giovedì 31 dicembre 2009

AVRAHAM B. YEHOSHUA La sfida dei rabbini a Israele

Nelle ultime settimane i rabbini appartenenti alla corrente religiosa nazionalista, e soprattutto quelli a capo delle colonie e delle accademie talmudiche della Giudea e della Samaria (i territori occupati palestinesi), si sono schierati in prima linea nell'opposizione alla decisione del governo israeliano di congelare le colonie per dieci mesi.
Alcuni di loro hanno diramato appelli ai soldati, ex studenti delle accademie talmudiche, perché rifiutino di eseguire l'eventuale ordine di evacuare gli insediamenti, sfidando così le decisioni del governo relative alla possibilità di riprendere il negoziato di pace con i palestinesi in vista di una creazione di un loro Stato.
Tra i rabbini stessi, apparsi di frequente sugli schermi televisivi sia in gruppo sia singolarmente, vi sono dissensi sul modo di esprimere la loro protesta e quella dei loro allievi. Ma sia gli estremisti che i moderati sono uniti nell'impegno religioso di mantenere la sovranità ebraica su tutto il territorio dell'Israele biblico.
Io guardo questi rabbini - energici, determinati, esperti di norme di condotta religiosa e di interpretazioni di testi sacri - e mi domando dove fossero nei secoli passati i loro predecessori che di certo conoscevano bene la Halakha, la legge rabbinica, e i versetti relativi alla sacralità e all'importanza della terra di Israele. In altre parole, perché il pensiero religioso, tanto saldo per quanto concerne la santità della terra dei padri e il rifiuto di rinunciare alla benché minima parte di essa, non ha spinto gli ebrei a giungere a questa terra in passato, quando era scarsamente popolata e per lo più desolata? Perché ebrei siriani, iracheni, egiziani, greci e dell'impero ottomano - del quale la terra di Israele era parte - e i loro confratelli osservanti d'Europa - molti dei quali erravano da un Paese all'altro - non vennero a stabilirsi nella tanto preziosa terra santa in forza di un comandamento religioso?
Dico questo in quanto la mia personale biografia comprova che l'emigrazione dalla diaspora alla terra di Israele era possibile. Il mio bis bisnonno, rabbino di Praga, lasciò a metà del diciannovesimo secolo la sua città per stabilirsi a Gerusalemme. E lo stesso fecero altri rabbini miei antenati, di un diverso ramo della famiglia, più o meno nello stesso periodo: abbandonarono la città di Salonicco, all'epoca sotto dominio turco, per trasferirsi a Gerusalemme. Ma si trattava di pochissimi, ashkenaziti e sefarditi. La classica eccezione che conferma la regola. Insomma, prima che l'antisemitismo spingesse gli ebrei a svegliarsi e a concepire uno Stato esisteva la possibilità di arrivare in terra di Israele e di compiere un precetto religioso importante anche per i rabbini.
Ma c'è di più. Nei secoli antecedenti la comparsa del sionismo la stragrande maggioranza dei rabbini e dei loro discepoli non solo non incoraggiarono le comunità ebraiche a emigrare in terra di Israele bensì, al contrario, le dissuasero dal farlo. Sappiamo dell'opposizione al sionismo delle comunità hassidiche dell'Europa dell'Est. Ma anche nei lunghi secoli precedenti la comparsa dell'ideologia sionista la teologia ebraica, in tutte le sue varianti, creò una struttura religiosa che, benché accettasse l'insediamento in terra d'Israele come precetto attivo e necessario, lo riteneva un sogno messianico, una redenzione celeste attuabile solo in forza di un potere divino. E ancora oggi comunità religiose della diaspora e d'Israele guardano con sospetto la sovranità ebraica in terra di Israele e la ritengono un male necessario piuttosto che la concretizzazione di un'importante prescrizione religiosa.
Come risolvere allora questa contraddizione: l'indifferenza e l'alienazione degli ebrei osservanti nei confronti della terra santa per centinaia di anni da un lato e l'attuale concezione che il territorio sia il più importante centro di culto religioso per il quale si può e si deve persino ribellarsi al governo laico e democratico dall'altro? Ritengo che alla base della questione sia il seguente enunciato: Israele non esiste senza la Torah. Chi lo accetta considera il governo nazionale - legittimato da decisioni democratiche - vuoto di significato perché solo la Torah e la Halakha possono dare un senso al concetto di nazionalità e gli unici autorizzati a interpretare tale concetto e a stabilire le norme che lo regolano sono i rabbini.
L'intenso attaccamento religioso al territorio non è che un pretesto, un elemento della sfida a un governo democratico nazionale. Una sfida antica che è alla base dell'identità ebraica e che si è acutizzata negli ultimi anni con il forte aumento di ebrei osservanti in Israele. Ed è una sfida che ogni governo democratico israeliano dovrà affrontare se vorrà ritirarsi dai territori occupati nel 1967 e arrivare a una pace con i palestinesi

dalla Stampa di oggi


2Yehoshua: *Livni coraggiosa Israele fermi la destra fanatica* «Di fronte all’attentato a Zeev Sternhell cresce in me la convinzione che uno Stato di diritto non può pensare di reggere a lungo intrecciandosi con un regime di occupazione esercitato alle porte di casa. Questa situazione ha finito per creare una sorta di "terra di nessuno", nei territori occupati e "insediati", in cui frange di oltranzisti hanno ritenuto, purtroppo spesso a ragione, di godere di una assoluta impunità. Ed ora pensano di poter dettare la loro "legge", fatta di furore ideologico e di violenza, anche dentro Israele». Israele, le sue paure e le sue speranze. Siamo ad Haifa, la «città del dialogo», per incontrare il più affermato scrittore israeliano contemporaneo, Abraham Bet Yehoshua. Il suo studio è, come sempre, stracolmo di libri; un caos «ordinato», scherza lo scrittore, sul quale regna sovrana la «donna della mia vita»: la moglie Rivka, psicologa e psicanalista.continua quiYehoshua:

domenica 27 dicembre 2009

Salim Nazzal Un anno dopo il genocidio di Gaza, la Palestina si rivolge alla coscienza dell’umanità


Alle 9 del mattino Gesù fu crocifisso. Intorno a mezzogiorno le tenebre scesero sulla Palestina. Gli assassini pensarono che la crocifissione fosse la fine della luce, ma la storia dimostra che la crocifissione fu l’inizio della luce: l’ascensione dall’oscura tomba verso la luce dei cieli dimostra che l’oscurità era un fenomeno temporaneo, che la volontà di resistere alle tenebre prevale, e che la cultura della vita sconfigge la cultura della morte.

L’oscurità che cadde sulla Palestina fu un atto divino con l’obiettivo di mostrare il profondo contrasto tra tenebra e luce, o era un fatto naturale che l’oscurità precedesse la luce, e dunque questo sarebbe un passaggio obbligato per muoversi verso quest’ultima? Joseph Conrad, nel sua romanzo (Cuore di tenebra), la interpretò come nient’altro che un vuoto spirituale da parte degli assassini. E’ una tenebra spirituale attraverso la quale la cultura della morte impone l’orrore ai nativi sotto la presunta bandiera della civiltà – che è il percorso della colonizzazione nel corso della storia – ma i sionisti hanno aggiunto alla teoria dell’oppressione le loro storie e la loro mitologia per giustificare la filosofia della morte.
Quello che sembra consolidare la cultura dell’oppressione sionista è il fatto che essa diventa parte integrante della cultura ebraica sionista. I sionisti hanno interiorizzato la cultura dell’oppressione nei confronti dei palestinesi; tale cultura è ormai molto radicata nel cuore e nell’ideologia degli oppressori sionisti, al punto che essi sono ormai talmente ciechi da non vedere il sangue palestinese sulle loro mani. Nelle scuole israeliane, ad esempio, si possono trovare le immagini dell’oppressione inflitta agli ebrei in Europa, ma il paradosso è che gli studenti che vedono queste immagini si apprestano a diventare assassini di bambini in Palestina. Il discorso di Netanyahu alle Nazioni Unite rappresenta l’inganno e l’ipocrisia sionista a un livello disgustoso. Egli parla come se fosse tuttora perseguitato dai nazisti, mentre le notizie quotidiane dicono che i suoi soldati sono in missione ogni giorno per uccidere palestinesi. Nel mese di dicembre, i leader della Chiesa palestinese hanno emesso un importante documento (Kairos Palestina) per ricordare al mondo che la tenebra sionista domina la Palestina: dallo strangolamento dei luoghi santi, agli insediamenti, al muro razzista, alla situazione dei profughi che sono ancora in attesa di tornare alle loro case, alle sofferenze dei prigionieri e al dolore delle loro famiglie. Tutto questo è solo una parte della cultura della morte e delle tenebre imposte dagli ebrei sionisti in Terra Santa. I leader della Chiesa palestinese hanno dichiarato che l’occupazione sionista della Palestina è un peccato contro Dio e contro l’umanità, e dunque essi invitano a resistere a tale occupazione.
Questa brutalità è radicata ovunque nella politica di Israele. Israele è l’unico stato al mondo che ruba agli indigeni i loro terreni agricoli per togliere loro l’unica fonte di sussistenza. Israele è l’unico stato al mondo che ha messo più di 4 milioni di palestinesi in una grande prigione per mezzo di oltre 600 posti di blocco che umiliano, scherniscono, e a volte uccidono, ogni singolo giorno. Israele è l’unico stato al mondo in cui i sacerdoti cristiani sono vessati, non su base individuale, ma sulla base della cultura e dell’ideologia.Israele è l’unico stato in cui vengono fabbricate T-shirt per glorificare l’uccisione dei bambini palestinesi. Israele è l’unico stato in cui uccidere i bambini palestinesi è parte della strategia, della cultura, dell’ideologia e della mentalità. Israele è l’unico stato in cui la criminale organizzazione del Mossad dà ai malati palestinesi due scelte: ottenere l’assistenza medica se lavorano come spie per i sionisti aiutandoli a uccidere ancora più bambini, o essere lasciati senza assistenza sanitaria e morire.
Israele è l’unico stato che minaccia di espellere un terzo della propria popolazione, mentre chiunque potrebbe immaginare la reazione degli ebrei sionisti se la Francia o l’Argentina minacciassero di espellere gli ebrei dal proprio territorio. Oggi, a un anno dal “Natale nero” di Gaza, i leader sionisti, Barak e Livni, sono orgogliosi di aver partecipato al genocidio, ma di cosa vanno fieri? Sono fieri di aver ucciso 420 bambini palestinesi, 105 donne, 110 anziani, 14 autisti di ambulanze e assistenti sanitari, di aver causato 5.500 feriti, non pochi dei quali hanno perso parti del loro corpo a causa delle bombe al fosforo, di aver provocato la distruzione di più di 20.000 case che non sono ancora state ricostruite perché Israele impedisce che i materiali da costruzione entrino a Gaza, di aver provocato la distruzione integrale o parziale di 18 scuole, delle condutture idriche, della centrale elettrica, delle stazioni radio e televisive, delle stazioni di polizia, delle moschee, dei ministeri.
I palestinesi vogliono vivere in pace. Vogliono crescere le loro vite e le loro famiglie lontano dalla cultura della guerra e dalle culture dei check point, delle carceri e delle bombe al fosforo. La principale sfida palestinese vorrebbe essere quella di creare un sistema politico basato sulla giustizia politica e sociale, in cui tutti i palestinesi si sentano protetti e al sicuro; di sviluppare l’agricoltura, l’industria e l’istruzione, e tutti i mezzi per garantire una vita felice a tutti. Ma ciò non può essere fatto finché la Palestina sarà occupata dalla cultura dell’odio che gli ebrei sionisti hanno portato in Palestina dai loro ghetti dell’Europa orientale.
L’interrogativo è per quanto ancora il mondo sarà in grado di non sentire le grida dei palestinesi oppressi. Per quanto tempo il mondo accetterà che gli ebrei sionisti svolgano il ruolo di Dio in Palestina e nel mondo. E per quanto tempo gli ebrei sionisti saranno in grado di uccidere e di opprimere impersonando la ridicola parte delle vittime. Si tratta di interrogativi con i quali ebrei devono confrontarsi seriamente, perché la filosofia dell’omicidio si ritorcerà contro di loro, prima o poi. Quando questo momento verrà, gli ebrei non dovranno chiedersi perché il mondo li odia; per rispondere a questa domanda dovranno prima guardare le loro mani e riconoscere su di esse il sangue dei bambini palestinesi.

Perciò è tempo che gli ebrei giudiziosi dimostrino che l’ebraismo è contro lo sfruttamento della fede giudaica finalizzato a uccidere i palestinesi e a privare la Palestina della sua libertà. Oggi se Giuseppe e la sua famiglia decidessero di fuggire da Betlemme in Egitto, egli non potrebbe farlo a causa del muro sionista che soffoca la città, e se riuscisse in qualche modo a lasciare la città e a passare attraverso i posti di blocco sionisti, il muro egiziano costruito su pressione degli americani e degli israeliani lungo il confine con Gaza renderebbe impossibile per lui la fuga. Questa è in sintesi la situazione attuale dei palestinesi, assediati tra veri muri di odio, posti di blocco oppressivi e un esercito israeliano pronto a sparare in qualsiasi momento, perché ogni soldato si sente come Dio, che decide chi deve vivere e chi deve morire, come ha confermato un soldato israeliano in un documentario che testimonia gli orrori dell’occupazione Se il documento “Kairos Palestina” si rivolge alla coscienza dell’umanità, lo fa sulla base del fatto che la Palestina porta la fiaccola della pace, dell’amore, della tolleranza e della convivenza, che nessun altro paese al mondo è in grado di portare come la Palestina, a causa della sua eredità spirituale.

E mentre l’umanità illumina gli alberi di Natale per allontanare l’oscurità e canta per la pace sulla terra, i palestinesi nei territori occupati di Palestina e gli esuli sperano nel trionfo sulla cultura di odio, per mettere fine alle tenebre sulla Palestina. Ma questo trionfo ha bisogno del sostegno e dell’aiuto di tutti coloro che credono nella dignità umana. Gli sforzi collettivi della resistenza palestinese e della solidarietà internazionale metteranno fine all’occupazione prima o poi, ma prima le tenebre scompariranno dalla Palestina e meglio sarà.

Salim Nazzal è uno storico palestinese di nazionalità norvegese; si occupa di questioni politiche e sociali mediorientali

http://www.medarabnews.com/2009/12/28/un-anno-dopo-il-genocidio-di-gaza-la-palestina-si-rivolge-alla-coscienza-dell%e2%80%99umanita/

Avvenire : La ricostruzione non è mai cominciata perché Israele impedisce l’arrivo di cemento, acciaio, vetro e altro materiale edilizio.


Stanno sotto le tende, in mezzo a tubi arrugginiti che spunta no fuori da quel che resta del le loro case, ridotte a un cumulo di macerie. Molta gente del quartiere Abed Rabbo di Jabaliya, all’estremo nord della Striscia, vive in questo sta to dalla fine della guerra. Sono famiglie di contadini che non danno fastidio a nessuno. «Dal nostro villaggio non ho mai vi sto partire un solo razzo Qassam contro Israele » giura il vecchio Mohammed mentre sgrana la sua masbaha , il rosario dei musulmani. Racconta che una mattina di gennaio sono arrivati i carri armati con la stella di David seguiti dai bulldozer che in un attimo hanno spiana to le case. Racconta e impreca. Ce l’ha con tutti, Mohammed: con I sraele, certo, ma anche con Hamas che non ha portato nulla di buono, e con la comunità internazionale da cui non arriva nessun aiuto. Raed Abu-Athamma è stato un po’ più fortunato. Al momento è l’unico che possiede una nuova casa. Gliel’ha consegnata pochi giorni fa l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati. Una dimora provvisoria, realizzata con il fango, nel quadro di un programma d’emergenza che ne prevede 120, a fronte di oltre 4000 case distrutte durante l’operazione “Piombo fuso. La ricostruzione a Ga za non è mai cominciata perché I sraele impedisce l’arrivo di cemen to, acciaio, vetro e altro materiale e dilizio. E così i quattro miliardi e mezzo di dollari stanziati dai Paesi donatori durante la conferenza di Sharm- el- Sheikh della scorsa pri mavera sono rimasti sulla carta. Stretta nella morsa di un durissimo embargo e isolata dal resto del mon do per la persistente chiusura delle frontiere, Gaza è sempre più una pri gione a cielo aperto dove la povertà aumenta insieme con la disperazio ne. Non c’è attività produttiva, le in frastrutture sono crollate, migliaia di famiglie non hanno l’acqua corren te, l’accesso a cure mediche e ai ser vizi igienici si è drammaticamente ridotto. Il blocco economico impo sto da Israele riguarda i prodotti “strategici”, praticamente ogni tipo di merce, ad eccezione di medicina li, beni per la sussistenza alimenta re e benzina. «Nella Striscia entrano da 60 a 100 camion al giorno, men tre il fabbisogno minimo si colloca attorno ai 500 – spiega il vice-diret tore della sede Unrwa di Gaza, lo sve dese Christer Nordahl –. Sono rifor nimenti col contagocce, di fatto sia mo in emergenza continua». Un re cente rapporto pubblicato da sedi ci Ong parla di «punizione colletti va » e denuncia il fallimento della co munità internazionale, «incapace di porre fine all’embargo israeliano». Se a Gaza non si muore di fame è so lo perché un milione di persone, l’80% della popolazione, riceve gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite in quanto ha lo status di rifugiato (fi gli e nipoti dei profughi del 1948). Il resto è al soldo del governo di Ha mas come militare o poliziotto (32mila persone) oppure continua a ricevere un sussidio dal governo del l’Anp che controlla la Cisgiordania (77mila ex dipendenti pubblici).

Li si può notare mentre formano lunghe code davanti alle succursali della Bank of Palestine per ritirare i soldi inviati da Ramallah. Le strade sono sempre piene di gente che ciondola senza far nulla, i giovani passano le giornate al caffè, annoia ti e depressi. Molti di loro sono in gegneri, contabili, insegnanti, sen za lavoro e senza possibilità d’emi grare. «Peggio della povertà mate riale è la devastazione psicologica di chi vive chiuso in una gabbia. A sof frirne di più sono i bambini. Hanno spesso crisi di panico e sviluppano una forte aggressività – mi spiega il direttore del Centro d’igiene menta le di Gaza City, il dottor Iyad Saraj – . In passato i ragazzi si identificava no nella figura dello shahid , il mar tire kamikaze. Oggi non credo no più nella po litica, si diffonde l’uso delle dro ghe e aumenta la violenza a livello familiare».
Hamas ha perso popolarità, an che se resta sal damente al po tere, che man tiene con pugno di ferro. L’unica opposizione, quella del movimento salafita, ancor più radicale dei fondamentalisti islami ci al governo, è stata oggetto di una repressione spietata. Attorno a Ha mas sono cresciuti i “nuovi im prenditori” che gestiscono il traf fico illegale attraverso i tunnel sotterranei. A Rafah, all’estre mo sud della Striscia, sorge quella che ironicamente viene chiamata la “zona in dustriale” di Gaza, un ter mitaio nascosto da grandi tendoni da cui esce ogni tipo di merce, comprese armi e munizioni. C’è una sola economia a Gaza, quella dei tunnel (circa un migliaio scavati lungo i 12 chilometri di confine con l’Egitto), e c’è un solo potere, quello di Hamas. È l’effetto perverso del blocco israeliano. Per scavare un cu nicolo basta pagare tremila dollari a un funzionario di Hamas, mentre dall’altra parte ce ne vogliono cin quemila per far chiudere gli occhi al le guardie di frontiera egiziane.
Ma da qualche giorno, oltre confine, sono iniziati degli strani lavori. Si ve dono trivelle giallognole in movi mento e corre voce che l’Egitto stia costruendo una barriera d’acciaio sotterranea fino a 30 metri di profon dità. «Se fanno una cosa del genere Gaza morirà di fame», dice Abu Kha lil alle prese con un montacarichi pieno di sacchi di cemento. Hamas accusa l’Egitto di «comportamento inumano » . Il Cairo si difende ac cennando vagamente all’installa zione di sensori anti-contrabbando. Sto per lasciare Rafah quando sento dei colpi d’arma da fuoco. Qualcu no si è messo a sparare contro gli o perai egiziani, la tensione è destina ta a crescere. Sul fronte israeliano la calma che ha ca ratterizzato gli ultimi mesi è stata brusca mente interrotta ieri mattina con l’uccisione di tre palestinesi nelle vicinanze del va lico di Erez. «C’è una tregua di fatto» mi confer ma Abu Musaab, uno dei coman danti delle Brigate Ezzedim al-Qas sam, il braccio armato di Hamas. È il gruppo che da tre anni e mezzo tie ne prigioniero il soldato israeliano Gilad Shalit, per il quale Israele sta negoziando la liberazione in cam bio di un migliaio di detenuti politi ci palestinesi. Ma, comunque vada a finire la trat tativa, non ci sarà pace con il nemi co sionista. «L’operazione “Piombo fuso” ci ha aperto gli occhi – dice A bu Musaab –. Non si tratta più di resistere all’occupazione, d’ora in avanti sarà guerra vera e propria. Noi ci stiamo preparando » . Paro le inquietanti che fanno presagire nuovi scontri e nuovi lutti. Ab bandonata e senza cure, la ferita di Gaza tornerà di nuovo a san guinare? Le strade sono sempre piene di gente che ciondola senza far nulla I giovani passano le giornate al caffè, annoiati e depressi. Molti sono ingegneri, insegnanti, senza lavoro né possibilità d’emigrare L’80% della popolazione riceve gli aiuti per non morire di fame «Peggio della povertà, è la devastazione psicologica di chi vive in gabbia. I ragazzi non credono più a nulla: si diffonde l’uso delle droghe e aumenta la violenza in famiglia»
http://edicola.avvenire.it/ee/avvenire/default.php?pSetup=avvenire
http://www.medarabnews.com/2009/12/28/la-politica-ostacola-la-ricostruzione-di-gaza/

http://rete-eco.it/it/approfondimenti/gaza/10562-failing-gaza-no-rebuilding-no-recovery-no-more-excuses.html

Libano, bomba contro Hamas a Beirut: dati discordanti su vittime

BEIRUT (Reuters) - Una bomba è esplosa ieri sera nella parte sud della capitale libanese, colpendo un'auto usata da membri del gruppo militante palestinese Hamas.Fonti della sicurezza hanno fornito dati discordanti sul bilancio: secondo una fonte ci sarebbe almeno una vittima, secondo un'altra, invece, solo una persona ferita.

Le ambulanze sono accorse sul posto, e l'area è stata isolata per un raggio di 200 metri dal luogo dove è esplosa la bomba, in una roccaforte del gruppo sciita libanese Hezbollah.

http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE5BQ01T20091227



2 Beirut, 28 dicembre - Il presidente libanese Michel Suleiman ha condannato con un comunicato l'attentato terroristico ai danni di Hamas, commesso 48 ore fa a Beirut: "E' un atto sovversivo con cui i nemici del Libano vogliono destabilizzare il Paese", ha affermato il capo dello Stato libanese.

giovedì 24 dicembre 2009

Moni Ovadia "Felicità per me è lottare"


“Papà cos'è la felicità?”. Chiedevano le figlie a Karl Marx e lui rispondeva: “Felicità per me è lottare”. Con questo aneddoto Moni Ovadia, poliedrico artista col merito di aver portato nel nostro Paese la cultura klezmer, invita gli italiani a reagire allo squallore del panorama politico italiano. Regista, attore, cantante e scrittore di fama internazionale, Ovadia è stato intervistato da Peacereporter per fornire un'analisi della situazione politica italiana.

Cosa pensa del clima politico italiano?

E' catastrofico, difficile immaginare qualcosa di peggio. La democrazia italiana è bloccata, c'è un'eccessiva concentrazione di potere nelle mani di una sola persona. Non è possibile che il presidente del Consiglio possieda anche tre reti televisive. Finché questo sistema non cambia e l'influenza di questo personaggio non viene limitata, il Paese è sotto scacco. Non ha importanza che si chiami Berlusconi, potrebbe anche avere un altro nome, ma il problema rimarrebbe. L'esecutivo è appiattito sul premier e le voci discordanti non vengono tollerate. Il caso di Gianfranco Fini è emblematico.

Lei parla della destra, ma l'opposizione che ruolo ha in tutto questo?

L'opposizione è debole, non ha un programma. Balbetta, invece di parlare. La sinistra non è più capace di far sognare, ha esaurito le scorte. La destra a suo modo riesce ancora a proporre dei sogni, tossici, televisivi, che per me sono degli incubi, ma che piacciono alla gente.

E' la politica che avvelena l'Italia?

I politici hanno delle grandi responsabilità. I meccanismi mafiosi continuano a funzionare inesorabilmente. Gli arresti dell'ultimo periodo sono dimostrativi e riguardano personaggi che erano già stati tagliati fuori dal mondo della criminalità organizzata. La corruzione non era così diffusa nemmeno ai tempi di Mani Pulite e i continui tagli alla cultura, alla scienza e alle nuove tecnologie non fanno che aumentare il deficit italiano rispetto alle altre nazioni. Non investire nella ricerca significa ipotecare il futuro. Provo una pena infinita per i giovani, subiscono la bancarotta fraudolenta e fradicia della nostra generazione. Bisogna reagire, lottare, ma non una volta ogni tanto. Sempre. Fermiamo il dilagare della volgarità e dell'ignoranza crassa, pensiamo ad altro.

I politici hanno delle grandi responsabilità. I meccanismi mafiosi continuano a funzionare inesorabilmente. Gli arresti dell'ultimo periodo sono dimostrativi e riguardano personaggi che erano già stati tagliati fuori dal mondo della criminalità organizzata. La corruzione non era così diffusa nemmeno ai tempi di Mani Pulite e i continui tagli alla cultura, alla scienza e alle nuove tecnologie non fanno che aumentare il deficit italiano rispetto alle altre nazioni. Non investire nella ricerca significa ipotecare il futuro. Provo una pena infinita per i giovani, subiscono la bancarotta fraudolenta e fradicia della nostra generazione. Bisogna reagire, lottare, ma non una volta ogni tanto. Sempre. Fermiamo il dilagare della volgarità e dell'ignoranza crassa, pensiamo ad altro.

Ha tracciato un panorama desolante della situazione politica italiana. C'è una via d'uscita?

Bisogna mettere in pratica grandi progetti in ogni ambito. Le soluzioni sono Amnesty International, Terra Madre, Emergency. Queste organizzazioni hanno dimostrato che portando avanti grandi battaglie civili, i politici sono costretti a prenderne atto. Non bisogna mai stancarsi di lottare. Quando Martin Luther King pronunciò il suo famoso discorso “I have a dream”, nessuno pensava che il sogno si sarebbe realizzato Oggi il presidente degli Stati Uniti è Barack Obama. I cambiamenti partono sempre dal basso, non dall'alto.

mercoledì 23 dicembre 2009

Il denaro USA sostiene i coloni estremisti


l mese scorso un’organizzazione non profit di Brooklyn, l’Hebron Fund, che sostiene i coloni ebrei nella città occupata di Hebron, ha organizzato una raccolta fondi allo stadio dei New York Mets, il Citi Field.

La raccolta fondi ha avuto luogo nonostante gli appelli da parte di organizzazioni per i diritti umani negli Stati Uniti, in Palestina e in Israele perché fosse cancellata. Il fatto che l’Hebron Fund abbia probabilmente raccolto centinaia di migliaia di dollari per i coloni estremisti israeliani in un luogo importante degli Stati Uniti, con poco controllo pubblico, è un segno preoccupante per coloro che sperano che gli Stati Uniti possano svolgere un ruolo costruttivo nel raggiungimento di una pace giusta in Medio Oriente.

Forse ancora più preoccupante, secondo l’editorialista del Washington Post David Ignatius è che: “Una ricerca del fisco ha identificato l’esistenza negli Stati Uniti di 28 organizzazioni benefiche che tra il 2004 e il 2007 hanno destinato un totale di 33.4 milioni di dollari in contributi esentasse agli insediamenti e alle organizzazioni ad essi collegate”. Alcune delle organizzazioni più grandi, tra cui Friends of Ateret Cohanim e Friends of Ir David, che guidano l’occupazione della Gerusalemme Est palestinese da parte dei coloni ebrei, hanno sede a New York.

Gli insediamenti israeliani violano la Convenzione di Ginevra, che vieta alla potenza occupante di trasferire la sua popolazione all’interno del territorio occupato, e l’espansione degli insediamenti israeliani è in diretta contraddizione con la richiesta degli Stati Uniti di congelarne la crescita.

I coloni ebrei di Hebron, finanziati dall’Hebron Fund, raccolgono apertamente fondi a New York. Protetti dalle forze armate israeliane, espandono gli insediamenti nel centro storico di Hebron e cacciano via i residenti palestinesi.

Le posizioni estremiste dell’Hebron Fund sono chiare. Il direttore esecutivo dell’Hebron Fund Yossi Baumol ha detto all’American Prospect, che “la democrazia è veleno per gli arabi”, che “Israele non deve concedere agli arabi il diritto di intervenire riguardo al modo in cui il paese deve essere governato”, e che “non troverai mai la verità in un arabo”. Il rabbino capo di Hebron, Dov Lior, che partecipa spesso agli eventi dell’Hebron Fund, ha recentemente elogiato un nuovo libro nel quale si afferma che un ebreo può uccidere dei civili che forniscono sostegno morale ai nemici degli ebrei, e persino uccidere bambini piccoli, perché è probabile che, crescendo, diventino nemici.

I coloni e l’esercito israeliano regolarmente attaccano e terrorizzano i palestinesi a Hebron, secondo il gruppo per i diritti umani B’Tselem, con sede in Israele. Nel 1994, il colono di Hebron Baruch Goldstein massacrò 29 palestinesi disarmati mentre stavano pregando in una moschea di Hebron. Uno degli ospiti d’onore alla cena dell’Hebron Fund del 2009, Noam Arnon, nel 1995 definì Goldstein “una persona straordinaria”. Nel 1990 Arnon definì i tre terroristi ebrei condannati per la morte di tre palestinesi e la mutilazione di due sindaci palestinesi degli ” eroi “.

Benché l’Hebron Fund faccia credere alle autorità fiscali che il suo scopo è quello di “promuovere il benessere sociale ed educativo”, nel 2008 Baumol garantì agli ascoltatori della radio di New York che: “Ci sono delle realtà tangibili sul terreno, che sono create da persone che aiutano l’Hebron Fund e vengono alle nostre cene”n appello del 2007 spiegava: “Decine di nuove famiglie possono ora venire a vivere a Hebron … ti stanno aspettando perché tu possa accompagnarle nella redenzione della città”.

Baumol ha dedicato la raccolta fondi del 2009 alla protesta contro le “limitazioni razziste alla crescita ebraica, condotte in primo luogo dal presidente Barack Obama”.

I coloni affermano spesso che il fatto di impedire agli ebrei di vivere dove vogliono nella Cisgiordania occupata sia un atto “razzista”, non considerando le loro stesse gravi violazioni dei diritti dei residenti palestinesi. I coloni giustificano la loro occupazione di Hebron invocando il massacro di 67 ebrei residenti a Hebron da parte dei palestinesi nel 1929. Ma, invece dell’uguaglianza, i coloni di Hebron mirano ad ottenere diritti di rango superiore imposti con la canna di un fucile.

Le organizzazioni non-profit come l’Hebron Fund svolgono un ruolo sostanziale nel fomentare il conflitto in Medio Oriente, ma negli Stati Uniti, nella maggior parte dei casi, esse sfuggono al controllo. Sfacciatamente organizzano raccolte fondi pubbliche che, in generale, i mass media ignorano. Le principali organizzazioni di advocacy degli Stati Uniti, che sostengono di opporsi agli insediamenti israeliani, in genere non riescono a criticarle. In uno dei pochi reportage che appaiono sui media più importanti, David Ignatius ha evidenziato la politica auto-distruttiva del governo degli Stati Uniti, scrivendo che “coloro che criticano gli insediamenti israeliani si chiedono perché i contribuenti americani sostengano indirettamente, attraverso dei contributi esentasse, un processo che il governo condanna”.

Fino a quando il pubblico, i gruppi di advocacy, i mass media e il governo degli Stati Uniti non controlleranno e non fermeranno le organizzazioni non-profit pro-insediamenti, come l’Hebron Fund, le dichiarazioni politiche per la pace in Medio Oriente non riusciranno a porre fine alla violenza e alle espropriazioni quotidiane subite dai palestinesi.

Andrew Kadi è membro dell’organizzazione per i diritti umani in Medio Oriente, Adalah-NY: The Coalition for Justice in the Middle East;
Aaron Levitt ha lavorato come volontario nel monitoraggio dei diritti umani a Hebron, ed è membro di Jews Against the Occupation-NYC

Il denaro USA sostiene i coloni estremisti

I Cristiani sionisti e la loro influenza sulla politica della destra israeliana


Israele, la lobby Usa dei coloni

IL MONDO HA “TRADITO” I PALESTINESI DI GAZA, UNA NUOVA DENUNCIA



La comunità internazionale “ha tradito gli abitanti di Gaza” non riuscendo a impedire un embargo di quasi tre anni che costituisce una “punizione collettiva” per l’intera popolazione: a sottolineare le responsabilità del mondo di fronte al dramma dei palestinesi chiusi in quella che qualcuno ha definito “la più grande prigione a cielo aperto” mai esistita sono 14 organizzazioni umanitarie e per i diritti umani impegnate da anni in Medio Oriente. “I potenti del mondo hanno stretto mani, emesso dichiarazioni reboanti, ma in realtà hanno fatto ben poco per cercare di modificare la politica di Israele che in questi territori non solo impedisce la ricostruzione post-bellica ma nega le cure fisiche e la ripresa economica” ha detto Jeremy Hobbs, direttore esecutivo di Oxfam International, tra i firmatari di un rapporto sulla situazione a Gaza a un anno dall’inizio dell’operazione militare israeliana ‘Piombo fuso’. Il documento, di cui sono circolate anticipazioni sulla stampa palestinese e israeliana, chiede all’Unione Europea (UE) “un intervento immediato” per porre fine al blocco e denuncia che dallo scorso 18 Gennaio Israele ha autorizzato l’ingresso di appena 41 camion di cemento e altri materiali per la ricostruzione nella Striscia, “lasciando la popolazione priva di infrastrutture essenziali come scuole e ospedali, danneggiati dalle bombe e ancora inagibili”. Insieme con tre anni di embargo, si aggiunge nel documento, i bombardamenti delle Forze armate israeliane cominciati il 27 Dicembre scorso “hanno privato la popolazione civile degli standard minimi per condurre una vita degna”. Alle recenti vittime dei bombardamenti, secondo il ministero della Sanità di Gaza, vanno aggiunte altre 344 morti causate finora dai tre anni di blocco, un blocco in seguito al quale gli ospedali mancano delle forniture necessarie e non sono più attrezzati per curare i malati.[AdL]
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=262802

Natale in Terra Santa Con Padre Musallam: “questa Non È Gerusalemme…”

“Lì dove c’erano campi, ho visto colonie israeliane, lì dove una località, una strada, un posto avevano un nome arabo, quel nome è stato cancellato, non esiste che nella memoria di chi ha conosciuto quei luoghi in un altro tempo, sostituito da termini stranieri che mi ricordano i soprusi dei coloni europei nelle Americhe”: a 20 anni dalla sua ultima visita a Gerusalemme, ieri padre Manuel Musallam è tornato per una visita nella città sacra a musulmani, ebrei e cristiani e ha trovato tutto cambiato. Fino allo scorso anno parroco di Gaza e voce simbolo della resistenza della popolazione palestinese contro l’assedio israeliano della Striscia giunto ormai al suo terzo anno, padre Musallam è tornato a vivere nella sua natia Birzeit, in Cisgiordania, qualche mese dopo la fine dell’operazione militare israeliana ‘Piombo fuso’ costata la vita a oltre 1400 palestinesi, in gran parte civili. “La vista di questa Gerusalemme – dice alla MISNA padre Musallam – mi ha fatto male. Dietro ognuna di quelle nuove case costruite tra Gerusalemme e Ramallah, ci sono famiglie palestinesi espulse, costrette a lasciare i luoghi in cui hanno da sempre abitato; dietro a ogni fazzoletto di terra invaso dal cemento, ci sono le sofferenze di chi quella terra aveva da sempre coltivato”. Né, secondo padre Musallam, la situazione sembra migliorare. Anzi. “L’assedio contro la Striscia di Gaza - sottolinea - peggiora progressivamente le condizioni di vita della popolazione. Sì, c’è da mangiare, ma grazie agli aiuti di organizzazioni internazionali; c’è da bere, ma l’acqua è sporca, inquinata; ci sono tetti sotto cui ripararsi, ma non ci sono materiali per costruire, bloccati alla frontiera... e non c’è libertà, la libertà di muoversi, di lavorare, di produrre ricchezza per non dipendere dagli altri”. C’è tristezza nelle parole del sacerdote che lo scorso anno fornì alla MISNA toccanti testimonianze durante i giorni di ‘Piombo fuso’: “I bambini...sono loro che hanno pagato e continuano a pagare il prezzo più alto di questa situazione. Non giocano più come prima, non studiano, sono distratti, toccati nel profondo e forse indelebilmente dalle violenze che hanno vissuto un anno fa”. In attesa di un Natale, ancora una volta da paese occupato e inesistente agli occhi del mondo, padre Musallam spera di non rivedere quelle scene di guerra, ma la speranza per un futuro di pace che pure intende coltivare, come e più di prima, si scontra con un ostacolo che appare insormontabile: “Il problema non è Hamas – conclude - non sono nemmeno le divisioni tra i palestinesi perché prima o poi si ricomporranno, non sono le elezioni perché anche quelle si terranno; il problema sono le politiche cieche di Israele che continuano ad annullare ogni sforzo diplomatico, che tentano di eliminare la memoria di un popolo intero, minandone giorno dopo giorno la volontà di pace e il desiderio di un paese libero e indipendente”. (Intervista di Gianfranco Belgrano)[GB

2 “Il popolo palestinese vive sotto un’occupazione sempre più dolorosa, distruttrice della sua umanità. Per un conflitto che dura da più di 60 anni gli israeliani vivono, come noi, in un paese instabile, e come noi non trovano la sicurezza”. Alla vigilia del Natale padre Manuel Musallam, già parroco a Gaza, ricorda le condizioni di vita del popolo palestinese. In una nota, pervenuta al SIR, padre Musallam, a nome dei membri della Commissione islamo-cristiana di sostegno a Gerusalemme e ai Luoghi Santi di Birzeit, dove oggi risiede, scrive: “poiché la nostra terra ci è stata tolta, camminiamo curvi, nell’esilio e nell’umiliazione. Invece di vivere per costruire la Palestina, moriamo per renderla libera. La Striscia di Gaza è l’esempio più drammatico, essa geme per le sofferenze dell’ultimo conflitto, quello di un anno fa. La situazione è peggiorata per un blocco ingiusto che lascia il mondo indifferente”. Musallam parla apertamente di “crimini di guerra contro l’umanità commessi quando il mondo democratico restava in silenzio davanti al nostro dolore”. Da qui l’appello del sacerdote “a convertire i cuori, ad aprirli ai bisogni dei più poveri” nella speranza “che la fede, la speranza, la giustizia e la pace offerte al nostro popolo che soffre saranno centuplicate. Chiediamo ai fratelli del mondo intero a pregare in questo tempo di Natale implorando Dio gli uni per gli altri”.
TERRA SANTA: MUSALLAM (EX PARROCO GAZA), "PREGHIAMO GLI UNI PER GLI ALTRI"
allegati

martedì 22 dicembre 2009

Don Nagle è nato in una famiglia ebrea californiana ora vive in palestina:il Natale del prete che sfida i muri


vest hanno il mare, che in alcuni punti non dista più di 20 chilometri: ne possono quasi sentire l’odore, ma il Muro impedisce di andare oltre. A Sud hanno Gerusalemme e Betlemme, luoghi simbolo della loro fede: almeno a Natale vorrebbero visitarli, ma i permessi sono difficili da ottenere e la barriera è sempre là, insieme a decine di checkpoint da attraversare. Capita che una famiglia di 10 persone riceva i pass per la madre e gli otto figli, ma il padre figura su una qualche «lista nera» e sfuma per tutti il Natale in visita ai parenti. Per la piccola comunità dei cristiani di Ramallah, Nablus e altre località della Cisgiordania, la festa più attesa arriva anche stavolta «impacchettata» dai muri che segnano la vita nei Territori. Ogni anno l’avvicinarsi del 25 dicembre interroga i 175 mila cristiani che vivono in Israele e nelle zone palestinesi: l’1,5% della popolazione, tra sei milioni di ebrei e 3,5 milioni di musulmani. La tentazione è unirsi alle decine di migliaia che se ne sono andati«Vengono da me e mi chiedono: “Per i musulmani sono un cristiano; per gli ebrei sono un arabo. Cosa posso fare?”». Don Vincent Nagle è la persona giusta per tentare una risposta. Nato in una famiglia di ebrei californiani, affascinato dall’Islam al punto da dedicare anni di studi ad approfondirlo, girando paesi arabi e imparando lingua e culture. Il cammino lo ha poi portato ad approdi imprevisti: la conversione al cattolicesimo, poi il sacerdozio come missionario nella Fraternità San Carlo. Ora è l’uomo-chiave del Patriarcato di Gerusalemme per tenere i rapporti tra le piccole comunità cristiane nei Territori. Una missione sempre in auto, passando da un checkpoint all’altro, da una barriera alla successiva. I suoi giudizi sul Natale in Terrasanta non sono diplomatici: «Israele vuol convincere il mondo di essere a favore della soluzione dei due Stati - dice - ma basta guardarsi intorno per capire che non è così. Israele sta prendendo tutto. Le barriere non sono per la sicurezza, ma per delimitare il territorio: già l’11% della terra migliore è stata portata via ai palestinesi. E gli insediamenti crescono, nonostante la moratoria. I lavori su 3000 abitazioni già in costruzione vanno avanti, insieme a quelli di grandi strade di comunicazione tra le colonie che dividono interi villaggi».La vita della millenaria comunità cristiana è sempre più dura. In molti si arrendono. Dal Patriarcato dipendono ora anche tre parrocchie in altre parti del mondo, una proprio a San Francisco, la città di don Nagle. «Ha più parrocchiani palestinesi di quanti ne abbiamo qui», dice. Ma a colpire il sacerdote sono coloro che, nonostante tutto, non se ne vanno. «Penso al caso di Ibrahim - racconta - un greco ortodosso che ha sposato una cattolica e ora frequenta la nostra chiesa. Un tassista che vive in un monolocale seminterrato, con la moglie e cinque figli. Come molti nella comunità cristiana, in questi anni ha visto crollare il suo status sociale, anche per il muro. Gli ho chiesto perché non emigra negli Usa. Mi ha risposto che non se ne andrà, perché l’unica eredità che può lasciare ai figli è poter dire: “Sono un cristiano nella terra di Cristo”». Con il tempo, spiega il sacerdote, ci si abitua anche ai muri. I cristiani locali questo Natale ne incontrano molti, non solo le barriere di Israele. Dentro il Santo Sepolcro a Gerusalemme, per esempio, gli ortodossi hanno isolato la navata centrale con un muro per separarla dai cattolici. «Puoi reagire con il lamento - afferma don Nagle - oppure guardi quei muri e dici: “Quello che ci divide è anche ciò che ci unisce, perché ci permette di condividere lo stesso luogo”».
E qui spuntano gli spiragli di luce che permettono al Natale di Betlemme di essere, nonostante tutto, una festa. «Se la speranza fosse solo nella politica, ce ne sarebbe poca», dice il sacerdote. «Lo abbiamo capito con la visita di Benedetto XVI a maggio. I cristiani locali avevano forti perplessità, la consideravano politicamente inopportuna. Invece il Papa è venuto e ha dato ai cristiani la certezza di non essere dimenticati» «La speranza - ripete don Nagle - è vivere ora, oggi: non si può aspettare che ci siano due Stati, che scompaia il Muro. Si può essere sorpresi dalla gioia adesso, invece di puntare a un futuro indeterminato».
allegato

lunedì 21 dicembre 2009

“Resistenza e negoziati”, intervista a Marwan Barghouti

“Resistenza e negoziati”, intervista a Marwan BarghoutiGerusalemme – Uno degli esponenti chiave della politica palestinese e quindi di qualsiasi progetto di pace con Israele ha parlato con la Cnndalla sua cella nella prigione israeliana. Marwan Barghouti sta scontando cinque ergastoli in seguito alla condanna in un tribunale israeliano per omicidio e altre accuse legate al ruolo che ha avuto nel pianificare gli attacchi agli israeliani durante la seconda Intifada.È considerato da molti palestinesi il prigioniero più importante che potrebbe essere rilasciato in un scambio per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit [catturato da Hamas nel 2006, ndt].Per molti palestinesi è l’unico successore politico di Mahmoud Abbas che di recente ha annunciato non si sarebbe ricandidato come Presidente dell’Autorità palestinese (Anp).Barghouti è membro del comitato centrale di Fatah e del Consiglio legislativo palestinese. Dalla prigione di Hadarim ha risposto alle domande della Cnn attraverso il suo avvocato, Khader Shkirat.
Si candiderai come presidente nelle prossime elezioni? Cosa fa di lei un buon candidato come presidente?
Quando ci sarà una data definitiva per le elezioni presidenziali e legislative, quando sarà raggiunta una riconciliazione nazionale, quando riusciremo a convocare elezioni in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme, allora prenderò la decisione opportuna. Sono orgoglioso di avere il supporto popolare dei palestinesi dentro e fuori il paese, e anche di ottenere il più alto numero di voti nei sondaggi che sono stati condotti in questi anni.

Alcuni media la hanno descritta come il “Nelson Mandela palestinese”. Spera di riuscire a soddisfare queste altissime aspettative?
Ho moltissimo rispetto per l’esperienza e la resistenza del grande leader africano Mandela, che portò il suo popolo all’indipendenza e alla libertà. Mi auguro di essere in grado di contribuire a raggiungere la libertà e l’indipendenza per il popolo palestinese. Mandela riuscì perché trovò un partner come De Klerk, ma in Israele non c’è un De Gaulle, che pose fine alla colonizzazione francese dell’Algeria, e non c’è nemmeno un De Klerk, che pose fine al regime di apartheid.

Pensa di essere cambiato durante questi anni di prigione? La sua visione politica e il suo approccio alla politica sono cambiati?
La prigione è un posto molto duro e amaro soprattutto perché ho trascorso la maggior parte del tempo in isolamento poi in reclusione con altri compagni, ma la mia visione politica non è cambiata. Credo in una soluzione a due Stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza, e ritengo che la chiave della pace tra israeliani e palestinesi sia la fine dell’occupazione israeliana e il ritiro ai confini del 1967. In passato, ha accusato l’Autorità palestinese di corruzione. Pensa che l’Anp abbia bisogno di cambiamenti, riforme e di una leadership politica più giovane, come la sua?
L’Anp ha fatto molta strada nel combattere e riformare la corruzione, ma non è abbastanza. È necessario che faccia di più. È spiacevole e triste che finora non ci siano state sentenze né accuse contro i funzionari corrotti. Ora abbiamo bisogno di reinstaurare un sistema di giustizia trasparente e indipendente, di stabilire delle leggi e la fine degli abusi sui diritti umani, di rafforzare le libertà individuali, la libertà di stampa e di incoraggiare il pluralismo politico.

Come risolverebbe il conflitto tra Fatah e Hamas?
Durante il tempo in prigione io e dei compagni di diversi partiti siamo riusciti a redigere un documento dei prigionieri che divenne la struttura per un documento di unità nazionale che tutti i 13 partiti palestinesi firmarono il 27 giugno 2006. È il primo documento nella storia dei partiti palestinesi in cui l’Olp, Hamas e la Jihad Islamica hanno partecipato e hanno trovato un accordo su uno stato con i confini del 1967, hanno accettato che l’Olp e il presidente dell’Anp negoziassero in nome dei palestinesi, e hanno accettato l’appello a un governo di unità nazionale. Il conflitto sarà risolto richiamandosi a questo documento e con la firma di tutti i partiti nel documento di riconciliazione nazionale egiziano, e facendo ricorso alle elezioni presidenziali e legislative, rispettando la legge, ponendo fine al conflitto interno e attraverso il ripristino di un governo di unità nazionale.
Il suo approccio al conflitto israeliano-palestinese è stato descritto come “resistenza e negoziati”. Cosa intende con resistenza? Bombe? Lancio di sassi? Disobbedienza civile? Sit-in e marce?

Tutti i movimenti di libertà hanno negoziato e resistito, e quello che intendo con resistenza è quella permessa dalle leggi internazionali e che ha legittimità internazionale. In questa fase l’approccio politico, diplomatico e negoziale, aggiunto alla resistenza popolare pacifica, è sufficiente e in linea con le condizioni attuali. È un diritto del popolo palestinese resistere all’occupazione militare e agli insediamenti israeliani, diritto approvato dalla Corte di Giustizia dell’Aia, oltre che dal diritto internazionale, dalla carta delle Nazioni Unite, e da tutte le religioni.

Pensa che ci sia speranza per il suo rilascio in uno scambio di prigionieri a breve?
Faccio parte della lista su cui Hamas sta negoziando, e nutro molte speranze e aspettative di essere rilasciato in questo accordo.

Come si sente vedendo che Israele è pronto a scambiare fino a mille palestinesi per un solo soldato israeliano?
Israele sta tenendo nelle sue carceri e nelle sue strutture di detenzione più di 10 mila prigionieri palestinesi, alcuni dei quali hanno trascorso più di 32 anni della loro vita in prigione. Per di più, Israele detiene centinaia di prigionieri senza processo né accuse né niente. Israele è un paese occupante che usa l’oppressione e l’aggressione contro i palestinesi da decenni. Confisca la terre, costruisce insediamenti illegali, uccide e assassina, e arresta circa 500 palestinesi al mese, costruisce ed erige checkpoint militari, assedia la striscia di Gaza. I palestinesi hanno un soldato da scambiare contro 10 mila prigionieri, quindi è ovvio che chiederanno il più alto numero possibile. Per Israele il soldato è l’esercito, e l’esercito è lo Stato. Quindi l’accordo rilascerà il 100 per cento dei prigionieri israeliani contro il 10 per cento di quelli palestinesi.
Politici israeliani sono venuti a farle visita in prigione. Perché vengono da lei? Cosa le chiedono?
Non ho incontrato un solo funzionario israeliano dal mio sequestro nell’aprile 2002, solo un certo numero di membri della Knesset sono venuti a farmi visita. Molti di loro fanno molte visite in prigione e incontrano un certo numero di detenuti. Per la maggior parte del tempo le conversazioni riguardano gli sviluppi della situazione politica, e le pratiche dell’occupazione israeliana. Ascoltano il mio punto di vista in cui ho sempre sostenuto che il primo giorno di pace tra israeliani e palestinesi sarà l’ultimo giorno dell’occupazione. E la soluzione a due Stati è la soluzione più efficace sebbene stia diventando sempre più difficile man mano che passa il tempo.

(Traduzione di Eva Brugnettini per Osservatorio Iraq)

L’articolo in lingua originale

domenica 20 dicembre 2009

In Israele espianti d'organo clandestini da cadaveri palestinesi


Le autorità israeliane hanno rivelato che negli anni '90 venivano espiantati organi da cadaveri, anche di palestinesi, senza il permesso delle loro famiglie. Lo scandalo è venuto alla luce grazie all'intervista dell'allora responsabile dell'Istituto di medicina legale Abu Kabir, il dottor Jehuda Hiss. Anche l'esercito israeliano haconfermato questa pratica. "Ma questa attività si è conclusa una decina di anni fa", riferisce un comunicato.

Espiantati D'organi Dai Cadaveri Di Palestinesi: Scandalo In Israele

In Israele espianti clandestini.Organi tolti senza consenso a cadaveri

Israele: IDF e traffico di organi nei TO. Traduzione articolo

Israel police uncovers organ trafficking ring in north

2 Misna

Medici israeliani avrebbero espiantato illegalmente organi da palestinesi deceduti per impiantarli in pazienti israeliani in attesa di trapianto. È la clamorosa confessione di Jehuda Hiss, ex direttore dell’Istituto di medicina legale d’Israele in un’intervista registrata nel 2000 e trasmessa ieri dalla tv di stato israeliana. Nel corso degli anni ’90, ammette il responsabile, sarebbero stati oltre un centinaio i cadaveri palestinesi a cui sono stati espiantati cornee, fegati, milze e altri organi senza chiedere il permesso ai familiari degli involontari donatori. “Quello che facevamo era altamente informale – ha raccontato Hiss – e non veniva chiesto nessun permesso e nessuna autorizzazione ai parenti, perché la legge non era chiara sull’argomento”. Durante l’intervista Hiss afferma inoltre che “le palpebre dei cadaveri venivano incollate per evitare che si vedesse l’espianto delle cornee”. Nancy Sheperd Huges, antropologa dell’università di Berkley in California e autrice dell’intervista ha detto di averla consegnata alla televisione israeliana ‘Channel 2’ dopo essere venuta a conoscenza delle polemiche sorte tra il governo di Tel Aviv e la stampa svedese che ha pubblicato di recente alcuni articoli che denunciano pratiche mediche “illegali” ai danni dei palestinesi. “Alcuni dei palestinesi dai cui corpi venivano prelevati organi erano decisamente vittime di raid e combattimenti” ha affermato la Huges, precisando che anche se non ci sono prove a sostenere che le persone venissero uccise per i loro organi, la questione necessiterebbe l’apertura di un’inchiesta. Hiss fu dimesso dall’incarico di direttore dell’istituto nel 2004 in seguito a presunte irregolarità sull’espianto di organi; col passare degli anni le accuse che gli erano state mosse sono cadute ed egli occupa tutt’ora il ruolo di capo del reparto di patologia dell’istituto.[AdL]

http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=262678

Palestina, la Ue condanna l'occupazione israeliana



La condanna dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, del Muro costruito in Cisgiordania, della politica di allontanamento dei palestinesi da Gerusalemme est e del blocco imposto sulla striscia di Gaza non rappresentano più un tabu. Nemmeno per l’Unione europeaDal punto di vista dell’Ue – ha dichiarato giovedì la responsabile della politica estera di Bruxelles, Catherine Ashton - "Gerusalemme Est è un territorio occupato, così come la Cisgiordania".In questo senso – ha detto la statista britannica – la moratoria parziale sulla colonizzazione ebraica in Cisgiordania per un periodo di 10 mesi, annunciata nelle scorse settimane da Tel Aviv, rappresenta solo un "primo passo", ma non è affatto sufficiente.La stessa Ashton ha chiesto poi a Tel Aviv di togliere subito il blocco sulla striscia di Gaza, in atto da oltre due anni, e ha ribadito la condanna dell’Unione per la cosiddetta “barriera di sicurezza” (il Muro costruito da Israele in Cisgiordania) e per la politica di allontanamento dei palestinesi da Gerusalemme Est.Parlando ai membri del Parlamento europeo a Strasburgo, la Ashton ha sottolineato anche l’importanza del ruolo che, nell’ambito del conflitto israelo-palestinese, dovrà giocare il Quartetto di mediatori internazionali (Onu, Ue, Usa, Russia) guidato da Tony Blair.
L’intervento della responsabile degli Esteri è stato accolto con favore dall’ala progressista dell’assemblea.Alcuni deputati europei hanno chiesto di adottare misure punitive contro Israele, compresa la sospensione dell’Accordo di associazione con la Ue. Proinsias De Rossa, deputata irlandese di centro-sinistra, ha condannato a sua volta il trattamento che Israele adotta nei confronti della popolazione palestinese, definito una sorta di "apartheid". Dura invece è stata la reazione di Tel Aviv. Fonti del governo israeliano hanno fatto sapere di essere rimasti “sorpresi, contrariati e preoccupati” dalla presa di posizione della Ashton, affermando che tali dichiarazioni rischiano di compromettere le relazioni tra le due parti.Le critiche a Israele e alla sua politica nei confronti dei palestinesi, tuttavia, si moltiplicano. Di recente, anche l’ex ambasciatore Usa in Israele - e attuale consigliere del presidente Barack Obama - Martin Indyk, ha manifestato la propria preoccupazione.
Gli atti del governo israeliano, compresa l’ultima decisione di stanziare nuovi fondi per i coloni – ha detto Indyk in un’intervista al quotidiano Ha’aretz – danneggiano gli interessi di Israele e rafforzano la posizione dei critici dello Stato ebraico.


sabato 19 dicembre 2009

Akiva Eldar : Israele e i pendii di Masada


Per decenni i coloni hanno rubato le terre di inermi contadini palestinesi, e i governi israeliani hanno pavimentato le strade dei coloni. Ogni anno, durante la raccolta delle olive, malfattori ebrei compiono incursioni negli uliveti della Cisgiordania, e la “longa mano” delle forze di sicurezza israeliane si rivela troppo corta per aiutare i palestinesi. Nei rari casi in cui esse catturano i colpevoli, un giudice caritatevole “prende in considerazione le circostanze attenuanti”.

Ma appiccare il fuoco a una moschea – e in occasione della Festa delle Luci (l’episodio si è verificato venerdì 11 dicembre, quando alcuni coloni hanno appiccato il fuoco in una moschea nel villaggio palestinese di Yasuf, scrivendo messaggi minatori in ebraico sul soffitto dell’edificio (N.d.T.) )? Questa volta hanno davvero esagerato. Neanche il presidente ha potuto ignorare un simile “atto deplorevole”, come lo ha definito. Tuttavia, egli è lo stesso Shimon Peres, che come ministro della difesa ebbe l’onore di piantare il primo albero nell’insediamento di Ofra in Cisgiordania, le cui case sono costruite per la maggior parte su terreni privati palestinesi.

Se i coloni avessero dato fuoco a un altro campo di grano palestinese, la notizia dell’episodio sarebbe stata, nel migliore dei casi, relegata ai margini dei notiziari. Le pareti carbonizzate della moschea rendono fotografie molto migliori, però. Inoltre, se non denunciamo l’incendio di una moschea sulla riva occidentale del Giordano, cosa diremo domani, quando una sinagoga verrà bruciata sulla riva destra della Senna? Anche il rabbino Elyakim Levanon del Consiglio rabbinico della Yesha (acronimo ebraico che indica “Giudea, Samaria e Gaza” ["Yehuda Shomron 'Azza"], ovvero la Cisgiordania e Gaza (N.d.T.) ) ha annunciato, dopo l’incendio nel villaggio di Yasuf che “i luoghi santi delle tre fedi monoteistiche sono al di fuori della lotta”. Che bello che un importante rabbino di una yeshiva hesder (istituzione israeliana che combina gli studi talmudici alla pratica del servizio militare nell’esercito (N.d.T.) ) abbia denunciato questo incendio doloso. In questo modo sarà più facile per le casse dello Stato continuare a pagare i salari dei fanatici religiosi, e per i centri di reclutamento sarà più facile inviare loro più soldati.Sia ben chiaro. Quando i rabbini dei coloni parlano di “lotta”, non intendono solo l’opposizione ai poco credibili ordini di congelare le attività di costruzione negli insediamenti, e neanche soltanto l’opposizione agli ordini militari (virtuali, per il momento) di evacuare gli avamposti dei coloni. Come i rabbini stessi attestano, essi hanno dichiarato una lotta contro la sovranità dello stato – le leggi dello stato, la Knesset, il governo, i tribunali e le autorità di polizia. Levanon disse nel 2000 che “è giunto il momento di riprendere lo scettro! Di tornare al periodo di re Davide, e di sapere che la funzione dei rabbini non è quella di insegnare la Torah, ma di creare una leadership, ‘i rabbini come creatori di re’, i quali saranno il vero governo del popolo d’Israele! “.Israele non è l’unico paese che sta vivendo una proliferazione del fondamentalismo religioso. Diversi governi in Occidente, in Medio Oriente, e in alcuni paesi musulmani come il Pakistan e l’Afghanistan, hanno a che fare con movimenti estremisti che cercano di ripristinare la “gloria del passato”. Ma Israele è l’unica democrazia moderna al mondo che non soltanto si sta rivelando incapace di porre fine al pericolo di una sua iranizzazione, ma la sta promuovendo e incoraggiando. Vi sono ministeri del governo che stanno incanalando milioni di shekel verso yeshiva come Od Hai Yosef, il cui leader spirituale ha scritto in un nuovo libro che “non è necessaria una decisione nazionale per stabilire che è consentito versare il sangue di un regno malvagio. Anche le persone all’interno del regno minacciato possono far del male a questo regno malvagio”.

Israele è diventato un paradiso per gruppi fondamentalisti come Ateret Kohanim, che sta incredibilmente prendendo possesso di proprietà immobiliari nel recinto sacro di Gerusalemme. Mati Dan, il fondatore dell’associazione non-profit di Ateret Kohanim, disse a Haaretz nel giugno 2006 che “le nostre azioni fanno parte del processo naturale del ritorno di Israele alla propria patria, al luogo da cui è stato esiliato. Si tratta di un comandamento divino, e delle parole dei profeti “. Il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, e la polizia hanno lasciato capire a Dan ed ai suoi compagni che le direttive divine hanno la meglio su quelle comunali e giuridiche. Per mesi il gruppo ha violato le direttive del consulente legale del comune, Yossi Havilio, di evacuare e apporre i sigilli a un edificio che Ateret Kohanim aveva costruito senza autorizzazione nel quartiere Silwan di Gerusalemme Est.

Il fondamentalismo religioso si sta lentamente propagando come una metastasi in tutta la società. Si comincia con un ex rabbino capo e giudice di un tribunale religioso che disse ai soldati delle Forze di Difesa Israeliane, prima del disimpegno da Gaza, che “il primo ministro non è quello che comanda, quello che comanda è il Santo, sia Egli Benedetto” (Rabbi Avraham Shapira, dicembre 2004), e si finisce con un ministro della giustizia che invita alla progressiva applicazione della legge ebraica (Yaakov Neeman, dicembre 2009). Il fuoco che è stato appiccato in questa festa di Hanukkah (la Festa delle Luci (N.d.T.) ) a una moschea nel villaggio di Yasuf è un campanello d’allarme che indica che stiamo scivolando verso i pendii di Masada.