
sabato 28 febbraio 2009
Aggeo Matar come i "traditori della sinistra" avevano previsto: la guerra continua

Carlo StrengerMemo per Obama: In Medio Oriente c’è bisogno di un’azione urgente

Ponendosi nel ruolo del nuovo inviato americano George Mitchell, l’intellettuale israeliano Carlo Strenger esorta il presidente Obama ad intervenire con estrema urgenza ed energia per risolvere il conflitto israelo-palestinese. In una situazione in cui la democrazia e la strategia politica sembrano aver ceduto il passo alla paura ed all’odio reciproco, è indispensabile che gli Stati Uniti mettano in gioco tutta la loro influenza per ristabilire immediatamente un processo di pace che porti alla fine del conflitto
Non sappiamo quale messaggio speciale abbia inviato George Mitchell al presidente Barack Obama al termine del suo viaggio in Medio Oriente. Ma questo è quanto spero egli stia dicendo al presidente ora.
“Signor Presidente, purtroppo non ho buone notizie. E’ facile giudicar male Israele. Si tratta sicuramente di un paese prospero, per alcuni versi, ma, politicamente, ha raggiunto uno stadio di paralisi completa. Non ho mai visto, nel corso della mia lunga esperienza, un paese sviluppato e con una democrazia apparentemente funzionante, versare in un tale stato di ansia e disperazione.
“L’elettorato israeliano non riesce a vedere una via di uscita da questa situazione di violenza e di oppressione. Nei discorsi sulla futura coalizione, si sente spesso parlare del ‘blocco nazionalista’ contro il blocco di ‘centro-sinistra’. Io credo che il blocco più visibile sia quello della paura, della confusione e della paralisi, di cui fanno parte il Partito Laburista e Kadima. I risultati delle elezioni dimostrano il fatto, che gli israeliani non vedono una via di scampo dalla stagnazione, dalla confusione e dalla mancanza di direzione, una situazione che caratterizza Israele sin dal fallimento degli accordi di Camp David del 2000 e dall’inizio della seconda Intifada. L’emergere di politici come Avigdor Lieberman è sempre indice del fatto che la democrazia ha smarrito la sua rotta e cerca di incanalare le sue paure e la sua disperazione nell’odio.
“Israele è sembrata unita solamente durante le tre settimane in cui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ridotto Gaza ad un cumulo di macerie. Benjamin Netanyahu, Lieberman ed Ehud Barak cercano di trarre vantaggio da questa situazione, correndo per il titolo di ‘uomo più bellicoso del paese’. Netanyahu gioca sulla paura nei confronti dell’Iran, Lieberman sfrutta la paura e l’odio per gli arabi in generale e per gli arabi israeliani in particolare, e Barak continua a ricordare quanto sarà brutale la sua risposta a qualsiasi tipo di aggressione palestinese.
“La democrazia di Israele non funziona più, non solo a causa del sistema elettorale (che sicuramente dovrà essere riformato). Israele non è realmente governata da un processo democratico ormai da diverso tempo. Come i documenti interni delle IDF hanno recentemente mostrato, la politica adottata in Cisgiordania è lontana dai riflettori dell’opinione pubblica. Gli accordi taciti tra militari e coloni producono effetti sul terreno, e non vi è alcun reale controllo politico su ciò che l’esercito o i coloni fanno.
“La situazione israeliana è lo specchio di quella palestinese. Non esiste più un’autorità palestinese unitaria. Hamas non riesce a superare le divisioni interne e non riesce a prendere una decisione chiara su nulla, e Fatah sta perdendo sostegno e legittimità, proprio perché Israele si dimostra incapace di fare qualsiasi passo per convincere i palestinesi che sta cercando la pace. Il popolopalestinese è sempre più affascinato dall’idea della ‘resistenza’, ovvero della lotta violenta contro Israele, qualsiasi costo essa comporti, ed anche se non ottiene alcun risultato tangibile.
“In breve: ritengo che entrambi, israeliani e palestinesi, siano divisi e paralizzati e che i negoziati bilaterali, a questo punto, porterebbero solo ad un fallimento. Credo che, se non faremo nulla, ci sarà una terza Intifada. I regimi arabi in Medio Oriente non saranno però mai in grado di gestire la collera che scaturirebbe da un’ulteriore azione militare israeliana come quella di Gaza, e l’intera regione verrebbe destabilizzata.
“Signor Presidente, so che lei è già molto impegnato dalla crisi mondiale, ma temo che noi, gli Stati Uniti, non possiamo concederci il lusso di lasciare che la situazione in Medio Oriente degeneri ancora. Israele potrebbe spostarsi ulteriormente a destra, e vi è perfino uno scenario in cui Lieberman, che si batte per un sistema presidenziale, potrebbe diventare il leader di Israele, e allora la situazione diverrebbe ingestibile, poiché lui la polarizzerebbe ancor di più.
“Il mio suggerimento è che noi, gli Stati Uniti, dovremmo utilizzare tutta la nostra influenza per fare quanto segue: premere su Israele affinché inizi un dialogo di pace con gli arabi. Potremmo riuscire a convincerla, assicurandole che la nostra potenza verrà utilizzata per prevenire un eventuale attacco, anche nucleare, dell’Iran; in cambio di questa garanzia, però, Israele dovrà smantellare gli insediamenti in Cisgiordania.
“Dovremmo inoltre convincere i paesi arabi ad inviare le loro forze militari in Cisgiordania e Gaza per garantirne la sicurezza. Dovremmo infine organizzare una conferenza di pace sotto gli auspici degli Stati Uniti, dell’Unione Europea, della Russia e della Lega Araba, che prosegua fino a che non verrà raggiunto un accordo. Ho già utilizzato questa strategia in Irlanda del Nord, e lì ha avuto successo. E, per favore, convinca Bill Clinton ad essere dalla mia parte in questo processo, poiché lui ha sempre avuto l’appoggio e la fiducia di Israele, e potrebbe quindi aiutarmi a far rinascere la fiducia, che ora è svanita, nella possibilità di raggiungere la pace.”
Carlo Strenger, filosofo e psicanalista israeliano, insegna presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Tel Aviv; è membro del comitato permanente di monitoraggio sul terrorismo della World Federation of Scientists
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di Parvez Ahmed Israeliani e palestinesi: occhio per occhio?

Israeliani e palestinesi: occhio per occhio?
In un momento in cui così tanto sangue innocente è stato versato, è difficile riuscire a pensare al perdono. Ma è tempo che i palestinesi comincino a delineare un nuovo percorso per portare avanti la loro lotta, un percorso orientato alla nonviolenza – afferma il commentatore indiano-americano Parvez Ahmed
Quando Israele ha lanciato le sue bombe americane nuove di zecca su Gaza, la mia casa non si trovava sulla traiettoria. Quando le Forze di Difesa Israeliane (IDF), a quanto si dice, hanno usato il fosforo bianco in zone di Gaza densamente popolate, i miei bambini non hanno corso alcun rischio. Quando Israele ha utilizzato a Gaza proiettili DIME (Dense Inert Metal Explosives), non ho sentito il dolore causato da questi concentrati letali, che rilasciano polvere di tungsteno, che inizialmente causa lievi ferite addominali, le quali però poi degenerano in gravi lesioni a diversi organi.
Il 4 novembre 2008 non ero a Gaza, quando Israele ha violato la tregua uccidendo sei uomini armati di Hamas. Non ero a Sderot, quando Hamas ha risposto con razzi, terrorizzando gli israeliani e uccidendo alcuni innocenti. Non sono tra coloro che hanno sofferto mentre Gaza diventava un ammasso di miseria umana. Tutto ciò è avvenuto ancor prima che l’attuale conflitto causasse la morte di oltre 1.400 palestinesi, la maggior parte dei quali civili e il 40% costituito da donne e bambini. Non sono nemmeno tra le 50.000 persone rimaste senza una casa. Non sono infine un responsabile delle Nazioni Unite, il cui Segretario Generale ha espresso indignazione ed ha deciso di avviare indagini per capire perché Israele abbia lanciato bombe su edifici e scuole dell’ONU, dove si rifugiavano civili e bambini.Posso non avere un’esperienza personale di tutti questi orrori, ma posso comprenderne gli effetti.
I palestinesi non soffrono solo a causa della brutalità degli israeliani, ma anche per la mancanza di una forte leadership araba e per l’indifferenza generale della comunità mondiale. Anche gli israeliani soffrono, seppur ad un livello molto minore. Eppure, in questo momento di dolore, palestinesi ed israeliani dovrebbero cercare il cambiamento. E’ il momento, per i palestinesi, di intraprendere una nuova fase di resistenza nonviolenta, come quella di Gandhi, King e Mandela, la quale trova fra l’altro una significativa base normativa nell’Islam. Gli israeliani dovrebbero prestare più attenzione alle parole del nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che ha ricordato al mondo che alla fine tutti i leader saranno giudicati in base a ciò che hanno costruito, e non in base a quello che hanno distrutto.
Parlando di nonviolenza, non mi sto dichiarando pacifista. So bene che la maggior parte delle filosofie del mondo, religiose e laiche, antiche e moderne, sebbene rifiutino gli orrori e gli eccessi della guerra, ne riconoscono la necessità occasionale. Gandhi afferma che se le persone “vogliono predicare la pace, devono prima provare la loro abilità in guerra”. Sostiene inoltre che “una nazione che non sa combattere non ha esperienza sufficiente per provare la virtù del non combattere”. Hamas ha dato prova della sua straordinaria capacità di soffrire, sopportare e contrattaccare. Le IDF hanno dimostrato la loro abilità di uccidere impunemente. Nella visione di Gandhi, soltanto loro possono pienamente apprezzare i vantaggi della nonviolenza.
Ho letto e riletto tutti i testi islamici che forniscono una giustificazione alla resistenza ad un’occupazione avvenuta con la forza. Tuttavia, gli stessi testi che danno ai musulmani il diritto di reagire, esaltano allo stesso tempo anche la virtù del proteggere gli innocenti che non combattono, e mettono in risalto il valore del perdono. In alcuni dei peggiori momenti di disperazione, il profeta Muhammad ha scelto il perdono e la misericordia invece della condanna. Non c’è quindi da sorprendersi, se Dio Onnipotente nel Corano descrive il profeta Muhammad come una “misericordia per l’umanità” (o per il creato, per essere esatti).Di fronte alla brutalità e all’umiliazione quotidiana, è difficile per i palestinesi riuscire ad abbracciare la via della resistenza nonviolenta. Così come è stato difficile per Gandhi cercare di avere la meglio sul potente impero britannico, la cui presenza in India era tanto devastante quanto l’occupazione israeliana. Così come i palestinesi hanno dovuto affrontare la battaglia di Jenin, Gandhi aveva affrontato il massacro di Jallianwala. Un contemporaneo di Gandhi, Khan Ghaffar Khan, un musulmano della provincia della Frontiera del Nordovest dell’attuale Pakistan, fondò la “Khudai Khidmatgar” (letteralmente “Servi di Dio”, rappresentò un movimento di resistenza nonviolenta all’occupazione britannica, che si affermò fra i pashtun a partire dal 1926; esso si basava su due elementi, l’Islam e il Pashtunwali (il codice tribale pashtun); il movimento fu bandito e represso dopo la partizione fra India e Pakistan (N.d.T.) ), che prevedeva la nonviolenza, non solo come politica, ma anche come stile di vita. Khan Ghaffar Khan è stato un pioniere del movimento della nonviolenza, ed il suo contributo nell’allontanare la presenza britannica non è stato meno importante di quello di Gandhi.
La resistenza nonviolenta aiuterebbe la Palestina ad ottenere la libertà molto più di qualsiasi razzo lanciato contro Israele. Rappresenterebbe sicuramente una dimostrazione di forza di gran lunga superiore rispetto a qualsiasi arma ad alta tecnologia che Israele possa lanciare contro aree densamente popolate. Non si può razionalizzare la morale che porta a lanciare razzi contro le città israeliane o a mandare attentatori suicidi contro le feste del Seder (celebrazione che ha luogo all’inizio della Pasqua ebraica (N.d.T.) ), se non, forse, affermando che i palestinesi stanno ripagando la brutalità israeliana con la stessa moneta. Come il Vecchio Testamento, il Corano permette la legge dell’occhio per occhio, ma ciò non giustifica né i lanci di razzi né gli attentati suicidi, che uccidono o feriscono chiunque indistintamente, non solo chi ha lanciato le bombe contro le case palestinesi riducendole in cenere. Ho sentito alcuni tentativi di giustificazione – se i palestinesi avessero le armi sofisticate che ha Israele, anche loro compirebbero “uccisioni mirate”, un orribile eufemismo per la parola “omicidio”. Questa razionalizzazione, come quelle usate da Israele, è machiavellica, permettendo che il fine giustifichi i mezzi.
In un momento in cui così tanto sangue innocente viene versato, e così tanti bambini muoiono senza una ragione, è difficile riuscire a pensare al perdono. Ma i palestinesi devono cominciare a delineare un nuovo percorso per portare avanti la loro lotta. Devono far sì che voci di speranza possano alzarsi dalle ceneri della distruzione. La legge dell’occhio per occhio renderà solo il mondo cieco. Alla fine, i palestinesi, come tutti gli altri popoli che cercano la libertà, devono capire che non si tratta solo di stabilire la giustezza della loro causa, ma anche la nobiltà dei mezzi che contribuiranno ad unire il loro popolo con i milioni di persone che si identificano con la loro difficile situazione.
Io faccio parte del mosaico di americani – musulmani, ebrei, cristiani e persone di altre religioni – che continuano a chiedere al nostro governo di essere un giudice giusto e imparziale in questo lungo, logorante conflitto. Purtroppo la leadership politica del mio paese, da semplice amica di Israele è da tempo divenuta una sua sostenitrice, che appoggia incondizionatamente tutti i suoi eccessi. Gli Stati Uniti hanno appena insediato il nuovo presidente. Egli ha promesso che combatterà per la libertà e per la giustizia di tutti. Lo prendiamo in parola e lo sfidiamo a mantenere le sue promesse.
Per aiutarci a costruire un movimento per la pace, sia i palestinesi che gli israeliani dovranno dimostrare che anche loro sono desiderosi ed in grado di cambiare. Nelle loro azioni dovranno riflettere i nobili ideali che essi vogliono vedere negli altri. Invece di chiedersi cosa i loro avversari stanno facendo ai loro danni, devono cominciare a chiedersi quali cambiamenti essi sono pronti a fare per la causa della pace e della giustizia. L’introspezione e la responsabilità personale costituiscono il messaggio fondamentale dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam, le tre religioni che chiamano questa regione “la Terra Santa”.
Parvez Ahmed insegna alla University of North Florida; ha scritto numerosi articoli sull’Islam e sull’esperienza musulmana americana; gestisce un blog: drparvezahmed.blogspot.com
Titolo originale:
Amira hass :niente lavoro per le imprese edilizie gazesi

Il Fmi accusa Israele DEL PEGGIORAMENTO DELL'ECONOMIA PALESTINESE

"Il rinnovamento del settore privato necessario ad attivare un circolo virtuoso di crescita non ha avuto luogo a causa del mantenimento delle restrizioni (israeliane) alla libertà di movimento", ha spiegato l’istituto internazionale in un rapporto pubblicato domenica, secondo cui anche nel 2007 non si è registrata alcuna crescita del Prodotto interno lordo (Pil). In realtà durante l’anno in corso nei Tpo ci sarà una crescita economica del 3 per cento, che tuttavia sarà resa nulla dalla crescita della popolazione. Alla fine – sempre secondo la Bm – "le entrate per individuo rimarranno stabili o saranno inferiori rispetto all’anno precedente".Il tutto in un ambiente caratterizzato da un tasso di disoccupazione che varia tra il 23 per cento della Cisgiordania e il 33 per cento della striscia di Gaza.Proprio a Gaza – afferma la Bm – si registra la situazione più allarmante. Attualmente più di una persona su tre (35 per cento) vive in stato di "grande povertà". Se non si tenesse conto delle rimesse degli emigrati all’estero e degli aiuti alimentari internazionali, il tasso di poveri dell’enclave palestinese si eleverebbe al 67 per cento.Per invertire la tendenza non saranno sufficienti i 4,5 miliardi di euro promessi da 84 Paesi donatori nel corso della conferenza di Parigi dello scorso dicembre e destinati a sostenere il piano biennale di riforme economiche ideato dal primo ministro palestinese (ed ex funzionario della Bm e del Fondo monetario internazionale), Salam Fayyad.La ragione sta nel fatto che l’andamento negativo dell’economia palestinese deriva principalmente dalla politica di “sicurezza” adottata dallo Stato ebraico in Cisgiordania.
mercoledì 25 febbraio 2009
Clinton irato con Israele perchè ostacola gli aiuti a Gaza

" ho detto a mio figlio: porta via i miei nipoti da Israele"
Buoni Vicini
Nella Striscia di Gaza si vive "come in una prigione"

Il libero accesso alla Striscia di Gaza è attualmente il più grave problema per gli operatori umanitari: lo denuncia Toni Frisch, il capo della delegazione della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) al termine di una viaggio nella regione. Gli aiuti elvetici arrivano a destinazione, ma molti altri sono bloccati.
Raggiunto telefonicamente nella Valle del Giordano, il direttore supplente della DSC spiega a swissinfo la difficoltà che si prova a capire il senso dell'ampiezza dei danni collaterali della recente offensiva militare israeliana.
Lo Stato ebraico è accusato di avere sferrato un attacco sproporzionato: nei 22 giorni di conflitto sono state uccise dalle 1'200 alle 1'300 persone. Oltre alle migliaia di vittime, fra morti e feriti, i bombardamenti hanno devastato la regione.
Israele replica che la causa di ciò è Hamas, i cui attivisti si sono trincerati in scuole, istituzioni e moschee, utilizzando la popolazione civile come scudi.
Il movimento radicale islamico a sua volta accusa al Fatah di spionaggio e congiura con Israele. Secondo Hamas, agenti del movimento moderato palestinese avrebbero spiato i rivali radicali e trasmesso indicazioni all'intelligence dello Stato ebraico, che si sarebbero tradotti nell'individuazione di obiettivi, grazie anche a mappe di Google Earth.
Lo Stato ebraico è accusato di avere sferrato un attacco sproporzionato: nei 22 giorni di conflitto sono state uccise dalle 1'200 alle 1'300 persone. Oltre alle migliaia di vittime, fra morti e feriti, i bombardamenti hanno devastato la regione.
Israele replica che la causa di ciò è Hamas, i cui attivisti si sono trincerati in scuole, istituzioni e moschee, utilizzando la popolazione civile come scudi.
swissinfo: Può descrivere cosa ha visto a Gaza?
Toni Frisch: Non sono stato sorpreso da quello che ho visto. Sono stato attivo nella cooperazione umanitaria per 30 anni. Ho visto moltissimi disastri e crisi e naturalmente i danni che hanno provocato. Ci sono stati morti e feriti. È veramente drammatico. Ma, tutto sommato, non mi ha stupito vedere la realtà con i miei occhi, dopo quanto avevo ascoltato e letto e dopo essere stato informato dalla nostra equipe.
swissinfo: Cosa l'ha colpita di più?
T.F.: La gente capisce che ci sono stati attacchi e bombardamenti, ma non che siano state prese di mira scuole e persino ospedali, che siano stati uccisi così tanti civili. È difficile comprendere che siano state colpite tenute agricole e fattorie.
Il problema principale è l'accesso. Nella Striscia di Gaza la gente vive come in una prigione. Non ha la benché minima libertà di movimento. È da un anno e mezzo che beni di prima necessità non vengono lasciati passare. È incomprensibile che venga bloccato materiale medico e di soccorso.
Noi siamo stati privilegiati a poter portare beni di soccorso. Ma molti altri sono in attesa: giorno dopo giorno aspettano l'autorizzazione. Questo è il più grave problema.
swissinfo: Lei ha detto di avere provato uno shock di fronte ai danni alle infrastrutture agricole e alle scuole. Hamas ha la capacità di organizzare una ricostruzione?T.F.: Le posso assicurare che questi programmi sono completamente indipendenti dal governo locale, dall'autorità politica e da Hamas. Non è come pensano la gente o certi giornalisti, o come ha scritto un giornale svizzero che portiamo denaro e beni [ai terroristi, Ndr.].
Abbiamo da anni la nostra rete di distribuzione, specialisti locali, collaboratori locali. Lavoriamo con l'UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per l'aiuto ai rifugiati palestinesi), il CICR (Comitato internazionale della Croce Rossa) e una rete di centinaia di persone e siamo in grado di individuare esattamente dove vanno questi aiuti.
In futuro i progetti di ripristino e di ricostruzione saranno organizzati in modo che non presentino alcun pericolo di questo tipo. La gente s'immagina che la cooperazione umanitaria sia qualcosa che si può imparare dall'oggi al domani e diventare ipso facto un esperto. Invece non è assolutamente così. Molti pensano che si tratti soltanto di qualcosa fatto di buon cuore. Ma ciò non basta.
swissinfo: L'ONU ha sospeso gli aiuti umanitari a Gaza dopo che Hamas ha sequestrato beni di soccorso. Come fate a operare autonomamente da una parte e negoziare con Hamas, che è eletto al governo a Gaza, dall'altra parte?
T.F.: È chiaro che molte organizzazioni e governi sono riluttanti all'idea di una cooperazione totale. Il problema è che se lo fanno, sono criticati. Perciò ogni governo deve decidere la via migliore per se stessoNoi abbiamo la nostra via: abbiamo una visione chiara di come procedere. Nella fase preliminare di ripristino e nella continuazione dei programmi condotti finora, non vedo alcun problema per la Svizzera. Le posso assicurare che nulla è finito in mani sbagliate.
Alla Conferenza di Sharm el Sheik sono stati trattati due temi: l'aiuto umanitario e la ricostruzione e il ripristino in tempi brevi. Tuttavia non si può parlare di un rapido ripristino finché non si consente di portare sul posto cemento in quantità sufficiente. In tal caso non si deve parlare di ricostruzione. Il nocciolo del problema è il libero accesso ai beni di necessità quotidiana.
swissinfo: Ritiene che in un prossimo futuro Gaza possa diventare indipendente dagli aiuti umanitari? L'amministrazione sarà in grado di provvedere alla popolazione?
T.F.: Lo spero, che siano indipendenti. Al momento, devo dire che questa gente non è minimamente interessata a dipendere dall'aiuto umanitario. Queste persone vogliono avere accesso ai beni di prima necessità per condurre una vita normale, ricostruire, desiderano che i bambini possano andare a scuola, che i pazienti possano essere curati in ospedale.
Ecco quello che necessitano e desiderano. Appena la situazione tornerà alla normalità, qui nessuno avrà più bisogno dell'aiuto umanitario. Certo, forse occasionalmente potrebbe ancora esserci qualche necessità, ma non in linea generale.
Ora, invece, almeno il 50%, o forse fino al 70%, della popolazione della Striscia di Gaza dipende dalle operazioni di soccorso e dalla distribuzione degli aiuti umanitari. È una situazione assolutamente penosa. È un disastro.
swissinfo:Crede che Hamas sia nella posizione di poter provvedere a tali servizi? Ha la capacità amministrativa e il personale qualificato per farlo?
T.F.: Non posso rispondere a questa domanda. È puramente ipotetica. In ogni caso, chiunque sia responsabile, chiunque sia l'autorità della Striscia di Gaza, deve disporre di una situazione più o meno normale. Senza tale condizione, nessuno è indipendente, nessuno ha la capacità di organizzare il paese.
swissinfo, intervista di Justin Häne