere le sanzioni Onu. Se si terrà fede alla decisione, verranno chiuse quaranta compagnie locali e internazionali che riforniscono l'Iran di materiali che possono avere un doppio uso: militare o civile. Tutte le società che fanno affari con le Guardie della Rivoluzione iraniana o sono inserite nella lista nera delle Nazioni Unite, saranno così costrette a chiudere i battenti nell'immediato.Emirati Arabi Uniti, bocciato il programma nucleare iraniano
Le confidenze di un uomo autorevole: Danny Ayalon.

Persona autorevole determinata a ridisegnare la mappa di Israele.”
di John Lyon, Middle East corrispondent QUANDO Danny Ayalon comincia a parlare sul ridisegnare la mappa di Israele, vale la pena starlo ad ascoltare.Ayalon, vice ministro degli esteri al quale si attribuisce una notevole influenza dietro le scene e sul piano internazionale, è rispuntato come attore chiave all’interno del governo israelianoAyalon, vice ministro degli esteri al quale si attribuisce una notevole influenza dietro le scene e sul piano internazionale, è rispuntato come attore chiave all’interno del governo israeliano.Ayalon è vice del Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ed è il secondo uomo più potente all’interno di Yisrael Beiteinu, o Israele è la Nostra Casa, il partito ultra-nazionalista che aiuta la coalizione governativa del Primo Ministro Benjamin Netanyahu a conservare il potere. Lieberman è sottoposto ad indagine per attività criminali organizzate. Egli sostiene con insistenza di essere innocente ma dichiara che abbandonerà l’attività politica nel caso in cui venisse incriminato, lasciando probabilmente ad Ayalon la carica di Ministro degli Esteri. In un’intervista concessa a The Weekend Australian , Ayalon ha accusato l’Arabia Saudita di aver sovvenzionato una campagnia per delegittimare Israele e di avere attinto al modello della ex-Unione Sovietica e della Yugoslavia per risolvere il conflitto Israelo-Palestinese. I suoi punti di vista sono importanti in quanto non sarà certamente la Sinistra – o ciò che della Sinistra rimane – a prendere una decisione in Israele su qualsiasi accordo di pace. In Israele, sono stati spesso quelli della Destra a concludere accordi in quanto la gente è divenuta sospettosa sul fatto che la Sinistra possa rinunciare a parte del territorio rendendo meno sicuro il paese. Fu compito di Sharon quello di convincere gli israeliani a ritirarsi da Gaza e molti sostengono che solo dirigenti di Destra sarebbero in grado di evacuare le colonie nella West Bank. I confini di Israele sono mal definiti. I suoi confini orientali, quelli che l’uniscono ai territori contesi della West Bank, non sono confini ufficiali, ma solo una linea armistiziale. “Così penso,” sostiene Ayalon, “che abbia senso che, se noi rifacciamo per intero la nuova architettura del Medio Oriente, invece di creare un nuovo stato che non è mai esistito, uno Stato palestinese, sarebbe giusto ridisegnare i confini.”“E, naturalmente, quando si tracciano di nuovo i confini, si devono prendere in considerazione gli aspetti geografici, come pure quelli demografici. Non vogliamo produrre qui un processo di balcanizzazione. Difatti, vogliamo delle nazioni-stato stabili – una nazione-stato israeliana, che è quasi completamente ebraica, e una nazione-stato palestinese, che è quasi del tutto araba.” Ayalon afferma che l’80 per cento dei coloni ebrei risiedono sull’8 per cento della West Bank.“In tal caso la soluzione è del tutto ovvia,” dice. “Noi inglobiamo questo 8 per cento facendo qualche scambio. Penso che sarebbe sensato che questo 8 per cento – mettiamo il caso che accettino il cambio – che dovrebbe essere pari alla terra che incorporiamo in Israele, dovrebbe essere pure densamente popolata e a questo punto, penso, si sarebbero create veramente due paesi che sarebbero più omogenei e che sarebbero più in armonia con se stessi. E riteniamo che ciò rappresenti l’orientamento valido a livello internazionale – disgregare effettivamente paesi fino ad ottenere ambienti omogenei.” Come? “Come la dissoluzione dell’Unione Sovietica nelle 15 repubbliche. La disintegrazione della ex-Yugoslavia in 5 paesi diversi su una base prevalentemente religiosa o culturale o etnica o di nazionalità. O proprio come la Cecoslovacchia che si è scissa nella Repubblica Ceka e in quella Slovacca, due paesi distinti.” Secondo questo progetto, le città arabe in Israele, come nel caso di Umm Al-Fahm, potrebbero essere scambiate con insediamenti coloniali ebraici. “Se si guardano quegli arabi che al momento sono cittadini israeliani, che vivono giusto direttamente sulla Linea verde, o dove potrebbe esserci uno stato palestinese, penso che le loro aspirazioni siano palestinesi, come le loro tradizioni, la loro religione e qualsiasi altra cosa, e che sostengono che sarebbero fieri di essere palestinesi, allora penso che viene data loro una grande occasione per farlo,” ha dichiarato. “Nessuno lascia la propria casa. Al contrario, essi potrebbero continuare a conservare i loro beni qui, i loro lavori qui, qualsiasi altra cosa, proprio una questione di nazionalità e avere la possibilità di votare per il parlamento di Ramallah, e penso che tutto ciò genererebbe fiducia tra le due nazioni.” A differenza dei media internazionali che li scherniscono, probabilmente Ayalon e Lieberman riflettono l’opinione pubblica israeliana attuale: la West Bank ha un patrimonio ereditario ebraico ma solo per portare a una pace permanente, le colonie potrebbero essere oggetto di negoziati fatta eccezione per le tre maggiori, Gush Etzyon, Maale Adumin e Ariel. “Questa è la culla della nostra civiltà – Giudea e Samaria. Se si parla del nostro diritto alla terra, esso riguarda la Terra di Israele, la Terra di Sion, che comprende la West Bank,” ha sostenuto.“Tuttavia, noi cerchiamo di essere molto pragmatici, molto accomodanti, cerchiamo di capire che qui c’è un altro popolo con i suoi diritti.” Ayalon descrive la calma in Israele come “una pillola ricoperta di zucchero avvelenato”.“Non credo che l’attuale situazione sia positiva per chiunque – non per noi, né per i palestinesi, né per i paesi arabi.” Egli accusa l’Autorità Palestinese, che dovrebbe essere partner di pace, di star conducendo una campagna per “de-legittimare” Israele. “In ogni caso è l’Autorità Palestinese con il denaro dell’Arabia Saudita e quello proveniente da altre fonti. Essa fa abuso del denaro proveniente da donatori internazionali, quel denaro che essi hanno dato per la ricostruzione delle sua economia e delle istituzioni democratiche, ma che sfortunatamente essa usa anche per istigare.”Ma perché mai gli Stati Uniti hanno permesso ad un alleato, l’Arabia Saudita, di promuovere una campagna contro Israele? “Sono sicuro che essi non lo stanno permettendo, ma che ci sono molti modi per farlo in modo indiretto e in segreto e ciò è quello che riteniamo.” Ayalon resta ottimista. Richiesto di descrivere Israele nei prossimi 30 anni, risponde: “Credo che il Medio Oriente, grazie alla cooperazione tra israeliani ed arabi, può divenire di fatto uno dei futuri motori dell’economia mondiale.” (tradotto da mariano mingarelli)Le confidenze di un uomo autorevole: Danny Ayalon. Lo scambio
Giulietto Chiesa . l'inverosimile attacco: Israele è pronta ad attaccare l'Iraq

Israele è pronta ad attaccare l’Iran. Una crisi annunciata della quale Washington, contrariamente a quanto vorrebbe far credere, non è affatto all’oscuro. Anche la Russia e la Cina, a sorpresa, sembrano dare il via libera all’attacco in fede a inediti e non meglio precisati “scambi di favori”. Accettando un rischio di proporzioni non ancora prevedibili.C’è da chiedersi: perché lo fanno?Se siamo a 5 minuti, a 5 giorni, a 5 mesi, non possiamo saperlo. Ma che siamo a 5 anni possiamo escluderlo. Da dove? Dal momento in cui Israele attaccherà militarmente l’Iran e darà avvio a una crisi militare di così vaste proporzioni da modificare per una lunga fase i già precari equilibri mondiali restanti.Questa crisi – annunciatissima ma che quasi nessuno vuole vedere – si aggiungerà, aggravandole drammaticamente, a tutte le altre crisi già in atto. Israele vi si accinge, incoraggiata da potenti circoli internazionali che sono interessati a un grande incendio: l’unico nel quale potranno essere bruciati tutti i libri contabili degli organizzatori della fine di un’epoca intera della storia umanaInutile rispondere alle obiezioni che di solito promanano da ogni sorta di anime belle: hanno tutte lo stesso difetto originario, consistente nell’applicare le regole del politically correct a Israele.Quelle regole non sono usate da Israele essendo esse state inventate per i paesi normali, mentre Israele è un paese eletto. La sostanza di questo pensiero è che Dio sta dalla sua parte, è “con Israele”. E, quindi, ogni forma di analisi politically correct del comportamento di Israele appare insensata, essendo Dio estraneo a criteri del genere.Quindi, invece di prevenire le obiezioni politically corrected mi limiterò ad elencare i fatti. Che sono molto più vasti, con le loro implicazioni, dei confini di Israele e conducono tutti, inequivocabilmente, ad un esito, dove Israele svolgerà un ruolo principale: quello detto all’inizio. Se poi quell’esito sembrerà dimostrare che Dio è con loro, non potremo che invocare quel Dio chiedendogli che “ce la mandi buona” Vediamo dunque i fatti. A cominciare dall’assalto al convoglio di navi pacifiste che, alla fine di maggio, intendeva rompere il blocco di Gaza. Sappiamo – fu chiaro fin dal primo momento della tragedia – che non è stato un malaugurato errore, ma una sanguinosa provocazione ideata a freddo per aprire uno scandalo internazionale di enormi proporzioni. Lo scopo era quello di punire la Turchia. Un segnale dunque.Alle anime belle che si sono affannate a scrivere che l’attacco dei commandos israeliani ha provocato gravi danni alla causa israeliana, isolando ulteriormente quel paese perfino da molti dei suoi amici europei, si dovrà suggerire di guardare la faccenda da un altro angolo visuale. Israele non ha bisogno di alleati terreni, salvo uno, che è terreno solo in un senso particolare, sentendosi investito, da circa 100 anni a questa parte, di una missione divina anch’esso: gli Stati Uniti d’America.E questo alleato non lo ha perduto e non lo perderà mai.Si capirà meglio così che la violenza contro i pacifisti non è stata un incidente ma è stata organizzata proprio per spaccare la comunità occidentale e per costringere tutti a scoprire le loro carte. Del resto – secondo fatto da elencare – Ankara e Brasilia (new entry, quest’ultima, a sorpresa in questa partita planetaria) dovevano essere punite (il Brasile si aspetti il suo turno) per avere rotto il fronte dell’Occidente mandando i rispettivi presidenti a trattare con Ahmadi Nejad una soluzione che consentisse all’Iran di procedere senza essere disturbato con il suo programma nucleare civile.Dunque occorre non perdere d’occhio il cospicuo movimento tettonico di cui è protagonista la Turchia. Esso procede con scosse di assestamento sempre più potenti e si ripete, il 9 giugno (una decina di giorni dopo la crisi della flottiglia pacifista) con il voto contrario (di nuovo la Turchia e il Brasile agiscono di concerto) alle sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro l’Iran. Sanzioni, come sappiamo, promosse dagli Stati Uniti e accolte da Russia e Cina: ecco due novità di vaste implicazioni, piene di interrogativi come funesti vasi di Pandora.Tra i fatti da tenere presenti, perché senza queste pennellate altrimenti il quadro non sarebbe completo, c’è la circostanza che, fino a ieri, gli aerei israeliani che sarebbero destinati ad attaccare l’Iran, come prima onda d’urto, si trovavano in una base Nato in territorio turco. Lo scopo era chiaro: disporre di una traiettoria di volo breve. Non mi stupirei adesso che quella traiettoria breve, senza rifornimenti in volo, non sia più disponibile e che quei caccia bombardieri siano già stati trasferiti, o siano in via di trasferimento in qualche altra base segreta, sicuramente non più in Turchia.Per scoprire quale essa sia basta fare un piccolo esercizio di Risiko, carta alla mano, e elenco dei paesi Nato nell’area, senza trascurare qualche paese, più piccolo e ben piazzato, che è amico degli Stati Uniti e di Israele e che si trova nelle vicinanze dell’Iran. Altra buona ragione per punire Erdogan.Ma altri fatti si accavallano in rapida successione. Il 7 giugno, due giorni prima del voto Onu, The International Herald Tribune, nella sua pagina di opinioni editoriali, pubblica un articolo di Richard V. Allen, che fu consigliere per la Sicurezza nazionale di Ronald Reagan nel biennio 1981-82. Allen, dopo avere esordito con queste parole (“con le notizie controverse che circolano a proposito di un attacco israeliano”), ricostruisce l’altro attacco israeliano di 29 anni fa contro l’impianto nucleare iracheno di Osirak, ancora in costruzione in quel momento. Curiosamente l’intero articolo sembra concepito per dimostrare che Washington non sapeva nulla di nulla di ciò che Tel Aviv aveva organizzato.Lo stesso Reagan, apparentemente cadendo dal pero, chiede infatti a Allen: “Perché secondo te l’hanno fatto?”. Verrebbe da dire: beata ingenuità.Il giorno dopo, nella Sala Ovale, si terrà una accesa riunione, mentre le polemiche dilagano nel mondo a proposito delle rovine ancora fumanti di Osirak. Rovine dell’allora alleato degli Stati Uniti Saddam Hussein. In quella riunione il vice-presidente di allora George H.W.Bush, George Baker, capo dello staff presidenziale, Michael Deaver, aiutante del presidente, si schierano per punire Israele, mentre il generale Alexander Haig, segretario di stato, e il capo della Cia William J.Casey sono per appoggiare Israele.Se crediamo alla versione di Allen, il presidente Reagan fece il pesce in barile e rimase, in sostanza, ad ascoltare la disputa. Ma il finale è noto: alla fine di quell’anno gli Stati Uniti e Israele firmarono un accordo di cooperazione strategica.Allora Dio era con loro, senza dubbio alcuno. Ma la domanda è questa (e spiega bene perché l’autorevole quotidiano americano abbia pubblicato proprio quell’articolo e proprio in quei giorni): 29 anni dopo sarebbe ancora possibile (anche se prendessimo per buono il racconto di Richard V. Allen) un attacco israeliano contro l’Iran senza che il Pentagono, la Cia e gli altri servizi segreti statunitensi ne sappiano nulla? Ovvio che Washington non è affatto all’oscuro di ciò che è già stato preparato. Neanche se lo volesse potrebbe ignorarlo. Perché i primi a non fare mistero delle loro intenzioni sono proprio i capi israeliani.Lo stesso 9 giugno (che è poi il giorno delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza), lo stesso International Herald Tribune rivela, in prima pagina, con un articolo da Gerusalemme di Andrew Jacobs, che una delegazione israeliana è andata a Pechino per far sapere ai cinesi, “senza melensaggini diplomatiche”, che Israele intende attaccare militarmente l’Iran.L’esplicito proposito della visita, scrive Jacobs, era di “spiegare con precisi dettagli l’impatto economico che la Cina subirebbe nel caso di un colpo israeliano contro l’Iran”. Ipotesi che Israele “considera probabile quando dovesse ritenere che l’Iran potrebbe riuscire a mettere insieme un’arma nucleare”.Si noti la formulazione: l’attacco avverrà quando Israele pensa che l’Iran “potrebbe riuscire…” non quando ci sarà riuscito. Cioè prima ancora che il pericolo si delinei e molto prima che esso sia attuabile, poiché una bomba che non può essere portata sul bersaglio non costituisce un pericolo reale e l’Iran non dispone di vettori per la bisogna e, ove si avvicinasse a questo obiettivo, non potrebbe tenerlo nascosto alle osservazioni dall’esterno e dall’interno cui è sottoposto incessantemente da tutti i servizi segreti occidentali e orientali.Non viene detto come i cinesi abbiano reagito ai chiarimenti israeliani. Si sa solo che hanno votato le sanzioni, seppure mantenendo, come ha fatto Mosca, alcuni distinguo. Ma – ecco un altro fatto – tre giorni dopo l’articolo citato, tre giorni dopo il voto all’Onu, ecco la notizia che la Russia non onorerà più il contratto che aveva già firmato con l’Iran per la fornitura di 300 missili terra-aria. La perdita della commessa – rivela Russia Today quel giorno – vale oltre un miliardo e 200 milioni di dollari: un colpo per Rosvooruzhenie, eppure il Cremlino non muove un ciglio e getta via il tesoro.Si tratta di armi cruciali per la difesa contro un attacco aereo e mediante missili di crociera. Anche qui il significato è inequivocabile: Mosca concede il via libera. Lo stesso giorno 12 giugno le agenzie riferiscono che l’Arabia Saudita, dopo avere informato il governo di Washington, concede il proprio spazio aereo al passaggio dei bombardieri israeliani. Negli stessi giorni fonti iraniane rendono noto che tre sommergibili israeliani, con missili da crociera a bordo, sono entrati nel Golfo Persico, sicuramente non all’insaputa del comando strategico degli Stati Uniti.E, segnale apparentemente soltanto tangenziale rispetto a questo scenario, sempre lo stesso giorno a Bruxelles il ministro degli esteri russo, Lavrov, insieme ai suoi colleghi di Kazakhstan e Uzbekistan, annuncia la decisione di aprire la strada per il transito dei convogli della Nato (non più soltanto di quelli americani) che trasportino armi, uomini e logistica verso l’Afghanistan.Quale sia l’interesse russo in questo “affaire” non è chiaro. Ovvio che stiamo assistendo a un grande “scambio” di favori, ma non ne conosciamo i termini. Mosca e Pechino accettano il rischio.Perchè lo fanno? Né l’una né l’altra hanno qualche cosa da temere dall’Iran e, a prima vista, entrambe hanno qualche cosa da perdere. La Russia, per esempio, corre il rischio di vedere affacciarsi sulle rive del Mar Caspio un altro governo filo americano. Sicuramente in caso di una grande crisi militare – se l’Iran riuscirà a resistere e a infliggere colpi a sua volta – il prezzo del petrolio potrebbe balzare in alto. E, se questo sarebbe un bel regalo per Mosca, sarebbe invece un brutto colpo per la Cina. Certo Mosca potrebbe guardare con sospetto non minore di quello americano, al sorgere di una alleanza Turchia- Iran. Ma può essere anche che Cina e Russia ritengano che l’avventura iraniana si risolverà strategicamente in un nuovo disastro per gli Stati Uniti: la classica immagine di chi sta seduto sulla riva del fiume per aspettare il passaggio del cadavere del nemico. Per giunta avendo ricevuto dal nemico agonizzante qualche regalo. Ma dev’essere stato un grande regalo davvero.Certo è che l’operazione Teheran comporta un grande scenario preparatorio. Grande quanto il fuoco che ci si prepara ad accendere. E non dopo, ma durante, la presidenza del premio Nobel per la pace Barack Obama. articolo
Abdelhadi Abu Khousa : l'alleggerimento dell'assedio è un'operazione di facciata
Abdelhadi Abu Khousa è il presidente per la striscia di Gaza della Palestinian Medical Relief Society, una ong sanitaria attiva in tutto il territorio palestinese. Secondo Abdelhadi qualcosa sta finalmente cambiando nel modo in cui l’opinione pubblica mondiale vede il conflitto israelo-palestinese. E riguardo al presunto alleggerimento dell’embargo su Gaza, dice: “Tutte falsità, non è cambiato niente”. Il Palestinian Medical Relief è stato fondato nel 1979 esclusivamente su base volontaria, fino a diventare un punto di riferimento per la popolazione della Striscia: “Durante l’attacco [l’operazione “Piombo fuso”, lanciata da Israele a fine 2008, ndr] abbiamo[Image] lavorato venti giorni di seguito, giorno e notte, negli uffici centrali e sul campo, per aiutare le vittime e le loro famiglie”. Il loro lavoro è stato tale che oggi non c’è nessuno a Gaza che non li conosca. “Chiedete a chiunque se conosce il Medical Relief e scommetto che tutti risponderanno di sì”.Solo nella Striscia, oggi l’ong porta avanti 17 programmi sociali, tra cui quello di cure mediche primarie, per la salute mentale, della donna e infantile, un programma di promozione ed educazione sanitaria, numerose cliniche mobili e un centro per le malattie croniche. A proposito delle quali Abdelhadi spiega la situazione attuale: “Dopo la guerra, abbiamo visto nuovi tipi di malattia tra i giovani al Medical Relief: cancri, infarti, malattie ai reni e al fegato. Non che prima non ci fossero, ma erano diffuse solo tra gli adulti, e comunque in numero minore”.Malattie fisiche ma soprattutto psicologiche stanno affliggendo anche i bambini: “La violenza è entrata nella vita quotidiana attraverso giochi di guerra, canzoni di guerra. I bambini sono sempre più aggressivi”.“In quanto medici non possiamo fermarci a curare semplicemente la malattia, bisogna risolvere la causa che ne sta alla base”, cioè l’assedio sulla striscia in corso quasi da tre anni e mezzo, e un conflitto che va avanti da 62 anni. “Come si fa a vivere giorno per giorno sotto assedio? Senza acqua perché è completamente inquinata, e ad alta salinità. Ogni giorno ci sono tagli all’elettricità che vanno dalle 4 alle 16 ore. La produzione agricola è ridotta per l’inquinamento del terreno dopo i bombardamenti, e comunque Israele non permette agli agricoltori di esportare i propri prodotti. La zona industriale di Gaza è stata distrutta. E poi ci dicono che Israele e Palestina sono ugualmente responsabili di questo conflitto? No, qui c’è una vittima e c’è un carnefice. E metterli allo stesso livello è ingiusto”. Ingiusto verso i propri morti soprattutto: “Non c’è una sola famiglia in Palestina che non abbia un parente ucciso o imprigionato. La mia famiglia ha perso sette membri, nessuno era un combattente. E il mio non è un caso isolato”.Il Medical relief ha creato programmi psicosociali per aiutare le famiglie sopravvissute all’attacco sulla striscia: “Ogni palestinese di Gaza ha bisogno di un supporto psicosociale. Io per primo”.Qualcosa sta cambiando, dice il dottore, nel modo in cui l’opinione pubblica comincia a vedere il conflitto, e appare sempre più evidente che la vittima non è Israele. “È un cambiamento piccolo ma bisogna coglierlo. Israele guarda con molta paura ai movimenti di solidarietà verso i palestinesi. Noi dipendiamo da questi movimenti, e la campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni è l’arma migliore contro l’occupazione, arma che Israele guarda con sempre maggiore preoccupazione”.Alla domanda su cosa pensi di Hamas, Abdelhadi risponde: “Io sono contrario a ogni movimento religioso, ma giudicare chiunque sotto assedio è ingiusto. Siamo tutti vittime sotto occupazione. Anche Hamas è vittima dell’occupazione e infatti è completamente impotente contro Israele”.Per Abdelhadi l’alleggerimento dell’assedio israeliano è solo una mossa di facciata: “Israele ha detto di aver alleggerito l’assedio su Gaza, soprattutto perché ha paura dei movimenti di solidarietà e dell’indignazione pubblica. Ma non è vero, almeno non quanto i media hanno riportato. Siamo essere umani, gli israeliani non possono decidere se far passare il ketchup o la maionese. Abbiamo bisogno di cibo vero, abbiamo bisogno che i nostri pazienti vengano trasferiti all’estero. Abbiamo bisogno di poter importare ed esportare quello che vogliamo. Abbiamo bisogno della libertà. Ciò di cui non abbiamo bisogno è dell’occupazione israeliana”.Alleggerimento dell’assedio a Gaza: “Una semplice mossa di facciata”
giovedì 24 giugno 2010
Marina Morpurgo: Noi, voi, arabi, ebrei

Questa non è una vera nota, ma è uno scambio di lettere su un tema doloroso. Un messaggio in bottiglia è stato raccolto.
Io e Chawki Senouci ci conosciamo, anche se un po' a distanza. Lui lavora a Radio Popolare quindi le nostre strade si sono inevitabilmente incrociate. Siamo tutti e due interisti e ci piace la stessa musica – ormai l'ho capito.
Yasmina Melaouah non la conosco di persona, ma penso che ci conosceremo presto. Abbiamo una grande amica in comune e io la leggo da tanti anni, visto che traduce un autore che amo molto: Pennac.
Daniela Ovadia è un acquisto recente. Fa il mio stesso lavoro e qui su Facebook mi hanno colpito alcune sue osservazioni, per cui le ho chiesto l'amicizia.
Ho chiesto il permesso di pubblicare questo scambio, che era privato. Yasmina mi ha precisato che il muro di cui parla e che non le piace NON è il Muro del PiantoCome immaginate questi giorni sono stati sufficientemente pesanti per tutti. Io sono in preda allo sconforto più assoluto, vuoi per la deriva inarrestabile della situazione mediorientale, vuoi perché a furia di gridare al lupo al lupo e di dare degli antisemiti a destra a manca – alcune volte a proposito, molto spesso a sproposito – ora veramente ci troviamo di fronte a una brutta impennata del fenomeno, e nel peggiore dei momenti, ovvero nel mezzo di una crisi economica di durata e portata imprevedibili.
Proprio perché in Medio Oriente il punto è prossimo a quello del non ritorno e perché altrove il clima è incandescente mi pare che sarebbe il momento (per noi che ragioniamo) di riflettere su cosa non ha funzionato, e su cosa si possa fare.
Mentre su tutto il resto ho idee vaghe, di una cosa sono abbastanza sicura, ovvero che non è il momento di fomentare la creazione di due campi ostili (pro-Israele contro-Israele), in modo magari da concentrarsi su un lato più inquietante della vicenda – ovvero il rinascere di sentimenti antiebraici in settori ampi della popolazione mondiale, e non più in frange isolate. Mi sembra piuttosto il momento di fare appello alla ragione, invece di continuare ad addossare agli “altri” difetti, torti, crimini, colpe. Questo genere di dialogo va avanti dal 1948, e si sono visti gli effetti che ha prodotto: un conflitto di estensione e durata eccezionale, mentre altrove situazioni altrettanto drammatiche sono state pacificate.
Quello che ho visto su Facebook in questi giorni mi ha gettato in una profonda costernazione. Una deficiente mi ha chiesto in privato se ero disponibile a organizzare un assedio (testuale) alle ambasciate israeliane: cancellata.
Ho visto un continuo ricorso a terminologie legate allo sterminio e al nazismo: chi è a favore di Israele è un nazista, chi è contro Israele è un nazista. Mezzo mondo – quello che non la pensa come noi – rischia di essere tacciato di nazismo. Ho visto un paio di amici equiparare (tra plausi) Forza Nuova e Rifondazione. Non ho mai votato Rifondazione, anche per via della sua posizione sul Medio Oriente e delle sue posizioni in politica estera che spesso non condivido; sono anche convinta – esperienza diretta – che in quel partito non manchino militanti in odor di antisemitismo – il socialismo degli imbecilli non muore mai. Ma pensare che sia un partito di antisemiti, e dirlo, è idiozia pura, ed è ingiusto. Ho due o tre amici (amici veri) ai quali scherzando ma non troppo dico sempre che se le cose girassero male andrei a bussare alla loro porta, perché sono certa che la loro casa sarebbe piena di ebrei nascosti: votano Rifondazione e criticano (non: odiano) Israele perché è il più forte e perché sono turbati dalle sofferenze dei palestinesi, come sono turbati quando vedono un rom cacciato da una periferia – anche se il rom ruba o rompe i coglioni chiedendo la carità. Paragonare Forza Nuova a Rifondazione è disonesto, e chi lo fa non aiuterà né Israele né gli ebrei, ma avvelenerà stoltamente un clima anche troppo tossico.
Ho visto smarrire il senso critico. Ho visto gente che approvava entusiasticamente qualunque cosa venisse da Israele. Gente che diceva che Grossman era meraviglioso e anche Oz era meraviglioso e che anche la Fiamma Nirenstein è meravigliosa e ha ragione, e che anche i notiziari dell’esercito israeliano hanno ragione e sono meravigliosi. Il bollino made in Israel non rende tutto kosher. Se dai ragione a Grossman e ti pare stupendo, la Fiamma Nirenstein a rigor di logica dovrebbe avere torto: non ti puoi entusiasmare per la Rossanda e per Feltri.Ho anche visto, e questo mi è dispiaciuto, che qualcuno che prima interveniva sovente, mi ha praticamente tolto il saluto. (Questo è il male minore)Questa è solo una lettera, che ho deciso di mandare ad alcune persone che stimo e/o che mi parevano più interessate. E contiene una proposta, ovvero che sarebbe molto bello se ognuno di noi, almeno per un periodo, si impegnasse in uno sforzo rivoluzionario.
Inoltre: evitare improprie allusioni al nazismo e all’olocausto, che oltre a essere ingiustificate creano rabbia (o panico). Evitare di linciare moralmente, screditandolo, chi sostiene tesi decenti in toni decenti e interlocutori, ma che non ci piacciono.
Con questo mi congedo. Scusate la rottura di palle, ma ci tenevo.
Cara Marina,
la scuola algerina e la stampa di regime, l'unica ai miei tempi, avevano cercato di inculcarmi il mito della Palestina. Non ci sono riusciti. Tutta colpa di mia madre che mi raccontava della sua vicina più cara , madame Benjelloun e del medico che curava i miei fratelli senza farsi pagare Docteur Kamoun.... erano i tempi della guerra contro i francesi, mio padre era in carcere e mio fratello aspettava la sua ora nel braccio della morte. La mamma aveva trovato in loro due la salvezza. Qualche anno fa ho saputo che da piccola mia zia paterna fu' adottata, con l'approvazione dei genitori , da una vicina benestante, Madame Dreyfus , vedova e senza figli. Un giorno la signora fu' convocata dalla polizia di Vichy ad Algeri , mia zia tornò a casa dai genitori " orfana " e ricchissima. Aveva allora 12 anni.
Sul suo letto di morte a Casablanca mia zia si confessò per la prima volta con la figlia. L’anno scorso mia cugina e’ riuscita a ricostruire un pezzo della storia e ha rintracciato Madame Dreyfus a Yad Vashem.er quanto mi riguarda, una mattina ho bussato alla porta di madame Dayan per la mia lezione di pianoforte.
Questi giorni ho notato su Fb tanti post aggressivi nelle bacheche di amici italiani ebrei. Anch’io vengo regolarmente “ processato “ ad ogni attentato terroristico del Qaeda.
Tutto questo per dirti che il nostro mondo non si divide soltanto tra filo e pro Palestina o filo e pro Israele. La cosa più fastidioso e’ la mancanza di rispetto per la storia delle persone. Magari a torto ma avverto una specie di razzismo strisciante in quel “ voi ebrei o voi arabi o voi musulmani “ che viene rivolto da un amico a un amico.
Oltre a fare ragionare le due “ tifoserie “ come hai giustamente proposto e io ci sto ( ma non so da che parte sto ) forse bisogna anche gettare il sasso nello stagno di questa mentalità malata.
La storia ci insegna che presto o tardi ci sarà un accordo accettabile in medio oriente ma la stupidità degli uomini, quella, rimane.
Con grande emozione ho condiviso la tua lettera, dalla prima all’ultima parola.
Grazie della stima
Chawki
Cara Marina,
diciamo che non ci conosciamo ma da quando ti conosco facebukkianamente ho sentito come se ci conoscessimo da un pezzo. Ho provato molta pena in questi giorni, molta pena d'amore nel vedere questo spregevole atteggiamento da stadio su entrambi i fronti, che così bene hai descritto nel tuo bel messaggio. Il tifo da stadio, se non altro, è più onesto: non scova sul web motivazioni pseudo razionali a una fede cieca, resta cieco e consapevole di esserlo.
Io sono, come immagini dal mio nome, mezza araba (da padre), ma con un sangue talmente misto da non avere per mia fortuna alcuna appartenenza. Mi stanno a cuore gli uomini, mi sta a cuore la pace, amo Israele (dove sono finalmente riuscita ad andare quest'anno, dopo anni passati a schivare intifade varie, attentati) e amo i paesi arabi, e mi rifiuto di appendere una qualche bandiera al balcone. Se più spesso mi arrabbio con Israele è perché paradossalmente lo sento più vicino, sono certa di avere più cose in comune con i ragazzi soldati che sgranocchiavano i loro panini e i loro falafel vicino al Muro che con tanti arabi vittime di una secolare assenza di democrazia, del peso ingombrante e spesso ottuso della religione. E si è più severi con chi ci è più vicino, anche solo culturalmenteo visto il Muro non mi è piaciuto ma ho visto le lapidi alle fermate dei bus di Gerusalemme e ho spiegato a mia figlia, atterrita, cos'erano quegli elenchi di nomi.
Ieri ho sentito a Radiotre che in Tunisia forse nasce il primo partito ebraico in un paese arabo e quasi mi sono commossa, mi commuovo con poco, ormai, per il minimo illusorio spiraglio che scompagina le carte, che getta un seme di dialogo.
Per questo ho sentito toccanti le tue parole e non posso che sottoscriverle dalla prima all'ultima.
Ho trovato, in questi giorni, insopportabili tanti partiti presi, posizioni spaventosamente aprioristiche (con link a sostegno....), ma non da ieri faccio il prezioso esercizio delle pulci a destra e a manca. Se ascolto Radio Popolare, divento più estremista di Fiamma Nirenstein (be' si fa per dire, ce ne vuole....) e spesso ho spedito mail di fuoco per stigmatizzare persino la subdola sintassi con cui distorcono le notizie da Israele, se ascolto alcuni amici ebrei per i quali ogni arabo è un membro di al Quaeda mi sento sprofondare in uno sconforto che sfiora l'insofferenza.
Trovo ambigue le posizioni di molta ultrasinistra e disgustoso che l'Italia si opponga a una inchiesta dell'Onu.
Quindi eccomi qua, a caccia di pulci, volentieri, e anche qualcosa di più.
Un segnale da uomini e donne di buona volontà.
Grazie cara,
Cara Marina,
non ti conosco, se non di fama, ma grazie per avermi mandato questa lettera che condivido punto per punto. In questi giorni ho cancellato due vecchi amici di gioventù dalla mia lista su FB: le loro frasi in cui accusavano di antisemitismo chiunque non applaudisse allegramente le gesta di Zahal mi fanno star male, non riesco più a leggerle. E dire che sono cresciuta all'Hashomer Hatzair, ho vissuto un anno in kibbutz e ho famiglia in Israele.
Dall'altra ho radiato un paio di persone dell'area che tu chiami "di Rifondazione" per motivi diametralmente analoghi: quando non capiscono perché chiamare l'arresto dei pacifisti italiani "deportazione" è un abuso etico (oltre che ignoranza dell'italiano), beh, allora che siamo amici a fare?
Non so che dire: ho discusso a lungo con un collega giornalista ebreo sull'opportunità di parlare di queste cose qui su FB, ma io faccio il mio mestiere che è quello di informare. Rispetto alla tua classifica, non saprei dove mettermi: sono pro Israele e pro palestinesi insieme. E a fare le pulci a tutti si finisce col sembrare il grillo parlante, purtroppo.
Scusa anche tu per la rottura di palle, ma in questi giorni ci si sfoga con chi sembra avere un orecchio pronto almeno all'ascolto.
A presto DanielaYasmina
In Europa rischio islamofobia. Un rapporto preoccupante

In un rapporto dal titolo “Islam, Islamismo e Islamofobia in Europa”, l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa (PACE) ha notato con profonda preoccupazione come in molti dei 47 stati membri del Consiglio d'Europa, i musulmani si sentano socialmente esclusi, stigmatizzati e discriminati, sottolineando il fatto che diventano vittime di stereotipi, marginalizzazione sociale e estremismo politico a causa delle loro differenti tradizioni religiose e culturaliPACE ha elaborato alcune raccomandazioni per il Consiglio d'Europa dicendo: “La discriminazione contro i musulmani non deve essere tollerata in Europa in quanto viola la Convenzione Europea sui Diritti Umani”. “La libertà di religione dei musulmani deve essere interamente garantita ma questa libertà non deve essere usata per negare altre libertà fondamentali e diritti umani, in particolare, il diritto alla vita dei non musulmani, il diritto alla non discriminazione nei confronti di donne o minoranze, il diritto alla libertà di espressione e il diritto alla libertà religiosa dei non musulmani”, ha aggiuntoIl rapporto ha biasimato alcuni stati membri nei quali i partiti di estrema destra hanno cambiato la loro tradizionalmente ostile campagna contro l'immigrazione e gli stranieri per sfruttare ora la paura pubblica nei confronti dell'Islam. Il rapporto PACE sottolinea: “Le loro campagne politiche incoraggiano sentimenti anti-musulmani e l'identificazione dei musulmani con gli estremisti religiosi. Affermano che la paura dell'Europa è dominata dai musulmani”.Viene presentata una lista dei partiti politici come il Fronte Nazionale Francese, il Parito olandese per la Libertà, il belga Vlaams Belang e il Partito del Popolo svizzero che hanno avuto successo nel portare avanti delle campagne contro l'Islam e che hanno contribuito abbondantemente alla stigmatizzazione dei musulmani.”L'assemblea del Consiglio d'Europa ha chiesto alla Svizzera di attuare una moratoria e di revocare il prima possibile il divieto di costruire minareti per le moschee che, secondo gli articoli 9 e 14 della Convenzione Europea sui Diritti Umani (ECHR), rappresenta una discriminazione contro le comunità musulmane; la costruzione di minareti deve essere possibile come la costruzione dei campanili per le chiese, soggetti ai requisiti della pubblica sicurezza e della pianificazione cittadina.In Svizzera, l'iniziativa contro la costruzione dei minareti è stata approvata nel novembre 2009 dal 57,5% dei votanti e dalla maggioranza dei cantoni, nonostante il Consiglio Federale svizzero, il Parlamento Federale svizzero e la maggioranza dei partiti politici si sia opposta a questo divieto. Di conseguenza, la costruzione di minareti non è più permessa in Svizzera anche se è ancora possibile costruire moschee e luoghi di preghiera.Il rapporto insiste sul fatto che il divieto svizzero è stato chiaramente influenzato da un'immagine distorta dell'Islam ed era indirizzato contro gli islamisti e le loro pratiche. “La decisione di vietare la costruzione di nuovi minareti non sarà una misura efficace contro l'estremismo islamico. Potrebbe anche sortire l'effetto opposto”, viene notato, aggiungendo che il minareto stesso è un simbolo architettonico dell'Islam e che, similmente ai campanili delle chiese, indica un posto in cui i musulmani possono praticare la loro fede.Il rapporto nomina anche il Partito olandese per la Libertà che si è fatto promotore di un divieto del Corano comparando il testo religioso dell'Islam al “Mein Kampf” di Hitler“Attraverso semplificazioni e stereotipi negativi, questi partiti trasmettono un'immagine distorta dell'Islam dice il rapporto. Il rapporto PACE evidenzia il bisogno di sostegno degli immigrati musulmani negli stati membri. “I musulmani dovrebbero essere supportati dagli stati membri per integrarsi culturalmente, economicamente e politicamente nella società europea”, si legge, mettendo l'accento sul fatto che, in Europa, l'Islam è la seconda religione di maggioranza. Ci sono più di 23 milioni di musulmani che vivono in Europa Occidentale, circa il 5% della popolazione.PACE ha anche criticato il divieto di capi di abbigliamento religioso, come il burqa, negli stati membri, chiedendo agli stati di non introdurre un divieto generale sul velo integrale o su altri elementi di vestiario religiosima di proteggere la libertà di scelta da parte delle donne di indossare o non indossare questi capi di abbigliamento e di assicurare uguali opportunità alle donne musulmane di partecipare alla vita pubblica e di portare avanti la loro educazione e le attività professionali. Il divieto viene tuttavia giustificato nei casi in cui è necessario per ragioni di sicurezza o dove le funzioni pubbliche o professionali della singola donna richiedono neutralità religiosa o la possibilità di far vedere il volto.
David Cronin La NATO “canta al ritmo scandito da Israele”

Fin dal sua fondazione nel 1949, la NATO (Organizzazione del Trattato Nord Atlantico) si è dedicata legittimamente al principio della difesa reciproca. In base al questo principio, un attacco a un qualsiasi paese dell’Alleanza è considerato come un attacco a tutti i suoi membri.
Gli analisti hanno subito convenuto che Israele ha rappresentato una minaccia al principio fondante della NATO nel momento in cui ha assaltato la Mavi Marmara, una nave turca della Freedom Flotilla diretta a Gaza, uccidendo nove pacifisti. Ma quando il governo della Turchia ha prontamente reagito all’aggressione convocando un’assemblea d’emergenza della NATO presso la sede centrale di Bruxelles, la realpolitik ha impedito ad Ankara di chiedere una reazione vigorosa da parte dei suoi alleati.
Alcune fonti della NATO, che hanno parlato a condizione di mantenere l’anonimato, affermano che non sono previste discussioni circa la possibilità di rivedere le basi degli accordi di cooperazione siglati nel corso degli anni passati tra la NATO e Israele.
Nel 2008, l’allora ministro degli esteri di Israele, Tzipi Livni, aveva ottenuto un rafforzamento delle relazioni tra lo stato ebraico e la NATO. In quanto parte di un “programma di cooperazione individuale”, Israele aveva ottenuto un livello superiore di accesso alla rete di computer gestita dall’Alleanza, ed anche un ruolo maggiore nella condivisione delle informazioni. Inoltre era stato formalmente accettato che Israele prendesse parte ad alcune missioni militari NATO.
Prima dell’attacco dei giorni scorsi, gli strateghi della NATO avevano studiato il modo di coinvolgere maggiormente Israele nell’Operazione Active Endeavour, in base alla quale le navi del Mediterraneo vengono controllate per scoprire eventuali trasporti di armi illegali. Una fonte della NATO ha detto che nell’ultimo decennio “si è investito molto” per sviluppare legami più stretti con Israele. Tra le manifestazioni di questi legami si annovera un’esercitazione del 2007 durante la quale 6 navi da guerra – provenienti da Germania, Grecia, Spagna, Turchia e Italia – hanno attraccato nel porto di Eilat, nel Mar Rosso, per esercitazioni congiunte con l’esercito israeliano.Sebbene le alte sfere politiche turche abbiano fatto capire che il danno causato dal massacro della flottiglia ai loro accordi bilaterali con Israele potrebbe essere irreparabile, un diplomatico turco ha detto che “c’è una possibilità” che i legami di Israele con la NATO restino saldi.
“Israele è utile alla NATO”, ha detto Jeff Halper, dell’Israeli Committee Against House Demolitions (ICHAD), un’organizzazione per la difesa dei diritti umani, all’International Press Service. “Israele ha un ruolo fondamentale nel pattugliamento dell’intero bacino del Mediterraneo e nell’acquisizione di informazioni”.
Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO, il 7 giugno ha detto che si sarebbe opposto a qualsiasi ridimensionamento delle relazioni tra l’Alleanza e Israele. Secondo Rasmussen, il dialogo con Israele è necessario per contribuire ad assicurare la pace in Medio Oriente. “Lo dobbiamo al popolo palestinese e a tutti i popoli del Medio Oriente, per facilitare il processo di pace”, ha detto.
Egli non ha accennato al fatto che Israele è diventato un importante fornitore di armi hi-tech – essenzialmente droni (aerei senza pilota) – utilizzati dall’Alleanza nella guerra in Afghanistan.
Rasmussen ha parlato anche delle sue ambizioni di sviluppare un nuovo sistema di difesa missilistica che – egli sostiene – offrirebbe una maggiore protezione ai 900 milioni di persone che vivono nei paesi che compongono l’Alleanza. La sua dichiarazione è seguita alla pubblicazione di un documento strategico della NATO lo scorso mese, in cui si afferma che il programma nucleare iraniano rappresenterebbe per l’Alleanza una grave minaccia alla sicurezza per i prossimi 10 anni. Sempre lo scorso mese, l’alto ufficiale NATO Alan Berry ha confermato che l’Alleanza sta studiando il modo in cui gli intercettori missilistici già sviluppati in Israele potrebbero essere incorporati in un sistema di difesa NATO.
Inoltre lo scorso maggio, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato lo stanziamento di 205 milioni di dollari per finanziare il progetto “Iron Dome” di Israele. Progettato dall’industria Rafael Advanced Defence System, il programma ha lo scopo intercettare missili a breve gittata.
John Jennings, un ricercatore che studia i modi in cui l’occupazione israeliana della Palestina viola il diritto internazionale, ha detto che c’è una “mentalità parallela” dietro l’intensificazione delle relazioni tra Israele e la NATO da una parte, e tra Israele e l’Unione Europea dall’altra. Queste strategie “andranno a svantaggio dei palestinesi”, ha aggiunto.
Sebbene la NATO abbia identificato gli sforzi iraniani di arricchire l’uranio come una minaccia, essa ha taciuto sul programma nucleare di Israele, grazie al quale si presume che Tel Aviv abbia creato un arsenale di circa 300 bombe atomiche. Il programma è stato sviluppato in segreto ma il nuovo libro del giornalista Sasha Polakow- Suransky, “The Unspoken Alliance: Israel’s Secret Relationship with South Africa”, ha fornito dettagli di documenti che sembrano provare l’esistenza delle armi atomiche di Israele.Jennings ha sostenuto che la NATO, emettendo severi ammonimenti contro l’Iran, starebbe “cantando al ritmo scandito da Israele”. “Israele ha scelto quale sarà il prossimo nemico”, ha detto. “ Poi gli Stati Uniti hanno fatto proprio questo concetto, ed infine l’Unione Europea. Ogni aspetto di questa politica anti-iraniana ha avuto origine inizialmente da Israele. Questa fissazione di Israele è andata troppo oltre”.