lunedì 31 agosto 2009

IL MURO DI ISRAELE E LE RISORSE IDRICHE


La barriera, che Israele costruisce dalla fine del 2002, consiste in una striscia di terra, larga 35 - 50 metri. Ha i bordi delimitati da filo spinato; all'interno vi è una serie di trincee e di piste di osservazione, fra le quali passano strade per le pattuglie. All'interno vi è il "Muro" stesso, che può arrivare a otto metri di altezza. In punti diversi, questo è o un vero muro, o una barriera a protezione elettronica, con sensori a contatto che possono scattare ad ogni movimento. Si impiegano anche tecniche di osservazione aggiuntive, come macchine fotografiche, strumenti per la visione notturna e radar. La lunghezza complessiva del Muro, come pianificato attualmente, è intorno a 700 chilometri, con un costo di costruzione a chilometro intorno a 2 milioni di euro Nella sezione nord, la prima fase di costruzione del Muro amputa dal resto della Cisgiordania 16 villaggi; a più di 30, oltre che alle cittadine di Tulkarem e Qalqilya, sono state espropriate aree significative di terreno.Le zone lungo il Muro sono il cuore dell'agricoltura irrigata in Cisgiordania; il 37% dei prodotti agricoli dell'area provengono dalle zone di Jenin, Tulkarem e Qalqiliyah. Qui l'irrigazione è il fattore cruciale limitante, per l'agricoltura: nel 2000, la terra irrorata solo di acqua piovana rese soltanto 319 tonnellate di prodotti per chilometro quadro; quella irrigata, 6.960.A seguito dell'occupazione israeliana, nel 1967, e in assenza di un qualunque settore industriale significativo nei Territori Occupati, è emersa una particolare forma di dipendenza strutturale: i manovali palestinesi migravano in Israele per lavoro. All'epoca, tale spostamento era fortemente incoraggiato da Israele; i palestinesi trovavano lavoro soprattutto nei settori edilizio ed agricolo.Nel 1991, tuttavia, dopo la seconda Guerra del Golfo, fu introdotto un sistema di autorizzazioni speciali per i palestinesi che volevano lavorare in Israele; il processo di chiusura selettiva fu intensificato dopo gli accordi di Oslo, nel 1993. In breve tempo, solo pochi fortunati poterono ottenere il permesso di attraversare la Linea Verde, ed il numero di coloro che lavoravano in Israele si ridusse di molto. Di conseguenza, gli abitanti dell'area di confine avevano due alternative: il ritorno al lavoro agricolo, o la disoccupazione a lungo termine (che, in queste zone, è attualmente pari al 77,3%). Benché questi siano i terreni migliori della Cisgiordania, la percentuale di forza lavoro che può davvero lavorare i campi è sorprendentemente bassa: poiché oggi solo il 6% della terra disponibile è irrigata, il settore agricolo può assorbire soltanto l'11% della popolazione attiva (nell'insieme della Cisgiordania, invece, ben il 43%). L'unico modo per migliorare i dati è di avere una maggior disponibilità di acqua per l'irrigazione.In termini idrologici, questa sezione del muro sta entro i confini della Falda Acquifera Montuosa Occidentale; l'area di pompaggio è limitata ad una stretta striscia di terra, parallela alla Linea Verde. A causa delle condizioni di flusso della falda freatica, solo questa sottile striscia, attualmente in Cisgiordania, ha un potenziale significativo per aumentare in futuro il livello di estrazione dell'acqua.La Falda Occidentale è quella più importante, in Israele e in Palestina; fornisce da sola molta più acqua di quanta non provenga insieme dalle altre due che originano in Cisgiordania. Oltre a ciò, il Bacino Orientale e quello Nord-Orientale sono molto meno facili da perforare, ed hanno un pompaggio più difficile. In Cisgiordania, dal 1967, Israele ha proibito quasi completamente ai palestinesi di perforare; fra il 1967 e il 1990, poterono scavare in tutto solo 23 nuovi pozzi, di cui 20 soltanto per avere acqua potabile, e spesso sotto il controllo indiretto delle forze di occupazione, e cioè del Dipartimento Idrico di Cisgiordania. Ad Oslo, mentre Israele consentì ai palestinesi di scavare alcuni pozzi nei Bacini Acquiferi Orientale e Nord-Orientale, rifiutò nettamente di approvare qualunque nuova perforazione in quello Occidentale. In quest'ultimo tutti i pozzi, da cui dipendono i palestinesi oggi, risalgono quindi all'epoca giordana. L'uso della Falda Acquifera Occidentale è ora diviso, pertanto, in modo particolarmente iniquo: mentre in Israele vi sono circa 500 pozzi profondi, da cui l'acqua fuoriesce abbondante, i palestinesi devono accontentarsi di soli 159 vecchi pozzi, la maggior parte dei quali scavati per irrigare; per la minore profondità, forniscono meno acqua di quelli israeliani.La maggior parte dei pozzi israeliani, nella Falda Acquifera Occidentale, sono connessi al sistema idrico nazionale: l'acqua ottenuta, quindi, può essere utilizzata in tutto il Paese. Al contrario, la maggior parte dei villaggi palestinesi, siti sopra la Falda, sono poco o nulla riforniti indipendentemente, benché l'acqua passi proprio sotto i piedi degli abitanti. Anch'essi sono obbligati, pertanto, ad acquistarla dalla Mekorot, l'Azienda Nazionale Israeliana dell'Acqua, benché questa non conceda loro di accedervi parimenti agli israeliani - né per quantità, né per servizio, né per prezzo.Israele usa circa 2 miliardi di metri cubi all'anno, come acqua potabile e per scopi agricoli, commerciali ed industriali. Di questi, 1.100 - 1.200 provengono da pozzi; il resto soprattutto dal Lago di Tiberiade (400 - 500 milioni di metri cubi annui).In Cisgiordania, 2.300.000 palestinesi controllano, da pozzi e sorgenti, circa 138 milioni di metri cubi l'anno (il 20% delle risorse freatiche), mentre gli israeliani si appropriano approssimativamente di 562 milioni di metri cubi (e cioè dell'80%). A Gaza, 1.200.000 abitanti usano approssimativamente 100 milioni di metri cubi annui. I 3.500.000 palestinesi che vivono nei Territori, con 238 milioni di metri cubi, usano solo l'11% delle risorse totali della Palestina storica; i 6.700.000 abitanti di Israele, che consumano un totale di 2.000 milioni di metri cubi, per contro, adoperano in tutto l'89%.Questo enorme squilibrio di distribuzione è iniquo fino ad essere grottesco nella Falda Occidentale: qui Israele prende il 93% dell'acqua disponibile, lasciando ai palestinesi solo il 7%. I pozzi di questi ultimi sono concentrati nell'area intorno alla sezione Nord del muro, specialmente verso Tulkarem e Qalqiliya; qui si estraggono in media, da 141 pozzi, 22.190.000 metri cubi d'acqua l'anno.Per l'acqua delle falde freatiche, Israele si basa sul concetto di "uso instaurato", passando sotto silenzio che non vi è nulla di naturale o di organico nello schema di utilizzo attuale, originato direttamente dall'occupazione. I palestinesi fanno spesso riferimento al principio internazionale, che protegge i diritti di chi sta a monte: il 90% della ricarica piovana di tutte le falde acquifere condivise ha luogo in Cisgiordania. Mentre Israele applica questo principio nel caso del Giordano, stante che controlla il fiume immediatamente a monte della Cisgiordania, rifiuta nettamente ogni tentativo di applicare detta argomentazione alla Falda Acquifera Occidentale.La disputa diverrà ancora più importante in caso di rifiuto israeliano di assumersi almeno parte della responsabilità di fornire acqua a Gaza. L'uso di acqua nella Striscia ha già passato la soglia critica: il pomparne in quantità di molto eccedente le risorse ha già causato effetti catastrofici, danneggiando l'economia, l'ecologia, la salute, e mettendo a repentaglio i rifornimenti idrici di base. Se in futuro i negoziati dovessero obbligare a fornire gli abitanti di Gaza di acqua dalla Cisgiordania, l'unica possibile risorsa sarebbe la Falda Acquifera Occidentale.I palestinesi chiedono da tempo più acqua - sia per bere, sia per lo sviluppo economico. La Palestina è ben lontana dall'essere una nazione industriale: ci sarà inevitabilmente un considerevole periodo di transizione, in cui dovrà basarsi sull'agricoltura. Questo è particolarmente vero per le aree prossime alla Linea Verde, dove la chiusura israeliana ha avuto come conseguenza una massiccia disoccupazione. Per lo sviluppo agricolo, l'acqua avrà un ruolo chiave.All'inizio, il Muro era figlio della 'sinistra' israeliana, cioè del Partito Laburista e del Meretz. Furono questi partiti per primi a chiedere di costruire il Muro, volendo che ciò avvenisse in fretta. Questo entusiasmo è stato il segno di un mutamento di base, sin dall'inizio della seconda intifada, dell'opinione degli israeliani progressisti 'liberal', che in precedenza si consideravano come appartenenti all'ampio campo pacifista. Fra i motivi principali di questo vi fu la narrativa esposta da Barak, al ritorno da Camp David, nell'estate del 2000, quando rifiutò ogni responsabilità per il fallimento dei negoziati. Nel far ciò, coniò la frase: "Abbiamo offerto loro tutto, ma hanno scelto la violenza". Per i progressisti 'liberal', quindi, il primo e più importante scopo del Muro è di fungere da barriera protettiva contro attentati terroristici. Una conseguenza secondaria, pure considerata desiderabile, è di ridurre il numero di soldati necessari a reprimere l'intifada. Molti di questi sostenitori della prima ora si aggrappano quindi all'illusione di aver solo bisogno di 'abbastanza' Muro, per avere la sicurezza di non essere più esposti ad attacchi suicidi palestinesi all'interno di Israele; a tutt'oggi, molti israeliani 'liberal' di sinistra lo difendono, credendo ancora che sia uno strumento di pace.I coloni, viceversa, all'inizio si opponevano totalmente al Muro, che ritenevano li avrebbe separati dal resto di Israele. Fra la fine del 2002 e l'inizio del 2003, tuttavia, il Consiglio di Yesha (il consiglio e l'apparato amministrativo che copre la maggior parte delle colonie in Cisgiordania) cambiò posizione, sostenendo la campagna per costruirlo; nel contempo, chiesero di cambiarne il percorso. Già prima che i coloni esponessero le loro richieste, questo non seguiva semplicemente la Linea Verde, ma era in genere più ad est, entro la Cisgiordania. A questo punto, tuttavia, il suo percorso fu gradualmente ridisegnato, per incorporare quanti più insediamenti possibile sul lato israeliano. Un'annessione sfrontata sostituì ogni mira di sicurezza. Allo stesso tempo, i progettisti volevano annettere il minor numero possibile di palestinesi: la linea del Muro si muove quindi all'indietro, verso ovest, ogni volta che incontra un villaggio palestinese, separando così gli abitanti dall'entroterra. In breve: i terreni sono ora ad ovest del Muro, i palestinesi ad est.Sharon aveva sempre cercato di ritardare la costruzione del Muro. Le colonie erano, dopotutto, il suo progetto preferito; al pari dei coloni, si preoccupava che non rimanessero isolati. A suo parere, questo avrebbe costituito anche un pericoloso precedente, potendo essere visto come un primo passo per stabilire i confini del futuro stato palestinese. Creando il genere sbagliato di 'fatti sul terreno', esso poteva finire con il facilitare la fine dell'occupazione.Tuttavia, l'atteggiamento di Sharon cambiò: dopo aver formato il governo più a destra nella storia di Israele [3], nel contesto della guerra in Iraq si trovò sotto una qualche pressione, perché riaprisse i negoziati. La necessità è la madre dell'invenzione: premuto perché accettasse la Road Map, abbandonò in fretta l'ostilità verso il Muro - non perché ora accettasse l'idea di uno stato palestinese, ma perché aveva scoperto come sabotare il progetto, perché servisse ai propri fini.In un parere consultivo, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all'Aja sancì, il 9 luglio 2004, che la maggior parte del Muro, entro la Cisgiordania, viola la legge internazionale: "... Israele... ha l'obbligo di interrompere i lavori di costruzione e di riparare al danno causato a tutte le persone, fisiche o legali, interessate".Il 20 luglio 2004, l'Assemblea Generale chiese ad Israele di sottostare agli obblighi legali, identificati con l'opinione consultiva dell'ICJ, ma l'Alta Corte israeliana rifiutò il parere sull'illegalità della Barriera, sostenendo che la si può costruire all'interno del territorio palestinese occupato, per proteggere le colonie.Con questo, Israele ha mutato una struttura apparentemente difensiva, come un muro o una recinzione, in uno strumento sfacciatamente offensivo: ampliandone il perimetro, con il pretesto di "sicurezza e protezione" espande sempre più il territorio intorno alle colonie, stabilendo così fatti sul terreno per una tacita conquista. Per il pubblico israeliano in genere, "sicurezza e protezione" costituiscono il mantra, quasi mitologico, per giustificare ogni misura, mettendo a tacere ogni critica.Che la barriera non sia intesa affatto come una struttura temporanea è divenuto in Israele un segreto di pulcinella. Nel dicembre del 2005, Tzipi Livni, all'epoca Ministro della Difesa, disse che questa sarebbe stata "il futuro confine dello stato di Israele". In effetti, disse, "decidendo sulla barriera di separazione, l'Alta Corte sta disegnando i confini dello stato" (Yuval Yoaz, "State to Court: Fence route has 'political implications,'" Haaretz, 14 giugno 2006).In tutto il processo, nessuno si è fermato a chiedere l'opinione dei palestinesi, che difficilmente sarebbe stata positiva. Nella sola sezione settentrionale del Muro, sono stati espropriati 83 chilometri quadrati di terreno, fra cui aree agricole pregiate e vaste parti dell'entroterra naturale di molti villaggi. Sedici di questi - 13.386 abitanti - si troveranno rinchiusi in quella sorta di terra di nessuno, che si crea ad ovest del Muro. I contadini sono stati esclusi da 238 chilometri quadrati di terreno agricolo. Oltre a ciò, 53 villaggi perderanno, per il Muro, quasi 142 chilometri quadrati di colture, mentre 8,4 chilometri quadrati di oliveti e serre sono stati o saranno sradicati. Le colline, senza più gli olivi, potranno essere una ferita aperta, per gli abitanti e per l'ecologia, ma rappresentano un prezioso bene immobile per Israele ed un dono inaspettato per i suoi urbanisti, in cerca di modi per alleviare la pressione sulla densità abitativa nella pianura costiera. I terreni finora espropriati, per far posto a questo singolo tratto di Muro, costituiscono già il due per cento della superficie cisgiordana. E, con la terra, molte migliaia di palestinesi hanno perso l'unica fonte di reddito.La sezione di Muro costruita finora, fra Salem e Alkana, lascia 47 pozzi, fra Tulkarem e Qalqiliyah, sul lato occidentale, dove sono in parte o del tutto inaccessibili ai palestinesi. La quantità di acqua direttamente "annessa" dal Muro corrisponde a circa 5 milioni di metri cubi annui. Nell'ipotesi che, come avviene a Gaza, Israele dichiari "area di sicurezza" una striscia larga un chilometro, ad est del Muro, si possono sommare al totale altri 60 pozzi, che forniscono circa 10,3 milioni di metri cubi all'anno.Per i palestinesi, perdere annualmente 5 - 15 metri cubi è molto significativo: ciò rappresenta fra il 23 ed il 75 per cento della produzione media della Falda Acquifera Occidentale. Nei villaggi e nei paesi direttamente adiacenti al Muro, tali perdite ridurranno in modo drastico il rendimento delle colture.La striscia di terra ad ovest del Muro, che sarà annessa di fatto ad Israele, coincide con l'unica area in cui in futuro sarà potenzialmente possibile accrescere, con perforazioni, l'acqua estratta dalla Falda Acquifera Occidentale. Per il Muro, quindi, i palestinesi si trovano a perdere non solo i tre quarti dei pozzi della falda, ma anche l'intero potenziale di sviluppo futuro del bacino, confinato a questa sottile striscia lungo la Linea Verde.Già sotto Oslo, Israele si era mostrato particolarmente intransigente, ogni qual volta entrava in discussione questa falda. E, mentre i palestinesi sono riusciti ad ottenere permessi di perforare pozzi aggiuntivi in quelle Orientale e Nord-Orientale (per un modesto totale di circa 70 - 80 milioni di metri cubi, per il periodo ad interim di Oslo), Israele ha sempre insistito che non si dovesse permettere loro di trarre anche una sola goccia d'acqua extra dalla Falda Occidentale.Alla metà degli anni '90, molto prima di Camp David, gli idrologi israeliani avevano già disegnato le cosiddette "mappe di interessi idrici"; qui le aree, ora localizzate dietro il Muro, erano marcate come zone di interesse strategico. Era in queste aree che si doveva prevenire ogni futuro sviluppo palestinese della falda freatica. Non sorprende, quindi, che il percorso preso dal Muro in queste zone paia essere stato dettato da codeste mappe. Certo, per Israele, vi sono altri fattori strategici da tenere in conto - il più significativo dei quali è la spinta ad espandere le colonie, benché questa politica sia illegale, per la legge internazionale. Gli approcci alle colonie ed all'acqua non sono uguali. Mentre delle prime importa la crescita continua, nel settore idrico, o, quanto meno, nella Falda Acquifera Occidentale, la principale preoccupazione israeliana parrebbe quella di mantenere le ingiustizie già incluse nello status quo.Il principale obiettivo del Muro, quindi, è di prevenire ogni futuro espandersi della capacità palestinese di minare la Falda Acquifera Occidentale. Questo è lo scopo dei fatti sul terreno che si creano attualmente; una volta creati, renderanno impossibile alla società palestinese, nelle regioni fertili lungo la ex Linea Verde, conoscere alcuna forma di sviluppo, o persino tornare a qualcosa di simile alla vita 'normale' precedente. Non dobbiamo dimenticare che gli israeliani hanno gli occhi fermamente puntati sul futuro idrologico ed economico. Persino se si ottiene un giorno un accomodamento politico, l'annessione israeliana di questa risorsa vitale, non sviluppata, continuerà a minare la vita e la speranza di milioni di palestinesi, ora e nelle generazioni a venire.

Note

[1] Oltre a ciò, modifiche a tratti già costruiti della barriera costeranno circa 900 milioni di shekel, secondo Akiva Eldar (Ha'aretz, 21 dicembre 2006).

[2] Una variante "di sinistra" di questa argomentazione considera il Muro come il primo passo per uno stato palestinese, e continua a sostenere che le numerose deviazioni dalla Linea Verde verso Est sono solo "correzioni microscopiche".

[3] Lo Shinui, che faceva parte della coalizione di Sharon, e che è il fratello legittimo dei Partiti Liberali europei, non fece alcun tentativo serio per opporsi alle ambizioni, più di destra, dell'ex primo ministro. Quindi, ad esempio, parte della responsabilità per l'estremo intensificarsi della repressione compiuta dall'esercito israeliano (IDF) a Gaza, sotto Sha'ul Mofaz, ricade su questi ministri 'liberal', che non si sono opposti.


Il Muro di Israele e le risorse idriche



Akiva Eldar : congelare anche Gerusalemme

Allegati

Se c’è una qualche verità nelle notizie che scaturiscono dal viaggio del Primo Ministro Benjamin Netanyahu in Europa – che gli Stati Uniti hanno acconsentito che Israele continui a costruire a Gerusalemme Est – si sarebbe dovuto leggere titoli quali “Obama si è ritirato dal processo di pace nel Medio oriente.”

Parafrasando la frase famosa di Moshe Dayan, secondo la quale è preferibile avere Sharm el-Sheikh senza pace piuttosto che la pace senza Sharm el-Sheikh, sarebbe meglio che Obama congelasse il processo di pace senza scongelare la costruzione di colonie a Gerusalemme Est, piuttosto che scongelare il processo e lasciare che Gerusalemme venga esclusa dalla pretesa di un congelamento delle costruzioni, fatta eccezione che per i quartieri ebraici. Dal punto di vista degli arabi, e non solo dei palestinesi, sarebbe meglio che gli Stati Uniti permettessero ad Israele di completare la costruzione di alcune case nella colonia di Modi’in Ilit, che si trova sui confini con la West Bank, piuttosto che consegnare il quartiere di Sheikh Jarrah o di Silwan (la città di Davide), a Gerusalemme Est, all’ondata degli estremisti di destra.
Durante i negoziati con Ehud Barak e con Ehud Olmert i palestinesi avevano concordato lo scambio del territorio delle colonie che sono adiacenti al lato orientale della Linea Verde con il territorio sul lato occidentale della linea stessa. D’altro canto, è ancora controversa la delicata questione della sovranità sulla Città Vecchia di Gerusalemme e sui luoghi santi della città, così come il destino di un quarto di milione di palestinesi che erano stati “annessi” unilateralmente allo stato di Israele (come residenti permanenti).
La posizione americana è stata e resta che Gerusalemme Est è territorio occupato il cui futuro sarà deciso dai negoziati tra le due parti. Come gli altri paesi del mondo ed il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, anche gli Stati Uniti non hanno mai riconosciuto la decisione israeliana di annettersi 64,4 Kmq della West Bank, unendoli ai 6,5 Kmq che, sotto il dominio giordano, erano soggette all’autorità amministrativa di Gerusalemme.
Israele è l’unico paese al mondo che definisce come “Gerusalemme” il villaggio di Walja, che dista 9,6 Km dal confine amministrativo della municipalità giordana. D’altro canto, il villaggio di Abu Dis, che è a soli 1,5 Km dallo stesso confine, Israele lo considera situato in “Samaria e Giudea” o West Bank.
Noi pensiamo che se ripetiamo abbastanza frequentemente “Gerusalemme unita, la capitale di Israele”, il mondo si abituerà al fatto che questo territorio è nostro (gli studi di semantica hanno portato ad una notizia
comparsa sulla Voce di Israele riguardante la crescita delle esportazioni israeliane in “Giudea e Samaria”).
Non è ancora successo e ciò costituisce una cosa buona. Due Presidenti degli Stati Uniti, Bill Clinton e George W. Bush, non hanno approvato la risoluzione emessa dal Congresso nel 1995, nella quale si dichiara che “Gerusalemme unificata” è la capitale d’Israele.
Essi hanno affermato che con lo spostare a Gerusalemme l’Ambasciata degli Stati Uniti verranno messe a repentaglio le possibilità di una risoluzione definitiva del conflitto e quindi verrà danneggiata la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Sfortunatamente, entrambi hanno tenuto gli occhi chiusi di fronte alla costruzione di colonie nella West Bank e nei quartieri palestinesi che Israele definisce come “Gerusalemme est.”
Dodici anni fa, Israele ha avuto un Primo ministro che ha dimostrato che quando un presidente americano è determinato nel congelare le costruzioni ebraiche a Gerusalemme Est, perfino il governo più di destra si mette in riga.Il suo nome è Benjamin Netanyahu. Nel luglio del 1997, egli aveva deciso di interrompere la costruzione di un sito ebraico nel cuore del quartiere di Ras al-Amud e di evacuare le famiglie che vi erano entrate. La sua giustificazione fu: “La decisione è utile per l’unità di Gerusalemme, l’unità del popolo ed il prosieguo del processo di pace.” L’allora procuratore generale Elyakim Rubinstein, che ora è giudice della Corte Suprema, dichiarò: “Se non si è quasi certi di violare l’ordine pubblico e di danneggiare la pubblica sicurezza, è possibile bloccare in anticipo l’occupazione delle case e perfino di evacuarle.” Il capo del servizio di sicurezza dello Shin Bet, a quell’epoca, Ami Ayalon, mise in guardia il Primo Ministro in un rapporto, sostenendo che costruzioni ebraiche nel quartiere avrebbero provocato disordini nei territori. Dal momento che l’attuale dirigenza palestinese ha rinunciato alla violenza, è possibile che passerà tranquillamente un assenso americano nei confronti della continua penetrazione ebraica nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est. Tuttavia, un cambiamento sostanziale di tale portata nella posizione degli Stati Uniti, per quanto riguarda una questione nazional/religiosa che è così esplosiva, avrebbe fatto crollare ed incenerire, tra gli altri impegni, i negoziati tra Israele e i palestinesi. Un precedente di questa sorta può seppellire l’Iniziativa di Pace Araba e con essa la normalizzazione dei rapporti con il mondo musulmano. Dobbiamo sperare che la notizia che Obama ha fatto marcia indietro su Gerusalemme Est è al più il pio desiderio di avversari ad un compromesso che provengono dalla parte occidentale della città. http://www.haaretz.com/hasen/spages/1111250.html
(traduzione di mariano mingarelli)
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Soldato dell'IDF sospettato di aver ucciso palestinese ancora non è stato accusato



Sintesi personale
Il 13 gennaio 2009 nella Striscia di Gaza, Yassir Tamizi, un residente del villaggio di IDNA, fu fermato da una pattuglia di riservisti nella zona di Hebron e condotto,bendato e ammanettato, a Tarkumiya . Il soldato di guardia , spaventato da Tamizi che si ribellava all'arresto , perché preoccupato per suo figlio di 7 anni , sparò contro di lu due o tre colpi di fucile ferendolo mortalmente Fu avviata un'indagine,ma dopo sette mesi non è stato emesso nessun atto di accusa contro il militare e gli ufficiali coinvolti nonostante "l'incidente" evidenziasse gravi carenze etiche e professionali.. Secondo la guardia Tamizil era riuscito a liberarsi delle manette scagliandosi contro di lui . Il soldato ha rifiutato di parlare con haaretz


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Amira Hass Birra e divise


Il posto, un ristorante all’aperto di Ramallah, ha cominciato a riempirsi dopo le nove di sera, un’ora dopo che la gente aveva consumato il pasto che rompe il digiuno del Ramadan.Presto un grande schermo ha mostrato la serie tv più popolare di questo periodo, La porta del vicino, e le voci degli attori – trasmesse da potenti altoparlanti – hanno sovrastato le nostre. Molte delle donne ai tavoli indossavano l’hijab (velo) e anche il più tradizionale gilbab (tunica). Il cameriere ci ha servito birra e vino. Ripeto: birra e vino.Tre anni fa nessuno avrebbe osato tanto durante il Ramadan (nella vicina El Bireh non si vendono bevande alcoliche, da molto prima che Hamas vincesse le elezioni). Miliziani e religiosi – scommetto più vicini alle Brigate dei martiri di Al Aqsa di Al Fatah che ad Hamas – usavano la fede e le armi per far vedere chi comandava e per intimidire chi aveva da ridire sulla loro idea di resistenza. Un venditore di alcolici cristiano mi aveva raccontato che aveva paura di aprire il suo negozio durante il Ramadan, anche se Ramallah è una città storicamente cristiana.Ora non più. Poliziotti e paramilitari addestrati da statunitensi ed europei sono diventati il segno distintivo dell’attuale regime di Ramallah: l’ordine è tornato, le armi illegali non circolano più, i piccoli e i grandi criminali sono scomparsi, la polizia esegue controlli sulle auto rubate. Tutti sembrano rivendicare il merito di quest’apparente sicurezza e prosperità economica: il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, il primo ministro ed ex funzionario della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale Salam Fayyad e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.Alla gente piace la libertà di scelta durante il Ramadan (come in passato). Ma per favore non fate l’errore che tanto amano i giornali israeliani (e alcuni diplomatici stranieri): birra e agenti delle forze dell’ordine vestiti come i militari israeliani non significano che l’occupazione sia finita o sia stata dimenticata.

Hamas e la Shoah , Israele e la Nakba


Commento: negare in Israele la Nakba, negare a Gaza l'Olocausto : non vedo la differenza tra i due estremismi . Entrambi bendano lo sguardo dell'Altro , entrambi strumentalizzano la tragedia reciproca. Intollerabile l'uso politico del dolore e la sua non universalizzazione
Articolo

Gianna Pontecorboli

New York - Insegnare ai bambini di Gaza quel tragico capitolo di storia che costo' la vita a sei milioni di ebrei sessant'anni fa? Quando i responsabili dell'Unrwa, l'agenzia dell'Onu che amministra 221 scuole per duecentomila bambini di Gaza si misero, qualche mese fa, ad aggiornare la sezione dei diritti civili nei libri di testo per gli studenti, inserire un riferimento all'Olocausto apparve una buova idea per cercare di favorire il dialogo. Quietamente, i responsabili dell'agenzia dell'Onu cominciarono a introdurre l'argomento nelle loro conversazioni con alcuni rappresentanti locali.
Ma adesso, l'idea rischia di sollevare una nuova ,enorme polemica e di lasciare l'United Nations Relief and Works agency in imbarazzo. Domenica, infatti, Abdul Rahman el Jamal, responsabile dell'educazione di Hamas, ha scritto una violenta lettera ai responsabili dell'Unrwa, accusandoli di volersi rendere complici di spargere tra i bambini di Gaza '' una bugia inventata dai sionisti''.''Non esagero dicendo che questa proposta equivarrebbe a un crimine di guerra, in quanto serve ai coloni sionisti e a diffondere la loro ipocrisia e le loro bugie'', ha tuonato el Jamal nel testo. ''Non lasceremo mai che i nostri bambini imparino queste cose'', ha poi confermato il leader di Hamas in un'intervista.
Alla lettera, per il momento, i responsabili dell'Onu hanno risposto soltanto dicendo che per ora i libri di testo per i bambini di Gaza non sono stati modificati e che tutto e' ancora da decidere. ''Tutti gli elementi del programma sono in fase di revisione e aggiornamento'', ha spiegato un portavoce dell'agenzia A Gaza, tuttavia, tre insegnanti hanno confermato, parlando privatamente, di essere in attesa dei testi nuovi e rivisti.
Di certo, la questione dei libri di testo per i bambini palestinesi non e' nuova e da anni gli israeliani si lamentano delle omissioni e delle imprecisioni che contengono. Proprio per questa ragione, l'Unrwa aveva deciso, alcuni anni fa, di aggiungere ai testi normalmente usati nelle sue scuole, di solito egiziani, anche una sezione sui diritti civili curata dall'agenzia internazionale.
Di certo, la questione dei libri di testo per i bambini palestinesi non e' nuova e da anni gli israeliani si lamentano delle omissioni e delle imprecisioni che contengono. Proprio per questa ragione, l'Unrwa aveva deciso, alcuni anni fa, di aggiungere ai testi normalmente usati nelle sue scuole, di solito egiziani, anche una sezione sui diritti civili curata dall'agenzia internazionale.'' Questo e' un messaggio per chi vorrebbe mettere fine al boicottaggio'', si e' affrettato a dichiarare il portavoce del governo israeliano Mark Regev.
Allegato

Gaza : liberi di morire..documentario di Gianluca Grossi


Il giornalista freelance Gianluca Grossi, da anni attivo in Medio Oriente, ha girato nella Striscia di Gaza un documentario che ha documentato come l'area sia oggi un immenso campo a cielo aperto trovandosi in ottima compagnia con l'ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter il quale aveva pubblicato un libro "Palestine. Peace non Apartheid" la cui campagna promozionale è stata documentata dal film di
Jonathan Demme Man From Plains.La Fondazione Monte Verità (www.monteverita.org), che ha sede ad Ascona in Svizzera, nell'ambito del suo programma culturale ed in particolare nel suo Forum Diritti Umani, da anni si occupa di informazione, denuncia e discussione su conflitti e infrazione dei diritti fondamentali dell'uomo ha proiettato il documentario ed è andata oltre. Ha infatti deciso di lanciare un appello in favore di Hassam, un pompiere ventottenne palestinese colpito dall'esercito israeliano mentre cercava dei feriri in un'abitazione a Gaza, L'uomo aveva già subito diversi interventi di amputazione alla gamba ed ora necessita di una protesi che può essere applicata solo all’estero. Il Cantone Ticino, grazie alla mobilitazione che si è creata e alla campagna di fundraising avviata in luglio, potrà così diventare un luogo in cui una speranza di ripresa si traduce in realtà. Anche grazie al cinema.

Fabio ProverbioGaza, rialzarsi fra le macerie

1 age-old co-existence: Gaza Ramadan day 8

2 Entrare nella Striscia di Gaza è missione difficile. Le porte d’accesso sono Rafah, in Egitto, e Erez, in Israele. La prima è un «cancello» nel deserto, distante 20 chilometri circa dal primo centro abitato egiziano. Già dai primi contatti con i militari alla frontiera capisco che questo cancello non si aprirà mai per farmi entrare. Subisco la stessa sorte degli oltre 150.000 container di aiuti umanitari bloccati a questa frontiera da un incomprensibile embargo. Ritorno al Cairo e da qui parto per Israele, per tentare di entrare da Erez. Prima di lasciare Rafah incontro Stefano, un volontario italiano che da oltre quattro settimane sta cercando di portare nella Striscia di Gaza viveri e medicinali. Frustrato dalla lunga attesa, mi spiega come intorno a quella moltitudine di aiuti umanitari sia sorta un’economia fiorente. I saccheggi notturni stanno alimentando i mercati locali; i servizi di trasporto, carico, scarico, sdoganamento – quasi sempre inutili – assicurano impiego di manodopera e opportunità di ingenti profitti. Arrivato a Gerusalemme perdo altri tre giorni per ottenere i permessi necessari a superare i controlli dell’esercito israeliano alla frontiera di Erez. Finalmente a Gaza, il mio primo incontro è con don Manuel Musallam, parroco della piccola comunità locale di cristiani cattolici. D’origine palestinese, don Musallam tiene subito a sottolineare come i cristiani di Gaza siano integrati nella società palestinese. Chiarisce in modo perentorio che non intende discutere di comunità cristiane e comunità musulmane come fossero due realtà distinte e contrapposte. Intende invece parlare di un unico popolo palestinese, impegnato a superare le grandi difficoltà conseguenti al recente conflitto, al successivo embargo dei principali mezzi di sussistenza e di ricostruzione, nonché allo stato di reclusione che impedisce da decenni al popolo della striscia di varcarne i confini. Musallam è divenuto nel tempo una voce importante per la difesa dei diritti dei palestinesi di Gaza. Rispettato dalla gente e dai capi politici della Striscia, ha sempre saputo proteggere la propria comunità dal pericolo di attacchi di estremisti religiosi. La comunità cristiana di Gaza si compone di circa 3000 fedeli, prevalentemente di credo ortodosso. Le famiglie cristiane sono generalmente miste; nate dall’unione di cattolici ed ortodossi, partecipano attivamente alla vita di entrambe le comunità. Percorrendo il territorio della Striscia si è letteralmente «aggrediti» dalle immagini di distruzione lasciate dall’operazione «Piombo Fuso» dello scorso dicembre; la risposta militare di Israele alle continue provocazioni del Movimento di Resistenza Islamico Hamas che, dalle elezioni amministrative del 2006, ha assunto il controllo della Striscia di Gaza. Ancora oggi molti dei feriti nel conflitto rischiano la morte per carenze di farmaci e di cure appropriate. Nella periferia di Gaza incontro una famiglia riparata all’interno di una tenda che sostituisce la casa distrutta dai bombardamenti. Sdraiato a terra un uomo malato che attende inutilmente un aiuto per recarsi ad un centro di trasfusione. La moglie rassegnata piange con un bambino al seno. S ono proprio questi bambini le vittime più indifese di una guerra che ha tenuto un popolo sotto la continua minaccia delle bombe per intere settimane. Nelle tendopoli costruite nei sobborghi della capitale per gli sfollati dei quartieri distrutti, gruppi di bambini cercano la serenità nel gioco; pochi la trovano; i più rimangono perdutamente tristi. Le campagne esterne ai centri abitati conservano, come ferite che tardano a rimarginarsi, le profonde tracce dei cingolati israeliani. Gli agricoltori sono già impegnati nelle attività di ripiantumazione degli ulivi distrutti. Sono i primi segni della voglia degli abitanti della Striscia di guardare al futuro; la risposta spontanea di una comunità contadina, tradizionalmente preparata a fronteggiare e superare avversità di altra natura. Ma i problemi degli agricoltori di Gaza non si sono conclusi con la fine dei bombardamenti. Al fine di contrastare il lancio dei missili Kassam su Israele, l’esercito israeliano non consente nessuna attività né presenza umana per un chilometro di distanza dalla linea di confine. Considerando che la Striscia di Gaza è larga da 4 a 6 chilometri, questa misura di sicurezza causa una perdita consistente di terreni coltivabili. Per ragioni di sopravvivenza i contadini palestinesi continuano a lavorare nelle zone proibite, esponendosi al fuoco dei cecchini israeliani. Talvolta gli agricoltori sono accompagnati da volontari della Ong International Solidarity Movement che, interponendosi tra le parti come «scudi umani», tentano di scoraggiare la reazione armata dei militari. Purtroppo non sempre ci riescono, e di volontari feriti se ne registrano numerosi tutti gli anni.Anche per i pescatori di Gaza le condizioni di lavoro sono molto pesanti. Per scongiurare un eventuale traffico d’armi, i pescatori sono costretti a navigare entro le tre miglia marine, nelle acque inquinate e povere del litorale. L’alto costo del carburante, la mancanza di pezzi di ricambio per le imbarcazioni e la povertà ittica delle acque costiere rende oggi questa attività non più remunerativa. Chi si ostina ad uscire in mare lo fa soltanto per mantenere la dignità di un lavoro. Raccolgo queste informazioni da Khader, un pescatore che in mare ha perso un braccio, tranciato da una raffica esplosa da una motovedetta israeliana. Percorrendo le strade di Gaza, giungo casualmente in prossimità dello stadio. Un campionato di calcio sarebbe un soggetto interessante per rappresentare la voglia di normalità di una società in ripresa. Purtroppo mi informano che il campionato è ancora sospeso e che gli unici ad L allenarsi sono i membri della squadra paralimpica d’atletica. Incontro così Omer, un ragazzo non vedente di 22 anni che sogna di poter partecipare ai giochi paralimpici nella specialità del salto in lungo. È l’unico sopravvissuto di un gruppo di 6 ragazzi che, un pomeriggio di cinque anni fa, mentre giocava a carte all’ombra di un ulivo, è stato intercettato e colpito da un caccia israeliano. Per Omer e gli altri atleti, partecipare a competizioni internazionali significa anche poter varcare i confini di Gaza, il sogno condiviso da tutti i ragazzi della Striscia. a popolazione di Gaza è tra le più giovani del mondo. La moltitudine di studenti che s’incontrano per le strade della capitale conferma un tasso di alfabetizzazione molto alto, comparabile a quello dei Paesi più industrializzati. Il numero degli universitari è altrettanto elevato, nonostante sia poi difficile per i laureati spendere le proprie competenze professionali in un sistema economico basato essenzialmente sul sussidio e l’aiuto umanitario e caratterizzato da livelli altissimi di disoccupazione. Questi studenti, come la maggior parte degli abitanti di Gaza, sostengono apparentemente Hamas perché rappresenta la «resistenza» palestinese alla «forza occupante». Ma quando si affrontano temi più specifici e ci si addentra in valutazioni più personali, sono in molti a prendere le distanze da questa organizzazione i cui principi e metodi non trovano più il generale consenso. L’impressione è che oggi il popolo palestinese sia pronto al dialogo con Israele e disposto anche ad accettare difficili compromessi pur di guadagnare condizioni di vita dignitose. All’Università delle Belle Arti alcuni studenti m’invitano a visitare un’istallazione prodotta da tre giovani artisti in un palazzo bombardato, adiacente ad uno dei principali ospedali della capitale. Mi illudo di trovare espressioni artistiche che vadano oltre la tematica del conflitto, rivolte alla rinascita. Ma il «lutto» non è stato ancora completamente elaborato e le attuali produzioni non possono prendere le distanze da una guerra le cui conseguenze sono ancora troppo evidenti. Rientrando una sera per le strade buie della periferia di Gaza, incontro un ragazzo che vende tortorelle. Il suo sguardo smarrito, la gabbia tenuta stretta al petto, gli uccelli impazziti contro le maglie arrugginite, sono per me l’immagine emblema del popolo palestinese, prigioniero in un territorio devastato, spaventato da un presente minaccioso, rassegnato ad un futuro incerto.

Il Mosè di Puglia



Nel pieno dell’italia fascista, Donato Manduzio, un bracciante pugliese riceve in dono da un compaesano una Bibbia che aveva ottenuto da un predicatore pentecostale. Leggendo la Bibbia, l’uomo si appassiona e si identifica coi personaggi e con la storia. Decide di chiamarsi Levi e si attiene scrupolosamente alle prescrizioni indicate nel Deuteronomio, Festeggia il sabato e non mangia cibi vietati. Celebra le feste ebraiche e raccoglie intorno a sé un nucleo di seguaci, in un’ Italia che si appresta a consumare il suo più grande crimine contro una minoranza che era stata fedele al proprio paese e che si era illusa sino all’ultimo che bastasse amare e immolarsi per la patria per esserne accettati – in un paese sperduto della Puglia, un bracciante che lavora duramente la terra, si scopre ebreo. Avendo ricevuto in dono una Bibbia, l’aveva cominciata a leggere con passione. Il Mosè di Puglia « Sottoosservazione's Blog

domenica 30 agosto 2009

Nahalin, villaggio palestinese tra i confini di Israele e il Muro di Separazione: cittadini palestinesi prigionieri nella loro terra.


Il villaggio di Nahalin è uno dei più chiari esempi del sistema di Apartheid che Israele ha realizzato nei Territori palestinesi occupati. Si trova a 20 chilometri a sud-est da Betlemme, 9 000 abitanti, ed ha la sfortuna di trovarsi nella cosiddetta “seam zone”, cioè tra i confini armistiziali dello Stato di Israele e il Muro di Separazione, costruito quasi interamente all’interno della Cisgiordania. Una volta completato infatti, il Muro annetterà circa il 10% dei Territori palestinesi, e Nahalin rientra all’interno di questo progetto. C’è però un problema: Israele non vuole quei 9 000 palestinesi, vuole mantenere il più possibile l’ebraicità dello Stato. Ragion per cui agli abitanti non verrà data la cittadinanza israeliana, ma manterranno la carta di identità dei palestinesi della Cisgiordania.Questo significa che gli abitanti di Nahalin non potranno accedere in Israele (come tutti i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza), e avranno anche molte difficoltà ad entrare nei Territori palestinesi perché si ritroveranno il Muro davanti. Sono di fatto ingabbiati, intrappolati in una enclave dalla quale non possono uscire. Prigionieri nella propria terra. L’obiettivo delle autorità israeliane è far sì che i palestinesi se ne vadano ed avere così una zona “ripulita dagli arabi” (così dicono).
Ora, il villaggio è completamente circondato sui quattro lati da colonie israeliane, collegate tra loro da strade inaccessibili ai palestinesi, le strade dell’Apartheid. L’espansione continua di queste colonie illegali comporta la confisca delle terre del villaggio e il restringersi del suo spazio vitale, l’impossibilità per gli abitanti di muoversi liberamente, le continue minacce ed aggressioni da parte dei coloni. Una colonia, Betar Illit, costruita proprio a ridosso del villaggio, in cima alla collina, sembra quasi volerlo divorare.
Da un pò di giorni scavatori e ruspe stanno costruendo un’altra strada che collegherà le colonie. La strada è costruita sulle terre del villaggio, naturalmente senza autorizzazione dei proprietari, tutto illegalmente, come le colonie stesse. Altra terra verrà espropriata, altri alberi sradicati, altri palestinesi saranno costretti ad andarsene altrove. Con alcuni abitanti del villaggio abbiamo deciso di tentare in qualche modo di fermare i lavori.Appena ci avviciniamo agli scavatori scopriamo che son guidati da palestinesi che lavorano per una compagnia palestinese, ingaggiata dai coloni israeliani. Palestinesi che lavorano per l’occupante a danno di altri palestinesi. Quanti palestinesi hanno lavorato nelle colonie israeliane e nella costruzione del Muro dell’Aparthied? A volte mi dico che in fondo non hanno alternative, i figli devono pur mangiare no? Altre volte mi bolle il sangue, indignato, se penso a tutti i palestinesi che pagano in prima persona la scelta di non collaborare con l’occupante, di resistere. I lavoratori imbarazzati se ne vanno, probabilmente la prossima volta torneranno scortati dai soldati. Ce ne adiamo anche noi, polvere ed amarezza in bocca.La scelta di sempre: la pancia o la dignità?
Commento e chi difende tutto questo a quale Israele fa riferimento e a quale ebraismo ?

sabato 29 agosto 2009

UNA MATTINATA PIENA DI ODIO


Passano due minuti. Una famiglia di ortodossi sale su per il viottolo. Il marito, vestito di nero, domanda a Ilan, il regista: "Senti, in questo quartiere abitano ebrei e arabi?" “Sia palestinesi, sia ebrei" ha risposto Ilan, "ma la maggioranza è palestinese"."Questo è temporaneo", ha detto l'ortodosso, arginando le preoccupazioni; "presto non ci rimaranno più arabi, qui".Guardo Ilan e Michael. Era passato appena un quarto d'ora da quando eravamo arrivati; non avevamo intervistato nessuno sull'atteggiamento verso gli arabi, sul conflitto israelo-palestinese o sul futuro di Gerusalemme. Eravamo solo stati in piedi, come dei pali, in mezzo alla strada. L'odio ci si è riversato addosso, come un fiume nell'oceano. Liberamente, spontaneamente. "Senti", ho chiesto ad Ilan. "Incontreremo qualcuno che ci dica qualcosa di positivo, di umano, qualcosa di buono sull'umanità?" “Lascia perdere l'umanità" ha risposto Ilan.Una mattinata piena di odio





di HELENA COBBANUn pioniere del Sionismo rinuncia al Sionismo




Non avevo mai incontrato Dov Yermiya, un attivista del pacifismo israeliano che ora ha 94 anni. Ma avevo letto il libro da lui pubblicato nel 1983 nel quale scrisse con angoscia delle torture e altri gravi maltrattamenti di civili di cui era stato testimone diretto durante l’invasione del Libano dell’anno precedente. Ce l’ho nelle mie mani ora.Ho appena appreso, da una lettera aperta pubblicata da Uri Avnery, che Yermiya ha recentemente rinunciato all’ideologia e alla pratica del sionismo con queste commoventi parole:“Io, un Sabra (ebreo nato in Israele) di 95 anni, che ha arato i campi, piantato alberi, costruito una casa e allevato figli, nipoti e pronipoti, e versato il proprio sangue nella battaglia per la fondazione dello Stato di Israele, dichiaro con la presente che rinuncio alla mia fede nel sionismo che ha fallito e che non sarò leale con questo stato fascista e le sue folli visioni, che non canterò più i suoi inni nazionalisti, che starò sull’attenti solo nei giorni di cordoglio per coloro che sono caduti su ambedue i fronti di guerra e che guardo con il cuore spezzato a una Israele che sta commettendo suicidio e a tre generazioni di discendenti che ho generato e allevato in questo paese….per 42 anni ha trasformato quella che sarebbe dovuta essere la Palestina in un gigantesco campo di prigionia e sta tenendo un intero popolo prigioniero sotto un crudele e oppressivo regime con il solo scopo di sottrargli il suo paese, qualunque cosa possa accadere.L’esercito israeliano reprime facilmente i loro tentativi di rivolta, con l’attiva assistenza dei coloni assassini, con un brutale sistema di sofisticato apartheid e un soffocante blocco, con inumani maltrattamenti di malati e donne partorienti, la distruzione della loro economia e il furto delle loro terre migliori e della loro acqua.Soprattutto, si detiene la bandiera nera per lo spaventoso disprezzo per la vita e il sangue dei palestinesi. Israele non sarà mai perdonata per il terribile spargimento di sangue, specialmente di bambini, in quantità agghiacciante…La risposta di Avnery è affascinante. Anch’egli è un veterano pacifista, e quasi della stessa generazione di Yermiya. Ma nella lettera io credo che egli stia cercando di convincerlo a non rinunciare completamente al sionismo, ma piuttosto di ritornare a quell’idealistico sionismo che ambedue avevano sperimentato nella loro giovinezza.



Egli scrive:
“Quando io penso alla nostra giovinezza, la tua e la mia, c'è una scena che non dimenticherò mai: il Dalia Festival del 1947.
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venerdì 28 agosto 2009

Akiva Eldar : gli arabi non possono pagare il prezzo della Shoah



Allegati

Giovedì scorso, l’insigne Arcivescovo del Sud Africa, Desmond Tutu, ha dichiarato ad Haaretz: "La lezione che Israele deve apprendere dall’olocausto è che giammai potrà procurarsi sicurezza per mezzo di barriere, muri ed armiCommentando la dichiarazione fatta giovedì in Germania dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu, secondo la quale la lezione dell’olocausto consisterebbe nel fatto che Israele sarebbe obbligato a difendere se stesso, sempre, Tutu ha fatto notare che "in Sud Africa, cercarono di proteggersi dalla canna di un’arma. Inutilmente. Poterono assicurarsi sicurezza solo quando i diritti umani di tutti furono riconosciuti e rispettati."Il titolare insignito del Premio Nobel ha conversato con Haaretz, a Gerusalemme, non appena si era concluso il giro in Israele e nella West Bank dell’organizzazione The Elders. Egli ha sostenuto che, nei confronti di Israele, l’Occidente è divorato da un senso di colpa e di rimorso per via dell’olocausto, "come dovrebbe essere.""Ma chi ne sconta il castigo? Gli arabi e i palestinesi stanno subendo la punizione. Una volta incontrai un ambasciatore tedesco che affermò che la Germania era responsabile di due ingiustizie. L’una riguardava ciò che essi avevano fatto agli ebrei. Ed ora per le sofferenze dei palestinesi."Egli ha stroncato anche le organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti, dicendo che intimidiscono chiunque critichi l’occupazione e si affrettano ad accusare tali critici di anti-semitismo. Tutu ha ricordato come tali organizzazioni avessero fatto pressioni sulle università statunitensi perché venisse revocata la sua presenza nei loro campus."Ciò è spiacevole, in quanto le mie stesse posizioni sono originate di fatto dalla Torah. Si sa che Dio ci ha creato a sua immagine. E che si è sempre schierato a favore degli oppressi."Tutu ha rilasciato, inoltre, una dichiarazione riguardante l’appello del professore Neve Gordon dell’Università Ben Gurion a mettere in pratica sanzioni selettive nei confronti di Israele."Io dico sempre alla gente che le sanzioni furono importanti nel caso del Sud Africa per diversi motivi. Ci fu un boicottaggio degli sport, e dato che siamo un paese che va matto per gli sport, esso fece breccia nella gente comune. Questo fu uno degli strumenti psicologicamente più forti."In secondo luogo, esso andò a colpire di fatto la tasca del governo del Sud Africa. Voglio dire, quando si ha l’embargo delle armi ed il boicottaggio economico."Egli ha raccontato che quando F.W. de Klerk venne eletto presidente gli telefonò per congratularsi con lui. "La prima cosa che mi disse fu 'bene ora revocherai le sanzioni?’ Anche se avevano dato inizio ai colloqui, ah beh, queste cose non ci riguardano affatto. Il che non era vero."E un altro motivo importante fu che ciò dette al nostro popolo la speranza che il mondo fosse solidale. Capisci. Tutto ciò era una forma di identificazione."Quel giorno di buon ora, Tutu ed il resto della delegazione avevano visitato il villaggio di Bil’in dove ogni settimana hanno luogo le proteste contro la barriera di separazione, costruita su parte delle terre del villaggio."Eravamo soliti prendere nello Swaziland i nostri bambini e dover passare in Sud Africa attraverso i posti di controllo del confine ed affrontare quasi lo stesso procedimento, nel quale eri alla mercè di un ufficiale di polizia. Essi possono decidere quando si occuperanno di te, come possono respingerti indietro per qualcosa privo di qualsiasi importanza. Ma d’altro canto, noi non abbiamo subito punizioni collettive. Non abbiamo subito la demolizione delle case per il sospetto che uno dei membri della famiglia potrebbe o non potrebbe essere un terrorista.""Eravamo soliti prendere nello Swaziland i nostri bambini e dover passare in Sud Africa attraverso i posti di controllo del confine ed affrontare quasi lo stesso procedimento, nel quale eri alla mercè di un ufficiale di polizia. Essi possono decidere quando si occuperanno di te, come possono respingerti indietro per qualcosa privo di qualsiasi importanza. Ma d’altro canto, noi non abbiamo subito punizioni collettive. Non abbiamo subito la demolizione delle case per il sospetto che uno dei membri della famiglia potrebbe o non potrebbe essere un terrorista."Ha messo in risalto la sua convinzione che non ci fosse situazione alcuna senza speranza, elogiando il processo di pace nell’Irlanda del Nord. Il processo aveva avuto come mediatore il senatore Gorge Mitchell, che presta servizio attualmente come inviato speciale degli U.S. nel Medio Oriente.Ha chiesto informazioni sulla controversia in atto a Petah Tikva, dove diverse scuole elementari si sono rifiutate di accogliere scolari etiopi, ed ha detto che "spera che la vostra società si evolverà."http://www.haaretz.com/hasen/spages/1110762.html


2  Desmond Tutu :il mondo non critica Israele a causa dell'Olocausto
Il mondo è complice della sofferenza palestinese in quanto non critica Israele a causa dell'Olocausto Il senso di colpa per quanto è accaduto ora è pagato da Gaza e dalla Cisgiordania Egli, ha chiesto sia ad Hamas di non lanciare più razzi su Sderot sia all'ONU di aprire un'inchiesta sul massacro avvenuto a Beit Hanun Tutu: World doesn't criticize Israel because of the Holocaust 

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 Sintesi personale  Fratellanza musulmana: i palestinesi pagano per i crimini nazisti
Il mio sogno è di vivere insieme  e in pace come avveniva prima della nascita dello Stato di Israele. Americani ed europei hanno esportato il conflitto creato da Hitler  nella nostra terra", ha dichiarato Essam El-Erian, un membro della fratellanza musulmana egiziana ,in  un'intervista  al  Washington Post. Egli ha precisato che  la sua organizzazione non minaccia Israele e non è interessata ad annullare  l'accordo di pace con lo Stato ebraico. 
Commentando gli scontri in corso tra Israele e palestinesi, El-Erian ha osservato che Israele punisce  i palestinesi per l'Olocausto degli ebrei , un crimine spaventoso di cui noi non siamo responsabili.  Perché i palestinesi ne devono pagare il prezzo?".  La Fratellanza musulmana  ha accusato  l'amministrazione americana di parzialità  ed ha avvertito gli americani che se non modificheranno la loro politica in Medio Oriente, essi potrebbero "perdere" la regione."  Israele non è minacciata di distruzione dal mondo arabo, tale pericolo è interno e scaturisce dalla  politica contro gli arabi  attuata dai  suoi l
eader come Netanyahu e Lieberman 
""We are not threatening Israel. Israel is hurting itself by its policies. It is discriminating inside Israel against Arabs. Israel is not under threat from Arabs—it is under threat from inside Israel, from its leaders like (Prime Minister Benjamin) Netanyahu and (Foreign Minister Avigdor) Lieberman. It is under threat from Israelis," he said, adding, "I studied the society of Israel, I know everything about this fight and this state. My dream is that we are not going to destroy Israel. If it didn't revise its policy and its policy against Arabs and Jews, it can destroy itself."
'Palestinians pay for Shoah'