mercoledì 31 marzo 2010

GAZA: IL NUOVO MECCANISMO DELL’ASSEDIO


La ricostruzione di Gaza è divenuta l’ultima arma dell’assedio. L’occupazione israeliana, gli Stati Uniti che ne hanno appoggiato l’offensiva, e l’Unione Europea che non ha fatto nulla per fermarla, stanno facendo in modo di trasformare il processo di ricostruzione in un mezzo per produrre un “partner di pace” adeguato, mentre il vertice arabo, riunitosi in Kuwait, spera di usare la ricostruzione per determinare la “riconciliazione” palestinese. Nel frattempo, il governo dell’Autorità Palestinese sta esortando tutte le parti in causa a guardare ad esso come all’unico canale per amministrare il processo di ricostruzione, sulla base del fatto che esso è il governo formato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che è riconosciuta come l’unico rappresentante legittimo del popolo palestinese. Presto vedremo che congelare la ricostruzione diventerà il mezzo di tutti questi protagonisti per strappare alla resistenza quello che essi non sono stati in grado di ottenere dalle tre settimane di guerra e dal lungo assedio che le ha precedute.Israele, la potenza occupante, è determinata a mantenere uno stretto controllo sul processo di ricostruzione, ragion per cui ha confermato la chiusura dei valichi di confine dopo il suo cessate il fuoco “unilaterale”. In effetti, è questo il motivo per cui lo stato ebraico ha dichiarato un cessate il fuoco in maniera unilaterale: non vuole essere legato da nessun accordo – l’iniziativa egiziana o un altro tipo di intesa – che lo obblighi a togliere l’embargo, anche parzialmente, per facilitare la ricostruzione. Tel Aviv ha anche cercato di ottenere “garanzie” dalle agenzie internazionali come l’UNRWA. Il 19 gennaio, la Reuters ha riferito che alcuni diplomatici occidentali avevano rivelato che Israele aveva chiesto all’ONU e ad altre agenzie di presentare liste dettagliate dei beni, dell’equipaggiamento e del personale che intendono inviare a Gaza, sia per operazioni di soccorso urgente sia per il processo di ricostruzione più a lungo termine. Secondo queste fonti, Israele intende mantenere una stretta supervisione su queste operazioni insistendo affinché le varie agenzie ottengano la sua previa approvazione per ogni progetto. Una delle condizioni per questa approvazione è che il progetto non vada a beneficio di Hamas o del suo governo a Gaza. Il primo ministro Ehud Olmert ha nominato il ministro degli affari sociali Isaac Herzog come coordinatore dell’iniziativa di ricostruzione di Gaza.

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DUBBI SULLE PROMESSE “RECORD” FATTE DAI DONATORI AI PALESTINESI


I paesi ricchi e gli investitori hanno annunciato una cifra record di 14 miliardi di dollari per aiutare i palestinesi e la loro economia in una serie di incontri appoggiati dall’Occidente, che avevano l’obiettivo di favorire il presidente Mahmoud Abbas nella sua lotta di potere con Hamas.Ma alcuni diplomatici hanno dichiarato che molte delle cifre promesse in occasione di cinque conferenze di donatori e investitori tenutesi a partire dal dicembre 2007, inclusa quella in Egitto di lunedì 2 marzo, sono state contate più di una volta ed allo stesso tempo devono ancora tradursi in realtà, o in altri casi le promesse erano troppo vaghe per potervi fare affidamento.Gran parte delle promesse in denaro dipendono dall’eventualità che Israele apra i valichi di confine con la Striscia di Gaza governata da Hamas, e sospenda le restrizioni nella Cisgiordania occupata, dove ancora tiene duro l’Autorità Palestinese (ANP) di Mahmoud Abbas; in altri casi le promesse sono state legate ai progressi nei colloqui di pace da tempo in fase di stallo ed alla riconciliazione palestinese, sollevando in questo modo dubbi sui futuri versamenti.Un importante diplomatico occidentale ha criticato il meccanismo degli stanziamenti promessi definendolo come “puro fumo negli occhi”, a causa del fatto che le stesse promesse sono state ripetute più di una volta. Un altro diplomatico ha affermato che i “paroloni” di alcuni donatori desiderosi di mostrarsi disponibili, insieme all’assenza di trasparenza, stavano facendo “diventare ridicola” la situazione, osservando che malgrado il diluvio di promesse, l’Autorità Palestinese si sta ancora dibattendo nel tentativo di pagare lo stipendio pieno ai suoi impiegati nei tempi prescritti.Gli organizzatori della conferenza hanno rivelato ben poco delle promesse dei singoli donatori o dei tempi di pagamento, rendendo difficile risalire alla reale quantità di denaro che giungerà ad Abbas.I donatori hanno anche espresso differenze sulle modalità per consegnare i loro aiuti, facendo emergere divisioni sul modo di isolare Hamas, il quale dal canto suo ha deplorato il meccanismo delle promesse di finanziamento, definendolo un “ricatto” finanziario per emarginare il gruppo dopo la sua vittoria elettorale del 2006. Israele e gli Stati Uniti dicono di voler impedire che possa giungere del denaro agli islamici, che essi considerano “terroristi”Le notevoli somme annunciate alle conferenze di Parigi, Berlino, Sharm el-Sheikh, e della Cisgiordania, negli ultimi 15 mesi – 12 miliardi di dollari da parte dei governi e 2 miliardi da parte degli investitori – non hanno precedenti per gli standard palestinesi, facendo impallidire la somma che l’ANP ha ricevuto nei precedenti 14 anni a partire dagli accordi di Oslo del 1993.Messe insieme, le somme promesse equivarrebbero a 3.500 dollari per ogni uomo, donna o bambino nella Cisgiordania e a Gaza, più del doppio del PIL palestinese pro capite. Metà del milione e mezzo di palestinesi che risiedono a Gaza vive con meno di 3 dollari al giorno, secondo le stime palestinesi.Non è chiaro quanti dei 4,5 miliardi di dollari in termini di “nuovi impegni” presi alla conferenza di Sharm el-Sheikh di lunedì 2 marzo, per ricostruire la Striscia di Gaza dopo la devastante offensiva israeliana, siano realmente nuovi stanziamenti – hanno detto alcuni diplomatici occidentali che vi hanno preso parte.Diplomatici ed analisti hanno indicato nella discrepanza fra ciò che l’ANP aveva chiesto a Sharm el-Sheikh – 2,8 miliardi di dollari in due anni – e ciò che è stato promesso come un segnale del fatto che i numeri non erano realistici.Il ministro palestinese della pianificazione Samir Abdallah ha liquidato i dubbi sulla reale entità degli stanziamenti, dichiarando alla Reuters che “gran parte delle somme promesse a Sharm erano nuovi stanziamenti”, e non la ripetizione di precedenti annunci.Alcuni diplomatici dicono che le maggiori offerte in denaro, lunedì scorso, sono giunte da un gruppo di paesi arabi del Golfo che hanno precedenti molto saltuari di adempimento agli impegni presi nei confronti del governo di Abbas.Alcuni di essi erano riluttanti a mostrare di voler prendere posizione al fianco del leader dell’ANP appoggiato dall’Occidente, che è favorevole alla pace con Israele, contro gli islamici di Hamas che fanno presa sulla piazza araba.Rompendo con i donatori occidentali, i paesi del Golfo hanno optato per la scelta di convogliare il loro miliardo e 650 milioni di dollari attraverso meccanismi propri, facendo infuriare alcuni responsabili dell’ANP. Washington vuole che Abbas guadagni in termini di credibilità.Mazen Sonnoqrot, ex ministro palestinese dell’economia diventato uomo d’affari, ha detto che alcuni fondi arabi potrebbero essere trattenuti fino a quando Abbas e Hamas non giungeranno ad una riconciliazione. Non è chiaro se ciò avverrà a breve, a causa delle divisioni inter-palestinesi e della richiesta americana che Hamas riconosca Israele e rinunci alla violenza.Alcuni diplomatici hanno detto che altri donatori a Sharm el-Sheikh, compresa la Commissione Europea, hanno in gran parte ripetuto promesse che avevano già fatto alla conferenza dei donatori di Parigi nel dicembre 2007.A Parigi, circa 7,7 miliardi di dollari furono promessi ai palestinesi, da devolvere nell’arco di 3 anni. Secondo stime dell’ANP, di questa cifra solo 2,4 miliardi (circa) sono stati pagati, in gran parte in ritardo, obbligando il primo ministro di Abbas, Salam Fayyad, a rinviare il pagamento dei salari ed a fare i salti mortali per ottenere finanziamenti d’emergenza.“Si tratta dello stesso denaro”, ha detto un importante diplomatico occidentale il cui governo ha promesso ingenti somme alla conferenza di Sharm el-Sheikh. “Sta diventando ridicolo”.I palestinesi hanno sempre dovuto affidarsi all’assistenza dei donatori. Ma le cifre promesse si sono gonfiate dopo che l’allora presidente americano George W. Bush aveva convocato la Conferenza di Annapolis, nel Maryland, nel novembre 2007, per rilanciare i colloqui di pace fra Israele e i palestinesi e per sostenere Abbas dopo la presa di Gaza da parte di Hamas nel giugno 2007.Da allora i colloqui sono giunti a un punto morto, la reputazione di Abbas appare traballante, e il controllo di Hamas su Gaza rimane forte.Un importante diplomatico che svolge compiti di consulenza nei confronti di alcune potenze europee sugli aiuti all’ANP ha affermato che la “prova” che le cifre promesse dai donatori erano sovrastimate risiedeva nella discrepanza fra le promesse e l’attività economica reale. Dopo la conferenza di Parigi, il PIL palestinese pro capite è calato di più dell’1%.“Se quei numeri fossero sinceri, avreste assistito ad una crescita dell’economia. La verità è che gli aiuti o sono inesistenti, oppure vengono sperperati in investimenti improduttivi”, ha detto, facendo riferimento a quei donatori che indirizzano la maggior parte dei loro fondi a progetti di sviluppo che richiedono anni per essere completati a causa delle restrizioni israeliane.Come per le promesse governative, non è chiaro quanti investimenti del settore privato abbiano realmente avuto luogo. Il governatore di Nablus, Jamal Muheisen, la cui città ha ospitato una di queste conferenze a novembre, ha detto che egli non è a conoscenza di nessuno di essi fino a questo momento. L’organizzatore Samir Hulileh ha detto che alcuni progetti in Cisgiordania stanno facendo progressi, ma più lentamente del previsto.Mouin Rabbani, un analista residente ad Amman, ha affermato che l’incremento nelle cifre promesse dopo Annapolis è stata in gran parte “una esibizione da ‘public relations’ per promuovere la figura di Abbas”, ma ha aggiunto: “Se anche una piccola parte dei fondi promessi dovesse arrivare, sarebbe comunque una cifra molto grande”.Dubbi sulle promesse “record” fatte dai donatori ai palestinesi

Gerusalemme Est fra pace e guerra



Le tensioni fra gli Stati Uniti e Israele a seguito della decisione del ministro dell’interno israeliano Eli Yishai di costruire 1.600 nuove unità abitative a Ramat Shlomo confermano ancora una volta l’importanza di Gerusalemme Est come chiave dei rapporti fra Israele e la comunità internazionale – ed in particolare il mondo arabo-islamico. Vale la pena ricordare che la maggior parte degli stati del mondo, compresi gli Stati Uniti, non hanno riconosciuto l’annessione di Gerusalemme Est a Israele nel 1967, né la proclamazione di Gerusalemme unificata ‘capitale di Israele’ nel 1980. In risposta a questa proclamazione, molti paesi si sono astenuti dal riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale di Israele, e da anni gli Stati Uniti rimandano il trasferimento della loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. L’Olanda e una dozzina di paesi amici hanno spostato nel 1980 la loro ambasciata da Gerusalemme a Tel Aviv. La Turchia ha abbassato il livello della sua rappresentanza diplomatica in Israele, ed alcuni paesi islamici che avevano riconosciuto Israele negli anni passati hanno raffreddato i loro rapporti con lo stato israeliano, anche a causa del protrarsi dell’occupazione dei Territori palestinesi. In effetti, la maggior parte dei paesi arabi ed islamici, fra cui i paesi ed i regimi moderati e pragmatici, attribuiscono al Nobile Santuario di Gerusalemme un livello di sacralità pari a quello della Mecca, e considerano Gerusalemme Est un centro politico e culturale del popolo palestinese, il quale ha il diritto di creare un proprio stato.
Il protrarsi del dominio israeliano su Gerusalemme Est e sui Territori palestinesi alimenta l’odio islamico e contribuisce a diffondere posizioni anti-israeliane e antisemite fra le popolazioni dei paesi arabo-islamici. Ciò emerge chiaramente da un sondaggio d’opinione condotto recentemente dall’americano Pew Research Center. Tuttavia, secondo le mie valutazioni, ed in base a una ricerca che ho condotto ultimamente, è possibile ammorbidire queste posizioni negative e migliorare l’immagine di Israele e degli ebrei nei paesi arabo-islamici, se si giungerà ad una soluzione ragionevole, ed accettabile per entrambe le parti, in merito alla questione di Gerusalemme Est ed al problema palestinese. Vale la pena ricordare che fin dagli anni ’70 del secolo scorso è gradualmente aumentato il numero dei paesi arabi ed islamici che si sono dichiarati pronti a riconoscere Israele e ad allacciare rapporti diplomatici, a condizione che gli israeliani si ritirino entro i confini del 1967 ed accettino la creazione di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme Est’espressione completa ed ufficiale di questo orientamento si manifestò con l’approvazione dell’iniziativa di pace saudita da parte di tutti i 22 paesi della Lega Araba, al vertice di Beirut del 2002. Questa iniziativa, che viene riproposta praticamente ogni anno, ha ottenuto il sostegno di “57 stati islamici, compresi i paesi arabi” nella cornice dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC) nel 2003. In quell’anno, l’OIC ha anche riconosciuto – come aveva già fatto l’OLP nel 1988 – la risoluzione 181del Consiglio di Sicurezza che sancì la spartizione della Palestina nel 1947 invocando la creazione di uno stato arabo e di uno stato ebraico in Palestina.
In realtà queste risoluzioni generali non esprimono un cambiamento ideologico e rivoluzionario nelle posizioni degli stati arabo-islamici riguardo a Israele, quanto piuttosto un cambiamento strategico e un orientamento pragmatico che deriva dal riconoscimento della potenza di Israele – che è sostenuta dagli Stati Uniti – da un lato, e dai timori per la stabilità dei regimi arabi sunniti di fronte alla minaccia sciita iraniana ed a quella sunnita di al-Qaeda, dall’altro. Quest’ultima continua ad invocare la liberazione di Gerusalemme e di tutta la Palestina in un quadro di jihad contro Israele. Perciò, la creazione di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme Est eliminerebbe il pretesto centrale che l’Islam estremista usa come giustificazione per combattere Israele e gli ebrei, ed allo stesso modo contribuirebbe a far accettare Israele dai regimi e dagli ambienti pragmatici dei paesi arabo-islamici. Si tratta di un’occasione storica e di un interesse supremo per Israele, allo scopo di uscire dall’isolamento e dalla disapprovazione internazionale, di prevenire la violenza – e forse una guerra – e di scongiurare l’eventualità di perdere il proprio carattere ebraico e democratico, come ha dichiarato Joe Biden, il quale ha affermato che lo status quo non è sostenibile.
Moshe Ma’oz è professore di Studi Islamici e Mediorientali all’Università Ebraica di Gerusalemme

Michael Young :Israele sta perdendo la battaglia delle interpretazioni

Alcuni affermeranno che l’espulsione di un diplomatico israeliano (a quanto si dice un agente del Mossad) dal Regno Unito, questa settimana, è un battibecco transitorio tra alleati, a seguito dell’uso di falsi passaporti britannici da parte di Israele nel recente assassinio di un dirigente di Hamas a Dubai. Dopotutto, si potrebbe aggiungere, il primo ministro Margaret Thatcher fece qualcosa di simile nel 1988, senza conseguenze durature. Eppure le cose sembrano piuttosto diverse, questa volta.I funzionari israeliani devono prendere atto che l’interpretazione del loro conflitto con i palestinesi sta cambiando radicalmente al di fuori di Israele. A parte i dettagli, nel panorama complessivo un numero sempre maggiore di paesi vede Israele come ‘il problema’ – e non stiamo parlando qui dell’antipatia popolare che Israele sembra spesso provocare in Asia e in America Latina. Anche in regioni più amichevoli, come negli Stati Uniti e in Europa, la percezione che si sta consolidando è che l’irresponsabile piano israeliano di espansione degli insediamenti stia distruggendo tutte le prospettive di un accordo reciprocamente soddisfacente con i palestinesi, e che l’instabilità che ne deriva danneggerà tutti.Nel polverone originato dalla visita del vicepresidente americano Joe Biden in Israele, due settimane fa, è stata prestata relativamente scarsa attenzione al suo importante discorso all’Università di Tel Aviv, dove una frase ha accuratamente riassunto il dilemma di Israele. “Non è un segreto che le realtà demografiche rendano sempre più difficile per Israele rimanere una patria ebraica e allo stesso tempo un paese democratico, in assenza di uno stato palestinese”, così Biden ha ammonito i suoi ospiti.Con questa affermazione, il vicepresidente non faceva che riecheggiare un tema che gli stessi funzionari israeliani hanno da tempo riconosciuto. Se tutto rimarrà invariato, Israele continuerà a controllare una popolazione palestinese in crescita, i cui diritti – necessariamente, date le esigenze della sicurezza israeliana – Israele continuerà a violare in misura ancora maggiore di quanto non stia facendo oggi. Né questo risolverà nulla, perché la demografia fa il suo corso, fino a quando due popoli sono in lotta per un pezzo di terra – o cercano di concludere una pace impossibile.’unica alternativa per Israele è un’espulsione su vasta scala dei palestinesi, che screditerebbe completamente Israele agli occhi del mondo. In un certo senso gli israeliani stanno pagando questa scelta prima ancora che venga fatta. Né mai lo sarà. Israele semplicemente non ha alcuna opzione di espulsione. Forse può ridurre la popolazione araba di Gerusalemme; può momentaneamente isolare i palestinesi all’interno di alcune enclave in Cisgiordania e a Gaza; ma senza una soluzione politica, si tratta di mere misure tampone, odiose, che costano agli israeliani un prezzo politico sempre più gravoso da sostenere.

Ecco perché l’interpretazione si è modificata, e perché che oggi Israele si trova di fronte, per la prima volta, a delle critiche sul piano morale da parte degli alleati. Uno stato che ha sostenuto se stesso per decenni come una ‘creazione morale’, un rifugio per gli ebrei sofferenti del mondo, sta essenzialmente facendo in modo che l’unica prospettiva a lungo termine per israeliani e palestinesi sia la violenza. Malgrado il sostegno dichiarato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nei confronti di una soluzione a due stati, Israele non ha alcuno sbocco da proporre all’infuori del perpetuarsi di una rovinosa situazione di stallo. E siccome ha il controllo della terra, ricade su Israele l’onere di definire tale sboccoL’abilità di Israele di trascinare il processo negoziale a tempo indeterminato è stata notevolmente facilitata dall’incompetenza palestinese. L’Autorità Palestinese guidata da Mahmoud Abbas si sta sforzando di riprendere l’iniziativa tra i palestinesi, mentre Hamas, malgrado ottimistiche ipotesi che suggeriscono il contrario, non ha alcun interesse ad entrare in colloqui di pace con Israele. Eppure, il disastroso atteggiamento di Hamas che ha portato alla guerra di Gaza, oltre un anno fa, ha notevolmente indebolito la strategia militare del movimento, mentre i palestinesi oggi sono maggiormente disposti ad andare avanti con il progetto di costruzione dello Stato promosso dal primo ministro Salam Fayyad in Cisgiordania, se gli sarà permesso di giungere alla fine a qualche risultato.L’Autorità Palestinese ha dovuto subire molte critiche, soprattutto da parte dei presunti sostenitori della causa palestinese. Ma l’approccio di Fayyad è l’unico progetto realistico che i palestinesi possano perseguire oggi – un progetto di consolidamento interno. Cosa ancora più importante, mentre il mondo guarda Abbas e Fayyad concentrarsi sulla riforma interna, vede anche Israele in una luce diversa. I palestinesi, per una volta, sono riusciti a modificare l’interpretazione del loro rapporto con Israele a proprio vantaggio. Ecco perché il protratto scetticismo in merito alla portata della controversia tra Israele e gli Stati Uniti, o tra Israele e il Regno Unito, è irrilevante. Né gli americani né gli inglesi romperanno con Israele, né ora né mai. Tuttavia, non sono nemmeno disposti a continuare a tollerare la tesi di Israele secondo cui le sue politiche in Cisgiordania sarebbero giustificate dalla mancanza di un partner palestinese. Come ha affermato Biden nel suo intervento a Tel Aviv, “sinceri passi verso una soluzione a due Stati sono anche necessari per dar forza a coloro che vogliono vivere in pace e in sicurezza con Israele, e per indebolire i loro rivali, che non vorranno mai accettare questo futuro”.

In definitiva, i leader israeliani insisteranno di non aver alcun obbligo, eccetto che nei confronti del loro stesso popolo. Essi non terranno conto dell’intensificarsi della frustrazione nei confronti delle loro azioni, basandosi sull’assunto che la sicurezza di Israele è una questione israeliana. Ma come può esser vero ciò? Se l’Iran acquisirà armi nucleari, la sicurezza di Israele sarà più strettamente legata a quella degli Stati Uniti. Ogni eventuale ombrello nucleare regionale americano riguarderà anche Israele, a prescindere dall’arsenale nucleare israeliano. Quanto ai palestinesi, il loro problema non è mai stato così internazionalizzato – con le sue ripercussioni che vengono avvertite in innumerevoli capitali straniere. La questione dello stato palestinese potrà essere oggetto di dibattito presso le Nazioni Unite in un futuro non troppo lontano. La libertà di Israele di compiere passi unilaterali sta diminuendo perché le dinamiche mediorientali ora hanno un impatto in un numero molto elevato di paesi.

Un’ipotesi ancora più inquietante è che il termine per una qualsiasi soluzione al conflitto israelo-palestinese sia ormai scaduto da tempo, rendendo questa intera discussione inutile. In base a questa lettura, i palestinesi hanno il tempo dalla loro parte, in quanto essi costituiranno una maggioranza numerica nei confronti degli ebrei entro breve. Pertanto, tutto ciò che possiamo aspettarci è un’aperta ostilità armata, che ancora una volta durerà per generazioni. Questa potrebbe essere una valutazione troppo cupa. O forse potrebbe non esserlo.

Michael Young è un giornalista americano-libanese, residente a Beirut; oltre a scrivere abitualmente sul quotidiano libanese “Daily Star”, è coeditore della rivista americana “Reason”

Israele, il “migliore amico” americano, e i territori occupati


L’America non ha “un migliore amico” d’Israele, ha recentemente dichiarato il vicepresidente Joe Biden, nonostante il duro colpo rappresentato dall’annuncio israeliano della costruzione di 1.600 nuove unità abitative a Gerusalemme Est. L’ambasciatore israeliano negli USA aveva definito la disputa come “una crisi di proporzioni storiche…la peggiore crisi dopo il 1975”, quando il presidente Ford aveva cercato di “riconsiderare” le relazioni tra i due paesi a causa del tentennamento di Israele sulle stesse questioni di oggi: i confini, la sovranità e i rifugiati. La successiva dichiarazione dell’ambasciatore israeliano di non aver usato la parola “crisi” manca, a dir poco, di credibilitàAvere a che fare con il governo Netanyahu, ha ricordato l’ex segretario di stato Madeline Albright, “è come negoziare all’inferno”. È ora il turno di Obama di navigare in questo inferno.

La questione in ballo è insieme “nuova e vecchia”: la novità riguarda le nuove costruzioni in terra araba; quella vecchia comincia con la nascita di Israele nel 1948, quando il 75% degli arabi palestinesi fu cacciato dalle proprie case ed esiliatoDurante la guerra dei sei giorni del 1967, gli israeliani conquistarono nuovi territori: il Sinai, Gaza, Gerusalemme Est e le alture del Golan. Sebbene gli israeliani avessero salutato l’occupazione come un segno di affermazione dell’esistenza di Israele – “riscattando gli angusti confini israeliani“, per dirla con le parole di Yitzhak Rabin – essi si stavano in realtà indebolendo con le loro mani. Dopo aver speso tante energie per esiliare gli arabi palestinesi nel 1948, gli israeliani rioccuparono le stesse popolazioni che avevano espulso con tanta fatica“Ci è stata data una buona dote, ma assieme a una sposa che non ci piace”, scherzava il primo ministro Levi Eshkol dopo la guerra del 1967. Ma lo scherzo è finito, e la sposa è rimasta. Il Sinai è stato restituito, ma Israele è rimasta aggrappata agli altri territori, spingendovi i coloni nel tentativo di diluire la presenza palestinese. Gli aiuti americani hanno sicuramente facilitato gli insediamenti; con il 20% del budget della difesa israeliana pagato ogni anno dai contribuenti americani, gli israeliani possono impiegare più risorse negli insediamenti.Le aree e le strade militari, le riserve naturali, la cosiddetta barriera di sicurezza del 2002 – che da sola sottrasse audacemente il 12% del territorio dell’Autorità Palestinese – e, infine, i progetti di costruzione nei territori occupati, bastano da soli a suggerire l’esistenza di una strategia volta a creare un’intera nuova serie di “fatti compiuti”. I palestinesi sarebbero stati allontanati da una permanente presenza dell’esercito israeliano e dai coloni. I dati demografici sfavorevoli – “li vinceremo a suon di figli”, tuonava sempre Arafat – sarebbero stati contenuti immettendo ondate di immigrati ebrei con le loro famiglie.

oggi giorno, la pressione a favore degli insediamenti viene dai partiti della destra religiosa in Israele, che sono elementi chiave della coalizione di Netanyahu. Gli insediamenti garantiscono terre gratuite, prestiti agevolati, sussidi statali, e spazio per crescere famiglie numerose. Per Netanyahu, la prolificità dei coloni ortodossi è conveniente, poiché gli permette di preventivare una “crescita naturale” negli insediamenti, continuando quindi ad espanderli Israele rimane dipendente dagli aiuti americani (3 miliardi di dollari l’anno), eppure persegue un programma di costruzione di abitazioni illegali che fa guastare i rapporti degli Stati Uniti con il mondo musulmano, e rende ogni accordo di pace, in ultima analisi, impossibile.Quelli che al tempo di Truman erano 844.000 rifugiati, oggi sono 4 milioni, e rimangono ammassati nelle stesse aree che Netanyahu sta lottizzando per trasformarle in insediamenti ebraici. Ogni amministrazione americana a partire da quella Truman ha dovuto lottare con questo problema, ed ha promesso di riportare all’ordine gli israeliani.Eisenhower si lamentava della “spietata severità” d’Israele. Kennedy spinse per approvare un piano che compensasse o re-insediasse i palestinesi, ma in seguito lo dovette abbandonare quando fu avvisato che tale piano avrebbe causato una “violenta crisi sia sul piano interno che nelle relazioni con Israele”. Lyndon Baines Johnson rimase impassibile di fronte all’occupazione di quelle terre da parte degli israeliani, che ora essi si affrettano a colonizzare. Con Israele messo alle corde nel 1973, Nixon e Kissinger ebbero un’opportunità d’oro per spingere gli israeliani fuori dai territori e barattare il ponte aereo americano – più imponente di quello di Berlino nel 1948-49 – con risultati tangibili, ma Kissinger si dimostrò contrario, presumendo stupidamente che la gratitudine israeliana dopo la guerra sarebbe sfociata in grosse concessioni. Ovviamente non andò così. “Non possono farci questo, Henry, non possono farlo di nuovo”, si lamentò Nixon di fronte all’ostruzionismo opposto da Israele – eppure gli israeliani lo fecero.E’ in grado Obama di assumere finalmente una posizione ferma, e di barattare gli aiuti americani e la sicurezza di Israele con una corretta gestione israeliana della questione palestinese? Probabilmente no: l’amministrazione americana è oberata da problemi come la riforma sanitaria, gli stimoli all’economia, l’Iraq e l’invio di rinforzi in Afghanistan, ed è improbabile che dia inizio a una battaglia con la lobby israeliana, la quale influenza la maggior parte dei membri del Congresso di cui Obama ha bisogno per le altre sue iniziative. Vale la pena ricordare come la crisi del 1975, recentemente tirata in ballo dall’ambasciatore israeliano, sia poi rientrata. Ford rimase fermo sulle proprie posizioni ma il Congresso si mostrò debole, piegandosi sotto i colpi dell’AIPAC, e ammonendo Ford a non insistere. Ed egli non lo fece. Eppure, c’è ancora spazio per la speranza. L’amministrazione Obama è arrabbiata al punto giusto per esercitare pressioni serie su Netanyahu e obbligarlo ad un reale dialogo con i palestinesi per affrontare finalmente la questione dei confini, lo status di Gerusalemme e il destino dei rifugiati palestinesi.Geoffrey Wawro è professore di Storia Militare presso la University of North Texas, ed è autore di “Quicksand: America’s Pursuit of Power in the Middle East” (Penguin Press, April 2010)http://www.medarabnews.com/2010/03/3...ano-territori/

martedì 30 marzo 2010

Avraham Burg : la Nuova Pesach e la nuova redenzione


Sintesi personale (solo elementi essenziali)

L'avvento della pace potrebbe inaugurare il nostro entrare nel mondo come soggetto attivo , proprio come voleva il sionismo. Abbiamo gli strumenti per continuare la nostra esistenza come nazione dotata  di piena sovranità, benedetta  dalla pace e accettata a livello mondiale ? Possiamo continuare ad esistere senza un avversario perenne, senza essere vittime di persecuzioni e pogrom, senza un faraone? Una possibile risposta è no. In tal caso, il popolo ebraico non continuerà ad esistere. Sarà assimilato alle altre nazioni come si addice alla realtà multiculturale del nostro tempo .L'altra opzione è isolamento e la costruzione di mura più alte per separare il popolo ebraico dal resto del mondo, creare conflitti pepetui e dimostrare che "il mondo intero è contro di noi". In tal caso, il giorno della Pasqua ebraica moderna si avvicinano a quella passata :  perpetua lo scontro infinito tra Israele e il mondo. C'è un altro modo? Per farlo, bisogna adottare una nuova interpretazione dell'' Esodo. Piuttosto che essere interpretato come una mitica lotta tra "Dio" e "gli dei dell'Egitto" o una fuga di una nazione DI SCHIAVI , Pesach può essere vista come una vittoria dei diritti umani , una vittoria sulla paura e il terrore dovute a relazioni di potere. "Lascia andare il mio popolo!" non sarebbe stata possibile senza la concezione della libertà di cinque donne coraggiose: Yocheved, la madre di Mosè, le due ostetriche che hanno assistito lei, Miriam,sorella di Mosè e la figlia del Faraone che aderì alla ribellione.La prima rivoluzione fu , dunque, nazionalista, femminista e umanistica. Queste donne dissero a se stesi : le nostra libertà emergeranno e stimoleranno l'intera razza umana solo se la tirannia assoluta del Faraone sarà distrutta . La libertà di "io" emergerà solo se possiamo porre limiti alla assolutezza dell '"altro". Questo è il presupposto per ogni relazione vera : consentire la libertà di "fare spazio", per creare un dialogo e accettare l' "altro" che si oppone. La libertà equivale al rispetto per gli altri esseri umani, per l''"altro". Senza di essa il mondo non sarà rettificato e purificato dalla discriminazione e dall'odio che si annida in ogni aspetto della nostra vita. Le donne della Pesach  sono le pioniere che che hanno inculcato nuovi simboli .La rivoluzione per la parità deve ancora essere completata anche nelle società democratiche . La donna è ancora "altro". Lei è come noi, ma comunque diversa, inferiore e ineguale.Così la parità della donna costituisce prova suprema "della Peach " per ogni società. Non c'è bisogno di attendere che Dio discenda dal cielo e ci salvi . La nuova  Pesach sarà più casta, umile ,portatrice  di un'universalità che abbraccia i diritti umani per tutti. Sarà una celebrazione della responsabilità dell'uomo dal basso verso l'alto, sarà la celebrazione di una nuova realtà  nella quale una nazione non conquista una nazione , un popolo non esercita il controllo su un altro, gli esseri umani non opprimono l'altro , l'uomo non discrimina la donna e molesta i  diversi


The existential Egyptian-ness is within each and every one of us, as a nation and as individuals. And redemption from this Egyptian-ness will be derived from the spirit of Maimonides, who in the Middle Ages wished not just for our own personal salvation, but for a new, ubiquitous reality, in which nation does not conquer nation, a people does not exercise control over another, human beings do not oppress the "other," man does not discriminate against woman, and the majority does not harass those in its midst who are different.
La nuova  Pesach  ci insegna i limiti del potere, ci insegna a fare spazio ai deboli: la lezione è ancora più radicale . Solo la liberazione dell '"altro" porterà la mia liberazione dalla schiavitù. Il signore e lo schiavo, come prigioniero e guardia carceraria, sono entrambi prigionieri .Così l'esodo dell'Egitto costituirà una nuova redenzione  più in sintonia con i nostri giorni e significherà: uguaglianza tra i sessi,  tra razze, credenze ed etnie, tutti figli di questo luogo
Those who read ancient texts as they were written, while looking beyond the filtered layers piled on them mainly by generations of men, will see the Exodus from Egypt as constituting another sort of redemption - one more attuned to the present day: as the redemption of equality among sexes, races, beliefs and ethnicities. Passover will represent, for men and women alike, a celebration of the wide spectrum of equality. Four sons, four daughters, four foreigners and four "others." Four answers. All of them are different and all of them equal. All of them are children of this place.
Allegato

Giorgio Gomel : il pluralismo ebraico


Nell’organizzare come Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace e Pitigliani la giornata di studi su Pluralismo nella società e pluralità nell’ebraismo abbiamo voluto affrontare un tema controverso, complesso, ma molto rilevante per l’ebraismo in Italia, in Europa, nel mondo. Motivi ispiratori e argomenti principali di discussione si ritrovano in un documento di base, pubblicato anche da Ha Keillah sul numero di febbraio 2010 e reperibile sul sito www.martinbubergroup.org. Due brevi premesse.
L’ebraismo è per sua natura plurale, ma in quello italiano si manifesta un vistoso deficit di pluralismo. Il nucleo ebraico in Italia è forse troppo piccolo e fragile per imitare modelli come quello americano, ma potrebbe comunque beneficiare di un maggiore pluralismo. La struttura unitaria, centralistica, fissata dallo Statuto dell’UCEI e dalle Intese con lo Stato del 1987, è ormai anacronistica.Secondo, oggi in Italia la pluralità esiste. Vi sono vitali forme di aggregazione ebraica non ufficiali. A Milano, da un lato esistono Keshet, espressione di un ebraismo laico e umanista, nonché Lev Chadash e Bet Shalom, gruppi riformati, dall’altro si formano comunità chiuse di ebrei orientali che rifiutano di mandare i loro bimbi alla scuola ebraica comunitaria. A Roma si è formato un gruppo di ebrei riformati legato a Lev Chadash. Insomma, vi sono congregazioni ebraiche plurali che tendono ad autogestirsi, al di là e al di fuori delle comunità, secondo un modello prevalente al di fuori dell’Italia. Nel caso specifico dell’Italia, vi è però un legame stretto fra pluralismo e rappresentanza nelle istituzioni come le Comunità e l’UCEI. Il diritto di tutti alla rappresentanza è essenziale perché il pluralismo possa esprimersi pienamente, riconosciuto dallo Stato. Il convivere di tanti modi di essere ebrei ha consentito agli ebrei di preservare una loro unità di gruppo nella storia. L’esistenza di identità multiple è stata elemento caratteristico dell’ebraismo. Con la nascita di Israele, l’identità ebraica è diventata una “trinità”: quella politico-nazionale-territoriale (in Israele); quella religiosa-diasporica; quella, infine, di ebrei che tendono ad integrarsi in società occidentali che si evolvono pur con fatica verso forme multiculturali, alla cui vita civile e politica essi partecipano, e che mantengono legami affettivo-culturali di appartenenza all’ebraismo e di vicinanza con la terra e lo stato di Israele.Oggi la minaccia di una frattura nel mondo ebraico viene dall’affermarsi di un’ideologia per cui solo l’ortodossia “pura e dura” è vero ebraismo, mentre gli altri - i non ortodossi - non hanno uguale diritto all’appartenenza, perché assimilati, o quasi transfughi dall’ebraismo. Dobbiamo invece affermare un ideale di rispetto reciproco, di apertura e accoglienza delle comunità, di unità, non di chiusura e di esclusione. Affermare una pratica di dialogo, non nel senso di dissolvere le differenze di opinione che vi sono fra ebrei, ma di saperle confrontare e dibattere. Lo stesso ostracismo dell’ebraismo ufficiale e rabbinico verso i nuovi ebraismi che si manifestano in Italia ci deve spingere a difendere i diritti di tutti ad esprimere la propria appartenenza all’ebraismo. Siamo dominati dalla paura. Gli ortodossi hanno paura dell’assimilazione, della scomparsa della particolarità ebraica in una società che tutto annulla e omologa, anche se la nozione di assimilazione è impropria perché oggi la spinta non è tanto a negare la propria identità ebraica quanto ad affermarla nello scambio con il mondo non ebraico. I non osservanti hanno paura dell’indurirsi dell’ortodossia, fino alla perdita della libertà, del proprio diritto ad essere riconosciuti come ebrei a pieno titolo. Queste paure, se non vinte, renderanno il dialogo più difficile.Nella sessione introduttiva del Convegno, dopo i saluti inaugurali dei Presidenti del Pitigliani e dell’UCEI e la lettura di un messaggio del Sen. Carlo Azeglio Ciampi pubblicato qui sotto, si è discusso di pluralismo in senso lato e delle sue relazioni con la laicità, nella società e nelle istituzioni pubbliche.Furio Colombo ha descritto il degrado inquietante del pluralismo nel mondo dell’informazione. Sergio Lariccia ha discusso di laicità nella Costituzione con un excursus storico dagli anni ’50 ad oggi, giungendo alla sentenza recente sui simboli religiosi nei locali pubblici così contraddittori con le istanze di una società multiculturale. Clotilde Pontecorvo ha insistito sulla laicità come principio fondante nell’istruzione pubblica.Poi si sono affrontati i temi interni al mondo ebraico. Esther Benbassa, della Sorbona, ha illustrato gli elementi salienti della storia degli ebrei di Francia: dagli israelites dell’800, agli esuli est-europei alla ricerca di un approdo nella Francia dei primi anni del ’900 fino alla grande ondata degli immigrati dal Nordafrica degli anni ’60-’70, fra cui prevale un ebraismo conservatore con forti venature tradizionaliste e in rapporti difficili con il mondo arabo-mussulmano. Paola Di Cori ha tessuto l’elogio degli ebrei cosmopoliti, dalle identità multiple. Si sono susseguite poi nella Tavola rotonda molte e differenti voci: Ugo Volli (Lev Chadash), Riccardo Pacifici (CER), Bruno Segre (Keshet) e Gianfranco Di Segni (Collegio rabbinico); voci che, nonostante profonde differenze, convergono però - o è il mio illuso ottimismo? - sulla necessità di vivificare l’ebraismo italiano con dosi di pluralismo e riconoscendo cosa sta avvenendo lungo i confini e ai margini dell’ebraismo ufficiale. Che fare quindi in concreto anche in vista del Congresso dell’UCEI e della riforma del suo Statuto?
Non si è giunti nel Convegno a indicare ricette precise. Bisognerà adoperarsi in tal senso nei mesi a venire.
Il mio personale convincimento è che sia necessario un gentlemen’s agreement, un patto di convivenza tra gli ebrei italiani, religiosi e laici, osservanti e non, che tenga conto della pluralità delle realtà ebraiche in Italia, anche per effetto della globalizzazione, delle migrazioni, della sprovincializzazione di un ebraismo italiano finalmente più esposto al mondo e variegato.Il gentlemen’s agreement dovrebbe tradursi nella trasformazione delle Comunità e dell’UCEI non in una federazione di congregazioni o confessioni ebraiche (difficile da realizzarsi per la scarsità numerica degli ebrei italiani, per il complesso sistema delle Intese con lo Stato, nonché perché ne sarebbero esclusi gli ebrei laici), ma in una “casa comune” degli ebrei residenti nel territorio.L’UCEI potrebbe includere, accanto alle comunità tradizionali, anche associazioni, aggregazioni, gruppi, senza pertanto sconvolgere il suo Statuto e le Intese con lo Stato.Pluralismo ed ebraismo pluraleallegati: Giorgio Gomel: noi ebrei della diaspora e il diritto -dovere di criticare Israele





Nehemia Shtrasler :Il successo economico di Israele non può vincere lo sconforto politico


La Pasqua ebraica non è una festività che ci obbliga a farci un esame di coscienza. Non è lo Yom Kippur. Ma rappresenta l’Esodo dall’Egitto: un passaggio dalla schiavitù alla libertà. Celebra l’unificazione del popolo ebraico. E così, alla vigilia della festività, dobbiamo riflettere sul perché “questa notte è diversa da tutte le altre”. Abbiamo davvero fatto progressi verso la libertà negli ultimi 62 anni? Esaminiamo questo interrogativo guardando ai due aspetti principali delle nostre vite: quello politico e quello socioeconomico. Quando si tratta di politica, sembrerebbe che l’approccio della sinistra abbia vinto. La destra ha accettato il vecchio concetto della sinistra dei “due stati per due popoli”. È un fatto che anche il primo ministro Benjamin Netanyahu stia ripetendo lo stesso ritornello che una volta era proposto solo dallo scrittore pacifista Uri Avnery.

Ma questa è astuzia in pieno stile Netanyahu. Egli ha rubato lo slogan della sinistra per scopi propagandistici, e non si sogna neanche per un istante di metterlo in atto. Netanyahu continua a costruire nei sobborghi arabi di Gerusalemme Est, compresi Sheikh Jarrah e Silwan. Continua ad espandere i quartieri ebraici a nord di Gerusalemme. Per giunta appoggia in segreto l’incessante attività edilizia in Cisgiordania, nonostante il cosiddetto congelamento temporaneo degli insediamentiOvviamente il prezzo da pagare è la crisi col governo statunitense, la profonda avversione personale da parte del presidente Barack Obama, e la serie di umiliazioni di cui Netanyahu è stato oggetto durante la sua ultima visita negli Stati Uniti. Ma Netanyahu si è asciugato lo “sputo” dalla faccia e ha detto: gli insulti sono senza importanza, le condanne non contano. La cosa più importante è la Terra di Israele. Netanyahu non ha intenzione di offrire ai palestinesi uno stato vitale all’interno dei confini precedenti alla Guerra dei Sei Giorni del 1967. La sua soluzione dei due stati significa una Palestina minuscola smembrata in tre parti, prive di una ragionevole contiguità territoriale, senza nessun controllo sulla grande Gerusalemme, che presto si estenderà fino a Ramallah.Questo minuscolo stato palestinese non comprenderà la Valle del Giordano ad est (dove saranno dislocate le Forze di Difesa Israeliane), e due lunghe dita si conficcheranno dritte nei suoi occhi: Ariel e Ma’aleh Adumim (due insediamenti ebraici nel cuore della Cisgiordania a nord e a est di Gerusalemme (N.d.T.) ). Nessun leader palestinese accetterà un simile stato, e questo è proprio l’obiettivo di Netanyahu.È anche l’obiettivo dei coloni. Dopotutto, sono loro che hanno scandito l’agenda politica per 43 anni. Moshe Levinger (sionista religioso estremista, e uno dei leader di Gush Emunim, un movimento nato dopo la guerra del 1967, che incoraggiava la colonizzazione della Cisgiordania – identificata con i nomi biblici di Giudea e Samaria (N.d.T.) ) sarà sempre ricordato come la persona che decise il destino del paese quando portò Gush Emunim a Sebastia nel 1975, e da lì in tutta la Samaria. Da allora, siamo stati trascinati verso la costruzione di ulteriori insediamenti e verso l’insorgere di ulteriori scontri, verso un’altra intifada e un’altra guerra. E la guerra, dopotutto, è la nostra missione. Fra pochi giorni tutti noi leggeremo l’Haggadah di Pasqua (il testo liturgico che si legge durante il Seder di Pesach, il pasto serale della vigilia della Pasqua ebraica (N.d.T) ): “In ogni generazione si sollevano per distruggerci”. Se è così, siamo del tutto da biasimare? Ma la cosa che fa più male è come si siano invertiti i ruoli. Come gli arabi siano diventati amanti della pace e noi, invece, ci siamo trasformati in coloro che la rifiutano. Domenica scorsa ricorreva l’ottavo anniversario dall’iniziativa di pace araba: una proposta presentata da tutti gli stati arabi all’unisono per la pace e la normalizzazione dei rapporti in cambio di un ritiro israeliano all’interno dei confini antecedenti al 1967. Israele non si prese neanche il disturbo di rispondere. Quello stesso anno, il 2002, il presidente siriano Bashar Assad offrì un accordo di pace in cambio del ritiro israeliano dalle Alture del Golan. Anche la sua mano, tesa in un gesto di pace, fu respinta sdegnosamente da Israele, nello stesso modo in cui fu rifiutata quella del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, che Israele descrisse come “un leader debole”, mentre accelerava la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania.Il secondo aspetto delle nostre vite è socioeconomico. Anche qui, la destra ha trionfato. I padri fondatori del paese erano dei socialisti che pensavano che lo stato sapesse gestire il denaro meglio dei suoi cittadini. E così si rese necessario un governo fortemente centralizzato, con un ampio budget, tasse elevate, la tutela dei prodotti locali, l’allocazione dei capitali in base ad una pianificazione centralizzata. In breve: un’economia pianificata come quella dell’ex Unione Sovietica. Ma nel 1985 ci fu una rivoluzione. Un gruppo di giovani economisti del Ministero delle Finanze diede il via ad un nuovo corso. Essi sostenevano la riduzione del bilancio, l’abbassamento delle tasse, l’apertura del mercato alla concorrenza internazionale e la liberalizzazione dei vincoli sulle valute e sui capitali esteri. In breve: il libero mercato. Gli economisti di destra vinsero, e dei risultati ne beneficiamo ogni giorno: stabilità economica, fiorenti esportazioni e un miglioramento nella qualità della vita. C’è un aspetto sociale nel loro successo, perché solo quando un’economia di mercato trionfa, e sia la ricchezza che gli introiti fiscali aumentano, si può stanziare più denaro per i settori più deboli della società. L’anomalia è rappresentata dalla situazione politica, che è pericolosa ed è causa di disperazione, il che contrasta con il notevole successo economico. Ma la connessione tra questi due settori rivela un clima di depressione. Un tempo c’era la speranza in un futuro migliore. Una volta c’erano genitori che dicevano ai loro figli: “Quando crescerai, non ci sarà bisogno che tu faccia il servizio militare”. Un tempo era una vergogna andarsene dal paese. Un tempo credevamo che la pace fosse a portata di mano. Ma adesso regna il pessimismo. Molte persone chiedono se il paese reggerà altri 20 anni. I genitori non sono più imbarazzati a dire che i loro figli sono andati a cercar fortuna all’estero. Sembra che il successo economico non sia riuscito ad avere la meglio sullo sconforto politico.

In realtà, questi due settori sono collegati, perché senza il massiccio sostegno dagli Stati Uniti e la prospettiva della pace, l’economia non può continuare a prosperare ancora a lungo.

Nehemia Shtrasler è un giornalista israeliano specializzato in questioni economiche; scrive abitualmente sul quotidiano Haaretz


In Memoria di Abir Aramin (morta il 18/01/07) e di Ahmed Musa


   9 Febbraio 2007
In Memoria di Abir Aramin (morta il 18/01/07)
di Bassam Aramin
Ho avuto una discussione con mia figlia il giorno che è stata colpita da uno sparo.
Uscendo dalla porta di casa per andare a scuola Abir aveva annunciato, nel modo in cui fanno i bambini , che nel pomeriggio, invece di tornare a casa per preparare l' esame fissato per il giorno dopo, prima sarebbe andata a giocare con una amica .
Aveva 10 anni, intelligente, studiosa e impegnata a scuola, eppure una piccola bambina.
Voleva giocare. Io le ho risposto che non doveva neanche pensarci.
Se le potessi dire qualcosa ora, le direi: Vai. Fai quello che vuoi. Gioca.
Perché ora lei non potrà mai più. Non riderà mai più, non sentirà più le sue amiche chiamare il suo nome, non sentirà l’amore della sua famiglia che la avvolge di notte come una calda coperta.
Abir, la terza dei miei sei figli, è stata ferita in testa da uno sparo mentre usciva da scuola il 16 Gennaio, colta nel mezzo tra le truppe israeliane di confine e bambini più grandi che lanciavano o forse no dei sassi. E’ morta due giorni dopo.

So cosa l’esercito israeliano ha detto dell’incidente, e so anche quello che la sorella più grande di Abir ha visto con i propri occhi: Abir stava scappando dalle truppe quando all’improvviso si è fermata ed è caduta, ed il sangue ha iniziato a spargersi per terra. Una autopsia indipendente ha confermato la causa della morte: una pallottola di gomma, nella parte posteriore della testa di Abir. Ho la pallottola a casa, perché la povera Arin, guardando sua sorella che era stata ferita dallo sparo, l’ha raccolta e l’ha portata a casa. Non ero sorpreso quando l’esercito israeliano ha cercato di colpevolizzare Abir della sua stessa morte. Prima ci hanno detto che era tra quelli che lanciavano i sassi; dopo ci hanno detto che “qualcosa” era scoppiato tra le sue mani – nonostante le mani siano rimaste miracolosamente intatte – prima che la potesse lanciare contro la jeep della guardia di frontiera.
Non ero sorpreso, ma l’angoscia che tali illazioni hanno causato a mia moglie e a me è difficile da esprimere. La nostra bambina è stata uccisa – devono essere dissacrati anche il suo nome e la sua innocenza?

Sarebbe facile, così facile, odiare. Cercare vendetta, impugnare un fucile, e uccidere tre o quattro soldati, nel nome di mia figlia. Questo è il modo in cui palestinesi ed israeliani hanno vissuto la propria vita per lungo tempo. Ogni bambino morto – ed ognuno è figlio di qualcuno – è un’altra ragione per continuare ad uccidere.
Lo so. Anch’io ero parte di questa spirale. Ho speso sette anni in una prigione israeliana per aver contribuito a pianificare un attacco contro soldati israeliani. A quel tempo, ero deluso perché nessun dei soldati era stato ferito.
Ma mentre scontavo la mia condanna, ho parlato con molte delle mie guardie carcerarie.
Ho imparato la storia del popolo ebreo. Ho imparato dell’Olocausto.
Ed eventualmente sono riuscito anche a capire: da entrambi i lati siamo stati tramutati in strumenti di guerra. Da entrambi le parti , vi è dolore, lutto, e infinite perdite.
E l’unico modo per fermare tutto questo è fermare noi stessi.
Molte persone ci sono venute in sostegno e ci hanno confortato mentre Abir stava morendo, il suo piccolo viso di gesso bianco, i suoi occhi chiusi per sempre. Tra quelli che non hanno mai smesso di essere al mio fianco un gruppo di uomini che recentemente ho imparato ad amare come fratelli, uomini che conoscono il mio passato, e che lo condividono. Uomini che come me, sono stati allenati ad odiare e ad uccidere, ma che ora credono fortemente che si debba riuscire a trovare un modo di vivere con i nostri vecchi nemici.
Uomini israeliani. Ognuno di loro, un ex soldato combattente. Questi uomini ed io siamo membri dei Combattenti per la Pace. Ognuno di noi, 300 palestinesi ed israeliani, era nelle linee d’avamposto del conflitto. Abbiamo sparato, bombardato, torturato e ucciso. Credevamo che fosse l’unico modo per servire la nostra gente. Adesso sappiamo che questo non è vero. Sappiamo che per servire la nostra gente, non dobbiamo combattere l’uno contro l’altro ma l’odio che c’è tra di noi. Dobbiamo trovare un modo per condividere la terra che ognuno possiede nel profondo della propria anima, costruire due stati fianco a fianco. Solo allora il lutto finirà.
Non riposerò fino a quando il soldato responsabile della morte di mia figlia sarà processato, e affronterà le conseguenze di quanto ha fatto. Così potrò vedere che il mondo non scorda mia figlia, la mia adorata Abir. Ma io non cercherò vendetta. No, continuerò il lavoro che ho intrapreso con i miei fratelli israeliani.
Combatterò con tutto ciò che porto dentro per vedere il nome di Abir, il suo sangue, diventare un ponte che finalmente chiude le spacature tra di noi, un ponte che permetta agli israeliani ed ai palestinesi di vivere finalmente, inshallah, in pace.
Se potessi dire a mia figlia qualcosa, le farei questa promessa. E le direi che la amo molto, moltissimo.
Bassam Aramin abita ad Anata, nei dintorni di Gerusalemme ed è membro dei combattenti per la Pace (traduzione dall'inglese di Luisa Morgantini)Parrocchia dei SS Gervasio e Protasio
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Lettera di un padre palestinese al ministro della difesa israeliano 17 giugno 2008 -"Onorevole Generale Ehud Barak, Lei non mi conosce personalmente. Sono un cercatore di pace, e combatto con tutte le mie forze e le mie capacità per la realizzazione di una pace giusta che porti serenità e prosperità ai Palestinesi e agli Israeliani insieme.Ho sofferto in prima persona la vostraoccupazione criminale e ho pagato un prezzo altissimo. In primo luogo, sono finito in carcere quando avevo diciassette anni, e ho sprecato sette anni della mia vita nelle vostre barbare prigioni.In secondo luogo - Lei per caso ha letto o sentito quello che è accaduto a una ragazzina di nome Abir Aramin? Era una ragazzina di dieci anni, che i Suoi soldati hanno ucciso con un proiettile di gomma sparato da una distanza di quattro metri e mezzo, il 16 gennaio 2007, davanti a sua sorella Areen, di undici anni. Nonostante questo io, il padre di Abir, possa riposare in pace, credo nel diritto di ogni israeliano, e di tutto il popolo israeliano, a esistere e vivere in pace e sicurezza. Perché allora Lei, signore, non crede nel nostro diritto a godere di queste stesse cose?Dove era il carattere democratico del Suo Stato quando i suoi eroici soldati hanno ucciso mia figlia davanti agli occhi dei suoi amici, all’ingresso della scuola di Anata? Dove erano i Suoi ideali democratici quando ha chiuso il fascicolo dell’indagine sull’assassinio di Abir per mancanza di prove, nonostante il crimine fosse chiaro e avvenuto davanti a più di dieci testimoni? Davvero Abir era una minaccia per i Suoi soldati, signore?Ho con me le armi con cui Abir ha minacciato quei soldati. Ho tra le mie mani il suo zaino, rinforzato e blindato, ovvio, la sua matita portamine, caricata con pericolose cartucce di grafite, e il suo libro di matematica, di cui aveva un compito quel giorno, e che naturalmente includeva istruzioni dettagliate su come preparare armi chimiche. E in aggiunta a tutto questo, aveva un righello tagliente, che certo avrebbe potuto essere usato per accoltellare qualcuno. Infine, ho trovato tra le sue cose due pezzi di cioccolato che probabilmente contenevano uranio arricchito, e che avrebbero senza dubbio portato devastazione al Suo Stato se Abir non fosse stata tentata di assaggiarli, pochi secondi prima di essere colpita.Devo qui riconoscere ai Suoi soldati una sorprendente abilità nell’incapacitare e uccidere con estrema e letale precisione. Il proiettile ha colpito Abir a un centimetro esatto dall’ipotalamo cosa che le ha consentito di entrare immediatamente in coma e di morire poco dopo e di vivere davanti a Dio, risparmiandole sofferenza e dolore.Abir Aramin può così essere aggiunta all’elenco dei grandi risultati e successi dello Stato di Israele in tema di sicurezza. Ma io chiedo, Ministro e Generale, in quanto io sono il padre di questa bambina, io chiedo se non altro una ammissione di responsabilità per questo omicidio, o la sua causa. È Suo dovere trascinare in tribunale il soldato che ha ucciso Abir, perché possa essere processato e giudicato come assassino e criminale.Sono convinto che non esista una soluzione militare a questa guerra, e quando quei codardi hanno ucciso mia figlia ho detto che non volevo vendetta, volevo giustizia, anche se la vendetta è molto più semplice. Il vero combattente è uno che in nome della pace sceglie la più difficile strada di entrambi, la vendetta è la strada del vigliacco.Signore, il popolo palestinese non può pagare in eterno il prezzo della paura e del sospetto del popolo israeliano. Liberi il mio popolo da questa occupazione orribile, perché il Suo popolo possa vivere libero dalla paura.Sono sessant’anni che il popolo palestinese paga il prezzo dell’occupazione militare israeliana. Un’occupazione che, a celebrazione della fondazione dello Stato d’Israele, compie atti di aperto antagonismo che versano indiscriminatamente il sangue di combattenti, donne, bambini, anziani palestinesi. È il popolo palestinese in generale a costituire l’obiettivo della Sua macchina da guerra, che non protegge il più debole dal più forte. Il nostro popolo fronteggia sempre lo stesso assassino - e continua questa serie che non finisce mai.Non le ricorderò i massacri che il Suo governo ha commesso contro il mio popolo. Lei li conosce molto meglio di me. Io ne ho letto, ne ho sentito parlare, ma Lei vi ha preso parte.La domanda che ho per Lei è invece questa. Alla luce della Sua lunga esperienza militare e in quanto uomo che ha visto anche egli passare sessant’anni di guerra, Lei crede che Israele avrà la forza per chiudere il conflitto con mezzi militari e ottenere una vittoria totale sul popolo palestinese? Lei è ancora convinto che quello che non può essere raggiunto con la forza possa essere raggiunto con maggiore forza? L’occupazione nasconde forse nella sua scatola degli attrezzi ulteriori metodi di assassinio che il popolo palestinese non ha ancora avuto la sfortuna di conoscere?Se è così, probabilmente è una buona idea per il governo israeliano provare, e usare questi metodi. Forse saranno capaci di realizzare quell’allettante vittoria totale... in altri sessant’anni.Signore, ma quando capirete che la guerra tra noi non può essere conclusa con un esercito? Perché nonostante tutti gli sforzi e le presunzioni, l’occupazione non impedirà alle pietre dei nostri bambini di colpire i Suoi soldati. Come potrà fermare la sollevazione palestinese? Questo è un sogno che non si avvererà mai, neppure in altri mille anni. Perché non racconta la verità agli abitanti di Ashkelon e Sderot, perché non dice loro che non esiste alcuna soluzione per bloccare i razzi Qassam che arrivano da una Gaza devastata e assediata, tranne che porre fine all’occupazione?Questa è la verità da cui fuggite da tanto tempo.Mi creda, signore, non otterrà niente continuando a imprigionare gente. Più di 750mila palestinesi sono stati in carcere dal 1967. Che risultato è stato raggiunto, se non una nostra maggiore determinazione allo scontro e alla resistenza?La politica dell’occupazione crea semplicemente sempre più persone che si ribellano per combatterla e che si rifiutano di accettare il suo fardello. I detenuti che sono nelle Sue carceri sono tra i palestinesi più istruiti e colti, tra i più sensibili e umanisti.Si sono formati nella tradizione della libertà e della democrazia - e per questa ragione non accetteranno mai l’occupazione e la sottomissione. Sono questi gli uomini e le donne che combatteranno per la pace, e se vuole la pace, Lei non ha altra scelta che lasciare prima di tutto liberi i soldati della pace.Quanto avete davvero beneficiato dalla vostra strategia di demolizione di case, sradicamento di alberi, confisca di terre per motivi discutibili e infine fondazione su queste stesse terre di insediamenti illegali? Quanto vi ha aiutato istituire sciagurati checkpoint in ogni angolo e strada della West Bank e di Gaza, a ogni incrocio, per il solo fine di umiliare gli abitanti di queste zone, tra cui lavoratori, studenti, leader politici? Quale è stata, signore, l’utilità di tutto questo?Quando gli assetati proiettili dei Suoi soldati saranno sazi del sangue dei nostri bambini? Quando sarete soddisfatti del nostro sangue, che ci avete già ampiamente tolto? Quando lascerete la nostra acqua? Ma Lei non vede gli elmetti su cui i Suoi soldati scrivono ‘sono nato per uccidere’? Non vede i Suoi uomini coraggiosi assassinare ogni giorno bambini? Come può decidere di impedire agli abitanti di Gaza di rifornirsi di gas per cucinare, e allo stesso tempo di dare loro gas lacrimogeni, e carro-armati e aerei da bombardamento?Solo adesso comprendo la volontà di una donna israeliana in Italia - la mia collega Eidan, incontrata quando abbiamo partecipato insieme alla marcia di pace Perugia -Assisi in rappresentanza di Combatants for Peace. Le ho chiesto se pensava di tornare in Israele, e mi ha risposto: Ho giurato che se Ehud Barak avesse vinto le elezioni, avrei lasciato Israele per sempre. Continua a vivere in Italia perché Lei agisce come se non esistesse alcun partner palestinese con cui discutere di pace.In questa breve lettera non posso neppure cominciare a descrivere l’enormità dei fallimenti etici che hanno danneggiato la società israeliana. Secondo il quotidiano ‘Yediot Ahronot’, il 40 per cento delle nuove reclute dell’esercito israeliano ha precedenti penali, e questo spiega molto del lungo elenco di azioni contro civili palestinesi da loro compiute durante il servizio militare. Questo dovrebbe essere il migliore esercito del mondo, no? L’esercito ‘morale’. È per questo che scopriamo che il 25 per cento dei soldati dell’esercito di occupazione hanno partecipato a casi di tortura e punizione di civili innocenti, o sono stati testimoni di simili atti?Signore, voglio qui dirLe che ho letto il vergognoso report per cui ogni uomo di coscienza dovrebbe provare orrore, il report che parla della tortura dei bambini di Hebron. E questo - lo strangolamento di bambini palestinesi da parte di soldati che volevano testare quanto tempo potessero resistere senza respirare, ‘incidenti’ commessi da capitani del Suo esercito, l’esercito più morale del mondo - questo è la corona di disonore sulla fronte dell’occupazione.Signore, come giustifica l’uso di bambini di dieci anni da parte dei Suoi soldati come scudi umani, legati alla testa delle loro pattuglie mentre cercano i wanted, o disperdono una manifestazione? Dove il diritto internazionale consente tutto questo? Tento di capire se l’uso di bambini come scudi umani sia in un certo modo correlato alla scienza della guerra moderna, perché l’accusa che sento in ogni caso di uccisione di bambini in particolare, e di civili in generale, è che sono i combattenti palestinesi per primi a usare come scudi umani normali cittadini. Come può esserci una giustificazione e distinzione giuridica nella terminologia israeliana, ma non in quella internazionale, tra Israeliani e Palestinesi?Come può Lei giustificare la morte di quegli innocenti che cercano semplicemente di passare attraverso i checkpoint allestiti dai Suoi soldati a ogni ingresso di città, villaggio, campo, e che impediscono alle donne di camminare fino ad un ospedale per dare alla luce i propri figli? Acconsentirebbe mai a che questo accadesse a Sua moglie? Cosa farebbe?Esistono però soldati israeliani che hanno combattuto il popolo palestinese, e che al momento della verità hanno capito di non essere che pedine ostaggio dell’occupazione. Hanno avuto il coraggio e il valore di annunciare tutti insieme che rifiutavano di essere degli occupanti. Hanno rivelato le falsità dei loro leader, che sostengono che Israele tende la mano per la pace, ma non ha un partner dalla parte palestinese.Hanno scoperto che nessuno di loro ha mai incontrato un vero combattente palestinese in uno scontro diretto, e che il loro lavoro quotidiano è stato invece dare la caccia agli scolari, attuare chiusure, distruggere case, e costruire checkpoint e blocchi stradali per fermare ragazzini di neppure tredici anni. Hanno adottato una posizione morale e coraggiosa, e senza alcuna difficoltà hanno trovato un partner dal cuore stesso del movimento palestinese, uomini e donne che hanno sprecato la primavera della giovinezza nelle carceri della vostra occupazione.E insieme a loro hanno fondato Combatants for Peace. Già il nome snuda le false promesse, e la politica secondo cui non esiste un partner per la pace. Questa organizzazione, unita nel coraggio e nella moralità, è costituita da persone di entrambe le parti che capiscono che è un solo, condiviso nemico a nascondere la strada verso la pace e la vita insieme come due nazioni. Questo nemico è l’occupazione israeliana, illegale e immorale. Sono un membro di questa organizzazione, e chiedo a tutto quelli che cercano una pace autentica di unirsi a noi.Diciamo al nostro popolo la verità, solo la verità. Siamo impegnati in una resistenza non violenta all’occupazione, e mi rivolgo qui, in questa lettera, al popolo della nostra nazione palestinese, narrato nelle pagine della storia come simbolo della capacità di resistenza e recupero, un popolo che ha avuto l’umanità di fronteggiare decenni di abusi e occupazione con la più pura fermezza. E mi rivolgo anche agli israeliani, perché accettino la responsabilità etica e storica di creare due stati insieme, e avviare una intifada nazionale, umanistica, pacifica, una rivolta contro questa occupazione ingiusta che ha trasformato i vostri figli in criminali di guerra e vili assassini.Israeliani, finitela di inviare i vostri soldati, i vostri figli, a uccidere i nostri figli, perché il sangue dei nostri figli e di tutti gli innocenti palestinesi inseguirà i vostri soldati e i generali del vostro esercito fino ai tribunali internazionali, come tutti gli altri criminali di guerra del mondo. Imparate la lezione. L’Onorevole Generale è certo consapevole che la maggioranza dei capitani e generali dell’esercito israeliano non può entrare negli stati europei, perché sarebbero dei ricercati, lì, da arrestare e trascinare in tribunale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.Solo un’ultima parola. Fino a quando il suo assassino non sarà consegnato alla giustizia, e non passerà il resto dei suoi giorni in carcere, tra i criminali, il sangue di Abir rimarrà come una corona nera sulla fronte di ogni israeliano e di ogni ebreo del mondoBassam AraminLettera di un padre palestinese al ministro della difesa israeliano

3  Una lettera aperta di Bassam Aramin, co-fondatore dei combattenti per la Pace al padre di Ahmed   Sintesi personale 

Ho appreso della morte di tuo figlio, Ahmed Musa, dalla radio palestinese. Noi palestinesi non possiamo imprigionare i nostri figli nelle case. Essi devono vivere la loro vita, giocare all'aperto , andare a scuola.Dobbiamo dire a noi stessi che ci deve essere nella nostra terra un luogo sicuro dove loro possono vivere .Non dovrebbero essere i nostri villaggi sicuri? Non dovrebbe essere sicuri i cortili delle nostre case e le nostre scuole ?Ma i nostri figli sono assassinati a sangue freddo di fronte alle nostre case, nel cuore dei nostri villaggi e davanti alle nostre scuole. Dei soldati , un anno fa, colpirono alla testa mia figlia, Abir Aramin all'uscita della scuola esattamente come un militare di frontiera ha centrato alla testa tuo figlio, Nel momento stesso in cui ho sentito la notizia della sua morte , mi sono trovato a parlare ad alta voce con loro . "Ya Ahmed e Abir vi incontrerete in paradiso.Andate in pace, non abbiate paura, non siete soli, altri bambini vi aspettano. Sono più di un migliaio i bambini palestinesi che sono stati uccisi dal 2000. E io mi auguro con tutto il cuore che Ahmed sia l'ultima vittima di questi crimini di guerra legittimati,ma non posso fare a meno di chiedermi chi sarà il prossimo?Il Maggiore Generale Gabi Ashkenazi, Capo di stato maggiore della forze di occupazione israeliane, ha affermato "La mia paura più grande è la perdita di umanità [tra truppe israeliane] a causa della guerra." Devo informare gli illustri generale che questo è già avvenuto molto tempo fa e se a loro non interessa più di tanto la sorte dei palestinesi, dovrebbero preoccuparsi per come i militari trattano gli stessi israeliani.,quando come a Bil'in ,a Nil'in ,a Artash in Galilea e in Tulkarem, si uniscono pacificamente alla mostra protesta
Ci sono migliaia di israeliani che rifiutano di partecipare a questi crimini, che macchiano di vergogna le uniforme dell'esercito israeliano . Ci sono israeliani come Tsfiya Itamar che sentono il dovere etico e umano di stare con noi Che cosa possiamo fare noi dinanzi a questa macchina di guerra così tecnologicamente avanzata, che distrugge brutalmente ogni giustizia e moralità ? Noi continueremo a chiedere giustizia per i nostri figli. Voglio essere chiaro: noi non cerchiamo vendetta: non uccideremo una giovane ragazza israeliana davanti alla scuola in nome dei nostri cari, bambini morti . Noi rifiutiamo la violenza . Lei ed io,come ogni palestinese, dobbiamo lasciarci guidare dalla nostra umanità e dagli insegnamenti della nostra grande fede Bassam Aramin


Bassam Aramin Articolo originaleFrom One Bereaved Palestinian Father to Another. An open letter by Bassam Aramin, co-founder of Combatants for Peace


http://italy.peacelink.org/palestina/articles/art_20321.html

Aggiornamento  Israele non saranno processati i poliziotti accusati di aver ucciso Abir Aramin  due poliziotti israeliani sospettati di aver ucciso una bambina palestinese di dieci anni  nel 2007 non saranno processati. Secondo l'Alta Corte israeliana, è passato troppo tempoper poter fare chiarezza su quanto avvenuto nella cittadina di Anata, in Cisgiordania, nel gennaio di quattro anni fa.

Secondo la sentenza della corte, già al centro di forti critiche, le indagini della polizia intorno al caso sono state "disordinate" e "negligenti", e per questo le spese legali della famiglia della ragazzina, che da anni lotta perché sia resa giustizia, dovranno essere coperte dallo Stato.
Abir Aramin stava facendo merenda con la sorella e alcuni compagni, in una pausa scolastica, quando fu colpita fatalmente alla testa. Secondo alcuni testimoni oculari, il colpo sarebbe partito da due guardie di confine che in quel momento sarebbero passate di lì a bordo di una jeep. Nelle vicinanze, vi sarebbero stati scontri, con lanci di pietre da parte di alcuni palestinesiLa polizia condusse qualche breve indagine al tempo, concludendo che la possibile causa della morte di Abir avrebbe potuto essere stata una pietra. Ma una perizia medica voluta da alcune Ong israeliane ha smentito, sostenendo che ad uccidere la bambina è stato unproiettile di gomma partito dalla jeep della polizia. Tesi comprovata l'anno scorso anche da una corte civile, secondo cui vi è assoluta evidenza dell'ipotesi del proiettile.
Sgomento per la sentenza di oggi da parte della Ong Yesh Din: "Una bambina innocente è stata uccisa e qualcuno deve assumersene la responsabilità - ha detto il direttore Haim Erlich - non è stata fatta giustizia". Israele, Non Andranno A Processo I Poliziotti Accusati Dell'omicidio Di Una Bambina Palestinese
    Notizie da Israele: Abir Aramin è stata colpita alla testa, ma nessuno le ha sparato