domenica 28 febbraio 2010

Gideon Levy : “Disperdere nubi di fosforo bianco su Gaza.” ovvero la Hasbara del governo israeliano


Se avete un momento o siete annoiati o depressi, se avete il sospetto che ci potrebbe essere qualcosa di vero nelle critiche fatte a Israele, o vi sentite semplicemente come se steste per scoppiare in una sonora risata, basta entrare nel sito web del Ministero dell’Informazione e della Diaspora.Ci troverete una innovazione di proporzioni globali – della propaganda programmata per fuorviare gli attivisti e relazioni pubbliche per ingannare gli esperti in Pubbliche Relazioni, piuttosto che i potenziali interessati. Nicolae Ceausescu non avrebbe potuto esprimerlo meglio, e la stazione radio del Cairo che, prima della Guerra dei 6 Giorni, trasmette minacce in gergo ebraico, mai sarebbe sembrata così ridicola. I regali del Ministero dell’Informazione: un insulto all’intelligenza, il disprezzo della ragione – non solo dell’intelligenza del “popolo d’oltremare” per il quale è finalizzata questa propaganda da quattro soldi, ma anche nei nostri confronti, auto proclamati ”ambasciatori” d’Israele. Se questo è il messaggio ufficiale che proviene da Israele, allora noi siamo veramente nei guai. Se questi sono i nostri argomenti, allora tutti coloro che ci criticano hanno ragione. Esistono dei ministri dell’informazione e della propaganda, ma solo nel terzo mondo. Benvenuta, Israele. Sesso, bugie e videotape? Non c’è gran che sesso su questo lato, ma una gran quantità di tutto il resto – miscelato con cose di poco conto, mancanza di gusto e provincialismo imbarazzante.Come daremo inizio alla nostra ricerca di informazioni? Forse con la lista dei primati – 15 milioni di sacchi di Bamba prodotti in un mese – 1000 sacchi al minuto di quello spuntino per bambini al gusto di burro di arachidi. Stiamo anche incrementando la forza di Krembo – 50 milioni per stagione di quelle delizie al caramello gommoso ricoperto di cioccolato. Da sentirsi gonfiare il cuore per l’orgoglio. Non c’è nulla di simile al mondo. Una terra di latte, Krembo e Bamba. E allora, perché non venite a farci visita solo per il Krembo? Può darsi che finirete per apprezzarci per il Bamba. L’attrice Ayelet Zurer sta andando bene a Hollywood, e un altro israeliano è campione mondiale nella coltivazione del cotone. E un depilatore che “fa felici le donne in tutto il mondo” è stato inventato in Israele. Procediamo oltre “ il tipico calore israeliano”, “i nostri tremendi successi nazionali” e la nostra produzione di datteri (182 Kg ad albero) - completamente finalizzati ad aprire le menti dei nostri critici e di chi ci odia. In propaganda ci si comporta come vuole la propaganda, Goldstone non è citato, l’occupazione si è dissolta. Il Golan è “una terra di ruscelli d’acqua”, i palestinesi sono “rifugiati invasori provenienti dai paesi arabi”, la Galilea è la Toscana, e il Mar Morto è una meraviglia su scala mondiale, tutto nostro. Le trasmissioni televisive, accompagnando questa deludente passeggiata, ci narrano che il mondo pensa che noi si vada a dorso di cammello (perché non abbiamo sentito parlare delle automobili), si mangi carne cotta sul barbecue (perché non abbiamo la corrente elettrica) e ci spariamo l’un l’altro (perché siamo fatti in questo modo) Bene, non c’è una briciola di verità in tutto ciò. Come è facile confutare le bugie del cammello e del barbecue, perché chi crede ancora che Israele sia fatta così? Chiedilo a un qualsiasi coltivatore di tè nello Sri Lanka o a un produttore di banane nel Cameroon ed entrambi ti racconteranno che Israele è considerato come un fornitore mondiale di armi, una forza politica ed economica, uno stato che occupa ed opprime. si può solo desiderare che essi ci abbiano considerati come cammellieri e persone dedite al barbecue. Sarebbe di gran lunga meglio che noi si andasse via. Ma queste bugie sono facili a smentire, così andiamo avanti con loro – diversamente rimarremmo intrappolati nelle accuse di crimini di guerra e di violazioni dei diritti umani. Confutare quelle è un’impresa molto ardua, quasi impossibile. In effetti, del tutto. Il ministro israeliano della propaganda ha un “suggerimento” pure per problemi di questo tipo. La sua arma per il giorno del giudizio: “Il linguaggio del corpo non è meno importante del contenuto. “Conserva uno sguardo sostenuto, distendi le mani, sorridi solo quando lo dici seriamente e cerca di conservare una espressione gentile. In questo caso le nubi di fosforo bianco su Gaza si disperderanno.Ora seriamente, nonostante questa propaganda priva di significato, le Relazioni Pubbliche israeliane sono una storia di strepitoso successo. Il mondo accetta tutti i nostri cavilli e capricci. La grande Russia venne costretta a ritirarsi dalla Georgia, ma non Israele dai Territori. Gilad Shalit ha ottenuto una fama mondiale come se non ci fosse nessun altro prigioniero di guerra al mondo, e perfino l’isteria per ciò che riguarda l’Iran proviene da Israele.

Così, per che cosa abbiamo bisogno di tutto questo Bamba e di queste storie di cammelli? Lasciateci continuare a fare le nostre cose – occupare, bombardare, lanciare proiettili da mortaio, costruire colonie, usurpare ed espellere. Al peggio, potremo sempre tirare fuori Ayelet Zurer, Krembo e il depilatore fabbricato in Israele, perché noi siamo veramente il popolo eletto.

Notizie da Israele: disperdere nubi di fosforo bianco su Gaza

sabato 27 febbraio 2010

Haaretz : "l'intifada "bianca dei Palestinesi


Medarabnews » Blog Archive » Prevenire una “Intifada bianca”
Lo status quo tra Israele e i palestinesi serve gli interessi strategici di Israele e le permette di concentrarsi sul fronte della minaccia iraniana. La situazione relativamente calma dal punto di vista della sicurezza, e il continuo mercanteggiare sui termini dei negoziati con l’Autorità Palestinese (ANP), contribuiscono a creare una percezione di tranquillità e stabilità in relazione a potenziali colloqui con la Siria.Tuttavia, a causa delle pressioni esercitate sull’ANP e Hamas, questa calma potrebbe essere distrutta in un attimo . La causa del problema risiede in una diversa visione che sta emergendo nelle due entità palestinesi, Gaza e la Cisgiordania, riguardo al potere di Israele di controllare l’agenda diplomatica e impedire un accordo nel prossimo futuro, che possa essere per loro accettabileSi può presumere che le attività dei palestinesi siano influenzate dagli sviluppi degli ultimi anni sulla scena internazionale, i quali hanno condotto a un indebolimento delle due superpotenze e ad una rivalutazione dei diritti umani. Questa tendenza si è manifestata nella Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia nel 1989 e, nell’ultimo decennio, nella Rivoluzione Arancione in Ucraina e nella Rivoluzione dei Tulipani in Kirghizistan. Questi movimenti avevano lo scopo di portare i governi al tavolo delle trattative, e il loro successo fu assicurato principalmente attraverso l’impiego dell’ “arma” dei mass mediaNon si può escludere che, sulla falsariga di queste rivoluzioni, la strategia palestinese adotti un metodo che potrebbe essere definito un’ “Intifada bianca”. Essa potrebbe comprendere un’alterazione della struttura dei colloqui con Israele, da negoziati bilaterali a multilaterali, i quali spezzerebbero il monopolio israeliano e americano sull’agenda diplomatica.La cosiddetta Intifada bianca implicherebbe maggiori sforzi per creare un sistema politico palestinese e comprenderebbe la costruzione di un’infrastruttura istituzionale per il futuro stato. Essa potrebbe prevedere una dichiarazione della fondazione dello stato palestinese, ampiamente coperta dai mass media, seguita da richieste a Israele, in primo luogo, di ritirarsi dalla Cisgiordania.L’incapacità di soddisfare le richieste potrebbe essere tale da portare ad una campagna di sanzioni economiche contro Israele, in particolare da parte dell’Europa, e ad altre iniziative nella direzione del boicottaggio e dell’ostracismo. Israele si troverà quindi dinnanzi a due difficili alternative: cedere alle pressioni – il che significherebbe abbandonare la possibilità di avere il coltello dalla parte del manico nel processo di pace – o opporvisi, il che potrebbe esporla ad un maggiore isolamento internazionale.Inoltre, è possibile che l’opinione pubblica palestinese partecipi ad una campagna di protesta incentrata sul problema degli insediamenti. Un simile passo potrebbe portare ad un conflitto violento, e accelerare così l’intervento internazionale.Per Israele, una strategia preventiva è quindi chiaramente preferibile alla politica dello struzzo, e deve essere basata su due elementi. In primo luogo, ampliare le possibilità dipomatiche nell’affrontare la quesione palestinese, attraverso un rinnovo dei colloqui e offrendo all’ANP parità di status negoziale. In secondo luogo, ampliare la cerchia di coloro che sono coinvolti nel processo diplomatico, in modo da neutralizzare in anticipo la capacità dei palestinesi di prendere iniziative unilaterali per rafforzare il sostegno internazionale nei loro confronti. Senza iniziative di questo tipo da parte israeliana le probabilità di una Intifada bianca cresceranno e, in un tale scenario, Israele avrà una ridotta capacità di plasmare la realtà geopolitica tra il Giordano e il Mediterraneo.
Shaul Mishal insegna scienze politiche all’Università di Tel Aviv;

L'Iran 'invita ' Israele a colpire i suoi impianti nucleari?

Sintesi solo gli elementi essenziali

l'Iran incita Israele di colpire uno dei suoi impianti nucleari?
Questa è una spiegazione che esperti nucleari e analisti internazionali hanno ipotizzato per spiegare perché l'Iran ha recentemente spostato quasi tutta la sua riserva di uranio a basso arricchimento di stoccaggio in superficie, secondo un rapporto pubblicato Venerdì sul New York Times. In tal modo spera, forse, che un eventuale attacco distoglierebbe 'attenzione su quanto sta avvenendo al suo interno, secondo quanto ha dichiarato un alto diplomatico europeo, e unirebbe il popolo contro un nemico comune.Gli esperti di intelligence a Washington e in Europa non sono certi che l'Iran stia cercando di costruire armi nucleari e il presidente Obama, per prevenire un eventuale azione dello Stato Ebraico,ha inviato il suo
consigliere per la sicurezza nazionale e presidente del Joint Chiefs of Staff per ribadire la posizione americana.


Quinto giorno di scontri a Hebron . Unesco preoccupato : video


Per il quinto giorno consecutivo a Hebron ci sono stati scontri fra palestinesi e forze di sicurezza israeliane. I palestinesi protestano contro la decisione israeliana di includere la Tomba dei Patriarchi e la Tomba di Rachele nel proprio patrimonio storico, in vista di un restauro. Si tratta di luoghi sacri sia ai mussulmani che agli ebrei, e si trovano nei territori occupati da Israele nel 1967.I palestinesi accusano il governo di Benjamin Netanyahu di volersi appropriare dei siti. Il primo ministro palestinese Salam Fayyad si è recato alla moschea di Abramo, per esprimere lo sdegno dell’Autorità Nazionale:“Questa moschea e le altre di Hebron, Burin o Gerusalemme est sono parti inalienabili del territorio palestinese che è stato occupato nel ’67”.Per questa decisione Netanyahu è stato criticato all’interno come all’estero. Anche l’UNESCO ha espresso preoccupazione. Israele, Unesco preoccupata da riabilitazione santuari religiosi ..Quinto giorno di scontri a Hebron video I settler, la violenza, l'impunità, il fondamentalismo e il terrorismo israeliano

2 L’Unesco ha esternato viva preoccupazione per il piano israeliano annunciato pubblicamente dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu martedì scorso riguardo al riabilitare i santuari religiosi ebraici nei territori occupati dalla West Bank in Israele. Le Nazioni Unite ritengono che la decisione israeliana potrebbe far fallire i tentativi di riaprire i colloqui di pace.L’Unesco ha esternato viva preoccupazione per il piano israeliano annunciato pubblicamente dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu martedì scorso riguardo al riabilitare i santuari religiosi ebraici nei territori occupati dalla West Bank in Israele. Le Nazioni Unite ritengono che la decisione israeliana potrebbe far fallire i tentativi di riaprire i colloqui di pace Israele, Unesco Preoccupata Da Riabilitazione Santuari Religiosi West Bank Attriti Tra Israele E Palestinesi, Per Un Progetto Di Netanyahu Che Tocca La Cisgiordania

3 Si terrà oggi a Hebron, nel sud della Cisgiordania, e non a Ramallah, come d’abitudine, la riunione settimanale del governo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Lo hanno reso noto responsabili dell’ufficio di presidenza di Mahmoud Abbas precisando che la decisione “costituisce una gesto simbolico, contro il tentativo israeliano di appropriarsi dei luoghi santi cristiani e musulmani”. L’annuncio segue una settimana di tensioni e scontri tra palestinesi e forze dell’ordine israeliane, dopo l’annuncio del primo ministro Benjamin Netanyahu di voler iscrivere la tomba dei Patriarchi di Hebron, venerata anche dai musulmani, e la Tomba di Rachele a Betlemme, nella lista dei siti patrimonio storico nazionale da tutelare. Intanto, resta alto il livello di allerta nella città vecchia di Gerusalemme, teatro nel fine settimana di disordini verificatisi sulla Spianata delle Moschee fra alcune decine di fedeli musulmani e un reparto della polizia israeliana. Il bilancio degli scontri, causati dall’intenzione di coloni ebrei di irrompere sulla Spianata, a cui è seguito un lancio di pietre contro la polizia israeliana è stato di una ventina di palestinesi feriti o intossicati dai gas lacrimogeni e le pallottole di gomma, esplose dagli agenti. Nella notte, una guardia civile israeliana è stata ferita lievemente da spari che hanno colpito la jeep a bordo della quale viaggiava nel rione palestinese di Silwan, a ridosso della città vecchia di Gerusalemme. LUOGHI SACRI: RIUNIONE DI GOVERNO A HEBRON, TENSIONI A GERUSALEMME Tensione alta a Gerusalemme dopo gli incidenti di ieri

Croce Rossa internazionale :La vita dei palestinesi continua ad essere disumana


Israele e i Territori Palestinesi Occupati:
nella West Bank la vita continua ad essere disumana per i palestinesi.

La grande maggioranza dei palestinesi ha continuato a sopportare limitazioni nei propri spostamenti. Ogni giorno gli agricoltori hanno affrontato difficoltà quando hanno cercato di raggiungere le loro terre isolate dietro alla Barriera della West Bank e nelle zone attorno alle colonie israeliane, così come i palestinesi, separati dal resto della West Bank dalla Barriera, hanno trovato molto difficoltoso ricevere servizi essenziali, come nel caso del servizio sanitario. Questo è un aggiornamento sulla situazione umanitaria e sulle attività della ICRC nei Territori occupati durante il 2009.

1Esame complessivo. Durante tutto il 2009, la vita per la maggior parte dei palestinesi della West Bank è rimasta lontana dal poter essere considerata normale, nonostante un qualche sviluppo riscontrato nell’economia locale, attribuibile principalmente alla rimozione di alcuni posti di blocco e alla agevolazione del loro attraversamento nel caso di altri. Più di metà della West Bank è sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. Qui è molto difficile che i palestinesi ottengano dei permessi di costruzione. In conseguenza di ciò. Molte famiglie costruiscono senza un’autorizzazione, a rischio di vedere le proprie abitazioni distrutte. Nel 2009, le autorità israeliane hanno demolito circa 20 case nella West Bank ed altre 50 a Gerusalemme Est. Numerosi altri palestinesi hanno vissuto sotto la minaccia di avere le loro case abbattute. Molti palestinesi hanno sperimentato la violenza per mano dei coloni. Il timore di essere attaccati ha trattenuto molti agricoltori lontano dalle proprie terre, specialmente nelle aree che contornano le colonie. Alla violenza dei coloni la reazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha continuato ad essere limitata, dato che nella maggior parte dei casi non c’erano soldati presenti laddove si erano verificati gli attacchi. Oltretutto, i coloni hanno abbattuto, incendiato, sradicato circa 10.000 alberi di ulivo negli ultimi tre anni, privando i proprietari palestinesi dei terreni della maggior parte del reddito del quale avevano necessità. la ICRC ha monitorato attentamente le conseguenze umanitarie delle attività pratiche e politiche di Israele facendo rimostranze confidenziali alle autorità israeliane sulla base del Diritto umanitario internazionale (IHL) in generale e secondo il dettato dello stato di occupazione, in particolare. Secondo il diritto internazionale umanitario, in quanto potere occupante, Israele, ha l’obbligo di trattare la popolazione civile umanamente in ogni occasione. Deve permettere la crescita naturale della popolazione e dell’economia della West Bank e deve garantire che i palestinesi abbiano un accesso appropriato all’acqua e all’assistenza sanitaria. Deve, inoltre, astenersi da ogni sorta di requisizione, di distruzione o di danneggiamento di proprietà appartenenti a civili che non siano richieste da imprescindibili necessità militari. La legge proibisce specificatamente il trasferimento della popolazione occupante all’interno dei territori occupati. Infine, la Barriera nella West Bank è in contrasto con la IHL (International Humanitarian Law), per quanto concerne il suo deviare all’interno dei Territori Occupati, allontanandosi dalla “Linea Verde” (Linea Armistiziale del 1949).

2Sopralluogo dei detenuti palestinesi e ripristino dei collegamenti con le famiglie. La ICRC ha fatto visita alle persone trattenute dai Servizi di Sicurezza Palestinesi, dalla Polizia Civile e dai Centri di Correzione e di Riabilitazione dell’Amministrazione Centrale, per supervisionare i loro trattamenti e le loro condizioni di detenzione ed il rispetto delle garanzie giuridiche. L’Organizzazione ha condiviso i suoi risultati con queste autorità su una base regolare e facendo delle rimostranze confidenziali laddove fossero appropriate. La ICRC ha visitato anche detenuti provenienti dalla West Bank in più di 30 luoghi di detenzione in Israele. Grazie al programma di visite alle famiglie della ICRC, che è stato messo in atto fin dal 1968, circa 13.400 palestinesi della West Bank hanno potuto fare visita ai parenti nelle carceri israeliane ogni mese per tutto l’anno passato. “Questo è uno dei nostri maggiori programmi ed è piuttosto un’impresa logistica, “ ha spiegato Veronica Hinz Gugliuzza, la coordinatrice dell’itinerario della ICRC che mantiene in attività il programma insieme ad altri 29 addetti del ICRC. “Ogni mese, dobbiamo ottenere in tempo dall’Amministrazione Civile Israeliana migliaia di permessi, affittare circa 665 veicoli, portare le famiglie ai posti di blocco e ai terminali e riprenderle sul lato israeliano dove autobus sono in attesa per condurle alle prigioni. Poi c’è da ripetere lo stesso processo del tutto in senso inverso per accompagnarle nuovamente a casa.

3alleviare le conseguenze dell'occupazione

La ICRC ha aiutato le famiglie più vulnerabili nella West Bank a sbarcare il lunario tramite progetti che producono reddito e programmi di denaro-in cambio di- lavoro. In particolare, l’organizzazione ha aiutato gli agricoltori ad accedere ai loro campi isolati dietro la Barriera della West Bank o attorno alle colonie, ottenendo per loro l’autorizzazione a mantenere le loro terre e ad impiantare culture. La ICRC ha, inoltre, distribuito ricoveri per animali a quei proprietari le cui greggi stavano soffrendo a causa della loro esposizione ai rigori del clima invernale. Questi ricoveri contribuiranno a ridurre la mortalità tra gli agnelli neonati fino al 10 %. In totale, nella West Bank circa 31.000 persone hanno tratto beneficio da 56 progetti durante il 2009.Tom Glue, il coordinatore della Sicurezza Economica dell’ICRC, ha evidenziato i limiti dell’assistenza: “Le nostre attività di soccorso aiutano la parte più vulnerabile della popolazione tramite programmi di denaro-contro-lavoro o fornendo loro un modo per produrre un reddito. Ma senza movimenti efficienti e prevedibili di persone e di beni, c’è una prospettiva di ripresa economica sostenibile per i palestinesi molto piccola.” La Città Vecchia di Hebron è luogo di residenza per circa 30.000 palestinesi. Rigide limitazioni al movimento nella città hanno fatto sì che circa il 70 % dei suoi residenti sia scivolato nella povertà, secondo un sondaggio del 2009 fatto dalla ICRC. La ICRC, con l’aiuto di volontari della Mezza Luna Rossa Palestinese, ha continuato a distribuire mensilmente pacchi alimentari ad oltre 6.700 persone che vivono nelle parti di Hebron rinserrate più rigidamente. Un gran numero di palestinesi ha perduto le proprie case quando esse sono state demolite dalle Forze di Sicurezza Israeliane (ISF). La ICRC ha fornito un soccorso di emergenza a più di 380 persone sotto forma di oggetti domestici basilari, beni per il ricovero e l’igiene, allo scopo di aiutarli a tirare avanti dopo la prime due settimane che seguono alla demolizione delle loro case.

4 Approvvigionamento idrico per 130.000 palestinesi.

La ICRC ha continuato ad aiutare le comunità nella West Bank a migliorare il loro accesso all’acqua sicura, diminuendo pertanto l’esposizione ad alternative inadeguate e rischiose, quali il raccogliere l’acqua piovana o comprare con grande spesa l’acqua delle autocisterne, proveniente da sorgenti non controllate. La ICRC ha completato i lavori su progetti per l’acqua a Beni Zaid ed a sud di Hebron per metterla a disposizione di 35.000 persone ed ha dato inizio al processo di rinnovo del sistema di approvvigionamento dell’acqua per Dar Salah, Al Hul e Anabta, con una popolazione complessiva di 61.000 persone. L’organizzazione ha proseguito i lavori iniziati nel 2008 per la costruzione di un ampio sistema di fornitura idrica per i 35.000 abitanti di 11 villaggi a sud di Nablus.

5 Sostegno ai servizi sanitari.

La ICRC ha effettuato 100 visite agli ospedali della West Bank per controllare l’accesso da parte dei pazienti e del personale, le scorte mediche, l’uso dei farmaci - donati dalla ICRC, i beni di consumo, l’attrezzatura sanitaria, e l’impatto determinato dalle restrizioni al movimento sulle attività ospedaliere essenziali. La ICRC ha supportato pure il Ministero della Sanità di Ramallah, mettendo a disposizione una fornitura regolare di farmaci e materiale “usa e getta” per Gaza. L’organizzazione ha pure fornito un soccorso d’emergenza nella West Bank quando richiesto; che comprende l’approvvigionamento di farmaci essenziali, di accessori e pezzi di ricambio per un trapano da chirurgia ortopedica. In aggiunta, la ICRC ha agevolato il trasporto di medicazioni per vittime di attacchi cardiaci, vaccini H1N1, liquidi per le emodialisi e sieri antivipera tra Ramallah e Gaza. La ICRC ha proceduto ad aumentare la consapevolezza del rispetto dovuto al personale sanitario, alle strutture e ai veicoli durante i periodi di conflitto. L’organizzazione ha effettuato rappresentazioni al riguardo a circa 450 gruppi sanitari di 17 ospedali nella West Bank ed a Gerusalemme Est. La ICRC ha distribuito125 uniformi allo staff dei servizi sanitari di emergenza del Ministero della Salute.

6 Collaborazione con la Mezza Luna Rossa Palestinese.

La Mezza Luna Rossa Palestinese (PRCS) continua a ricevere il sostegno dell’ICRC per essere capace di accrescere la propria capacità operativa. Nel 2009, il Pronto Soccorso Sanitario del PRCS ha risposto a circa 42.800 chiamate nella West Bank e circa 5.500 a Gerusalemme Est. La ICRC ha donato alla PRCS, nel 2009, 11 ambulanze che sono state impiegate tutte nella West Bank. La PRCS ha realizzato dei corsi di formazione di fine anno, laboratori di valutazione e progettazione per migliorare le capacità dei propri volontari della West Bank con il compito di rispondere ad una serie di situazioni disastrose. Ha gestito, inoltre, il corso per un Posto Sanitario Avanzato per volontari in coordinamento con la Difesa Civile, il Ministero della Sanità e le agenzie di polizia. La PRCS ha tenuto sedute sulla Croce Rossa e sul Movimento della Mezza Luna Rossa, sull’IHL e sulle questioni delle insegne per oltre 500 gruppi di personale e volontari della PRCS, per le Forze di Sicurezza dell’Autorità Palestinese e per altri gruppi d’ascolto. La ICRC ha continuato ad agevolare gli sforzi delle sezioni della Croce Rossa Danese, Tedesca, Italiana, Norvegese, Spagnola e Svedese nel sostenere la PRCS nei settori della sanità, del psicosociale, della gestione dei disastri e della riabilitazione.Pr

6 Promozione del rispetto del Diritto Umanitario Internazionale (IHL) e delle normative internazionali.

La ICRC ha mantenuto un dialogo aperto con le autorità politiche, con le forze armate e con membri autorevoli della società civile per promuovere i regolamenti del diritto umanitario internazionale e delle normative internazionali applicabili ai funzionari addetti al mantenimento dell’ordine. Durante i 55 giorni di relazioni organizzate dalla ICRC, circa 1,200 componenti dei Servizi di Sicurezza Palestinesi sono venuti a conoscenza delle norme dei Diritti Umani da applicarsi nel mantenimento dell’ordine e pertinenti in particolar modo alla detenzione. Tramite letture e laboratori, la ICRC si è assicurata che l’argomento dei diritti umani, la morale e il dominio della legge fossero ben inseriti nei corsi per membri ad alto livello delle Forze di Sicurezza dell’Autorità Palestinese. In cooperazione con i presidi delle facoltà di Diritto e di studi culturali delle Università della West Bank, la ICRC ha organizzato una conferenza universitaria sul Diritto Umanitario Internazionale (IHL) nei Territori Palestinesi Occupati. La ICRC ha tenuto inoltre delle sessioni sulla ICRC e sul compito fondamentale della IHL per oltre 550 studenti universitari della West Bank. La ICRC ha organizzato una tavola rotonda sul IHL e sulla Sharia con la partecipazione di docenti di sharia , studiosi, imam e conduttori delle preghiere. Presentazioni e discussioni sulla stessa questione si sono tenuti anche con conduttori delle preghiere e rappresentanti dei waqf (associazioni caritatevoli) in vari distretti. Nel 2006, il programma dell’ICRC “Esplorare la Legge Umanitaria”, era stato integrato nei libri di testo del 12° livello e, durante il 2009, in 221 scuole hanno continuato a insegnare il programma con il sostegno dell’ICRC.

(tradotto da mariano mingarelli)

La vita dei palestinesi continua ad essere disumana

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I settler, la violenza, l'impunità, il fondamentalismo e il terrorismo israeliano

Video :demolizione delle case in Palestina e a Gerusalemme Est

torture sui palestinesi da parte dell'Idf

L'acqua in Palestina e in israele

Israele e l' apartheid

israele: Qalandia e la disumana realtà dei checkpoints

giovedì 25 febbraio 2010

Martin Kramer : imitiamo il blocco di Gaza per far nascere meno musulmani da noi


24 febbraio 2010 - "Martin Kramer ha rivelato i suoi veri colori alla Conferenza di Herzliya, in cui ha accusato la violenza politica nel mondo musulmano per la crescita della popolazione, ha chiesto che la crescita deve essere contenuta, e ha elogiato il blocco illegale e irragionevole israeliano di Gaza per il suo effetto sulla riduzione del numero dei civili abitanti di Gaza"...
"E 'sconvolgente che Kramer, che ha fatto un decennio-lunga carriera di attaccare la comprensione delle scienze socialidel Medio Oriente e demonizzare chiunque si discosta anche un po' dalla sua linea politica destra nazionalista israeliana, dovrebbe disporre di un ufficio confortabile ad Harvard come un 'fellow', mentre sputa le giustificazioni più vili per i crimini di guerra, come la punizione collettiva dei bambini di Gaza."
"Kramer, dopo tutto, non è un nessuno. Egli era un consulente per la campagna presidenziale di Rudolph Giuliani. Egli è elencato come un associato del Washington Institute for Near East Policy, l'influente think tank di Washington dell'American Israel Public Affairs Committee.
Egli è associato con Daniel's Pipe 'Middle East Forum,' neo-maccartismo un'organizzazione dedicata a molestare gli studiosi americani, che non seguono la linea politica del governo israeliano del Likud Party" ...

www.juancole.com/2010/02/harvard-professors-modest-proposal.html
http://www.huffingtonpost.com/mj-rosenberg/harvard-prof-urges-popula_b_472191.html
allegati

Commento: i tanti eurabici e pro Israele in funzione antiislam, non hanno nulla da dire? Se l'avessero detto i Palestinesi o gli arabi?

Come muore la pesca a Gaza


Il blocco economico imposto sulla Striscia a partire dal 2007, le restrizioni alla pesca e i frequenti attacchi della marina israeliana rendono impossibile la vita dei pescatori palestinesi di Gaza. E la situazione è sensibilmente peggiorata nell’ultimo anno, dopo l’offensiva militare israeliana del gennaio 2009 È quanto emerge dalle testimonianze raccolte nell’enclave palestinese da Irin News, agenzia di stampa legata alle Nazioni Unite.“Adesso – dice Muhamed Subuh al-Hissi, membro del sindacato dei pescatori di Gaza - gli israeliani ci sparano contro in ogni momento, e senza ragione. La marina continua a sequestrarci l’attrezzatura da pesca e a rompere le nostre reti. Vogliamo trovare una soluzione, ma non sappiamo quale. Per quanto può durare questa situazione?”In base agli accordi di Oslo, sottoscritti nel 1993 da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), i pescatori palestinesi hanno il permesso di uscire in mare per circa 20 miglia nautiche.Nel 2000, dopo lo scoppio della seconda Intifada, lo Stato ebraico ha ridotto arbitrariamente questo limite a tre miglia, ma - secondo i palestinesi - la situazione è definitivamente degenerata nell’ultimo anno, quando gli israeliani hanno iniziato ad aprire il fuoco contro ogni imbarcazioni, comprese quelle che si trovano sottocosta.Sono tante le storie drammatiche raccolte a Gaza da Irin NewsSami al-Qouqa è un ex pescatore di soli 30 anni, proveniente dal campo profughi di al-Shati, nel nord della Striscia. Ha perso la propria mano sinistra nel marzo 2007, quando la sua imbarcazione da pesca è stata presa di mira dal fuoco della marina israeliana in un incidente documentato dal Palestinian Centre for Human Rights (Pchr)Da allora Qouqa non può lavorare, e lui e la sua famiglia per sopravvivere dipendono dalle razioni della Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa). Gli israeliani – come ha ribadito a Irin News il portavoce dell’esercito Avikhay Adrii - si difendono dalle accuse sostenendo che la marina colpisce solo i mezzi sospettati di contrabbandare armi all’interno di Gaza, minacciando così la sicurezza di Israele. A febbraio, in seguito al rinvenimento di esplosivo su una spiaggia israeliana, il capo della marina, il generale maggiore Eliezer Marom, ha dichiarato alla stampa che le “organizzazioni terroriste” stavano “facendo un uso cinico dei pescatori di Gaza per i propri fini”. Secondo il Pchr, tuttavia, solo nell’ultimo anno sono stati 36 gli attacchi compiuti dai militari israeliani ai pescatori palestinesi, mentre questi si trovavano all’interno della zona “protetta”. I risultati di questa politica sono evidenti.
Dieci anni fa – afferma l’istituto di ricerche palestinese Pal-Think – a Gaza vi erano circa 6 mila pescatori che raccoglievano circa 3 mila tonnellate di pesce all’anno; adesso non superano le 3600 unità.Come muore la pesca a Gaza


2 Gaza, l’assedio di Israele sta distruggendo l’industria della pesca Poi non meravigliamociGaza – Centinaia di barche palestinesi stanno ormeggiate nel porto di Gaza. Intrappolate dall’assedio israeliano sulla striscia costiera, non sono possono andare in mare. Il blocco israeliano implica che non c’è carburante per alimentare le imbarcazioni e i barcaioli se ne restano nel porto, incerti sul loro futuro. Hanno poche speranza che la crisi finisca presto.Continua qui

Sternhell: il socialismo tradito da Israele


i kibbutz servirono soprattutto a conquistare il territorio D i recente hai scritto un importante lavoro sulla nascita dello Stato israeliano «Nascita d' Israele. Miti, storia, contraddizioni». Come è nato? E come si collega con gli altri tuoi lavori? «Qui c' è un aspetto autobiografico. Quando giunsi in Israele, nel 1951, sentivo sempre parlare di socialismo israeliano. Ma non capivo di che socialismo si trattasse. Non capivo il concetto di comunità di lavoro. Quando andavo a scuola vedevo i contadini della comunità di Magdiel (una delle prime quattro comunità di lavoro ebraiche, moshavot, fondate nel 1924) che andavano a lavorare molto presto alla mattina. Poi, oltre ai contadini proprietari, c' erano anche dei lavoratori salariati che lavoravano altrettanto duramente ma non erano considerati sullo stesso piano. Io non capivo la differenza tra questi due gruppi. Il punto è che il kibbutz originariamente era stato concepito anche come un' entità politica dove realizzare gli ideali socialisti. Infatti, quando dopo la guerra arrivarono nuove ondate di immigrati, nei kibbutz si discuteva sull' importanza del lavoro indipendente, senza assumere forza lavoro dall' esterno. Eppure, al di là della fedeltà al principio teorico-ideologico socialista del non-sfruttamento, c' era la necessità di dar lavoro ai nuovi arrivati. Inoltre, il lavoro è un grande fattore di integrazione. «Nel mio lavoro, che copre il periodo dal 1905 - inizio della seconda immigrazione sionista - al 1948 - fondazione dello Stato di Israele - analizzo le vicende della Confederazione del lavoro, l' Histadrut e poi del partito laburista, il Mapai. Entrambi parlavano di socialismo: ma che tipo di socialismo avevano in mente? Il socialismo era nel kibbutz, che voleva essere una società socialista esemplare. Ma fuori, la società non era diversa da quella borghese; in più, era anche povera. «Il mio interrogativo centrale si rivolgeva al rapporto tra socialismo e nazionalismo. Da un lato volevano costruire una società ebraica che avrebbe potuto costituirsi come Stato, e dall' altro volevano costruire una società giusta, egualitaria e democratica. Ma non riuscirono a mantenere un equilibrio tra i principi del nazionalismo che sono particolari e quelli del socialismo che sono universali. La costruzione dello Stato e la conquista dell' indipendenza si scontrarono con i principi del socialismo. Aaron David Gordon, il pensatore sionista e protosocialista di inizio secolo, diede un significato classico della nazione seguendo l' impostazione organicista e nazionalista. Per Gordon è la nazione che crea l' individuo, la cultura e il linguaggio. Intervenendo dal proprio kibbutz, Degania, il primo ad essere fondato, Gordon sosteneva che i lavoratori ebrei vogliono unirsi con gli ebrei borghesi, e non con i lavoratori di un altro Paese. Non pensava di modificare l' ordine sociale esistente. Non c' era alcuna intenzione di rompere con il capitalismo. «La lotta di classe non era prevista mentre, al contrario, la cooperazione tra le classi era considerata necessaria per la costruzione della nazione. E infatti, negli anni Venti e Trenta si stringe un' alleanza tra il partito socialista e la borghesia. I sindacati non lottano per un mutamento sociale e, in sostanza, accettano il capitalismo, mentre la borghesia «rinuncia» a esercitare direttamente il potere politico lasciando spazio ai laburisti. Ad esempio, Ben Gurion fin dall' inizio degli anni Trenta cerca di eliminare le scuole operaie gestite dall' Histadrut (ci riuscirà completamente solo negli anni Cinquanta). I sostenitori del progetto "nuova educazione", tutti giovani immigrati dall' Urss, volevano scardinare l' impostazione esistente e creare una educazione libera che forgiasse bambini autonomi e consapevoli. Costoro vennero emarginati e indirizzati in kibbutz dove potevano mettere in atto i loro esperimenti»Ma che interpretazione dai del kibbutz?«Pensiamo a 200 giovani donne e uomini che sbarcano da una nave a Jaffa o ad Haifa e si disperdono nel Paese. Queste persone, quando fondano un kibbutz e prendono possesso della terra, diventano un vero e proprio corpo combattente. Il kibbutz diviene una postazione militare. Moltiplichiamo questi 200 per 10, 15 o 20 e si ha il controllo della Galilea, della Valle del Giordano e di altre aree strategiche. In realtà il kibbutz fu uno strumento per la conquista del territorio e la nascita del Paese; non fu uno strumento per il cambiamento dell' ordine sociale. L' unico tentativo per riprodurre il kibbutz fu quello del "battaglione del lavoro" che però venne presto eliminato da Ben Gurion, il quale voleva mantenere il ruolo centrale dell' Histadrut. Un altro progetto egualitario fallì quasi subito. «Negli anni Trenta, quando la situazione economica migliorò, venne introdotto il salario famigliare per finanziare soprattutto le spese mediche e di istruzione. Quest' idea egualitaria venne però abolita poco dopo la nascita di Israele. E questo comportò anche l' abbandono di ogni ipotesi di modifica del sistema capitalistico. Allo stesso tempo si rinunciò anche all' idea di una cooperazione tra i lavoratori arabi e quelli ebrei. Questo problema creava una forte conflittualità tra i vecchi insediamenti ebraici in Galilea, che impiegavano forza lavoro araba, e quelli nuovi, della quarta immigrazione, che impiegavano solo manodopera ebraica. I leader sindacali rinunciarono presto all' egualitarismo perché questo confliggeva con gli interessi nazionali. Il socialismo era concepito per favorire la costruzione dello Stato e della nazione. Il sindacato si identificava con i lavoratori ebraici della terra di Israele e quindi la collaborazione con gli arabi era praticamente inconcepibile. Del resto, nel 1922, lo stesso Ben Gurion disse che erano arrivati in Palestina non per organizzare qualcuno ma per conquistare la terra». Come vedi il futuro dello Stato di Israele? «Nella mia opinione l' acquisizione e occupazione delle terre fino al 1948 fu legittima in quanto necessaria: era una questione di sopravvivenza. Gli ebrei avevano bisogno di un pezzo di terra in cui vivere. Del resto nessuno li voleva. Dopo la Seconda guerra mondiale c' erano 300 mila rifugiati ebrei che non sapevano dove andare. Per questo non ho mai avuto nessun dubbio sulla legittimità del sionismo fino alla nascita dello Stato di Israele; per questo penso che tutto quello che è stato fatto fino al 1949 fosse giusto, nonostante la Nakbah e l' espulsione degli arabi-palestinesi: era un' esigenza vitale. Ma allo stesso tempo credo che tutto quello che è stato fatto dopo il 1967 non sia stato né legittimo né giusto, perché non riguardava alcun interesse vitale. «Tra il 1949 e il 1967 fu chiaro che tutti gli obiettivi del sionismo potevano essere raggiunti all' interno dei confini di allora (la Linea Verde). In precedenza, invece, vi era stata una situazione di guerra più o meno continua tra ebrei e arabi. Gli insediamenti impiantatisi al di là della Linea Verde dopo il 1967 sono la più grande catastrofe nella storia del sionismo, perché hanno creato una situazione coloniale, proprio quella situazione che il sionismo voleva evitare. La divisione tra lavoratori arabi ed ebrei lastricava la strada verso il colonialismo, e questo fu chiaro dopo il 1967. Pur tenendo conto di tutti i disagi inflitti agli arabi-palestinesi il sionismo salvò più di mezzo milione di ebrei che, se non avessero abbandonato l' Europa, non sarebbero sopravvissuti. Il sionismo però, a mio avviso, si fonda sui diritti naturali dei popoli all' autodeterminazione e all' autogoverno. Ne consegue che questi diritti sono anche propri dei palestinesi. Perciò il sionismo ha diritto di esistere solo se riconosce i diritti dei palestinesi. Chi vuole precludere ai palestinesi l' esercizio di tali diritti non può rivendicarli per se stesso soltanto. «Tutto ciò deve essere messo in pratica e richiede una visione liberale della nazione che non si è mai realizzata praticamente da nessuna parte. I diritti nazionali sono un' estensione dei diritti individuali e per questo sono universali: i diritti degli israeliani non sono differenti da quelli dei palestinesi. Per questa ragione gli insediamenti devono fermarsi e l' unica soluzione logica sia per gli ebrei sia per gli arabi è quella di due Paesi per due popoli. L' ipotesi di un unico Stato non solo porta all' eliminazione dello Stato ebraico ma apre la strada a conflitti sanguinosi per generazioni. Due Paesi, fianco a fianco, fondati su uguali diritti per entrambi i popoli, questa è la strada giusta e necessaria: ogni altra scelta condurrebbe o al colonialismo o alla eliminazione di Israele in uno Stato binazionale»

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martedì 23 febbraio 2010

DAI CHECKPOINT AL “MURO”, PAGANO SOPRATTUTTO LE DONNE


Pesa soprattutto sulle donne palestinesi la difficile realtà della vita in Cisgiordania, resa ancor più dura dall’aumento progressivo di barriere, posti di blocco e dal “Muro di separazione” che taglia la regione: a denunciare la condizione delle donne nei Territori palestinesi occupati (Tpo) è il rapporto “Checkpoints and barriers: searching for livehoods in the West Bank and Gaza gender dimension of economic collapse”, pubblicato dalla Banca mondiale. Il documento, di circa 110 pagine, analizza l’impatto delle centinaia di checkpoint e del “Muro di separazione” voluto dalle autorità israeliane sulle vite delle donne palestinesi, dal punto di vista sociale ed economico. Nello studio si evidenzia come, tra il 2000 e il 2007, la popolazione femminile abbia dovuto fare rinunce e imparare a destreggiarsi tra mille difficoltà. “Molte donne hanno dovuto abbandonare il lavoro, a causa dell’impossibilità di gestire la famiglia e recarsi ogni giorno in ufficio, ritardando ore ai posti di blocco e senza la certezza di poter passare da una parte all’altra” si sottolinea nel rapporto, secondo il quale le donne sono “le prime vittime delle restrizioni e del collasso economico” provocato dal progressivo isolamento imposto da Israele. L’assenza di un sistema giuridico in grado di fornire una difesa o protezione nella vita quotidiana dei cittadini, si afferma ancora nel documento, “crea nella popolazione un senso di collasso dell’ordine pubblico, sociale e morale, di cui a pagare il prezzo sono ancora una volta, per prime, le donne”. Secondo gli esperti, inoltre, le difficoltà economiche e la perdita di occupazione maschile hanno un impatto diretto sull’aumento della violenza domestica.[AdL]
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=266898

Israele vara il drone più grande del mondo e blocca la vendita di missili russi a Teheran


M.0.: NUOVO SUPER-DRONE ISRAELIANO PUO' RAGGIUNGERE L'IRANSegnatevi questo nome: The Heron Tp, detto anche Heron 2 e Eitan. E' il più grande drone (aereo senza pilota) mai costruito. L'hanno realizzato i ricercatori dell'Israel Aerospace Industries e l'aviazione militare d'Israele l'ha presentato ieri, domenica 21 febbraio 2010, alla stampa.Arma micidiale. Grande come un Boeing737, un'apertura alare di 26 metri, una quota di volo fino a 12mila metri e oltre 20 ore di autonomia. "Con l'inaugurazione dell'Heron Tp realizziamo un sogno", ha commentato durante la cerimonia di presentazione il brigadiere generale dell'aviazione israeliana Amikam Nortin, comandante della base che ospita il drone, con l'eccitazione che alcuni uomini e alcuni militari provano di fronte a strumenti di morte sempre più sofisticati. L'Heron Tp, di sicuro, inaugura una nuova fase nel suo genere. "Può fare tante missioni. Può fare anche un certo tipo di missioni speciali che nessun altro Ual - Unmanned Aerial Veihcle - (aerei senza pilota) può realizzare", ha commentato il tenente colonnello Eyal Asenheim, che fa parte dello staff che ne curerà le azioni.Azioni, in vero, di tutti i tipi. Dal rifornimento in volo, all'intercettazione e all'oscuramento delle comunicazioni del nemico, fino a un vero e proprio attacco missilistico su un obiettivo.L'autonomia di volo, poi, permette di colpire ben oltre il Golfo Persico. Nessuno dei militari presenti alla cerimonia dell'Heron Tp ha risposto in modo diretto alle domande dei giornalisti, ma è non è certo un segreto che il destinatario della nuova arma israeliana è l'Iran.Conto alla rovescia? Il 16 febbraio scorso, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad l'ha detto senza mezzi termini: "Sono convinto che l'entità sionista sta cercando di dare avvio a una guerra, in primavera o in estate, ma credo anche che non sia stata ancora presa una decisione definitiva". Da Mosca, dove si è recato in visita ufficiale, gli ha risposto il premier israeliano Benjamin Netanhyau: "Non esiste alcun piano militare contro l'Iran. Sono le solite manipolazioni di Ahmadinejad, che alza la tensione in vista delle nuove sanzioni a Teheran. Sanzioni per le quali non dovremmo perdere tempo, aspettando il via libera del Consiglio di Sicurezza". Netanyahu ha le idee chiare: l'Onu è un inutile perdita di tempo. Lo dimostra la storia stessa dello Stato d'Israele, che viola tutte le risoluzioni del Palazzo di Vetro dal 1948. Inoltre, in passato, i vertici politico - militari di Tel Aviv non hanno esitato ad agire da soli: nel 1981 venne bombardato il sito di Osirak, in Iraq, dove il regime di Saddam sviluppava il suo programma nucleare. Lo stesso è accaduto nel 2007, in Siria. Nell'attesa di sapere se accadrà di nuovo, ora che all'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (Aiea) non c'è più il segretario generale El Baradei e il nuovo corso dell'ente dell'Onu si annuncia meno morbido con Teheran, il governo di Ahmadinejad ha incassato un brutto stopCorsa agli armamenti. Alexander Fomine, vicedirettore del Sistema Federale russo di cooperazione tecnico - militare, ha dichiarato il 17 febbraio scorso che la fornitura di missili all'Iran è sospesa a tempo indeterminato.Il rinvio è dovuto a problemi tecnici, la fornitura verrà effettuata quando saranno risolti", ha detto all'agenzia Interfax il dirigente russo, che ha escluso qualsiasi coincidenza tra questa decisione e la visita del premier israeliano Netanyahu a Mosca. In realtà un nesso c'è, visto che il sistema terra-arai S-300 è ritenuto di vitale importanza dal regime degli ayatollah per difendere i siti del suo programma nucleare da un eventuale attacco mirato Usa o israeliano. Il blocco delle forniture ufficiali avviene dopo il fermo delle consegne illegali, quando gli agenti dei servizi segreti israeliani intercettarono un carico di armi per l'Iran dalla Russia. Per equilibrare lo scacco moscovita, Teheran ha annunciato - il 19 febbraio - attraverso la televisione di stato il varo del primo cacciatorpediniere di fabbricazione iraniana. "Il cacciatorpediniere Jumaran si è già unito alle forze navali dell'Iran nelle acque meridionali del Golfo Persico". Armato di siluri, il Jumaran (lungo 94 metri e con una stazza di 1500 tonnellate) è in grado di tenere sotto il controllo dei suoi radar fino a 100 bersagli nello stesso momento. Una corsa agli armamenti che nel Golfo si è arricchita anche del nuovo sistema di difesa missilistico che, a spese degli Usa, si sono dati Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti nel mese di gennaio. In attesa delle nuove sanzioni all'Iran (che oggi ha annunciato l'apertura di altri due siti nucleare) la tensione sale e il Golfo diventa sempre più affollato di strumenti che non promettono nulla di buono.